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Enrico Vaglieri


ZIO TITA
Come diventare centenari,
continuando a fare gite in alta montagna

Grafiche De Bastiani  1994

Libro Tita.jpg (5861 byte)     Io e Tita.jpg (11491 byte)

 

SOMMARIO

Presentazione
Prefazione
Le gite più belle
Il segreto per una vecchiaia eccezionale
La prima gita a 60 anni. La Testa del Rutor
L'amore per il freddo
La gita più in alto. Capanna Margherita
Tommaso e Maria
La gita più lunga. Grandes Jorasses
Una previsione sbagliata
La gita più interessante. La Madonnina del Rocciamelone
"Ama i poveri e rispetta la donna"
Alcune gite dai 60 ai 90 anni
I sei rifugi del Catinaccio
Riflessioni liceali
Val Visdende
A cosa serve la castità
Cima Ortles
Un unico dubbio di fede
Rocca Bernauda
"Tita ingegnere"
Marmolada
San Vincenzo
Due notti all'addiaccio
Alcune gite dopo i 90 anni
Cristo delle Vette
Promozione sul campo
Punta Nera
Al fronte in motocicletta
La Madonnina del Monte Zerbion
La fine della guerra
L'ultima gita a 96 anni. Praderadego
Sofferenze morali
Rimanere giovani
Contributi
Tre gite con Tita:
- La prima gita con Tita
- La gita più emozionante con Tita
- L'ultima gita con Tita
La carica... dei 102. Alpinismo d'alta quota in alta età

Appendice
Riassumere la propria vita a 84 anni
Elenco delle gite in montagna fatte da zio Tita dai 90 ai 97 anni
Dai risvolti di copertina della pubblicazione del 1994

ziocbimb.jpg (14409 byte)                  ziomont.jpg (10732 byte)
Zio Tita a 100 anni tiene in braccio l'ultimo                   Zio Tita a 90 anni sul Monte Rosa,
pronipote che ha 100 giorni                                               il 22 luglio 1980

 

Nei canuti sta la saggezza
e nella vita lunga la prudenza
(Giobbe 12,12)

 PRESENTAZIONE

Difficile presentare eccezionalità, si rischia di ricalcarne il carattere ottenendo il risultato opposto, renderle più vicine alla normalità. In effetti il libro di "Zio Tita" non è eccezionale in quanto tale, l'eccezionalità sta nella figura di Giovanni Battista Schiratti che lo anima e lo riempie.

Per quanto sopra detto non riprendo più di tanto commenti sullo spirito vitale, sulle abitudini comportamentali, sulle salite compiute dal protagonista di quest'opera, sempre giovane, anche oggi a 103 anni compiuti, che vanta sicuramente un "pensiero giovane e incorrotto" permanente, invidiabile dono che ha avuto e ha sempre difeso, e conservato, e applicato.

Iniziare a andare in montagna a 60 anni, continuando poi sino a quasi 100, non è cosa comune; hai voglia di riferirti al retorico concetto di seconda giovinezza! Pensare che l'iniziazione è avvenuta a suo tempo sulle nostre montagne, si è concretizzata allora in un clima alpinistico della nostra regione, ha visto compartecipi alpinisti torinesi, è per me motivo di orgoglio e di sprone a questa breve presentazione.

Sono grato al nostro socio Ernesto Vellano, che fu tra i primi compagni d'alpe di Schiratti, di avermi fatto conoscere questo libro e, soprattutto, questo "personaggio", dandomi l'occasione per queste due righe. Schiratti, Zio Tita, aveva iniziato a andare in montagna da pochi anni e frequentava la Sezione Uget del Cai di Tornio quando, nel 1957, s'incontrò con Ernesto Vellano che lo portò alla Sezione di Torino del Cai, la nostra gloriosa e vetusta Sezione di Via Barbaroux; qui il "giovane neofita ultrasessantenne" si iscrisse e vi restò socio per lunghissimi anni. Zio Tita, per chiamarlo confidenzialmente, ha fatto l'ultima gita dalle nostre parti, ancora nostro socio, poco prima di ritornare alla sua Pieve di Soligo, a 96 anni e "scarpinò" per la bellezza di un'ora e tre quarti nel Gran Bosco di Salbertrand, in quella Valle di Susa che tanto amava e, probabilmente, ama tuttora.

Credo non si possa fare augurio migliore a chi ama e frequenta la montagna di quello di "poter fare come Schiratti", che, per altro, ha continuato fino a quasi 100 anni.

La Sezione di Torino, primogenita del Cai, vanta numerosissime figure "primarie" nella sua storia, di rilievo tecnico - alpinistico, scientifico - culturale, storico - letterario, artistico, sociale; penso che, d'ora innanzi, dovrà anche ricordare e inserire fra queste figure l'eccezionalità concreta rappresentata da "Zio Tita", un anziano sempre giovane che racconta, testimonia e tuttora vive una storia positiva, una di quelle storie di cui si sente un gran bisogno, soprattutto di questi tempi.

 18 novembre 1993

Club Alpino Italiano - Sezione di Torino
Il presidente della sezione - Ezio Mentigazzi

PREFAZIONE

Perché questo libro?

Per molti anni mi era capitato solo di rado di incontrare zio Tita, Giovanni Battista Schiratti, fratello maggiore del nonno materno Bepi.

Zio Tita, nato nel 1891, abitava a Torino e lo potevo incontrare solo al "Grande clan", il raduno che la famiglia Schiratti ha l'abitudine di organizzare ogni lustro a Pieve di Soligo, tradizione che molte famiglie venete hanno in comune.

Ogni cinque anni lo incontravo insieme con decine e decine di parenti alla "Mussa" di Pieve, la vecchia casa colonica del nonno Bepi, uno dei capostipiti sorprendentemente longevi della famiglia. Essendo ancora ragazzo, passavo la maggior parte del tempo con i cugini e il dialogo con il vecchio zio si limitava ai saluti.

Ma, oltre a quegli incontri, zio Tita era venuto a visitarci qualche volta a Orsago, viaggiando su una vecchia bicicletta nera da uomo, di quelle robuste e pesanti. Nonostante avesse già superato gli ottant'anni, poteva percorrere molti chilometri pedalando.

Ci divertiva con la sua allegria e il suo spirito giovanile. Una volta, forse nel 1975, giunto al nostro cancello aveva suonato e, a causa della voce ansimante, al citofono l'avevamo scambiato per un venditore ambulante. "Non ci occorre nulla" dicevamo. E lui "Sono... Tita... Sono Tita!". Un equivoco che gli diede la possibilità di rimproverarci scherzosamente per molto tempo...

Già da allora aveva fama di viaggiatore instancabile, di persona impegnata nella filantropia oltre che nella professione di ingegnere e di buon cristiano.

Alto, magro, pochi capelli bianchi, sembrava che usasse malvolentieri il bastone per sostenersi. Ma in montagna si comportava diversamente - testimoniano gli amici che lo accompagnavano. Un robusto bastone con puntale di ferro era il suo inseparabile "attrezzo" da montagna. Lo preferiva perfino alla piccozza, anche su ghiacciai di un certo impegno, come quelli del Monte Rosa e del Gran Paradiso. Forse, come molti anziani, non amava usare il bastone in presenza di parenti e amici...

Poi, in pochi anni, cambiarono molte cose.

La moglie dello zio, Giuseppina, si era spenta a Torino nel 1985, dopo una lunga agonia. Perciò un anno dopo, zio Tita, forse sentendosi troppo solo nel grande appartamento di Via Migliara a Torino, decise di tornare nel suo paese, Pieve di Soligo, stabilendosi nella casa di riposo fondata dal fratello Bepi (che nel frattempo era morto).

Gli Schiratti, originari dell'Ampezzo, si trasferirono nel trevisano nel 1400. Prendono il nome dallo "sghirat", scoiattolo in friulano, che è diventato il simbolo della famiglia (Fervet opus ne è il motto).

Io ero diventato studente universitario e avevo iniziato a insegnare. Mi capitò di fare per la prima volta una lunga chiacchierata con lui. In fondo lo consideravo ancora un dovere, una visita a un vecchio parente; ma sentii che c'erano delle affinità tra noi.

Cominciammo a parlare in confidenza, soprattutto sulla speranza della vita dopo la morte. Un vecchio saggio, quasi centenario e un giovane appena uscito dall'adolescenza...

Nacque così il sentimento che mi ha suggerito l'idea di scrivere questo libro.

É singolare che, come lui da giovane fu ascoltatore e estimatore dello zio, il beato Giuseppe Toniolo, per sedici anni, dal 1898 al 1914, a ottanta anni di distanza si ripeta un fecondo incontro tra generazioni molto diverse.

Ciò che colpisce maggiormente chi lo incontri, è che Tita, avendo raggiunto una grande serenità di coscienza per la sua lunga opera nella San Vincenzo e per le Missioni e avendo rispettato sempre alcuni valori fondamentali ("Mia madre mi ha insegnato queste due cose: ama i poveri e rispetta la donna"), non teme affatto la morte e anzi la desidera, sicuro di quel che troverà nell'Al di là. Senza presunzione, senza disprezzo per la vita. Forse con un pizzico inconsapevole di spiritosa scaramanzia; certamente con un sincero desiderio del Regno dei cieli, quasi una nostalgia.

A me piace la sua sensibilità per l'escatologia, un valore che oggi sembra essere svanito o lontano dalla vita reale. Zio Tita mi ha fatto avvicinare alla letteratura sulle "esperienze di pre-morte", racconti di persone risvegliate dal coma, che costituiscono affascinanti allegorie dell'Al di là.

La prospettiva con cui è stato scritto il libro è spirituale. Lo zio è un uomo "spirituale". Alcuni episodi che ho raccolto possono sembrare celebrativi. Ma nelle memorie di Tita, quelle del diario o quelle che lui racconta volentieri, palpita solo modestia e umile rassegnazione alla volontà divina. Chiunque l'abbia incontrato può testimoniarlo. Il nostro unico obiettivo è di poter dare un piccolo stimolo alla crescita spirituale di qualche buon lettore. Lo zio stesso mi richiama all'umiltà e evita di indulgere nell'orgoglio. "Non lusingarti troppo nello scrivere" mi ripete. Non aveva mai pensato di pubblicare qualcosa della sua vita.

Ma questo è anche un libro sulla montagna, la quale - come ha ricordato il Papa nel 1993 - "è davvero meravigliosa e avvicina al mistero di Dio e permette di ascoltare quel linguaggio antico e sempre nuovo che, attraverso la via della bellezza, solleva l'uomo fino alle soglie del mistero".

Gli aneddoti e le esperienze di vita di Tita sono innumerevoli. Basta pensare al fatto ha rischiato di morire molte volte, ma non è mai stato malato seriamente (solo ora, a centotré anni, per una brutta caduta sta molto a letto: il primo serio incidente della sua vita!).

E dice di non aver mai chiesto a Dio una grazia per sé, solo per altri. Ha avuto quindi la fortuna di essere libero dalle paure fisiche.

Una volta - era centenario - per scherzo facemmo il conto di quante volte poteva aver battuto il suo cuore, circa settanta battiti al minuto moltiplicato le ore, i giorni, gli anni della sua vita, e ottenemmo un numero che è un miracolo in sé: tre miliardi e seicento ottanta milioni di battiti cardiaci!

Quel che mi ha colpito particolarmente è che abbia potuto fare tante gite in alta montagna, dopo i novanta anni.

L'amore per la montagna rappresenta il senso della sua vita, l'obiettivo del suo stile cristiano, praticato fin dai primi anni, e la longevità, la salute di ferro, la lucidità mentale, la serenità nella vecchiaia sono il premio che ha potuto ottenere.

Ora, ripensando e giudicando da lontano ciò che ha compiuto, sorride di sé, della propria audacia e dell'ingenuità, dei rischi che ha corso.

"Sono così pochi - ha scritto Michel Montaigne - quelli che sanno invecchiare con grazia!".

Dal 15 gennaio 1993 lo zio Tita non scrive più il suo diario quotidianamente. Nelle ultime pagine aveva scritto:

"La passione tardiva per la montagna ispiratami dal Signore, mi venne nel sangue quale omaggio a Dio e invocando la sua Bontà.

Dire della mia vita, giunta ora in tarda età, non è frutto di orgoglio, ma un bisogno di essere grato all'Altissimo. Io, un vecchio di centodue anni, credente e allegro, che oggi ha due figlioli, quattro nipoti, due nipotini e una serie di duecentotrenta nipoti e pronipoti di fratelli e sorelle, che ha tanto amato e da cui è stato riamato e lo è ancora, come l'unico della vecchia generazione e per la sua bontà e allegria.

Il tutto senza alcun merito
ma sempre per bontà di Dio".

 

* * * * *

 Ringrazio lo zio per avermi concesso di leggere il suo diario e per avermi fatto parte di tante sue sensazioni intime: un dono prezioso.

Così come ringrazio tutte le persone che con molta generosità hanno dato suggerimenti, contributi e incoraggiamento alla stesura del libro.

E.V.

LE GITE PIU' BELLE

IL SEGRETO DI UNA VECCHIAIA ECCEZIONALE

Enrico - Permesso? Ciao zio!

Zio Tita - Oh, Enrico. Ciao... Sei arrivato.

Enrico - Come stai?

Zio Tita - Abbastanza bene, ma dormo poco: passo la notte a pensare, a ricordarmi di tante cose che ho fatto.

Enrico - Infatti mi racconti sempre molte storie della tua vita. Per questo, ho pensato che mi piacerebbe scriverne alcune.

Zio Tita - Credi che ne valga la pena?

Enrico - Sì.... Certo.

Zio Tita - Io oramai non scrivo più e faccio troppa fatica a leggere; dovrai fare da solo. Io posso solo raccontare.

E se vuoi, puoi leggere il mio diario.

Enrico - Va bene. Ti ringrazio. Prendo il bloc-notes...

Cominciamo da una questione che mi incuriosisce: qual è il segreto della tua vecchiaia eccezionale?

Zio Tita - Non so se ci sia un vero segreto... Forse sì.

Ma è una storia lunga. Avrai la pazienza di ascoltarmi?

Enrico - Sono pronto.

Zio Tita - Se mi ascolterai fino alla fine, capirai qual è il segreto per arrivare a cento anni, sani e sereni.

Ti parlerò del mio amore per la montagna, delle gite che ho fatto fino a novantasei anni, ma anche della mia infanzia e di come si sia preparata una vita lunga e piena di attività.

Enrico - Mi hai fatto venire in mente una frase di Nikita Panin: "La gente crede di invecchiare perché vive. In realtà invecchia perché non vive".

Per divertirci di più alterneremo i racconti delle gite con i tuoi ricordi di gioventù.

 

LA PRIMA GITA A SESSANTA ANNI

LA TESTA DEL RUTOR

Zio Tita - Un giorno, precisamente il quindici agosto 1950, sessantenne, andavo a spasso lungo la Dora con mia moglie a la Thuille, in Val d'Aosta.

Il parroco del luogo, don Elio Pescion, che avevo conosciuto alla messa festiva e col quale avevo avuto un piacevole scambio di opinioni, mi vide, mi fermò e mi disse: "Ingegnere, domani mattina andrò con un gruppo di studenti genovesi alla vetta Testa del Rutor a 3.500 metri, attraverso il ghiacciaio Assaly. Venga anche lei!".

Lo guardai sorpreso e stupito all'idea di una impresa così impensata. Errore. Impossibile aprire l'origine dati."Lei è matto" gli dissi. "Non sono mai andato in montagna prima d'ora!".

Lui, col suo fare cortese, insistette, dicendomi che aveva la patente di guida alpina: "Andiamo in cordata sul ghiacciaio. Lei starà con me. Non abbia timore!".

Dopo qualche battuta, accettai, perché pensavo a quanto potesse essere bello salire così in alto. "Mi fido di lei. Verrò in cordata, per la prima volta nella mia vita. Ma prima mi dia l'assoluzione!".

La mattina seguente, alle quattro, siamo partiti da la Thuille con i ragazzi genovesi.

Non sapevo di essere alla vigilia di una meravigliosa svolta della mia vita.

Gli studenti genovesi iniziarono la salita con grande baldanza, con molta allegria e a passi veloci, mentre noi seguivamo sullo stesso sentiero con passo lento e cadenzato, che è anche una mia abitudine.

Dopo tre ore li raggiungemmo ai piedi del ghiacciaio.

Che sorpresa vederli tutti seduti a terra, stanchi, sparpagliati alcuni sulle rocce, altri sul ghiaccio. E io mi sentivo ancora abbastanza fresco! Com'era possibile?

Chiesi loro: "Cosa fate? La punta è quella lassù!", puntando il dito alla montagna.

"E chi ce lo fa fare...?" ribatté qualcuno.

Ma don Pescion e io continuammo col solito passo consentendo ai giovani un momento di riposo.

Feci cordata con don Elio e superai il ghiacciaio, nel quale vidi, per la prima volta nella mia vita, dei crepacci con quel colore blu intenso impressionante; l'orrido mi colpì assai.

Proseguendo di buona lena, superammo il ghiacciaio e, dopo due ore di cammino, giungemmo alla vetta del Rutor.

3.500 metri sul livello del mare: che spettacolo! Da lassù ammiravamo tutte le montagne circostanti, particolarmente quelle del Monte Bianco.

Volli inginocchiarmi e ringraziare l'Altissimo, perché avevo superato bene la prima prova della mia vita in alta montagna, senza molta stanchezza e con enorme gioia in cuore.

Ripresa la discesa, sentii l'istinto di volermi bagnare nel laghetto semigelato sottostante al ghiacciaio. Mi tuffai, perché ero abituato all'acqua fredda. Infatti sentii subito il corpo rinvigorirsi e riprendere tono. E da allora quante volte mi feci il bagno freddo o mi frizionai con la neve dopo o durante una gita in montagna...!

Continuando il cammino giungemmo a La Thuille ove mia moglie mi attendeva, preoccupata e col pensiero rivolto al Cielo.

Mi chiese, con una certa ansia, come mi sentissi. Fu don Elio a risponderle. "Suo marito, cara signora, ha una forza di volontà e un cuore d'acciaio che mi hanno meravigliato: non si sente affatto stanco e è felicissimo di aver superato questa prova. Guardi un po' lei!".

Da allora mi sono scatenato: seicentoventicinque escursioni, arrivando fino anche a 4.500 metri!

 

Enrico - Consideri questa gita tra le più belle che hai fatto?

Zio Tita - No! Non tra le più belle... Di tutte è certamente la più bella! É stata indimenticabile.

Enrico - Forse perché hai capito quanta fortuna hai avuto nella vita e che Qualcuno ti ha sempre assistito...

Zio Tita - Fu da quel giorno - mi pare un sogno - che, spinto da una forza fisica e ancor più spirituale, mi buttai alle escursioni di alta montagna, superando ghiacciai, nevai, roccioni nella zona dell'alto Piemonte.

Fu una svolta della mia vita fisica. Mi spalancò la finestra sulla bellezza dell'alta montagna.

Enrico - A proposito: conoscendoti, immagino che tu abbia imparato da solo come si va in montagna...

Tito - Sì. Ho imparato andandoci.

Enrico - Sciavi anche?

Zio Tita - L'ho fatto solo per pochi anni, da quella prima gita da sessantenne in poi; finché mi sono fatto un male a un piede e ho deciso di smettere.

 

L'AMORE PER IL FREDDO

Enrico - É vero che ancora oggi ti fai una doccia fredda tutte le mattine? Ho capito male o sei proprio matto?

Zio Tita - Hai capito bene. Tutte le mattine con l'acqua fredda per un minuto.

Alle nove ogni mattina con l'aiuto della mia buona Graziella, anche se un po' restio a questa abitudine che mi sono imposto, entro sotto la doccia urlando e strepitando; poi mi rimetto sotto le coperte, faccio un po' di ginnastica e dopo il caffè bollente vado a fare la passeggiata.

Fino a quando? Non lo so.

Mi hanno raccontato che quando mi battezzarono in una fredda giornata di gennaio avvolto in una grossa coperta di lana, non ho pianto, nonostante mi avessero versato acqua fredda sulla fronte...

Ancora oggi uscire e sentire il freddo mi dà una sensazione piacevole. Ho una specie di amore per il freddo: mi ricorda la montagna. Ho sempre avuto la pressione bassa e quindi ho sempre potuto andare in montagna senza problemi. Il caldo mi spaventa.

In montagna ho sempre amato fare il bagno gelato perché ti dà un benessere che fa dimenticare la stanchezza.

Enrico - Hai fatto spesso il bagno in montagna?

Zio Tita - Certo. Guarda l'album delle foto. E guarda nel diario: mi sono rinfrescato nella Dora, lungo la Valle Stretta e ai salti di Meledet, nella Stura a Varagine di Ceres, oppure nell'Orco, nella Chiusella o nel Piave a Sappada e a Santa Giustina nel Bellunese, nel Soligo e nel Trevignolo in Val di Fassa, per dire solo di alcuni bagni nei fiumi. E ancora nei laghi alpini, nel Gabiet, nel Mucrone d'Oropa (avendo rotto lo strato di ghiaccio) nel Fedaia...

Enrico - Vedo.

Zio Tita - Ricordo che quando mi immergevo nel Vaiolet, dopo un grappino, dovevo fare un lungo cammino verso Canazei per sentirmi riscaldare le ossa. Quale gioia! Mi piace molto nuotare. Mi piaceva anche rotolarmi nella neve e dopo camminare.

Enrico - Quando hai fatto l'ultima nuotata?

Zio Tita - Ad Albarella, un breve bagno nel 1992.

Enrico - I tuoi familiari non si preoccupavano di tutti questi bagni gelati?

Zio Tita - Quando compii ottanta anni, i miei figli mi fecero promettere di non fare più il bagno nei laghetti sopra i 2.000 metri.

Ma non mi avevano chiesto di non farlo nei fiumi!

 

LA GITA PIU' IN ALTO

CAPANNA MARGHERITA

Enrico - In quale gita sei arrivato più in alto, zio?

Zio Tita - É stata la salita alla Capanna Margherita del Monte Rosa, 4.559 metri, nel 1954.

Con una decina di persone, pernottai alla Capanna Gnifetti.

La mattina dopo, primo Venerdì del mese, fatta la Comunione in camerata, rimanemmo solo in otto, come altre volte, a salire verso il Colle del Lys (4.100 m.).

Ma, giunti al Colle, gli altri quattro se ne ritornarono al rifugio e con l'amico Piacenza e don Zeppino proseguimmo da soli per la vetta. Giunti noi tre al colle Gnifetti (4.300 m.) ci separammo, io per la Capanna Margherita e loro tre per l'ascensione di quarto e quinto grado della Dufour; poi di lassù rientrarono direttamente nel rifugio Gnifetti.

Pernottai alla Capanna Margherita dopo aver mangiato una gustosa pastasciutta assieme al custode e a due sposini parigini. Ma nella notte si scatenò una bufera orrenda; la Capanna scuoteva i cavi d'acciaio che la tenevano fissa alla roccia e io non potei chiudere occhio.

Il mattino seguente chiesi ai due sposini francesi se nonostante la bufera partissero per la discesa. Risposero di sì e infatti ci legammo per la cordata, procedendo nell'istante in cui la bufera rallentava e tacendo; la piccozza immersa nella neve dura, tenendoci stretti a essa, iniziammo la discesa.

É stata la bufera più violenta della mia vita di alpinista. Quando Dio volle, giungemmo al colle del Lys e di là, più serenamente, al rifugio Gnifetti, di dove i miei compagni erano già partiti per il campeggio del nostro villaggio.

Non potevo immaginare allora che avrei rifatto quella salita, che era stata tanto emozionante, vent'anni dopo!

 

TOMMASO E MARIA

Enrico - Risaliamo ai primi tempi. So che la tua infanzia è interessante come il resto della tua vita.

Zio Tita - Sono nato il quindici gennaio 1891 a Pieve di Soligo da Tommaso Schiratti di Pieve e Maria Burei di Ponte di Piave.

Enrico - Com'erano i tuoi genitori?

Zio Tita - Il loro innamoramento era stato un colpo di fulmine. Tommaso per rispetto ai suoi genitori non voleva prendere famiglia fino a quando non fossero morti. E infatti solo dopo qualche anno dalla loro morte aveva iniziato a pensare al matrimonio. Rifiutò una contessina perché era spaventato dall'idea della nobiltà.

Nel frattempo Maria aveva lamentato al padre (medaglia d'argento al valor militare per la difesa di Venezia ai tempi di Manin) un malore. Egli le disse: "Ti mando qualche tempo in un paese di collina dove mio fratello è veterinario, Pieve di Soligo".

Lo zio fu felice di riceverla e lei con entusiasmo disse che la prima cosa che avrebbe fatto a Pieve sarebbe stata di salutare Gesù nella chiesa parrocchiale. "Ti accompagno" rispose pronto suo zio.

Fu così che passando davanti alla farmacia Schiratti le fu presentato Tommaso come un grande amico di famiglia e una delle "belle figure" del Paese.

Avvenne allora il colpo di fulmine. Tommaso si disse: "Questa è la donna per me, di una bellezza modesta ma dolce, religiosa, sana, alta come me!".

Le fece la proposta di matrimonio, senza nasconderle che ci sarebbero stati molti lavori da sbrigare in famiglia. Lei rispose senza dubbi: si sarebbe occupata della cucina e avrebbe pensato anche ai fratelli del futuro marito.

Enrico - E a quando risalgono i tuoi primi ricordi?

Zio Tita - A quando avevo tre anni. A cinque ho cominciato a andare in chiesa. Mi ricordo che mi colpiva un piccolo ometto che suonava l'organo.

 

LA GITA PIU' LUNGA

 GRANDES JORASSES

Enrico - Ora raccontami quale fu la gita più lunga.

Zio Tita - Fu certamente quella che durò sedici ore, sulle Grandes Jorasses.

Andò in questo modo. Il cinque agosto del 1956 da Torino andai al campeggio alpino di Val Veny per salutare gli amici.

Sulla piazzetta di Courmayeur, la guida Rey mi vide sulla corriera, mi fece scendere e mi disse che avendo sperimentato le mie gambe sul Monte Bianco, dovevo promettergli di fare quella notte con lui alle Grandes Jorasses, a 4.206 metri. Un po' a malincuore finii per accettare, non so spiegarmi con quale incoscienza.

La sera stessa sarebbe venuto a prendermi al campeggio con la Vespa e un rimorchio per andare al Rifugio Boccalatte.

Rientrato in corriera mentre mi lamentavo con i vicini, "Oh, me infelice, che stanotte devo salire sulle Grandes Jorasses!", un sacerdote, don Campanile di Ivrea, mi chiese il permesso di venire con me e di dividere la spesa. Accettai di buon grado, anche per un'eventuale benedizione, se, come temevo, le cose fossero andate male...

Nel pomeriggio arrivò Rey e, in tre, andammo in Val Ferret e di là al rifugio Boccalatte, salendo per le corde fisse in buona compagnia e letizia.

Però durante la cenetta, a base di minestrone e uova, ebbi un po' di panico, poiché due giovani commensali, con le calze rosse e aria di grandi ascensioni, che parlavano della futura salita sulle Ande, mi dissero che sarebbero venuti alle Grandes Jorasses, con noi. Io pensavo alla brutta figura che forse avrei fatto.

Sennonché, ripartiti tutti e cinque alle due di notte per salire alla montagna, muniti di torce elettriche e di altre luci sulla fronte, dopo un paio di ore mi accorsi che i due dalle calze rosse stavano rallentando la marcia.

Non me ne interessai subito perché ero intensamente occupato dal mio procedere in salita nel semibuio. Fatto sta che dopo un'altra ora, voltandomi, non vidi più le loro luci.

La salita per noi proseguì lenta e costante. Devo pensare alla mia incoscienza su certi passaggi sul bordo di profondi crepacci di ghiacciaio o nel salire su per il Couloir Whimper che è uno stretto canalone di ghiaccio, ripidissimo: ha una pendenza di oltre quarantacinque gradi e è lungo trecento metri.

Dopo tre ore di cammino, quando già appariva l'aurora, giungemmo a una spianata nevosa. Era il Pra Sec, a 3.823 metri, dove ci riposammo con un piccolo spuntino.

La guida allora mi disse: "Ingegnere, tra dieci minuti esatti, vedrà il sole sorgere dietro quella cima". Così avvenne, con esatta precisione. E allora gridai: "Ci sono ancora dei "professoroni" che insegnano che tutto avviene per caso...!".

Riprendemmo l'ascesa sempre legati, su per i nevai e le roccette e alle sette del mattino in pieno sole arrivammo in vetta.

Mi sentivo felice come non mai.

Lassù erano giunti due francesi con una guida di Courmayeur.

Nessuno poteva immaginare che proprio quella guida, Arturo Ottoz, qualche giorno dopo, sarebbe stata colpita a morte da un "seracco" sul Monte Bianco.

 

UNA PREVISIONE SBAGLIATA

Enrico - Che ricordi hai della scuola e dei tuoi compagni?

Zio Tita - Nell'autunno del 1901, dopo le elementari a Pieve, a quasi dieci anni, sono entrato nel collegio salesiano Manfredin di Este. L'ho frequentato per quattro anni (sai, tra l'altro, ora sono il più vecchio ex allievo dei salesiani in Italia!), ma poi mio padre, avendo le figlie in collegio a San Vito del Tagliamento, ha pensato di portare me e mio fratello Antonio, il primogenito, in collegio a Udine, dagli Stimmatini, dove mi trovai molto bene. Dopo un anno mio padre ci affidò al parroco don Francesco Paolitti, che ospitava altri tre ragazzi. Con lui rimasi durante tutto il liceo, che terminai nel 1909.

Enrico - Hai un ricordo particolare?

Zio Tita - Sì. Nel 1906 in collegio dagli Stimmatini a Udine, dopo il pranzo, facemmo una partita a bocce tra amici.

Io giocavo con un friulano, mio coetaneo. Mi chiese di "bocciare" una delle bocce avversarie, ma fallii il colpo.

Allora si rivoltò contro di me con parole molto cattive. "Sei un incapace!" gridava "Con quella faccia pallida da tisico che hai, morirai presto, certamente!".

Cinque anni dopo, passato a salutare il mio vecchio direttore di collegio, parlando del più e del meno, mi disse: "Sa chi è mancato improvvisamente? Il giovane Pecole, che stava per andare al liceo".

Tante volte nella mia vita, pensando a questo piccolo episodio, mi ripeto: quanto fallaci sono le nostre previsioni!

 

LA GITA PIU' INTERESSANTE

 LA MADONNINA DEL ROCCIAMELONE

Enrico - Parlami adesso della gita più interessante che hai fatto.

Zio Tita - Credo che sia quella alla Madonnina del Rocciamelone con il mio amico Mimmo, il quattordici settembre del 1980. Avevo ottantanove anni. Da tanto speravo di tornarci, perché non mi ero dimenticato della mia gita lassù ventotto anni prima.

Guarda sul diario cosa ho scritto. Leggi...

(Dal diario) - Il cielo era nuvoloso, però avevamo appreso che quella sera il rifugio Ca' d'Asti era ancora aperto, anche se doveva cessare la gestione dell'anno, perciò siamo partiti da Torino per la valle di Susa, Malpantero, Urbiano, e su su con molti tornanti fino alla località La Riposa (2.205 metri), vedendo lungo quasi dodici chilometri di salita molte case rustiche e graziose villette, Pamapalù, l'ex batteria Paradiso, la vista del Truc, un paesino arrampicato su un forte pendio di un vallone, eccetera.

Alla Riposa, trovammo l'ex caserma scoperchiata e abbandonata, ma il bel piazzale colmo di auto di turisti e di boy-scout della Giovane montagna.

Lasciata l'auto, siamo partiti per Ca' d'Asti, 2.650 metri, dove arrivammo in due ore e mezzo di lento cammino, raccogliendo qualche stella alpina.

Trovammo il rifugio quasi al completo (era appunto l'ultima sera), e mi meravigliai, entrando nel salone, a vedere esposto sulla parete un bel crocefisso.

Prendemmo minestrone e vino, i cibi che preferisco quando cammino in montagna, serviti da una gentile ragazza della parrocchia del duomo di Susa, che prestava servizio semi-gratuito.

Dopo il pasto, una bimba di dieci anni, Paola, ci indicò le nostre due cuccette, dove deponemmo il sacco e le altre cose.

Riscendemmo sul piazzale del rifugio, dove arriva anche la teleferica per i materiali. Ebbi molti colloqui con i presenti, ragazzi e ragazze, che fra l'altro mi chiesero l'età e come avevo potuto raggiungerla e anche salire fin lassù. Dissi le solite cose della mia astinenza dal fumo, dal caffè, della mia serenità, l'assenza di paura della morte e ne rimasero sbalorditi.

Conobbi un certo signor Cimato di sessanta anni, magro, simpatico, che riusciva a salire alla Madonnina in un'ora e discendere al rifugio in mezz'ora. Gli feci una foto.

Ma uno che non cessava di fare esclamazioni di meraviglia era il signor Lavaro, viaggiatore di commercio della ditta Migliazza, che, nei suoi rapporti anche attuali con la nostra ditta, mi pensava morto da molti anni! Un certo signor Dutto di Collegno, che ha il padre di ottantacinque anni, volle la mia firma su una cartolina come fossi un divo!

Dopo un po' di cuccetta, tornammo in sala da pranzo.

Lessi qualche pagina di un libro illustrato sul Rocciamelone e così seppi che la statua della Madonna in bronzo è alta tre metri e è stata portata sulla vetta, a 3.535 metri circa, dagli alpini di Susa, in vari pezzi, nell'anno della mia nascita, 1891. Seppi che annualmente si festeggia il quindici agosto.

Pare che lassù, già in antico, all'epoca dei Liguri e dei Celti, esistesse un tempietto dedicato a qualche divinità e che nell'epoca romana, ai tempi di re Cozio, ci fosse una qualche costruzione sacra dedicata a Giove.

Nel 1358 il marchese Bonifacio Rotario d'Asti, reduce dalle crociate, eresse lassù forse quello stesso tempietto circolare (e ora tutto scalcinato) che si vede su un lato del piazzale.

La statua della Madonna con la cappellina e le due camerette laterali, costituiscono il santuario più piccolo, ma più alto d'Europa!

Alle dieci e mezzo di sera, dopo la cena, un sacerdote celebrò la Santa Messa, che venne accompagnata dai cori giovanili con la chitarra, ma in modo così spirituale e solenne che ne rimasi commosso. Con la maggior parte dei presenti anch'io presi la Comunione.

Poco dopo le undici salimmo alle nostre cuccette, ove mi portai la borsa di gomma e feci un buon sonno di cinque ore, mentre il povero Mimmo si vide piovere verso la mezzanotte dalla cuccetta superiore un rigurgito maleodorante, che lo costrinse a abbandonare la cuccetta, prendersi le coperte di lana, scendere nella stanza da pranzo e su due panche accostate cercare di dormire, senza però riuscirci...

Era uscito qualche volta, nelle ore antelucane, sul piazzale a respirare un po' di quell'aria e ammirare il magnifico cielo stellato.

Al mattino del quattordici, Domenica, dopo aver affidato il mio sacco al rifugio e avendo fatto una piccola colazione, siamo partiti dopo gli altri, con uno splendido sole, per la Madonnina del Rocciamelone detta anche Madonna delle Nevi.

Mentre si saliva lentamente, ricordo che un tale si è avvicinato a Mimmo per dirgli: "Scusi sa, ma lei si è assunto una bella grana a accompagnare lassù un novantenne!". Facemmo una risata! Scherzando diceva una verità. Io però ero convinto di farcela, con qualche sforzo e sempre molto lentamente.

In una tappa di riposo raccolsi alcune stelle alpine, che poi portai con me a Torino per porle nell'album delle foto di quella gita.

Dopo circa tre ore di cammino giungemmo alla base del roccione cubico (di metri quaranta per quaranta, per trenta circa) che regge il piazzale della cappella e il basamento della Madonna.

Mimmo, vedendo che avremmo dovuto salire per una strettissima scaletta di roccia, sul fianco della parte verticale Sud, ebbe per un istante panico per me, ma vedendo che c'era già una corda fissa di canapa con molti chiodi, si rianimò e salimmo ben appoggiati, aderenti alla parete. Mimmo per prudenza e per l'innata sua premura, mi volle legare con la sua corda rossa. Poi gliene fui grato.

Arrivati sul piazzale superiore, lo trovammo pieno di ragazzi che uscivano dalla cappellina dopo la messa delle dieci. Portatomi alla statua e detto una preghiera di ringraziamento, collocai nel grosso basamento di pietra, a circa un metro di altezza, lato Est, il solito biglietto di omaggio a Gesù e Maria.

Visitai la cappellina e le due camerette-rifugio laterali e ammirai tutto il grandioso panorama intorno, le note cime, visibili fino al Delfinato francese: uno spettacolo stupefacente!

Vidi anche il vicino ghiacciaio che arriva sin quasi in vetta da Nord-Est e costituisce un'altra facile via di accesso alla vetta. Avevo in tasca una candelina da accendere alla Madonna, ma per l'emozione me ne scordai.

Fatta qualche foto, riprendemmo la discesa e giungemmo alle due a Ca d'Asti, ove riposammo, prendendo il solito minestrone e un bicchiere di vino.

Spesa totale, compreso il pernottamento e le cartoline, i peperoni, eccetera: diecimila lire a testa.

Ammirammo i lavori in corso per l'ampliamento del rifugio con offerte di privati, e, ripresi i sacchi, scendemmo alla Riposa, ma in vista di quella località, a mezzora ancora di cammino, mi vennero fortissimi dolori ai muscoli delle gambe e alle ginocchia, dolori tanto forti che mi obbligarono a fermarmi e a scivolare col sedere sull'erba secca di un prato.

Una turista cortese mi prese il sacco e lo portò da Mimmo che mi aspettava e finalmente raggiunsi anch'io l'auto, felice di stendermi sul sedile, dove - confesso - mi sentivo in Paradiso...

Ho fatto altre volte una discesa di 1.300 metri ma questa volta si era presentata più pesante del solito, anche a causa della salita del mattino e del giorno prima. Comunque, tutto bene.

Alle sette di sera rientrammo contenti a Torino, fissando, in linea di massima, di fare la prossima gita alla Punta Nera, Martedì ventitré settembre.

Zio Tita - Eh sì. Non posso descrivere la mia soddisfazione per quella gita.

Talvolta mi pare un sogno l'esser salito alla Madonnina del Rocciamelone, a ottantanove anni - l'unico a averlo fatto, mi han detto - porgere il biglietto, il bacio e il saluto a quella bellissima Madonna della Nevi!

 

"AMA I POVERI E RISPETTA LA DONNA"

Enrico - Chi ti ha dato i principi fondamentali della tua vita?

Zio Tita - Mia madre, certamente. Quando ero ragazzo e poi all'università, mi parlava spesso di morale, di buon comportamento, della fede. L'amavo tenerissimamente perché avevamo caratteri molto simili, per la timidezza, per la generosità con i poveri.

Pensa che, quando avevo cinque anni, già mi portava con lei a trovare le famiglie più misere e mi insegnava a portare a tutti parole buone. Ho ancora il portamonete che usava per l'elemosina. Lo conservo non per scaramanzia, ma perché lei mi ha messo nel cuore la cosa più bella: l'amore per i poveri.

Enrico - Cosa ti diceva?

Zio Tita - Nel settembre del 1907, accompagnandomi alla corriera per Udine - frequentavo la prima liceo - mi disse sottovoce delle parole che sono diventate legge per me: "Tita, ti raccomando di amare sempre i poveri e di rispettare la donna. Non ti chiedo di essere il primo della classe, ma ti supplico, se vuoi bene a tua madre di seguire questo consiglio".

"Oh, mamma - le risposi - ti giuro che per tutto il bene che ti voglio, seguirò queste tue parole!".

Fu così che arrivai alle nozze trentaduenne in perfetta castità e con anni di impegno nella San Vincenzo.

Come ciò sia avvenuto dipende dalla bontà di Dio, perché al liceo, all'università, in guerra e in pace, non mi mancarono le occasioni di venir meno a quegl'impegni!

 

ALCUNE GITE DAI SESSANTA AI NOVANTA ANNI

I SEI RIFUGI DEL CATINACCIO

Enrico - Ti prego, zio, raccontami qualche altra salita.

Zio Tita - Va bene. Prendi il diario e guarda... nell'agosto del 1965: avevo settantacinque anni.

(dal diario) - Agosto 1965. Un giorno (dimenticando che il giorno prima avevo fatto le Odle di Val Gardena) da Predazzo telefonai a mio nipote Giulio, ottimo scalatore, che si trovava a Soraga di Val di Fassa nel Trentino, chiedendogli se era disposto a fare l'indomani il famoso Catinaccio, quel monte dalla lunghezza di due o tre chilometri, con delle punte di 3.000 metri che circondano la cima e danno la sensazione di un grande catino, da cui il nome.

Il mattino seguente andammo con la macchina fino a Vigo, lasciandola in un piazzale e prendemmo una corriera di passaggio che ci portò al passo di Costalunga.

Di là scendemmo a piedi verso il laghetto di Carezza, ammirando la bella vallata che scende a Bolzano e il grandioso albergo costruito ancora durante la dominazione austriaca.

Durante il percorso dissi a mio nipote che non avrei fatto volentieri la cima del monte che è tutta frastagliata, quanto invece avrei voluto visitare i sei rifugi che circondano il monte, perché non mi era mai capitato, in Piemonte o in Lombardia, di vedere una così grande montagna circondata da tanti rifugi alpini. Egli fu d'accordo.

Giungemmo al lago di Carezza, tutto circondato di piante, prendemmo la piccola seggiovia che ci portò verso il Catinaccio, a poche centinaia di metri di quota. Giunti alla stazione di arrivo cominciammo a piedi la circonvallazione del monte e andammo anzitutto al rifugio Fronza (2.339 metri) e da lì per la via Santner al rifugio Principe.

Ci capitò di sorridere, Giulio e io, quando vedemmo un gruppo di tre signore legate in cordata con la guida: è vero che la via ha in qualche punto alcune corde fisse, ma nel complesso era certamente di facile passaggio...

Giunti dopo un'ora all'albergo-rifugio Principe, denominato allora re Alberto in onore al re del Belgio che talvolta vi soggiornava, ammirata la bella costruzione, continuammo la nostra "circonvallazione" del Catinaccio.

Passati al rifugio Treuss, scendemmo al rifugio Gardeccia (1.948 metri) e poi al rifugio Ciampedie, dove Giulio si illudeva di prendere la seggiovia per tornare a Vico.

Io, invece, sentendomi ancora in piena forza, lo supplicai di salire al rifugio Roda di Vael (2.280 metri) per completare il periplo del Catinaccio. "Quando arriveremo ti offrirò un birra - gli avevo promesso per scherzo - poi scenderemo a Costalunga".

Lui generosamente accettò, nonostante accusasse un leggero dolore a un piede.

Dopo un'ora di lenta salita tra boschi e prati giungemmo al rifugio, prendemmo la birra allegramente e cominciammo la discesa verso il passo di Costalunga.

Ma io purtroppo non mantenni la promessa di stargli sempre vicino e mi diedi come una gazzella a discendere zigzagando per i prati e i boschi dando ogni tanto un'occhiata al nipote che vedevo scendere per il sentiero dritto.

Giungemmo al Costalunga in serata e dovemmo fare altri sei o sette chilometri di strada per tornare a Vigo, che furono quelli più pesanti.

Era quasi notte e, quando Dio volle, giungemmo a Vigo, dove avevamo lasciato l'auto e dopo poco fummo a Soraga di Val di Fassa dove Giulio abitava e dove la moglie lo aspettava con una certa ansia.

Giulio non volle prendere niente da mangiare, si buttò sul letto e gridò alla moglie: "Quel demonio del nostro barba Tita..." e si addormentò profondamente!

Io trovai un mezzo per andare a Predazzo dove ero ospite della mia cara sorella e la mattina dopo seppi con gioia che Giulio si era alzato allegro e senza più dolore al piede.

Enrico - Così hai scritto nel diario. Ma ti ricordi cosa immaginavi, allora, del tuo futuro alpinistico?

Zio Tita - Non avevo nessun pensiero per il futuro.

In quella bellissima gita a cui tanto tenevo - circa venti chilometri - ringraziai come sempre l'Altissimo per le mie buone gambe, ma certamente ignoravo che avrei continuato a fare montagna ancora per ventitré anni!

  

RIFLESSIONI LICEALI

Enrico - L'ambiente in cui ti trovavi, al liceo, non ti aiutava nella spiritualità?

Zio Tita - Non sempre, qualche volta sì.

Un giorno del 1907, avevo sedici anni, un compagno di scuola della prima liceale mi presentò un volume del dottor Mantegazza, celebre medico fiorentino, in cui si parlava di sessualità. Mi pregò di leggere. Ricordo pressappoco queste parole: "Giovani, godete pure moderatamente i piaceri sessuali con l'altro sesso, ma tenete presente che quanto meno ne godrete, tanto più vivrete sani e a lungo e con intelletto e memoria molto vivi!". Ne rimasi sorpreso e impressionato.

Lo associai al consiglio di quella santa mia mamma su come si può godere la vera felicità su questa terra: amare i poveri e rispettare la donna. Ciò mi è servito più di qualsiasi predica astratta.

Nel 1908, per esempio, stavo andando a scuola con un mio compagno di collegio. A un certo momento, in Piazza del mercato a Udine, egli mi indicò una bella signorina e mi chiese: "Ti piace?".

"Mi piace molto" risposi, senza aggiungere altro. Ma egli continuava: "Tu sai, vero, che la donna è fatta per essere amata...".

Ricordo che mi stupì quel modo di considerare la donna, come oggetto, seppure da amare.

Che io sia stato puro è una vera fortuna. Nei miei sessanta anni di San Vincenzo ho avuto tantissime possibilità e a volte alcune donne mi facevano capire cosa volevano.

Un paio di volte mi sono affidato all'immagine del Sacro Cuore di Gesù che avevo nel portafoglio, e pensavo: "Questo è il mio padrone".

 

VAL VISDENDE

Zio Tita - Non ti ho mai raccontato che una gita in particolare ha avuto per me un grande valore affettivo.

Quando mio nonno materno, cadorino di Nebbiù, mi parlava del Cadore, mi diceva che una delle più belle vallette era la Val Visdende e il suo nome stesso lo ricorda, perché i romani l'avevano chiamata videnda (in latino: da vedere).

Fu così che, ottantaquattrenne, venuto da Torino a Pieve di Soligo per dare un saluto ai miei cari, mi recai il dieci agosto 1974 con la corriera a Conegliano, là presi il treno per Calalzo e con la corriera arrivai a San Pietro di Comelico. La mattina dopo presi il mio sacco e la macchina fotografica e partii da San Pietro per la Val Visdende, da solo.

Passai davanti alla bella cappella ove dissi qualche preghiera a Dio e andai con un lento cammino verso un passo dove, come attraverso una finestra spalancata, mi si presentò tutta la conca della valle.

Era circondata interamente da montagne con la piccola spaccatura da dove sortiva un torrente e c'era la strada d'accesso dal Piave alla valle. Vidi lontano di fronte a me il monte Peralba (2.693 metri) che dominava l'ambiente; vidi anche i grandi boschi di abeti con radure erbose e casere. Non trattenni un grido di gioia.

Di buon animo decisi di percorrere tutta la valle. Due ore di cammino (durante il quale vidi tra l'altro due autocarri pieni di funghi diretti a Trieste) furono sufficienti per arrivare alla base del Peralba e alle sorgenti del Piave.

Mi commossi e mi chinai a baciare l'acqua che sgorgava pensando che lì sorgeva il fiume sacro alla patria... Il pensiero, mentre ero curvo sull'acqua, mi corse all'incontro nel novembre 1917 del nostro re Vittorio Emanuele III e il generale Diaz con gli alleati in una vecchia caserma di Peschiera. Allora avevo ventisei anni.

Ricordavo che i generali francesi e inglesi avevano insistito che noi arretrassimo fino al Mincio. Ma il nostro re con molta decisione, battendo un pugno sul tavolo, aveva esclamato: "Siamo arretrati fino al Piave e là resteremo. Non faremo un metro di più, perché il Piave è in piena, i ponti sono rotti, per la strada cadorina stanno salendo al Grappa gli alpini con le mitragliatrici e l'esercito austro-tedesco invasore ha mangiato viveri a sazietà e ha svuotato le cantine".

Gli alleati accettarono e il Piave divenne il confine da cui l'anno dopo l'esercito italiano fece la riconquista delle terre invase. Da lì la vittoria del diciotto novembre.

Con questi ricordi gloriosi mi alzai, salutai la sorgente e cominciai a salire il monte Peralba. Passando sentii lo sfrigolio dei cavi metallici che tagliavano il marmo della montagna, che poi sarebbe stato portato a Vicenza e Verona.

Feci una breve tappa a un bar verso quota 2.100 dove mangiai un panino molto gustoso. Guardavo intanto la bellissima vallata austriaca.

Ripresi il cammino, ma non potei raggiungere la cima del Peralba perché le nuvole basse creavano un effetto di nebbia che ostacolava ogni progresso.

Un po' scoraggiato ridiscesi il monte e percorsi nuovamente la valle dove scorreva il torrentello del Piave, per sei o sette chilometri fino a cima Sappada.

Prima di entrare in paese feci però una bella immersione nel torrente freddo vicino a una segheria e la stanchezza scomparve immediatamente.

Andai in paese passando nella chiesa della piazza dove dissi qualche parola di ringraziamento a Dio, poi all'albergo di fronte dove cenai e subito dopo mi coricai, perché il giorno dopo pensavo di fare un'altra gita in Carnia.

Così finii la bella gita della Val Visdende, lieto di aver visto la sorgente del fiume sacro e senza essermi stancato.

 

 

A COSA SERVE LA CASTITA'

Enrico - Quindi, zio, tu credi che la purezza e la castità siano il segreto della tua lunga vita?

Zio Tita - Se non sono il segreto, sono una premessa importante. Almeno per me è così.

Non dedicando le energie alla ricerca del godimento, le ho potute usare in altre direzioni: con i poveri, nel lavoro, sulle montagne.

Nel 1909 ero iscritto all'università di Padova, facoltà di Ingegneria civile. Mia madre nel darmi il bacio d'addio mi disse: "Sono certa che mi vuoi bene e che non metterai mai piede in una di quelle case, perché se venissi a saperlo, tu daresti in quell'istante una pugnalata a tua madre".

Perciò, quando ricevevo inviti, non solo negavo, ma mi sentivo in colpa per coloro che si abbassavano a tali pensieri. Anche altre madri hanno detto così ai loro figli, ma per me c'era stata una lunga preparazione, fatta di elemosine, di attenzione, di buone parole. Mia madre era davvero una donna pia e santa.

Enrico - Oltre alla castità, che principi ti eri posto?

Zio Tita - La castità è stata la tassa che ho dovuto pagare per avere le enormi fortune che mi sono capitate.

Sai, non ho mai fumato, non ho mai ballato, mai visto un varietà dal vivo, mai preso in mano un mazzo di carte. Qualcuno direbbe: "Che povero disgraziato, privo delle gioie della vita!".

Invece queste "privazioni" mi davano gioia immensa, perché mi permettevano di sentire il godimento spirituale. Ma non solo quello spirituale: anche quello fisico.

Enrico - In che senso?

Zio Tita - Anche fisico perché, senza averci pensato, mi sono trovato a sessanta anni a andare per la prima volta in montagna, in cordata su un ghiacciaio di 3.500 metri!

E l'ho affrontato con tale facilità, che da quella volta ho capito che potevo fare questa attività meravigliosa tranquillamente, sfruttando la salute del mio cuore e con il motto "Frangar non flectar".

 

CIMA ORTLES

(Dal diario) - Nel luglio del 1955 ero con mia moglie nel bel paesino di Solda di Fuori (1.900 metri) in Alto Adige. Dopo aver scalato il Cevedale e altre punte, una mattina mi venne il desiderio di salire l'Ortles e con calma, con il mio sacco e macchina fotografica, partii soletto per la punta dell'Ortles alta 3.905 metri; era una bella giornata di sole.

Giunto al rifugio Pajer sui 3.000 metri, entrai a prendere un caffè e chiesi se per caso ci fosse una guida per salire alla punta.

Trovato un giovane altoatesino che per cinquemila lire mi avrebbe portato alla cima, cominciammo la salita in cordata aggirando sul sentiero i crepacci e facendo una sosta a un bivacco scavato nella roccia.

Giunti sulla vetta, disgraziatamente fummo avvolti dalla nebbia e io ero davvero dispiaciuto di aver perso la vista della vallata sottostante. La guida però mi consigliò di attendere qualche minuto. E, come Dio volle, per un minuto la nebbia disparve e con immensa gioia potei ammirare il Cevedale, il Gran Zebrù e altre belle vette della vicina Svizzera.

Riuscii perfino a vedere a Solda il nostro alberghetto: all'aperto c'era seduta qualche signora, forse anche mia moglie. Tornai al rifugio Pajer con grandissima soddisfazione e, fatto lo spuntino, rientrai da solo a Solda.

 

UN UNICO DUBBIO DI FEDE

Enrico - Bene. Però vorrei finire di conoscere come sei arrivato a questa vecchiaia tanto particolare. Parlami ancora un poco dell'università.

Zio Tita - Andavo spesso al Santo di Padova e cercavo di evitare le vie che percorrevano i miei compagni. Volevo evitare discussioni, occupato come ero a fare presto gli esami e essere in regola.

Ci siamo laureati quindici giorni dopo l'ultimo esame, in cinque su cento, il quindici luglio del 1914. Solo in giugno avevo fatto nove esami perché avevo sentito le novità della guerra e sapevo che dovevo fare in fretta.

Spesso c'era qualche compagno ateo che sparlava di Dio. Ciò mi dava fastidio e dopo qualche incontro smisi di frequentarli: le mie parole sarebbero state inutili.

Cominciai allora a frequentare la San Vincenzo, nel 1909, fin dal primo anno a Padova.

Enrico - Mi hai raccontato che fu proprio a Padova che avesti l'unico dubbio di fede della tua vita...

Zio Tita - Un giorno passando per la piazza dove comincia il corso Garibaldi mi sono fermato e mi sono chiesto, forse a causa di qualche discorso sentito dagli amici: "Sono proprio certo di quello che credo?".

Camminai altri cento metri e, giunto davanti al caffè Pedrocchi, mi diedi un pugno sulla fronte e "Cretino! - mi dissi - Hai avuto la fortuna di nascere e di crescere in quella famiglia d'oro e ancora ti sorgono dei dubbi sulla fede che professi?!".

 

ROCCA BERNAUDA

Enrico - Zio, non smetto di pensare quanto siano straordinarie le gite che hai compiuto per l'età che avevi.

Raccontamene ancora qualcuna.

Zio Tita - Nel luglio del 1966 ho fatto con Tino Vellano la bellissima gita alla punta di Rocca Bernauda (3.225 metri), assieme al signor Tosoni.

Andammo in auto fino quasi alla Grange di Valle Stretta e di là salimmo, per i ghiaioni della Gran Somma fino al Colletto omonimo, dove, in una buca sottostante, si dice che i vecchi scavavano oro (ma io ne dubito).

Molto più probabilmente quel ricovero naturale era noto già nei secoli passati ai cacciatori di camosci che vi trovavano rifugio per la notte. Da lì in cordata, spesso a cavalcioni su creste rocciose affilatissime, giungemmo in vetta alla Rocca.

Il panorama superbo, che consente da un lato di vedere Bardonecchia, 2.000 metri sotto, e dall'altro di spaziare su tutte le cime vicine (sono tutte più basse) e lontane (dal Bianco ai ghiacciai del Delfinato), mi compensò subito dell'emozionante salita.

Tino prese i nostri tre biglietti da visita, li avvolse nel cellofan e li mise sotto un cumulo di sassi, ben sistemato a piramide.

Terminato il lavoro del pilastrino e fatta colazione con un magnifico sole, discendemmo per i ghiaioni in Valle Stretta, dispiaciuti solo che gli scarponi di Tosoni sulla ghiaia in discesa facessero cilecca.

 

"TITA INGEGNERE"

Enrico - Mi sembra di capire che per te era semplice dare gli esami all'università? Ti ricordi di qualche esame in particolare?

Zio Tita - Sì. Durante il terzo anno, godevo la simpatia dei professori, specialmente di quello di meccanica.

Gli esami erano quasi sempre duri, tremendi e potevano distruggere la fiducia in se stessi. Ma con lui feci l'esame più facile e strabiliante della mia vita.

Entrai e mi sedetti di fronte al professore, col cuore che mi batteva in gola.

Il professore estrasse un orologio d'oro. Lo caricò e mi disse: "Cosa ho fatto?".

Ero perplesso. Pensavo. "Una torsione" esclamai.

"Saprebbe dirmi la formula della torsione?".

La scrissi alla lavagna.

Non dissi più una parola. Fu il professore a parlare per un quarto d'ora sui modi di applicare una torsione ai meccanismi. Alla fine mi chiese: "Le va bene un ventiquattro?".

Ero di una felicità indescrivibile. Gli altri studenti si complimentavano, mi chiedevano se ero felice. Io, pur essendo contento, mi vergognavo un po'.

Enrico - E come fu la laurea?

Zio Tita - Una cosa magnifica.

Sul progetto di stazione ferroviaria che presentavo (al quale mi aveva aiutato mia sorella Pia, lavorandoci per un mese) non fecero nessuna domanda - la cosa mi giovò molto!

I commissari fecero tre domandine di nessuna importanza e il presidente della commissione disse: "Senta, Schiratti. Non facciamo tanti discorsi. La media degli esami è di novanta centesimi. Si accontenterebbe di novantadue? Sì? Allora è ingegnere!".

Uscii di corsa e mandai alla famiglia ('dottor Tommaso Schiratti - Pieve di Soligo') il telegramma più breve della mia vita: "Tita ingegnere".

 

LA MARMOLADA

(Dal diario) - Non c'è giovane veneto che ami la montagna che non abbia fatto la classica salita della Marmolada, alta 3.342 metri e di facile accesso.

Nell'agosto del 1967 sono andato con due nipoti, con l'auto, da Val di Fassa verso il Contrin. Lasciata l'auto abbiamo proseguito a piedi verso il bel rifugio, a quota 2.000. Abbiamo preso un caffè e abbiamo visitato la bella cappellina ai caduti della montagna. Poi, sacco in spalla, abbiamo cominciato l'ascesa verso la vetta della Marmolada. Dapprima, il sentiero con ampie svolte era facile. Poi lentamente si introduceva in un canalone ripido, ma che era agevole per la presenza delle corde fisse.

Dopo quattro ore di cammino, giungemmo alla vetta. Incontrammo altri alpinisti nella baracca della sommità, anch'essi felici per il bel sole che splendeva.

Ricordo che, ammirato il panorama magnifico di tante cime, diedi una occhiata alla parete sud della Marmolada: era davvero ripida, quinto e sesto grado.

Poi tutti allegramente abbiamo fatto la facile discesa nella neve per il Pian dei Fiaconi, sino al rifugio del lago. In quel momento mi staccai dalla comitiva. Tra di loro c'era anche un frate cappuccino che - mi dissero - era il confessore del papa. Durante il ritorno ci aveva raccontato delle barzellette esilaranti come sa fare chi è sereno dopo una sana fatica e un po' di riposo.

Scesi al lago Fedaja, mi bagnai fino alle cosce, ritornai al rifugio e con i miei nipoti scesi al Pian Trevignan. Dopo un allegro spuntino e molte foto, scendemmo a Canazei, dove ci aspettava l'auto di un'altra nipote.

 

SAN VINCENZO

Enrico - Come fu l'inizio del tuo servizio nella San Vincenzo?

Zio Tita - Fu difficile. Il giorno successivo alla mia iscrizione il presidente della sezione patavina mi disse: "Domani, tu Schiratti andrai dalle Piccole suore dei poveri per aiutarle nel servizio".

Ci andai, ma, disgraziatamente, le suore mi fecero fare la pulizia di tutti i piatti dei poveri. Ammetto che ciò mi fece ribrezzo e uscii, alla fine del lavoro, pentendomi di essermi iscritto alla San Vincenzo!

Ma, durante la notte, pensando a mia madre, mi sono sentito un vile e il giorno dopo ho chiesto che mi venissero affidate altre mansioni.

Da allora cominciai a frequentare quel quartieraccio che era il Portello. Mi sono impegnato volentieri in quelle visite. Però gli studi, a mano a mano che procedevano, mi lasciavano poco tempo per la San Vincenzo.

Dopo quei due anni di servizio a Padova ne feci quarantasei a Torino, prima alla parrocchia di San Francesco da Padova e poi in quella di San Alfonso, in Corso Tassoni. Ogni settimana facevo anche la visita al Cottolengo, e agli ospedali Maria Adelaide e Grandenigo.

Ricordo come era simpatico, dopo la seconda guerra, andare per le cittadine intorno a Torino con carretti prestatici dal fornaio, per le cascine coloniche, a raccogliere frumento, granoturco, fagioli, zucche e altre offerte. Sempre nella letizia di San Francesco.

 

DUE NOTTI ALL'ADDIACCIO

Enrico - Zio, vedo nel diario anche il racconto di due episodi curiosi: due notti che hai passato all'addiaccio, una d'estate, l'altra d'inverno!

Zio Tita - Leggi, leggi.

Enrico - Era l'estate del 1978.

(dal diario) - Discendendo dal passo di Monte Croce di Comelico in Cadore, incontrai due padri salesiani di Pordenone e feci quattro chiacchiere su Don Bosco e sulla mia anzianità di ex allievo salesiano.

Zio Tita - Eh sì. Credo di essere proprio il più anziano, ora! Continua...

(dal diario) - Lasciatili, raggiunsi il bel paese di Padola e sulla piazza di fronte alla chiesa mi diressi a un albergo per pernottare.

Ma sulla soglia della porta dell'albergo mi venne un'idea pazza e presi una decisione improvvisa: volevo dormire non nell'albergo, ma nel bosco. Rimisi il sacco in spalla e mi diressi per un sentiero verso un fitto bosco di abeti.

Dopo un'ora di cammino per il sentiero, stesi sotto un abete il mio impermeabile, mi sedetti, mi coprii con la giacca la faccia e cercai di addormentarmi. Ma non dormii.

Alle tre del mattino mi alzai, rimisi il sacco in spalla e salii per mezz'ora al chiaro di luna, verso una baita o una casera, che pensavo di poter incontrare.

A un certo punto sentii abbaiare dei cani, mi appoggiai a un abete e stetti in attesa, un po' intimorito. Venne poco dopo un mandriano con una lanterna accesa, e seguendo i cani mi incontrò. Era sorpreso.

Gli dissi che ero un amante della montagna, veneto e di sangue cadorino, dal nonno materno. Lui mi sorrise. Mi condusse nella sua stalla, mi offrì un caffè caldo e parlammo in dialetto fino all'alba.

La mattina lo lasciai contento e tornai alla valle.

 

Enrico - L'altro episodio che qui leggo è ancora più interessante.

(Dal diario) - Febbraio del 1979.

Sono partito nel tardo pomeriggio da Bardonecchia per prendere la seggiovia dello Jafferau. Giunto a Fregiusia, andai al Belvedere e feci una breve cenetta; poi con la meraviglia di quegli amici mi diressi alla stazione alta della seggiovia, ove giunsi dopo due ore di cammino. Entrai sotto una tettoia, mi coprii infilandomi in un saccone di plastica, che tenevo sollevato dall'interno con un bastoncino di legno, avendo fatto un foro in alto per la circolazione dell'aria.

Accesi la torcia elettrica, aprii un volumetto, un romanzo, e passai la notte senza dormire. La temperatura era di cinque gradi sotto lo zero, all'interno, e dieci sotto lo zero, all'esterno.

Amo il freddo, ma alle tre non ne potevo più, nonostante il giaccone di pelo e il passamontagna di lana e gli scaldini accesi sotto i guantoni alle mani! Sentivo che il freddo mi stava intorpidendo tutto il corpo e i muscoli cominciavano a irrigidirsi.

In quel momento alzai gli occhi e rimasi sbalordito. Dal soffitto del mio sacco di plastica pendevano cinque candelotti di ghiaccio sopra il mio capo. Si erano formati con la condensa del mio fiato.

Con calma mi staccai e uscii dal saccone di plastica. Splendeva la luna. Rimessomi in cammino giunsi in breve a Fregiusia.

Le gambe avevano preso quasi subito a funzionare, però mi sentivo come legato, impastato e non riuscivo a fare i movimenti con la consueta scioltezza. Soprattutto continuavo a battere i denti e a farmi passare il freddo dalle ossa. Avrei forse dovuto risalire, come quando uscivo dai laghetti gelati, ma il desiderio di scendere, di tornare a casa era più forte. Continuai a scendere.

La strada mi sembrava sempre più lunga, Bardonecchia sempre più lontana. Finalmente raggiunsi la carrozzabile della Difensiva e dopo poco fui a casa. Albeggiava. Mi coricai a letto e riposai qualche ora.

Ero contento della mia esperienza solo fino a un certo punto, perché questa volta forse avevo rischiato un po'.

Enrico - Hai fatto altre notti all'aperto?

Zio Tita - No. Però ho continuato a amare il freddo della notte, perché mi dà una sensazione di serenità e felicità.

Enrico - Penso che quello che hai fatto sia un poco strano. Volevi dimostrare qualcosa?

Zio Tita - No, affatto. Ma, forse mi è servito per capire se, nel caso di un incidente, avrei potuto sopravvivere...

 

 

ALCUNE GITE DOPO I NOVANTA ANNI

CRISTO DELLE VETTE

(Dal diario) - "Il ventidue luglio 1980, Martedì, partii da Torino con Mimmo e Bruno per la sospirata gita al Cristo delle Vette, sul Monte Rosa, forse per l'ultima volta.

Alle sette e mezza ci siamo diretti verso la Val Sesia e dopo una breve tappa a Gattinara per l'acquisto di alimenti ci siamo portati fino all'Indren (3.353 metri) servendoci della funivia che parte da Alagna, lieti per la splendida giornata con il cielo terso.

La cabina della funivia si staccò dall'invaso e cominciò a salire. Allora pensai a quando, l'anno precedente, avevamo fatto la stessa gita, interrotta purtroppo da un imprevisto temporale abbattutosi quel giorno sul Monte Rosa con forte vento e un grande calo di temperatura.

Da quella volta avevamo fatto moltissime gite, spesso sopra i 3.000, senza stancarci troppo, badando solo di fare soste ravvicinate per tenere il ritmo cardiaco nei limiti consentiti alla nostra età.

Sentivo di essere il più sereno, mentre salivamo: il dislivello che la funivia copre è di mille metri. Non era poco per un gruppo di anziani, tra cui il più giovane ne aveva sessantatré e il più vecchio ero io, di novanta!

Eravamo quasi arrivati in cima.

Io sentivo che il mio Angelo Custode non mi avrebbe mai abbandonato; anzi mi avrebbe premunito dai pericoli, com'era capitato tante volte. La vallata sprofondava e i miei compagni ostentavano fin troppa tranquillità. Arrivammo in cima all'Indren.

Ora capivo che sarebbe stata l'ultima volta che avrei ammirato quel paesaggio incantevole, scenario che fa da porta al Monte Rosa, il monte che si colora dolcemente al tramonto e durante le delicate aurore. Ma se era l'ultima volevo goderla in pieno. Ci fermammo al bar, anche per permettere ai nostri corpi di acclimatarsi e di abituarsi alla differente pressione atmosferica...

Approfittai per mangiare un po' di minestra e caffè e, dopo un'oretta, finalmente ci avviammo sul ghiacciaio verso la Capanna Gnifetti. Sul Garstelet proposi a Mimmo per prudenza di legarci con la corda per un centinaio di metri. La prudenza non è mai troppa.

Tutto era splendido; cercavamo, pur camminando, di assorbire quell'incanto che ci circondava. Le piccole soste non mi bastavano, perché la montagna per me era diventata, più che un esercizio fisico, un contatto col divino, una sublimazione del desiderio di raggiungerLo.

Giunti sopra le roccette, in vista del rifugio, ci stendemmo sul Millet, la piccola stuoia sintetica, a riposare e ammirare il panorama.

Durante la lenta indimenticabile salita sul ghiacciaio avevo pensato all'indomani, quando ci saremmo trovati nella parte alta del ghiacciaio, forse ai piedi stessi della statua del Cristo delle vette, con davanti agli occhi la punta Gnifetti e il rifugio Regina Margherita, a fianco il Lyskamm e in fondo la punta Dufour, tra lo scintillio dei ghiacci e l'azzurro intenso che si stende sulle cime più alte cime.

Riprendemmo il cammino e arrivammo presto al rifugio, dove ci aspettavano. Il cavalier Chiara, custode del rifugio, aveva riservato una bella stanzetta per noi tre, sapendo che c'era un novantenne, fatto raro a quelle altezze. I turisti erano pochi, perché nei giorni precedenti c'era stato brutto tempo.

Di notte, come altre volte, ammirai dalle finestrelle il ghiacciaio del Rosa con i suoi profondi crepacci, illuminato dalla luna: come un sogno!

Potei però dormire ben poco, forse per la variazione di pressione e a nulla valse il tentativo di stancarmi leggendo alcune pagine del mio piccolo Vangelo, alla luce della lampadina tascabile.

Il mattino seguente, ventitré luglio, Bruno volle, con mio disappunto, che tardassimo la partenza fino alle otto, perché frattanto le varie cordate battessero meglio la pista che porta alla Capanna Margherita (da poco rifatta in cemento per novanta letti, su tre piani) e, forse, perché i raggi del sole avrebbero attenuato le basse temperature.

Misi i ramponi lentamente e giunte le otto partimmo dopo un saluto alla cappellina del rifugio. Il sole si era levato su ottima neve dura; salimmo agevolmente con brevi soste sul "Millet".

Salendo, respiravo a bocca spalancata quella fresca aria ossigenata dei 4.000 metri. Gli amici mi avvertivano che ciò può essere nocivo, perché può irritare la gola e i bronchi, diversamente da quando si respira col naso. Ma in ogni altro modo non mi sarei goduto quella purezza, quella gioia!

I miei due compagni avevano sempre per me un'assistenza affettuosa che mi dava una grande sicurezza: controllavano sempre che il mio bastone o il bastoncino con la racchetta non affondassero.

Giunti però a quota 4.150 circa, sul Colle tra il Cristo delle vette e la Piramide Vincent, per non sfidare la fortuna, decidemmo di iniziare la discesa in modo da essere al rifugio prima del repentino abbassamento di temperatura.

"Non un passo di più!" mi dicevano, perché non era facile per me interrompere quello stato euforico per la discesa. Reagii un poco.

Avevo realizzato il sogno di tutto un anno.

Mi inginocchiai e, ringraziato Dio, cominciammo a scendere. Mancavano due ore e mezza di cammino per la cabinovia. Ero dispiaciuto di dover tornare.

Ma effettivamente al ritorno accadde un piccolo inconveniente (la rottura della corda) che ci fece perdere un'altra ora.

 

  PROMOZIONE SUL CAMPO...

Enrico - Prima di parlare della guerra, com'era stato il servizio militare?

Zio Tita - Nel 1912 avevo fatto sei mesi di leva, da luglio a dicembre, nella caserma del 5° Genio Minatori a Treviso. Solo sei e anche abbreviati da licenze, per il fatto che mio fratello Antonio era partito volontario per la Libia e vi era morto eroicamente un anno dopo ottenendo la medaglia d'argento.

Enrico - Non cominciasti a lavorare subito dopo la laurea?

Zio Tita - Dopo un po' di pratica a Venezia, nel marzo del 1915 mi è giunta una cartolina dallo zio Giuseppe Toniolo. Lo conoscevo bene. Parlavamo molto insieme. Per lui avevo fondato nel 1910 il primo circolo operaio dove si parlava di questioni sociali: ero già imbevuto delle speranze sociali del Toniolo.

La cartolina mi informava che un nuovo decreto dello Stato decideva che tutti gli ingegneri fossero, quanto meno, sottotenenti. Io che ero caporale del 5° Genio Minatori, corsi al distretto. Mi confermarono la nomina. Passai all'Unione Militare di Treviso, mi vestii e, cosa inaudita, mi presentai nella mia caserma sul Sile.

Incontrai lì quel sergente che durante il servizio militare mi aveva dato, in un'occasione, qualche giorno di "tavolaccio" per ordine del colonnello, perché mi ero occupato delle elezioni politiche.

"É così che si salutano i superiori?!" lo rimproverai e poi corsi fuori.

Lui era sull'attenti, con il volto in fiamme!

 

PUNTA NERA

Enrico - Nel diario parli di un altra gita importante per te, quando avevi novanta anni, quella alla Punta Nera. Racconta.

Zio Tita - Sì, nel 1981.

Per chi abita a Bardonecchia la Punta Nera è sempre davanti agli occhi. Quando si sale sui monti vicini si continua a vederla e nei giorni belli lì si vedevano i camosci. Ultimamente ogni volta che la guardavo pensavo a una promessa che avevo fatto alla Madonna negli anni scorsi, quando giravo solitario: "Se riesco a superare i novanta anni, vorrei fare ancora la salita alla Punta Nera per sostituire quella croce che c'è lassù in legno, disfatta, con una nuova croce".

Sapevo quanta fatica occorreva: conoscevo bene, per averlo fatto più volte, il sentiero che porta al colle della Rho e quindi alla Punta.

Ne avevo parlato con un mio amico due anni prima. Da allora avevamo fatto una trentina di gite nella stessa zona, superando sempre sei-settecento metri di dislivello.

Nella primavera del 1981 il mio amico Mimmo mi disse che aveva intenzione di costruire lui stesso la croce, una bella croce bianca, alta un metro e settanta centimetri, in vetroresina con ossatura di legno, del peso di circa sette chilogrammi.

La sera precedente la gita, in tre portammo la croce in parrocchia dove monsignor Bellando la benedisse con l'acqua santa e le preghiere del caso, in latino. Il monsignore si congratulò con noi per l'iniziativa e con me in particolare per la devozione, raccomandandomi prudenza.

Il ventuno luglio, Martedì, partimmo in tre alle cinque del mattino. Il tempo non era il migliore, però faceva ben sperare. Con l'automobile arrivammo fino alla chiesetta dedicata alla Madonna di Monserrat, a 1.758 metri. Posteggiammo l'auto presso la Dora. Da lì avevamo solo 1.280 metri di dislivello per la Punta Nera, che sta a 3.040 metri.

Cominciammo da lì la salita a piedi, mentre i miei due compagni portavano la croce, un poco a testa. Si erano accordati: quello che portava la croce teneva un passo costante mentre l'altro saliva con me.

La croce era leggera e il portatore saliva speditamente. Quando il sentiero attraversa la morena sopra le rovine delle Grange di Chareun è difficilmente distinguibile dal basso perché si perde nel grigiore della pietraia. Anche la sagoma del portatore si staccava poco dal colore dell'ambiente, mentre il bianco della croce spiccava bene. Mi ricordo benissimo l'effetto della croce bianca che oscillava lentamente davanti a noi. E la mia tristezza per non poter partecipare al trasporto di quel piccolo segno glorioso.

Ci riunimmo per una sosta vicino alla caserma abbandonata poco prima del Pian dei Morti. Dopo uno spuntino, attraversato il Piano, facemmo una seconda tappa avendo quasi raggiunto il colle della Rho.

Qui decidemmo che io avrei proseguito da solo per il rimanente tratto, seguendo il sentierino a destra che porta a un dorsale verde, da cui già si vede la cresta della punta Nera, mentre i due amici, arrivati in cima avrebbero preparato il mucchio di pietre necessario per piantare la croce.

Avevo quasi raggiunto la cima dopo mezz'ora, quando le nuvole si abbassarono e, avvolti nella nebbia, ci perdemmo di vista.

Uno di loro allora, mentre l'altro raggiungeva la vetta, tornò indietro nella nebbia per un certo tratto, ma non c'incontrammo.

Trascorsero alcuni minuti prima che il gruppo riprendesse contatto, avvantaggiandosi di una schiarita.

Mentre io mi riposavo più in basso, la croce venne portata in cima e sistemata con le pietre, non però sulla punta che guarda Bardonecchia, ove c'è una piccola croce in ferro, ma sulla parte più alta, a 3.047 metri, che guarda verso la Francia. Non ci siamo fermati per godere del risultato, poiché temevamo l'addensarsi della nebbia.

Mi voltai più volte a guardarla mentre scendevamo. Ancora una volta si stagliava sul grigio, questa volta delle nuvole.

Parlavamo poco durante la discesa. I miei amici forse si erano preoccupati quando mi avevano perso di vista. Per me invece era la gioia di aver mantenuto la promessa a togliermi la parola.

In fondo ero anche stanco: per me novantenne era stata un'impresa lunga e pesante.

Dalla chiesetta della Madonna di Monserrat (1.756 m.) alla Punta Nera ci sono circa 1.300 metri di dislivello.

 

 AL FRONTE IN MOTOCICLETTA

Enrico - Sei andato mai in prima linea?

Zio Tita - In aprile del 1915 mi era giunta dal distretto una lettera, in cui mi si domandava se volevo andare al comando del Cadore a Belluno oppure a un simile comando a Palermo. L'idea di questo viaggetto in tutta Italia mi arrideva, ma mio padre mi consigliò Belluno, che era vicino a casa.

Andai a Belluno con la mia motocicletta qualche giorno dopo. Mi presentai al colonnello tenendo l'elsa della spada vicino alla spalla sinistra, invece che alla destra, e con l'uniforme in disordine.

Il colonnello inveì: "Pezzo d'asino! Non sa nemmeno le cose più elementari dell'uniforme!".

E io, quasi sottovoce: "Signor colonnello, ieri l'altro ero caporale".

Sorrise. E così, approfittando dell'atmosfera favorevole che si era creata, gli dissi che sarei andato dove mi mandava, ma volevo tenere con me la motocicletta.

Egli accettò e da quel momento ebbi la fortuna di essere per quattro anni alle sue dipendenze in varie parti del Cadore e poi sul Grappa, sempre come capo minatore, eppure senza mai aver visto una compagnia. Al fronte in seconda linea, a costruire trincee, strade, gallerie, e senza mai comandare altri soldati: davvero una grande fortuna.

Quando nel novembre stavamo per vincere, mi fu data una compagnia a Asiago che rientrava dalla prima linea; ma, appreso che gli ufficiali della compagnia dal capitano in giù erano ricoverati in ospedale per la "spagnola", ordinai qualche quintale di calce e la consegnai alla compagnia, ordinando di spargerla intorno, fin sui muri, e circondando la nostra residenza di filo spinato.

Io mi ero ritirato in una casetta con i miei libri a passare le giornate.

Poche settimane dopo venne la vittoria e fui mandato con la compagnia a Mezzo Lombardo nel Trentino. Ho vivo e doloroso il ricordo della massa di austriaci prigionieri dal volto disperato.

A Mezzo Lombardo il capostazione mi chiamò e mi chiese se comandavo io la piazza. Disse che aveva tre vagoni di caramelle di miele che doveva far scaricare. Ordinai ai soldati di darle ai muli. Erano gli ultimi sforzi bellici dell'Austria...

Enrico - Mi hai raccontato di aver rischiato di morire parecchie volte.

Zio Tita - Sì infatti. Da una valanga in montagna, allo scoppio imprevisto di mine, da cadute su ghiacciai a stupidi incidenti che potevano essere fatali. Il mio Angelo custode mi è sempre stato vicino.

 

LA MADONNINA DEL MONTE ZERBION

(Dal diario) - Il trenta giugno 1982, Mercoledì, ho fatto con i soliti due amici, Minuto e Bruschetti, una bellissima gita al monte Zerbion, alto 2.722 metri, in val d'Ayas in una splendida giornata.

Partiti con l'auto alle sette, siamo arrivati a Anteniod alle nove. Preso il caffè bollente, abbiamo lasciato l'auto nella frazioncina Barras a quota 1.800 e alle nove e un quarto abbiamo iniziato la salita su un bel sentiero, dapprima tra abeti e poi in terreno aperto.

Giunti a un colle, abbiamo trovato il ripetitore della Rai: da lì si poteva ammirare tutto il magnifico versante della Valtournanche.

Proseguendo la salita su un piccolo sentiero presso la cresta del lungo spartiacque, abbiamo incontrato due gemelli di venti anni, abbronzatissimi e scoperti, che discendevano molto veloci, poi un giovane con un libro sui fiori alpini che cercava alcune rarità e infine un gruppo di ragazzi e ragazze di Giaveno che stavano salendo allegramente.

Mentre salivo lentamente, pensavo all'impressione che avevo avuto parcheggiando l'auto, quando Bruno mi aveva mostrato la Madonnina dello Zerbion, 1.000 metri sopra di noi.

"Questa volta non ce la faccio" avevo pensato. "Ho pur sempre novantun anni!".

Invece siamo arrivati lassù in tre ore e mezzo. Abbiamo ammirato con piacere il meraviglioso panorama e soprattutto la statua della Madonna, alta circa tre metri, in alluminio, sopra un solido basamento di pietra sul quale, su lastre di bronzo, era stato impresso: Posuerunt me custodem. Alla Madonnina delle Alpi in memoria dei grandi eroi d'Italia, il comitato femminile di Saint Vincent questo monumento votivo ideò e promosse nel 1935.

Collocato alla base della Madonnina un biglietto di ringraziamento a Dio per la bella gita, riprendemmo la via del ritorno e, fatta una deviazione per godere l'acqua di una bella fontanina, ritornammo a Torino.

  

LA FINE DELLA GUERRA

Enrico - Come finì la guerra per te?

Zio Tita - Nel dicembre del 1918 ero di stanza a Carità di Treviso e un comandante di reggimento mi disse: "Maggiore" (lo ero già diventato, anche se la nomina mi giunse più tardi) "le assegno 3.000 soldati per tappare tutti i buchi che le granate hanno aperto nell'argine del Piave. I soldati pensano troppo alla gioia della vittoria e del ritorno a casa, per cui hanno fatto ben poco per salvare gli argini". E infatti cantavano e bevevano.

Fu in quel periodo che decisi di spedire a Pieve del materiale necessario a tappare il foro di una granata sulla facciata della nostra casa con un soldato, che poi doveva andare all'asilo di San Donà di Piave di cui stavo dirigendo la costruzione.

Ma un tale fece la spia. Fui chiamato dal colonnello. "Lei si è addebitato del materiale militare". Gli spiegai.

"Va bene" disse. "Se lo ha fatto per la propria casa e per l'asilo la giustifico, tuttavia non posso esimermi dal darle un castigo. Rimanga a casa per sei giorni!".

Subito dopo ci fu il decreto che permetteva il congedo a tutti coloro che appartenevano alle zone disastrate e così finì la guerra per me.

Con la motocicletta, nel gennaio del 1919, corsi subito a Pieve passando il Piave in barca e transitando per Moriago, cercando di scansare le infinite buche sulla strada. Poco dopo che giunsi a Pieve, rientrò dalla Toscana mio padre con tutta la famiglia. Fu un'altra grande gioia il rientro, tra i nostri coloni pur magri e poveri e qualche vecchio felice di aver salvato la pelle...

Enrico - Da allora hai lavorato sodo. Quando hai costruito le ultime case?

Zio Tita - Coloro ai quali lo dico non ci credono. Eppure avevo ottanta anni.

 

L'ULTIMA GITA A NOVANTASEI ANNI

PRADERADEGO

Enrico - Caro zio, è tardi. Raccontami l'ultima gita importante che hai fatto.

Zio Tita - Il due gennaio 1988 sono salito con un bel gruppo di nipoti, da Cison di Valmarino (261 m.) verso il passo di Praderadego, a 1.358 metri.

I nipoti lasciarono la macchina in basso e iniziarono a camminare, lungo la vecchia strada romana, mentre io e Giovanni prendemmo con l'auto la strada nuova in costruzione, posta al sole.

Dopo qualche tornante però trovammo sassi e brecciume che ci impedirono di proseguire.

Allora lasciammo anche noi l'automobile, e con quella magnifica giornata prendemmo allegramente la salita verso il passo, dove giungemmo in due ore e mezzo superando un dislivello di quattrocento metri, con tappa ogni cento metri di sentiero e stando spesso seduti.

Sul passo, che fu conteso per qualche secolo dai trevigiani e dai bellunesi, vedemmo la bella villetta della celebre cantante Toti Del Monte, poi entrammo nell'albergo delle Alpi.

Mi accolsero tutti con urla di saluto, mi portarono subito polenta e salsiccia, ma io, secondo il mio vecchio costume, preferii farmi portare del brodo bollente in cui misi mezzo bicchiere di vino. Poi, però, riprese le forze, accettai anche la polenta e la salsiccia...

Venne presto l'ora di partire.

Tutti i miei nipoti ripresero la strada romana per scendere verso Cison e anch'io volevo seguirli. Prima però feci una cosa che non avevo fatto nella mia vita: mi chinai a baciare i gradini scavati nella roccia su un certo puntone che impediva il passaggio.

Li baciai un po' per rispetto delle legioni romane che vi passarono per andare in Cadore, in Austria e oltre; ma più ancora per i militi di Cristo, forse anche legionari, che portarono la fede nelle regioni del Nord.

Alla fine ci trovammo tutti a Cison, salimmo sulle auto e la bella giornata terminò in allegria.

Enrico - Avevi novantasette anni?

Zio Tita - Sì.

Enrico - E non hai fatto altre scalate dopo quella?

Zio Tita - No, solo delle passeggiate, al massimo sul colle di San Gallo (300 metri), vicino a Pieve di Soligo.

 

SOFFERENZE MORALI

Enrico - So che hai sempre avuto una salute di ferro. Mi pare però che hai dovuto sopportare alcuni dolori morali.

Zio Tita - É vero. Ne ho avuti molti. Su tutti sovrasta la morte di mia figlia Maria Valentina, bella, allegra e laureanda in Farmacia.

Pensa, che quando seppe che un suo cugino era stato preso dai tedeschi a Pieve di Soligo, corse con me alla stazione di Conegliano, diede al cugino nel carro bestiame in partenza alcuni panini e poi andò nel Duomo di Conegliano dove si offerse a Dio in olocausto per la salute dei suoi due fratelli.

Tre anni dopo, a ventitré anni, fu colpita da forti dolori al cervelletto e salì al cielo, stringendomi le mani e dicendomi, con un dolce sorriso: "Papà, tra due minuti vado in Paradiso!".

É una delle cose che ricordo più frequentemente.

 

RIMANERE GIOVANI

Enrico - Bene. Ti ringrazio per i racconti, zio. Avrò molte cose su cui riflettere.

Mentre parlavi mi sono ricordato che Pitagora diceva: "Una bella vecchiaia è ordinariamente la ricompensa di una bella vita".

E allora credo di aver capito qual è il segreto della longevità.

Zio Tita - Ah sì?

Enrico - Sì. Il segreto è rimanere giovani.

Penso che da vecchi non si possa fare i giovani, se non si è rimasti giovani fin dall'inizio.

Bisogna saper morire a tutte le cose che fanno morire subito e vivere per tutte le cose che fanno vivere a lungo, cioè regole di vita, i sentimenti, l'impegno, l'ascolto, il perdono.

Zio Tita - ...

 

CONTRIBUTI

 

TRE GITE CON TITA
di Ernesto Vellano

 1. LA PRIMA GITA CON TITA

Bardonecchia, agosto 1957.

Per me era la seconda estate "da impiegato" e non vedevo l'ora che arrivasse la fine di luglio per godermi le tanto desiderate ferie e, il più possibile, su per le montagne.

Ma a Bardonecchia non avevo più trovato amici disponibili per salite in montagna e avevo cominciato a andare da solo. Un giorno, parlandone casualmente con un amico, Vito Gajetti, venni a sapere che al Condominio Solarium c'era un ingegnere di Torino che andava anche lui da solo.

"Se ti interessa, te lo potrei presentare" disse Vito.

"Che tipo è?" chiesi io.

"É un cinquantenne - mi rispose Vito - che però deve andare ancora molto bene. So che la settimana scorsa ha tentato lo Pierre Menue con un cacciatore di camosci di Rochemolles".

Il giorno dopo andavo a suonare il campanello al primo piano del Solarium, dove c'era scritto "Ingegner G.B. Schiratti".

Mi venne a aprire l'ingegnere cinquantenne, alto, asciutto, ma subito cordiale. Combinammo per l'indomani una gita alla Punta Sommeiller.

Ci facemmo accompagnare in macchina fino a Rochemolles dal vecchio tassista Pucci, disponibile anche alle ore antelucane, e verso le cinque del mattino eravamo già in marcia.

Dopo un paio d'ore eravamo al Rifugio Scarfiotti, dove il custode Massimino Guiffey ci offrì subito un buon caffè; ripresa la salita, tocchiamo il colle Sommeiller (metri 3.000 circa) e, dopo aver attraversato il pianeggiante ghiacciaio d'Ambin, giungiamo al colletto Barale (metri 2.944).

Dopo pochi minuti di sosta, per calzare i ramponi, iniziamo a salire verso la punta Sommeiller dal canalone Nord Ovest, allora tutto di ghiaccio. La neve era buona e in breve siamo in vetta (metri 3.332).

Il panorama è estesissimo, sia verso le Graie (si vede benissimo il Monte Bianco, col Dente del Gigante, e le Grandes Jorasses) sia verso la Vanoise e il Delfinato.

Scesi al Passo Settentrionale dei Fourneaux (metri 3.159) mi accorgo che il mio amico cinquantenne non ama sostare a lungo.

Ha sgranocchiato qualcosa che aveva in tasca durante la salita e ora sta ad osservarmi mentre mangio (avevo l'appetito che si ha a venticinque anni) quasi a sottolineare un'azione superflua quando ci sono ancora intorno tante montagne.

Compreso il desiderio del compagno, saliamo quindi la piccola Punta dei Fourneaux (metri 3.159) tanto per fare un altro "3.000" e ci troviamo al Passo Meridionale dei Fourneaux.

Qui ci sovrasta un'altra puntina, la Punta Galambra (metri 3.121) mentre il sentiero, ormai largo, gira sulla sinistra.

La facciamo? Detto, fatto.

E scendiamo al passo Galambra dove ci attenderebbe la lunga discesa a Bardonecchia per la Valfredda. Ma la tentazione del Monte Vallonetto, che ci sta di fronte, è forte, anche per il "cinquantenne" e così saliamo anche questa cima (metri 3.222).

Per la discesa, il mio compagno mi confida che possibilmente preferisce sempre non rifare la via della salita e allora ci buttiamo giù per il versante Ovest, uno scosceso imbuto di terriccio e detriti.

Io non l'avevo mai fatto ma sapevo che si poteva scendere senza pericoli oggettivi, purché si avessero gambe salde perché la pendenza è praticamente costante sui 45 gradi per cinquecento metri.

Scendendo mi accorgo che l'ingegnere non solo ha le gambe buone ma salta giù per il ghiaione a una velocità, che quasi sta per superarmi. Il mio giovanile orgoglio mi spinge a accelerare e devo mettercela tutta per restare in testa.

Ai 2.500 metri ci fermiamo qualche istante un po' ansimanti, ci guardiamo sorridendo: abbiamo fatto una gara, senza confessarlo. Siamo contenti, credo, tutti e due.

Riprendiamo il sentiero fino a Rochemolles e, non essendoci più il buon Pucci, proseguiamo a piedi fino ai 1.200 metri della stazione e ai 1.300 metri di Bardonecchia, Borgo Vecchio.

In circa dodici ora abbiamo fatto 2.300 metri di dislivello e una trentina di chilometri.

Ma per me abbiamo fatto molto di più, abbiamo dato inizio a un'amicizia; abbiamo fatto progetti per le prossime salite e ci siamo raccontati qualcosa delle nostre vite. Così, ho appreso che l'ingegnere cinquantenne aveva già sessantasei anni compiuti.

 

2. LA GITA PIU' EMOZIONANTE CON TITA

Fu una salita al Gran Paradiso. Non ricordo esattamente l'anno ma era negli anni settanta, dopo che nel '71 l'avevamo salito per la prima volta (questa sì la ricordo perché in vetta incontrammo alcune cordate del Cai di Chieri che festeggiavano la salita dei settant'anni del loro Presidente... che ci rimase male quando scoprì che Zio Tita ne aveva dieci di più).

Partimmo dal Rifugio Vittorio Emanuele col cielo imbronciato. Ben presto cominciò a nevischiare e essendo all'inizio del ghiacciaio suggerii a Tita e al suo amico dottor Ghiotti, settantenne, che sarebbe stato prudente tornare indietro.

Se l'unione fa la forza, in questo caso gli oltre centocinquant'anni dei miei compagni di salita ebbero il sopravvento sui miei quaranta e proseguimmo.

Arrivati però alla Schiena dell'asino, la neve era ormai tormenta decisa e i miei amici si convinsero finalmente a ritornare.

Purtroppo, però, la neve caduta formava uno strato soffice di una quindicina di centimetri che rendeva precario l'uso dei ramponi per il continuo formarsi di "zoccolo" fra le punte.

Iniziammo la discesa con molta precauzione. Scendeva primo Ghiotti, poi Tita; io chiudevo la cordata facendo la massima attenzione alle mosse dei miei amici perché la neve era insidiosa e mi attendevo da un momento all'altro uno scivolone. E questo avvenne.

Scivolò Ghiotti che cadde sulla schiena, cercò di girarsi, invano, tese la corda e tirò giù Tita, che cadde in avanti anche perché cercava di ancorarsi alla neve con il bastone.

Ebbi giusto il tempo per conficcare tutta la piccozza nel ghiaccio e serrarvi intorno la corda col "mezzo barcaiolo". La corda si tese tutta e i due si fermarono, si puntellarono, si misero in ginocchio e guardarono in su.

Non dimenticherò mai quell'intenso, doppio sguardo. Era un misto di sorpresa, di riconoscenza e, forse, di scusa come quello di due ragazzini che avevano fatto una birichinata.

 

3. L'ULTIMA GITA CON TITA

L'ultima volta, in montagna, è stato nel giugno 1987, poco prima che Zio Tita lasciasse Torino per Pieve di Soligo.

Siamo andati a Sauze d'Oulx e, in macchina, fino alla frazione Monfol (metri 1.660 circa). Di qui siamo saliti nel Gran Bosco di Salbertrand fino alle Grange Randuin (metri 1.750) e oltre, salendo per un'ora e quarantacinque minuti.

Ad un certo punto un torrentello sbarrava il sentiero e allora dissi a Tita di aspettarmi un momento perché avrei esplorato un po' la zona per individuare il passaggio più facile.

Scendo, salgo, ridiscendo.

Ad un certo punto trovo il passaggio e mi giro per urlare "Tita, ho trovato il passaggio".

Fiato sprecato.

Zio Tita aveva puntato il suo fido bastone nell'acqua e, spiccato un salto, era già al di là del torrente. Aveva novantasei anni e mezzo!

 

LA CARICA... DEI CENTODUE
ALPINISMO D'ALTA QUOTA IN ALTA ETA'

Ricordo di una serata con Tita Schiratti
di Paolo De Nardi

Per far conoscere qualcosa di Giovanni Battista Schiratti, socio onorario della sezione Cai "Velio Soldan" di Pieve di Soligo, si può anche partire dalla più recente delle sue imprese.

Non è cosa ordinaria infatti trovare le memorie di un alpinista... ottocentesco (Tita è nato il quindici gennaio del 1891) pubblicate nel 1994. Ben centotré anni dopo!

Dirà forse il lettore: "I soliti ricordi di gioventù...".

In realtà Tita non ha dovuto risalire molto lontano nel tempo. Da quando infatti nel '51, all'età di sessanta anni, ha casualmente iniziato la sua attività alpinistica, Tita ha ordinatamente e sistematicamente descritto nei cinque volumi del proprio diario le emozioni delle proprie salite e, cominciando su un foglio, aveva riassunto le vette, le quote e le compagnie sotto il titolo: "Gite dai sessanta anni".

Al foglio ha dovuto, negli anni a venire, aggiungerne molti e molti altri fino a comporre un commovente puzzle alpinistico.

Quando Tita ha pensato di non farcela più ha voluto chiudere il titolo: "... dai sessanta ai novantadue anni".

Ma lo straordinario è che ancora altre modifiche dovette fare, con orgoglio e incredulità, per adeguare il titolo al protrarsi della sua attività alpinistica.

Ed ecco cancellato il novantadue sostituito con novantatré, poi novantaquattro... fino a novantanove!

Questa sera l'ingegner Schiratti ci ha invitato a casa sua a parlare del suo libro. L'ascensore non funziona e i suoi occhi sorridono in direzione di quelle scale che, precedendoci, in pochi attimi sale.

Ci fa vedere l'elenco delle sue ascensioni: centinaia e centinaia. Il Monte Bianco, il Rosa, il Cervino ("però sulla Cresta del Leone ho avuto paura" ammette).

Ma non siamo ancora entrati dentro di lui, pensa che non riusciamo a apprezzare.

Mi fermo all'altezza della Barre des Ecrins e gli espongo le mie impressioni sulla salita.

I suoi occhi brillano: "Come?! ... Anche lei?" chiede.

Ora va molto meglio, siamo tra amici.

Pochi minuti per descrivere i primi sessanta anni, molti di più per quell'ambiente di Bardonecchia dove ha iniziato, per quei sassi che fischiavano sulla parete Nord, per quelle valanghe che l'hanno travolto e sepolto, per l'amico Velio Soldan, referente d'obbligo delle sue gite dolomitiche.

E ancora i bagni nei ruscelli di montagna, (abitudine ora surrogata da una mattutina doccia fredda) fino alle ultime salite al San Gallo "...colle che sovrasta la piana di Pieve di Soligo".

Mi torna in mente Buzzati, rivolto alle Pale di San Martino "perché diventate ogni anno più alte!"

Tita, tu vorresti che questo libro non servisse tanto alla tua memoria quanto a qualcuno che, pur nel fiore degli anni, non ama la vita come tu hai saputo e avuto la fortuna di fare. Questo lo desideriamo con te.

Ti ringraziamo per la carica e la speranza che questa sera ci hai dato. Sentiamo di volerti teneramente bene e, uscendo, ci sembra quasi troppo facile e scontato augurarti di dover ancora correggere molte e molte volte il titolo delle tue memorie.

Sezione Cai, Pieve di Soligo

  

APPENDICE

RIASSUMERE LA PROPRIA VITA A OTTANTAQUATTRO ANNI

Riporto quello che Tita ha scritto nella prima pagina del secondo volume del suo diario, all'età di quasi ottantatré anni.

Inizio oggi, 1 gennaio 1974 il "Diario degli ultimi anni" della vita che il Signore mi avrà concesso, segnando via via in questo secondo volumetto le circostanze, liete o tristi, più notevoli.

Sono e sarò sempre riconoscente a Dio dei tanti suoi doni e mi auguro di morire coi nomi di Gesù e di Maria sulle labbra e nel cuore.

Queste candide pagine, vecchio mio,

Oggi ti doni, perché l'ultime note

Qui tu vi segni dei tuoi dì venturi!

Il diario è il mio "vero amico" e gli parlo e scrivo con piena confidenza.

Incominciamo, Giuseppina e io, l'anno nuovo, con un brindisi cui si associa nel pomeriggio anche Tom, mentre Paolo con Maria Grazia e figlioli si trovano a Bardonecchia nell'appartamento testé affittato, a fianco del mio.

Il 4 gennaio vado lassù e faccio la solita salita alla Jafferau a 2.785 metri, coi ramponi e le racchette; la neve è alta circa un metro ma tiene abbastanza bene; sono partito da Bardonecchia con un pesante nebbione ma a Fregiusia mi hanno assicurato che da quota 2.400 in su avrei trovato il sole; come infatti avvenne.

La discesa dalla vetta a Bardonecchia è stata un po' faticosa perché affondavo troppo, e alle sei col buio sono rientrato nell'alloggio e poco dopo col treno ritornai a Torino. Una bella passeggiata!

Altro ritorno a Bardonecchia con salita alla Madonnina del Colomion (quanto mi è cara!) il 12 gennaio, e di lassù a punta Seba, con discesa a Chesal dove al bar il signor Guido mi riserva la solita buona accoglienza; continuo la discesa fino a Melezet dove anche il signor Giulio mi fa i complimenti e mi offre un bicchiere di Barbera e infine, però in pulmino, vado a Bardonecchia e di là a Torino.

Il 15 gennaio 1974 compio gli ottantatré anni, vado alla Messa per ringraziare il Signore e poi si brinda alla mia salute. Ma m'è venuto il desiderio di fermare un istante la mente, con uno sguardo sommario, su questi anni passati e fare un riepilogo, dai diversi aspetti, sempre a lode di Dio e immensa riconoscenza a Lui.

Mi piace qui riportare a esempio:

A) I miei genitori. Quale immensa e immeritata grazia ebbi mai col nascere in una famiglia che più retta, cristiana, caritatevole e soave non si potrebbe immaginare; e anche benestante.

Mi domando spesso quale merito potrei attribuirmi per alcune opere buone di carità, per l'amore allo studio, per l'assoluta castità prematrimoniale, eccetera, provenendo da un ceppo così sano - e longevo.

Cosa sarebbe stato di me se fossi venuto al mondo in una famiglia di perversi, ubriaconi, miserabili o simili? É la vecchia storia dei talenti del Vangelo!

Papà e mamma, per i quarantacinque anni della loro vita insieme quaggiù, sempre innamoratissimi, lo zio Gaetano tutto per gli altri; zio Renato e zia Teresa, due santi; zia Maria e zio Giuseppe Toniolo (ora proclamato dalla Chiesa "servo di Dio") - benché con noi solo d'autunno - esempi magnifici di bontà e di fede vissuta. E quale fioritura, da simile ceppo, anche dei fratelli e sorelle, dei tanti nipoti e pronipoti!

Quando penso a ciascuno di loro, e sono tanti, non ho che da compiacermene.

B) La mia salute Mentre purtroppo quella di Giuseppina, specie in questi ultimi anni, lascia molto a desiderare, il Signore ha voluto concedermi una salute tale per cui sino a oggi, da quando sono venuto al mondo, mai fui colpito da alcuna seria malattia.

Rarissime influenze di un paio di giorni, qualche raffreddore, tosse, mal di gola, presto scomparsi.

Appetito normale e vorrei dire migliorato con l'età. Pressione sempre a centoventi, pulsazioni a sessanta, per cui affronto i 4.000 e più metri, in montagna (come lo scorso anno sul Monte Rosa - seconda volta) e posso trattenere il respiro sino a centoquaranta secondi. Rarissimo il sudore. Fortunatamente non ho mai fumato sigarette o altro. Sono sempre stato abbastanza parco nel cibo e quasi mai mi sono interessato alla qualità dei cibi.

[Racconta un amico di Tita, che, dopo qualche anno che si conoscevano, Tita compiva 70 anni. Un giorno disse che stava partendo per Uscio, in Liguria, per una settimana di cura disintossicante. "Come mai?" gli chiese l'amico. Risposta: "Vedi, Tino, io non ricordo di essere stato male, eppure qualcosa bisogna pur avere. Così ogni 10 anni faccio questa cura per disintossicare l'organismo". Tita, da quando ha compiuto 80 anni fino a poco tempo fa, ha seguito una dieta quasi giornaliera a base di soia. n.d.r.]

C) Il mio carattere In generale sono stato quasi sempre sereno e ottimista, anche se qualche volta m'è costata cara. (Oggi però, 15 gennaio '74, vedo le cose di questo mondo piuttosto nere).

Non credo di aver mai avuto nemici. Cerco di usare una certa umiltà, anche se talvolta, in casa, male interpretata. Molti conoscenti mi stimano e mi vogliono bene, e non parliamo poi di tutto il clan Schiratti e dei nipoti per i quali lo zio Tita è sinonimo di allegria e di bontà.

In fondo, il carattere che Dio mi ha donato è accettabile, anche perché sempre concreto; non ho mai ballato o preso in mano le carte da gioco, per principio, né ricordo di essermi mai arrabbiato.

D) I miei principi religiosi Dal giorno del battesimo a oggi, mi sono sempre tenuto fermo a quella fede cristiana cattolica instillatami dai miei genitori, senza mai alcun dubbio o flessione, neanche durante il periodo universitario o nelle disgrazie.

Una fede semplice, quasi da contadinello, ma ben radicata non solo nel cuore ma anche nel cervello.

Quante volte ho ringraziato il Signore di questo immenso dono e con quale fervore ho praticato per quasi cinquanta anni il primo Venerdì del mese e i Sabato di Maria.

Non ho mai pensato al pericolo dell'inferno perché ho sempre avuto l'anima colma di aspirazione al Paradiso, non come premio (che non merito molto) ma per potermi accostare lassù all'Essere Amato, a Maria, ai miei genitori, a Antonio, Maria Valentina, Teresina, Giuseppina, Gina, gli zii santi, eccetera.

Coerente coi miei principi, da studente, nel 1912, ho lanciato l'idea con Ceschelli e Concini di fondare il settimanale l'Azione a Vittorio Veneto, e nello stesso anno fondai a Pieve un club operaio cattolico, con monsignor Pierobon.

E) Carità Il signore e i miei genitori mi hanno sempre inspirato l'amore al prossimo e specialmente ai poveri. Mi sono iscritto nel 1909 a Padova alla San Vincenzo e dopo tanti lustri mi trovo ancora, per grazia di Dio, in piena attività caritativa.

E così, oltre alla gioia del donare, mi sono confermato che Dio compensa largamente anche quaggiù i doni fatti in suo nome!

F) Lavoro Ho sempre amato fortemente il lavoro anche a non più giovane età. Dopo alcuni anni di professione, passai al commercio (laterizi, piastrelle smaltate e, successivamente, prodotti dentali), sempre godendo la fiducia di ditte e di banche.

Rammento soprattutto la fiducia della Schei di Vienna nel commettermi l'acquisto di lingotti d'oro per loro dal 1942 al '45. Per troppa bontà qualche volta sono rimasto ingannato

G) Servizio militare e guerra '15-18 Durante gli studi a Padova, prestai servizio al V Genio Militare e divenni Caporale; poi nella guerra mondiale feci quattro anni ininterrotti al fronte da Sottotenente a Maggiore. Prima in Cadore, poi sul Grappa e in Trentino. Dio mi ha sempre assistito.

H) Studente Nel campo degli studi, ho dato molte soddisfazioni ai miei genitori, perché dotato di volontà, di buona memoria.

A diciotto anni entrai all'Università e a ventitré, nel luglio del quinto anno, dopo nove esami filati e la laurea (con altri cinque compagni su cento) ero ingegnere civile. Mi servì molto il romitaggio di Miane.

Nel liceo a Udine, 1908, a diciassette anni, la presidenza dell'Università Popolare di quella città mi invitò a tenere alcune lezioni tecniche, su aviazione, motori a scoppio e telegrafo senza fili. Mandai a casa il giornale che ne riferiva!

I) Castità Una cosa mi è molto cara: non ho mai messo piede in un tabarin o casa equivoca o entrato in intimità con donna, all'infuori di mia moglie. Come ciò si avvenuto, Dio solo lo sa; io non me ne faccio un gran merito.

C'è stata qualche simpatia, nei limiti della mia onestà, e due volte fui sul punto di cadere, ma il Sacro Cuore mi ha salvato.

La mia longevità sana, penso sia anche frutto di un tale comportamento, ispiratomi dalla mamma.

L) Hobby La montagna (e la sua vita semplice), cavalcare e la cultura; questa mi ha portato al desiderio di conoscere, di viaggiare (com'è nello spirito degli Schiratti) cercando di unire l'utile al dilettevole, non sempre fortunato. É frutto di un dinamismo che ho nel sangue. Amo molto anche la bicicletta, che uso tuttora ogni giorno.

M) Morte Giuseppina mi diceva che la lapide, che ho posto dieci anni fa sul mio loculo a Pieve, è solo per scaramanzia; ma non è vero. Il pensiero della morte, cioè di quel passaggio all'eternità beata (se così piacerà a Dio) mi ha sempre commosso e affascinato.

Vorrei solo che Maria Valentina mi ottenesse di non morire improvvisamente, o da solo, in montagna, ma sul mio letto anche con qualche settimana di dolori.

In conclusione di tutta questa mia chiacchierata interiore sui vari lati di una lunga esistenza, ritorno al punto di partenza e cioè che la mia vita, dalla nascita, a Pieve, sino a oggi, non fu un insieme di circostanze, liete o tristi, che dipendessero talvolta da me, pur senza merito o colpa; ma fu invece il piano ordinato dalla costante presenza di Dio in me, e la Sua Volontà in ogni momento dell'esistenza.

E sarà così anche per i pochi anni che Dio mi vorrà concedere quaggiù!

Torino, 1 gen. 1974

Questa è la visione d'insieme del mio viaggio sino a oggi, su questa terra.

 

 

ELENCO DELLE GITE IN MONTAGNA FATTE DA ZIO TITA DAI 90 AI 97 ANNI

Riporto un elenco delle gite in alta montagna di zio Tita dal 2 gennaio 1980 al 15 aprile 1991, cioè dopo i novanta anni. Zio Tita è stato socio per molti anni del Cai di Torino, Sottosezione di Bardonecchia, e ora lo è della Sezione di Pieve di Soligo.

L'elenco, tratto dal suo diario, ha il solo scopo di mostrare a colpo d'occhio la prodigiosa quantità di escursioni fatte dallo zio, quando era già ultranovantenne.

Non c'è alcuna pretesa di vanità. La montagna più alta è dentro di noi, e resterà inviolata (Walter Bonatti).

Alcune precisazioni:

a) le sigle indicano i nomi di coloro che accompagnavano Tita nelle escursioni, tutti torinesi. Corrispondono a:

Mi = dott. Minuto, Br = dott. Bruschetti, Ve = dott. Vellano, Mo = perito Monti.

b) le quote indicate sono quelle della vetta oppure quelle che si presumeva di aver raggiunto (non è indicato il dislivello superato).

c) le sottolineature di alcune vette indicano che sulla cima di quella montagna è stato posto un biglietto di ringraziamento a Dio.

d) è stato usata saltuariamente qualche seggiovia o cabinovia (senza indicarlo)

 

1980 02/01 COLOMION - VALLE SUSA Mi m. 2054

09/01 JAFFERAU " Mi m. 2600

16/01 SELLETTA " Mi m. 2100

21/01 COLOMION " Mi m. 2054

29/01 JAFFERAU " Mi m. 2600

05/02 SELLETTA Mi m. 2100

13/02 COLOMION Mi m. 2054

19/02 JAFFERAU Mi m. 2600

27/02 SEBA Mi m. 2200

05/03 JAFFERAU Mi m. 2600

11/03 COLOMION Mi m. 2054

18/03 SELLETTA Mi m. 2100

25/03 COLOMION Mi m. 2054

01/04 JAFFERAU Mi m. 2600

08/04 SEBA Mi m. 2200

29/04 TESTA DEL BAN Mi m. 2600

03/05 COLLE DELLE FINESTRE Br m. 1700

06/05 FREGUSIA Mi m. 1900

14/05 LA MADDALENA Mi m. 715

25/05 MUSINE' Mi m. 1150

28/05 RIFUGIO VALLE STRETTA m. 1784

03/06 COLLE FINESTRE Mb m. 1170

10/06 COLLE FINESTRE Mb m. 2176

17/06 VAL CHIUSELA Mb m. 1300

22/06 CRISTO DELLE VETTE (M. Rosa) Mb m. 4100

25/06 COLOMBARDO B m. 1900

02/07 COLOMION m. 2054

08/07 VEND S. NICOLAS Bm m. 2100

15/07 TRE CROCI Bm m. 2114

22/07 CRISTO DELLE VETTE (M. Rosa) Mb m. 4100

08/08 COLOMION m. 2054

17/08 MELMISE m. 2303

14/09 ROCCIA MELONE m. 3538

23/09 PUNTA NERA Mi m. 2800

07/10 COLLE DELLA ROUSSE B m. 1800

11/10 VAL FREDDA m. 1850

15/10 COLLE DEL VENTO Br m. 2050

21/10 LAGO LAUSON Br m. 2000

12/11 M. S. GIORGIO Bm m. 700

19/11 M. S. GIORGIO Bm m. 837

25/11 M. SOGLIO Bi m. 1971

02/12 PRESE COLOMBARDO Bi m. 1400

09/12 COLLETTO RONCASELLE Bi m. 1400

16/12 COLLE CLAPIER Bi m. 2000

29/12 COLLE ANGIOLINO Bi m. 1800

1981 06/01 COLLE M. CIUCRIN Br m. 1384

20/01 COLOMION m. 2054

26/01 JAFFERAU m. 2700

03/02 SEBA m. 2200

10/02 COLOMION m. 2054

17/02 JAFFERAU m. 2600

27/02 SEBA m. 2200

03/03 COLOMION m. 2054

10/03 JAFFERAU Mi m. 2600

24/03 COLLE DELLE SCALE MM m. 1600

31/03 BELVEDERE Mi m. 2000

08/04 COLOMION Mi m. 2054

23/04 CIMA BOSSOLA Br m. 1507

28/04 LE COLME BROSSO Mb m. 1262

06/05 TRESSI DI FORZO Mb m. 1600

13/05 BARRA MAION Mb m. 1700

20/05 S. BESSO SANTUARIO Mb m. 2019

01/07 BAITA DEL RANCIO Bt m. 2240

08/07 COL DELLE FINESTRE B m. 1671

14/07 COLLE DI SEA Bm m. 2750

21/07 PUNTA NERA Br m. 1227

17/09 COL D'ABRIES Br m. 1685

21/09 VALLONE DI GIVOLETTO Br m. 750

02/10 TRUC DELLA GROTTA Br m. 1450

09/10 S. CRISTINA Br m. 1340

16/10 UNGHIASSE BEC MEA Br m. 2224

22/10 COLLE DI D'ATTIA Br m. 2104

28/10 COLOMION Mi m. 2054

04/11 CIAVANIS Bm m. 1874

12/11 MONTE CIUCRIN Bm m. 1523

19/11 LAGO MONASTERO Bm m. 2010

26/11 PIANA DELLE MONACHE Bm m. 2300

03/12 COLLE DELL'ASTISIANI B m. 1925

10/12 TRUC DELLA DIETA B m. 1567

23/12 JAFFERAU m. 2500

30/12 COLOMION Mi m. 2054

1982 06/01 SEBA Mi m. 2200

14/01 JAFFERAU Mi m. 2054

29/01 SEBA Mi m. 2200

10/02 JAFFERAU Mi m. 2500

16/02 COLOMION Mi m. 1900

26/02 SEBA Mi m. 2200

05/03 JAFFERAU Mi m. 2700

26/03 COLOMION Mi m. 2054

02/04 SEBA m. 2200

21/04 JAFFERAU m. 2500

30/04 JAFFERAU Mi m. 2500

07/05 CIABERGIA Mb m. 1300

14/05 CHESAL Mi m. 1700

28/05 COLLE DIMIN Mi m. 1100

04/06 TELECCIO LAGO Mb m. 1917

15/06 NICOLASVETAN Mb m. 1800

23/06 RIFUGIO TOESCA Bm m. 1775

30/06 MONTE ZERBION Bm m. 2722

07/07 RIFUGIO GASTALDI B m. 2659

14/07 CORNO DEL CAMOSCIO B m. 3024

21/07 QUINTINO SELLA Bm m. 3200

29/07 DENTI DI CHIOMONTE M m. 2000

05/08 SEBA - COLOMION Mi m. 2200

14/09 COLLE DELLE LUMELLE Mi m. 1650

28/09 MONTE SOGLIO Mi m. 1970

13/10 I COLLI Mi m. 1900

21/10 COMBE DI MALO' Mb m. 1980

27/10 COMBI DI MALI Mb m. 1800

04/11 MASSALLO Mb m. 1157

17/11 SANTUARIO DI BASSA Mb m. 1520

24/11 COLLE SALVINI Mb m. 1800

02/12 S. IGNAZIO M m. 931

18/12 COLOMION m. 2054

29/12 SEBA - SELLETTA Mi m. 2200

1983 05/01 COLOMION Mi m. 2054

18/01 JAFFERAU Mi m. 2800

01/02 SELLETTA Mi m. 2200

11/02 COLOMION Mi m. 2054

22/02 JAFFERAU MM m. 2808

03/03 SEBA Mi m. 2200

22.03 COLOMION Mi m. 2054

02/04 JAFFERAU PLATEAU Mi m. 2200

11/04 SEBA - SELLETTA Mi m. 2200

21/04 MILLALURE E LORGHI Mi m. 2000

06/05 COLOMION Mi m. 1700

25/05 SUPERGA Mi m. 700

06/06 LA MADDALENA m. 700

16/06 LE TRE CROCI m. 2110

25/06 ALPE TOGLE Mi m. 1450

07/07 RIFUGIO ALPINI m. 1800

08/07 COLOMION m. 1900

01/08 COLOMION m. 1900

02/08 TRUK LA MUR m. 2300

03/08 COLLE BEAU m. 2500

14/08 REY CHATEAU BEAULARD m. 1850

07/09 LAGO PASQUIET m. 2200

29/09 FORTE VARISELLE (Moncenisio) m. 2300

13/10 S. NICOLAS C. JONA Mb m/ 1300

27.10 L. MALCIADUSSIA Mb m. 1800

23/11 M. SOGLIO Mb m. 1700

06/12 M. BERARD COLETTO Mb m. 1723

20/12 COLOMION Mi m. 2054

1984 04/01 JAFFERAU PLATEAU Mi m. 2500

19/01 CHESAL Mi m. 2068

03/02 COLOMION Mi m. 2600

16/02 JAFFERAU Mi m. 2100

06/03 SELLETTA Mi m. 2068

11/04 COLOMION Mi m. 2400

23/04 JAFFERAU GIGANTE Mi m. 2400

24/04 FREJUS FINESTRE Mv m. 1600

17/05 BOBBIO Mb m. 1100

06/09 RIFUGIO VALLE STRETTA m. 1800

11/10 TRUC LA MUR M m. 500

19/10 CIMA MARES M m. 1600

31/10 VALLE DELLA TORRE M m. 1200

13/11 AMPRISMO E TOESCA M m. 1450

30/11 ALPE TAGLIONE M m. 950

13/12 SAGRA S. MICHELE Br m. 1600

1985 03/01 JAFFERAU GIGANTE Mi m. 2400

12/01 MAD. DELLA GUARDIA m. 1850

25/01 COLOMION m. 2068

31/01 SELLETTA m. 2200

01/02 PLATEAU JAFFERAU m. 2400

21/02 COLOMION m. 1900

14/03 M. S. GIORGIO m. 900

21/03 SELLETTA Mi m. 2200

12/04 S. ELISABETTA Mi m. 1211

19/04 JAFFERAU Mi m. 2600

01/05 RHEMES NOTRE DAMES m. 1800

09/05 RIVOLI ROSTA Mi m. 900

20/06 RIFUGIO VALLE STRETTA m. 1800

27/06 ALLIVELLATORI m. 500

12/06 COLONION Mi m. 1800

17/07 GRANGE MAFFIOTTI m. 1600

10/09 FONTANE BIONDE m. 1300

13/09 BELVEDERE Mi m. 1900

27/09 COLOMION m. 1700

10/10 SUPERGA m. 700

10/11 CHESALE m. 1900

01/12 PLATEAU m. 2200

13/12 S. MICHELE m. 950

1986 22/01 SELLETTA m. 2200

13/02 COLOMION m. 1800

14/05 PIAN DEL COLLE m. 1450

15/06 MAINERO m. 2000

03/07 VALLESTRETTA m. 1600

25/07 VALLESTRETTA m. 1600

13/08 F. REGUSIOE m. 1900

28/10 MEOD m 1400

1987 02/01 HESAL m. 1700

18/01 PLATEAU m. 2600

28/01 MEOD m 1400

02/01 CHESAL m. 1700

21/01 DEL NOBILE m. 1600

28/01 PLATEAU m. 2600

19/02 PIAN DEL SOLE m. 1500

06/02 CHESAL m. 1700

02/04 SUPERGA m. 670

1988 02/01 PRADERADEGO m. 1358

21/03 COLLE S. GALLO m. 330

(bel colle che sovrasta la piana di Pieve di Soligo

12/07 S. GALLO m. 330

25/07 S. GALLO m. 330

1989 01/03 S. GALLO m. 330

18/04 S. GALLO m. 330

19/05 S. GALLO m. 330

1990 13/07 S. GALLO m. 330

23/07 S. GALLO m. 330

1991 15.04 S. GALLO m. 330

 

E fu proprio con questa gita del quindici aprile 1991 che lo zio Tita diede addio alle sue gite in montagna, già centenario e con le gambe stanche, ma contento e benedicendo il Signore.

 

DAI RISVOLTI DI COPERTINA DELLA PUBBLICAZIONE del 1994

 1° risvolto di copertina....

Esiste il segreto della lunga vita? Cosa dimostra l'avventura di un ingegnere trevisano, classe 1891, trapiantato a Torino, un matrimonio durato sessantacinque anni, commerciante ed impresario edile, impegnato con la San Vincenzo, amante della montagna (che cominciò a conoscere a sessant'anni di età) e dei bagni gelati? Giovanbattista Schiratti, Zio Tita, un ingenuo, allegro giovanotto di centotré‚ anni, è un esemplare portatore del gene della longevità? Oppure è l'andare in montagna che mantiene giovani? Il nipote Enrico registra gli spunti di vita che zio Tita offre, alla ricerca della ricetta della lunga vita.

 In copertina, Tita Schiratti sul Colle Colombo (2.400 metri), il 5 dicembre 1979, a ottantotto anni.

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2° risvolto di copertina....

Enrico Vaglieri ha ventinove anni. Laureato in filosofia e diplomato in scienze religiose, insegna religione cattolica nelle scuole pubbliche. Vive a Spresiano. È giornalista pubblicista. Questo è il suo primo libro.

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Chi viene in possesso del presente libretto, che viene distribuito gratuitamente, e vuole fare una donazione in beneficenza, può destinarla alla Società di San Vincenzo de Paoli Consiglio centrale di Torino, c/c 27832104, oppure alla Caritas diocesana di Vittorio Veneto, c/c 10255313.

 

 

ultimo aggiornamento 27-Nov-2000

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