Arnaldo Igne - Enrico M. Vaglieri

 LA MAESTRA NAPOLETANA

Una vita in una gita

 

1997

 

 

 

INDICE

PREFAZIONE

Una gita a Cerro
La nobile famiglia de Georgio, marchesi di Lomellino
Il testamento
"Vostra madre è morta"
"Mi dispiace signora, ma oggi Jole non la può vedere"
Pennasilico
Ventotene
A casa del diavolo
Da Napoli a Francenigo
Gino
"Ieri sera Gino è fuggito via di casa..."
"Non capisco niente.. Scrivi quello che dici e poi io lo leggo"
Il campo solare
Mia madre, i partigiani e l'8 settembre
Tutto questo era Francenigo. Oggi non più
Torre del Greco
'A maestra
Verona
Vita d'ospedale
L'ultima lettera
Cosa mi ha dato mamma
La sua figura si sostituì a quella di mia madre
Pubblicheremo?

 

 

PREFAZIONE

  Abbiamo raccolto in queste pagine i frammenti di diario e le lettere, lasciati dalla "maestra napoletana", Jole de Georgio in Igne. Ad essi abbiamo aggiunto altre notizie soprattutto degli ambienti in cui visse, per completare il quadro della sua vicenda umana.

Uno di noi per affetto di figlio, l'altro per stima e commozione, abbiamo ammirato i sentimenti di quella donna esemplare, abbiamo condiviso, ricordandole, le sue sofferenze e le sue gioie.

Scriverne ci è parso utile e segno di riconoscenza, consci però che già molte altre storie vere e simili esistono, o anche più eroiche e più toccanti.

É vero. E per questo abbiamo impostato ogni cosa come se dovesse servire solo a far ordine nei nostri ricordi, a far tornare chiare le immagini dei tempi passati a chi ha conosciuto Jole, a far conoscere, anche in questo modo, un pezzo di storia alle giovani generazioni di Ventotene, Francenigo di Gaiarine, Torre del Greco e Verona, e così offrire un piccolo contributo di microstoria a coloro che sapranno fare la sintesi storica e culturale del nostro secolo.

Ma soprattutto, per chi non ha mai letto libri simili, per rappresentare un esempio di umanità, per tramandare un esempio di speranza, dedizione, sofferenza e amore.

La maestra Jole è passata tante volte da un paese all'altro, da una regione a un'altra d'Italia. E da queste testimonianze dovrebbe emergere quanto ogni trasferimento e ogni ambiente nuovo influiscano sulle persone.

Libri come questo servono a recuperare la memoria storica, perché oggi più che mai, per l'accelerazione del progresso e dei mutamenti sociali, si rischia di perderla.

Come accade alle case, ai palazzi, alle vie. Così per esempio a Francenigo, e non solo lì: case distrutte, per il delirante senso del nuovo, case ricostruite con stile eclettico, case nuove senza memoria, dove c'erano giardini: Così si perde - ma è inevitabile? - il ricordo degli uomini e delle donne che ci avevano vissuto e di quel che era capitato loro. Si perde "l'anima" del passato.

A questa depauperazione forse sta reagendo la sensibilità popolare stessa, che non accetta di perdere il patrimonio artistico e culturale: tornano per esempio le "sagre", i palii tra le contrade, le mostre artigiane, dei mestieri. C'è un risveglio della sensibilità? Possiamo dare anche noi un piccolo contributo?

Sacco in spalla... Si parte!

ottobre 1996

Arnaldo Igne - Enrico M. Vaglieri

[I disegni e gli schizzi dell'edizione originale sono tutti di Arnaldo Igne, così come le foto, quasi tutte inedite.]

 

 

UNA GITA A CERRO

  Caro Gianni,

Ci sono state grandi novità in pochi mesi: la più importante è che è nato nostro figlio! Sì, un pargoletto. Si chiama Jacopo ed è già buono e simpatico: ha premiato i preparativi che si facevano da mesi - immagina l'ansia delle nonne! Non mi sono ancora abituato al fatto che la famiglia si è allargata e i tempi e le relazioni sono diversi da prima. Però all'orgoglio e alla gioia mi sono abituato subito, da quando in sala parto l'ho tenuto in braccio...

Il resto va bene. Il lavoro non manca, cerchiamo di fare qualche piccolo viaggio o almeno dedicarci alla musica e alla lettura. Siamo stati a Torino e in Toscana, ho letto l'ultimo libro di Eco, che è divertente e ben documentato, e mia moglie si dedica ai lavoretti con la pasta di sale (fa molte bomboniere... ).

Ma oltre a questo c'è un altro avvenimento in fieri che rende questo periodo uno dei più fecondi: sto pensando di pubblicare un libro insieme con un amico di Verona, Arnaldo.

Sì, un libro. Finalmente.

Tu sai da quanto desideravo poter scrivere storie, poter pubblicare qualcosa! É una forma di espressione e di comunicazione che mi fa sognare, sento che mi sgorga dalle vene, mi attira, è come una linfa.

Quella di cui ti parlo è una storia particolare. É una storia vera; la storia di una donna. Una maestra del Sud che comincia a insegnare in un'isola sperduta, ma si trasferisce al Nord, nel Veneto contadino, prima dell'ultima guerra. Lì continua a insegnare dando prova di grandi capacità, si sposa, ha un figlio. Il matrimonio incontra degli ostacoli. Infine ritorna al Sud.

Una storia vera è sempre interessante anche se sembra piatta. Sembra, in confronto a certi romanzi d'avventura e storie di sentimenti straordinari (appunto straordinari). Ma il fascino della vita vera, delle emozioni reali...

Non è una storia eroica, né di santità. Noi non viviamo di eroismo. É il resoconto di una vita non illustre. Le nostre vite non sono eroiche, ma non le scambieremmo con la vita di nessun altro, a meno che non siano ricchi, belli, fortunati, intelligenti, amati, tutto insieme... Non le scambieremmo perché, pur sembrando prevedibili, in realtà sono colme di sentimenti, sorprese, illuminazioni. Un grande atto eroico mette sempre in ombra tutti i percorsi e le scoperte di una vita. Beate quelle città dove molti figli vogliono ricordare il valore dei genitori e scrivono e scolpiscono ricordi.

Perciò scoprirai che è una storia di ambienti, di vicende vere, di sentimenti, perché ogni capitolo è un'epopea. C'è l'esempio di vita nel lavoro, si vede come gli ambienti influiscono sulle persone e come il carattere e la grinta influiscano sull'ambiente! C'è anche del turismo in questa storia.

La storia è già scritta. Anzi, per la verità l'ho rivissuta in un solo giorno, qualche tempo fa. Ma non ho ancora deciso se pubblicare davvero. Scrivere è bellissimo, anche se costa tanta fatica. Ma pubblicare... è un'altra cosa.

Perciò voglio raccontarti l'una e l'altra storia: la vita di Jole de Georgio e quella del giorno e della gita durante i quali abbiamo letto i documenti di Jole e l'abbiamo ricordata.

Ti dirò ogni particolare. Così tu, che sei esperto, mi potrai dare una risposta.

Ti va? Sei disposto a darmi un giudizio sincero? Ho raccolto anche qualche altro parere; te lo riferirò più avanti.

Cominciamo.

 

Forse ti ricordi che alla fine di febbraio per una settimana il tempo è stato bellissimo, la temperatura si è alzata, il sole scaldava le piante e alcuni fiori avevano iniziato a sbocciare.

Proprio in quei giorni Arnaldo Igne mi telefonò e mi propose una scampagnata sulle colline di Verona, a Cerro veronese, dove ha una casetta in affitto.

- Così parliamo anche della "maestra napoletana" - mi aveva detto. Ma io non capivo esattamente cosa voleva propormi. Saremmo rimasti nel suo giardino a leggere per tutto il giorno? Ci avrebbe raccontato per ore le storie di sua madre? O avremmo partecipato a una specie di rito...

La Domenica mia moglie e io arrivammo presto a Cerro. Appena incontrato Arnaldo arrivarono altre due persone, una ragazza e una donna. Ci ricordammo di aver superato la loro macchina un quarto d'ora prima. Nella presentazione, Arnaldo disse che erano una sua amica e la figlia. - Saranno due spettatrici attente! -

Il suo viso aveva l'espressione, che in verità ha spesso, di chi ha progettato attentamente la giornata e si propone come guida e accompagnatore, gentilmente ma con fermezza. Aveva con sé una borsa di pelle, poco adatta a una gita in montagna: era vecchia e strapiena. Era la borsa che usava da sempre per portare a scuola il materiale per le lezioni.

Nessuno di noi aveva intenzione di far da guida. Nessuno gli voleva togliere quella soddisfazione. Arnaldo è così: non sai cosa ti proporrà, ma certamente sarà originale, strano ma interessante.

Proseguimmo dunque con le macchine ancora per un po', lungo la valle di Squaranto. Poi, raccolti gli zaini con la colazione, le coperte, le borracce, binocoli e macchine fotografiche, e la borsa con i libri, iniziammo l'escursione, salendo a piedi verso Scandole. Avevamo di fronte il monte Tomba.

Mentre salivamo, Arnaldo cominciò a spiegarci che desiderava offrirci una bella gita, approfittando di quel giorno inaspettato di sole e di tepore, ma anche proporci di ascoltare la storia di sua madre.

Guardava me con sguardo complice. Io conoscevo già molto di lei; forse pensava di farmi conoscere nuovi particolari.

Per prima cosa raccontò agli altri come egli e io ci eravamo conosciuti. Disse che aveva visto il primo numero del 1992 di Gaiarine Notizie nel quale compariva una foto di sua madre.

- Sì - ero intervenuto io. - Avevo pubblicato nell'ultima pagina del notiziario di cui sono direttore, la foto di una classe delle elementari, una 4°, del 1924, con la maestra, giovane, al centro. La rubrica si intitolava: "Chi li ha visti?". L'intento era di attirare l'attenzione dei lettori e permettere ai più anziani di riconoscersi.

Invece ricevetti la telefonata di un insegnante di Verona, Igne, che diceva di conoscere perfettamente quella maestra - era sua madre - e anche molti di quei bambini; ma non gli piaceva il titolo della rubrica, perché dava l'idea di cercare dei dispersi... -

Arnaldo si fermò a una curva del sentiero, mentre noi gli passavamo davanti, e disse: - Ricordo che diedi a Enrico un appuntamento a Francenigo, passeggiammo a lungo per le vie, gli raccontai molto di mia madre e lui stava ad ascoltare interessato. Decidemmo di andare in cimitero, gli proposi di mostrargli dove era sepolta mia madre e, proprio davanti alla tomba... -

Terminai io: - ... gli dissi: "Perché non pubblica un libro sulle vicende di sua madre?". E Arnaldo mi rispose che ci pensava da tempo e che anche sua madre doveva averci pensato (spronata da altri, forse), perché aveva lasciato molti appunti, ma sparsi e disordinati come se avesse voluto obbligarlo e raccoglierli, catalogarli, a riordinarli e, in questo modo, a tenerla in vita con il ricordo... -

In quel momento arrivammo a un punto dove il sentiero cominciava a scendere lungo la costa di un muraglione di roccia. Il panorama diventava immenso.

Arnaldo continuò: - Mia madre apparteneva a una nobile famiglia. Abitava in una grande città, Napoli, eppure aveva cambiato completamente ambiente, almeno due volte, e sempre si era dovuta costruire una vita.

Ora vi dico perché vi ho invitati tutti a questa scampagnata e cosa vi propongo.

Mia madre, sia detto senza modestia perché è vero, aveva insegnato alla gente contadina di Francenigo molte cose; ha contribuito a far crescere socialmente il paese. É una donna che ha lasciato il segno. Una donna di Napoli che va ad abitare in un paesino della campagna veneta!

Ma val la pena pubblicare la sua storia?

Questo vi chiedo. Dopo che avrete sentito la sua storia (e quale panorama migliore di questo potrebbe incorniciarla!) ci direte se vi ha interessato, se leggereste volentieri un libro che la narri, se, insomma, val la pena pubblicarla! -

E aveva ragione. Il panorama, dopo quel primo tratto di cammino in salita e poi ancora verso il basso, era diventato maestoso. L'aria era tersissima, i colori netti. Le creste si appoggiavano sul cielo come cartoni ben sagomati. Le nuvole erano sopra e lontano, davano il senso della profondità nell'azzurro.

- Mi è venuto in mente - aggiunsi io - che la storia di tua madre forse può rappresentare la vita di molte donne, casalinghe, che, sposate, si trasferiscono in paesi lontani, sradicate dalla famiglia, però tra le difficoltà di inserirsi in un nuovo ambiente, e anzi per questo, riescono a insegnare come si deve vivere ai loro figli, spesso anche al marito. Non di rado ai vicini, al paese. Però - conclusi - sono d'accordo che è importante sentire il parere di altre persone che non hanno conosciuto Jole. Sono curioso di vedere che effetto farà la sua storia. -

- Va bene - disse la donna. - Ascolteremo volentieri la storia di tua madre, Arnaldo. Anzi, ho capito che ci racconterai cose che non immaginavo della tua famiglia, anche se altre volte me ne avevi parlato. Però non so come potremo darti un parere utile. Io e Sandra siamo al massimo due lettrici, due buone lettrici. Non certo esperte in editoria... -

- L'ha appena detto - aggiunsi io. - Siete buone lettrici. A cosa servono i libri, se non a essere letti? Perciò chi è giudice migliore di voi? -

 

 

LA NOBILE FAMIGLIA DE GEORGIO,

MARCHESI DI LOMELLINO

 

- Signor Arnaldo, aveva detto che sua madre era nobile...? - chiese la ragazza finalmente incuriosita. Fino a quel momento non aveva detto una parola più lunga di un "sì".

- Mi dai del Lei? - rispose Arnaldo divertito. La ragazza cercò di scusarsi, ma la madre intervenne dicendo: - Se te lo chiede, puoi anche dargli del Tu... -

La ragazza assunse un'espressione rassegnata, quando Arnaldo, fermatosi, aveva estratto dalla borsa un foglio.

Ci spiegò: - Questa è una lettera. É il primo documento che vi leggo. Cominciamo la storia da qui. Me l'ha spedita Anna de Georgio, una cugina di Jole. - E iniziò a leggere.

 

Napoli, 27 gennaio 1994

Caro Arnaldo

rispondo alla tua lettera del 18 corrente arrivata ieri.

Circa le notizie che mi chiedi inerenti alla storia della famiglia de Georgio, posso fornirtene alcune di cui serbo memoria, poiché prima di entrare in Clinica il 4 novembre per un intervento al seno, il cui esito, a giudizio di alcune persone, era considerato infausto, ho distrutto lettere e documenti per me non più utili.

Notizie certe sono queste: la famiglia de Georgio proveniva dal Piemonte, si stabilì a Napoli alla fine del '600. Fra i suoi membri ci sono stati generali, ammiragli. Era una delle famiglie più ricche di Napoli. Aveva palazzi a Piazza Carità, fra cui la Chiesa (non la chiesetta) La Georgia ricca di quadri, candelabri in argento massiccio con lo stemma della nostra Casa.

Alla morte di mio padre, ingegner Leopoldo, vi fu celebrato un funerale solenne.

Intorno alla famiglia c'era una vera corte: medici, notai, 4 amministratori che venivano pagati annualmente in ducati.

In suffragio dei familiari defunti venivano celebrate ogni giorno 11 messe.

Oltre al palazzo di via Toledo 148, residenza della famiglia, ricco di saloni dai soffitti dipinti e fregi alle porte (che ho visitato nella mia infanzia) possedeva palazzi in via dei Fiorentini, via dei Carrozzieri, piazza Carità, Giardini alla Riviera di Chiaia, case a Resina Pugliano.

Oltre alla chiesa della Georgia in piazza Carità possedeva una cappella nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Toledo. In questa chiesa aveva il diritto di sepoltura.

A Napoli era fiorente il culto del Presepe, e il presepe più importante era della famiglia de Georgio, tanto che il Re di Napoli, Ferdinando di Borbone, ogni anno a Natale si recava a casa nostra per ammirarlo. Purtroppo i pastori sono andati dispersi fra i diversi eredi.

Mio padre, ingegner Leopoldo, è stato un membro illustre di questa famiglia. Alla sua morte tutta la stampa ne fece commemorazione.

Spero di esserti stata utile per quanto mi è stato possibile.

Ogni giorno ti raccomando nelle mie preghiere. Un abbraccio.

Anna

IL TESTAMENTO

 

 

Arnaldo ripose con cura la lettera nella sua cartella gonfia di fascicoli, carte e sentimenti. La donna gli domandò: - Ma non è stata sepolta a Francenigo tua madre? -

- Sì, è vero - rispose Arnaldo.

- E Napoli cosa rappresentava per lei? - insisté la donna.

- Napoli è palestra di vita, questo è stato per me e mia madre lo sapeva. Ella era innamoratissima della città, anche se diceva che, politicamente, non l'hanno saputa organizzare. Le piaceva però bere e mangiare anche alla veneta!

Le sue passioni intellettuali erano la storia e la geografia. Potrei dire che era venuta via da Napoli per rivivere la storia: infatti da piccola si appassionava moltissimo a vedere le bandierine delle conquiste italiane sulle carte geografiche, che la nonna appendeva alle pareti di casa. Conservo ancora una bandierina tricolore, costruita da nonna Carolina nei rifugi.

Mia madre poteva vantare titoli e conoscenze - concluse Arnaldo - ma alla fine volle farsi seppellire in un piccolissimo paese come Francenigo.

Sentite cosa scrisse in una lettera "Da aprirsi in caso di grave malattia o di morte". Ed era proprio a Napoli! -

Si era seduto sul ciglio del sentiero, il sole gli colpiva gli occhi. Aprì una busta che aveva estratto dalla cartella, si riparò gli occhi e disse:

 

 

 

LE MIE ULTIME DISPOSIZIONI

Io, Jole de Georgio in Igne, in piene facoltà mentali, in caso di ricovero ospedaliero desidero essere trasportata nel Veneto e precisamente a Sacile (Pordenone) nell'ospedale civile, dove regna ordine, pulizia ed onestà. Alla mia morte poi voglio essere tumulata nel cimitero di Francenigo (Treviso) dove è sepolto anche mio marito e dove ho insegnato per 24 anni. Mio figlio è al corrente di queste mie volontà; anch'esso desidera le stesse cose e nessuno, dico nessuno deve opporsi a questa mia volontà.

Jole de Georgio Igne

Napoli 26 ottobre 1972

 

Arnaldo aveva lasciata aperta la cartella su una grossa roccia grigia e rossastra, sulla quale era seduto. Tutti eravamo fermi. Vidi sporgere tra le carte un fascicolo di "Gaiarine Notizie". Lo presi e notai che era quello in cui avevo inserito un articolo sulla "maestra napoletana", in seguito alla vicenda della foto.

- A proposito di testamenti e funerali - dissi, prendendo il giornale - ecco l'articolo in cui ho ricordato l'orazione funebre che don Otello Jesse tenne al funerale di Jole de Georgio.

Ve ne leggo alcune frasi e dopo ricominceremo a salire. Manca molto per la vetta del colle, Arnaldo? -

- No, però bisogna camminare ancora - rispose, con un'espressione negli occhi come di un ghiottone che attende un'altra portata. Ad Arnaldo piace ricordare.

Lessi:

 

A ricordare i meriti della sua opera il giorno del funerale fu don Otello Jesse, che era stato allievo di Jole. "Me la ricordo bene - racconta don Otello, che ora è a riposo e vive a Francenigo con la sorella Catinetta. - Ha cominciato a insegnare proprio a Francenigo. Erano anni duri economicamente. Io l'ho conosciuta quando ero già in terza elementare. É stata molti anni a Francenigo e ha fatto scuola anche a mia sorella. Si era molto affezionata a noi.

Abitava presso i Contarini che avevano una pensione e la ospitavano. Proprio nell'anno in cui l'ho conosciuta ha sposato il sarto Igne ed è andata ad abitare vicino alla scuola.

Come maestra ne ho un ricordo molto caro: insegnava con passione, non era mai assente. Era molto affiatata con i suoi colleghi, era competente e brava, aveva un bell'italiano forbito. Era una donna di grandi iniziative, non si limitava al semplice studio e alla lezione, organizzava varie attività.

Quando andò in pensione non smise di venire a trovarci: due volte all'anno cercava me e alcuni suoi alunni, che ora sono maestri. Era molto contenta di vederci e le bastava un semplice cenno per ricordare mille cose ed entusiasmarsi.

Tra l'altro conservava con cura le fotografie di tutti i suoi alunni.

Diceva sempre: "Ricordatevi che la vita è un lavoro e che la pace si può acquistare solo con il perdono" e ancora un altra frase: "Sull'esempio di Filippo Neri state buoni, se siete capaci".

Ha inseguito generazioni di alunni, prima nella baracche e poi nella scuola in muratura.

Sono stato io a tenere l'orazione funebre" spiega don Otello. "Ho cominciato così: "Consentitemi una considerazione personale: forse è un mio pensiero personale, e quindi come tale opinabile, che quando si è vivi il bene non è del tutto riconosciuto; ci si accorge del bene che una persona ha fatto, soltanto dopo che è morta", era un richiamo al Leopardi. "Perché deve essere così? Eppure così accade. E si è verificato anche per Jole. Lo attestano le persone convenute oggi per manifestarle il loro affetto", non erano tante, perché era un giorno di lavoro, ma erano quelle più affezionate. "Io dicevo a Jole: ovunque andrò ti porterò nel cuore con affetto e nella memoria con il ricordo. Per me è stata mamma e maestra".

Dissi ancora che prodigava buona parte del suo stipendio per renderci più lieti. Era molto parca nel vestito perché le rimaneva poco per se stessa e riduceva tutto al puro necessario.

Ricordo di aver detto che la sua vita si può riassumere nel binomio bontà e dovere. Che è una morale in estinzione.

Il discorso mi era venuto spontaneo, non l'avevo scritto. In genere li scrivo".

"VOSTRA MADRE É MORTA"

 

 

Quando finii di leggere, riprendemmo subito a camminare. Il sole era alto e scottava sulle nostre facce. Ma una leggera brezza, come è facile trovare in montagna, trasformava la pioggia di raggi in un tepore primaverile.

Mancava poco a mezzogiorno. Tra poco ci saremmo fermati a mangiare.

Infatti Arnaldo disse, volgendosi verso di noi: - Vedete quel colle a destra? Il sentiero tra un poco gira e ci porta lassù, sulla cima. Ci fermeremo lì a mangiare. Ho portato un salame di Francenigo che non dimenticherete facilmente.

Intanto che saliamo vi dico qualcosa sull'infanzia di mia madre. Poi, durante il pranzo ci sposteremo al Sud; anzi su una piccola isola! Tutti d'accordo? -

Riprese a camminare, mentre cominciò a raccontare della famiglia di Jole. Ma prima aveva estratto dalla cartella due fogli e mostrava l'intenzione di volerli tenere per un po' piegati in mano.

Il padre di Jole, Ettore, era avvocato e apparteneva come avevamo sentito alla nobile famiglia dei marchesi di Lomellino de Georgio. Questi possedevano terreni, carrozze, una chiesa. Tutto con lo stemma di famiglia. Ettore aveva un fratello ingegnere, Leopoldo. La madre di Jole si chiamava Ida Mazzarelli ed era una violinista, allieva del Cilea e concertista.

- Ricordo benissimo - ci disse Arnaldo - che facevamo le ferie in luglio e agosto a Napoli o a Nettuno (io ero piccolissimo) e un giorno di ogni settimana era dedicato al ricevimento, oppure andavamo noi nelle ville di baronesse e contesse: tra gli altri ricordo gli Scorpati, i Verusio, i Mascaro, gli Jofusco. C'erano i maggiordomi in livrea, il baciamano, i pranzi durante i quali ero costretto a stare composto e non mi divertivo affatto. -

Jole era nata a Napoli il 17 novembre 1901.

I genitori di Jole si erano poi separati perché al marchese piaceva troppo il gioco: in una sera aveva perso palazzi, carrozze e terreni, e, impoverito, era stato costretto a vivere della sua professione. Era morto nel 1927.

Sua moglie, la madre di Jole, l'aveva preceduto di parecchi anni, era morta a 34 anni, a Napoli il 17 luglio 1911: era andata a suonare per un concerto a Ischia e sul vapore aveva preso la broncopolmonite...

Jole aveva una sorella, Alma che era più giovane di tre anni. Erano nate entrambe in casa a Napoli in via Magnocavallo, strada abitata da nobili, nei pressi di piazza Carità. Avevano iniziato le scuole in collegio, al "Jean d'Arc", istituto per nobili, molto selettivo, molto rigido.

Di Jole e Alma, rimaste orfane si era occupata nonna Carolina che le ebbe in affidamento. La mattina in cui la madre delle due ragazze morì, Carolina le aveva vestite completamente di nero, le aveva portate nella camera ardente e aveva detto loro solamente: "Vostra madre è morta".

Carolina era la madre di Ida, anconetana, della famiglia Marconi. Aveva sposato un uomo, ingegnere e architetto, che lavorava per le ferrovie. Era una donna energica e forte. A Ida, quando diceva di voler fare una professione libera, diceva: "Libera di morire di fame!". E una volta aveva conquistato il rispetto dei briganti in Calabria, così qualcuno aveva raccontato ad Arnaldo. Carolina aveva aperto la porta e offerto loro ogni bene anche per i loro bambini. Allora essi le dissero: "Vo'ssignoria noi la proteggeremo!". E così avevano fatto.

Ma con i napoletani non si trovava bene, anzi li apostrofava: "Crescete e moltiplicativi, popolo cencioloso"!

Con i bombardamenti il cimitero è andato distrutto e con esso anche la tomba della mamma di Jole, che era in via Nuovo Tunnel a Fuorigrotta.

 

 

"MI DISPIACE SIGNORA, MA OGGI

JOLE NON LA PUO' VEDERE"

 

 

Solo a questo punto Arnaldo, rimasto per un attimo pensieroso, mentre noi ci guardavamo cautamente e con rapidi cenni commentavamo quel che aveva detto, aprì uno dei due fogli che teneva in mano e disse: - Pensavo di usarlo più tardi. Ma quando cominci a raccontare, anche se pensi di seguire l'ordine che ti sei preparato, non sai mai dove arriverai e cosa ti verrà in mente.

Questa è un brano di diario di mia madre. Due anni prima di morire aveva fissato alcuni ricordi dell'infanzia e soprattutto del severo collegio... -

 

 

marzo 1985

Ecco che alla mia mente si affaccia questa poesia, che tutti volevano ascoltare quando andavo con la mia cara nonna e Alma in società, specialmente da Giannino ed Ida Iandolo e da Iolanda.

Ero una ragazzina svelta ed allegra di circa dieci anni e recitavo molto bene. Questa che trascrivo e che racchiude in sé molti ricordi era il mio "cavallo di battaglia", come si suol dire, e suscitava ilarità in tutti.

La trascrivo.

 

"Ricordi del nonno"

Qui, dentro alla memoria

ho sempre impresso un detto

che mi solea ripetere

quel caro e buon vecchietto

del nonno mio. Dicevami:

"Per voi, povere donne,

critica sempre l'epoca

è d'allungar le gonne".

Inver se sto a riflettere

sugli anni miei passati,

non seppi allor comprenderlo,

ma furono anni beati.

Sempre carezze e ninnoli

e pupe e zuccherini

finché potetti iscrivermi

all'albo dei bambini.

Bambina, nol dimentico,

allor che comincia

a spiccicar tre lettere

non finiva mai

di farmi ognor ripetere

l'eterno "be a ba"

ed oggi mi si vietano

i libri del papà.

Prendea pettini e spazzole

e mi lisciavo un giorno

senza che si brigassero di me,

lo dico? un corno.

Oggi, se mai mi frullano

Dio guardi le cervella,

d'andare un po' mirandomi,

forse per farmi bella,

la mamma monta in furia,

la nonna mi rimbrotta

dicendomi: "Corbezzoli,

s'ammira la marmotta!"

La nonna è tutta scrupoli

non vuole aver rimorsi

e vol che si misurino per me

drammi e discorsi.

E se, per caso, dolgomi

di tanta privazione,

in coro i miei rispondono:

"Verrà la tua stagione!"

Orbé che mi s'allunghino

perdinci queste gonne

se l'epoca più critica

è questa per le donne!

(Bastava far due smorfie

od arricciare il naso

che tutti ne facevano

un fortunato caso)

Poi era triste il mio ritorno in collegio, dopo aver trascorso qualche giorno a casa. Là dovevo filare, obbedire sempre e scattare, se non volevo essere punita.

Quante volte la mia cara nonna veniva in parlatorio e si sentiva dire dalla signorina Canfora, la vicedirettrice: "Mi dispiace signora, ma oggi Jole non la può vedere. È in castigo perché non ubbidisce, fa due scalini alla volta, non ascolta il suono del mio campanello, è troppo svelta e ride sempre"!

Appena la vice aveva parlato e si era allontanata andando nelle altre sale del parlatorio ed Alma, sempre buona, discuteva con nonna, ecco che io apparivo sgusciando da una porticina segreta, mi sedevo accanto a nonna, la baciavo, parlavo con lei, mangiavo le paste che mi aveva portato e tutti ridevano.

Ma ecco l'arcigna figura di Canfora apparire sull'uscio e i parenti delle mie compagne farmi segno di andar via. Naturalmente scappo, saluto nonna e me ne vado tranquilla nella sala di studio.

"Mi dispiace proprio signora, ma Jole oggi è punita" ripete a nonna la vice. "Sarà per la prossima Domenica se ubbidisce". Io intanto già avevo preso appuntamento con nonna per vederla all'ora della passeggiata domenicale; mi portava altre cose, prendeva delle lettere da consegnare alle amiche esterne, quindi me ne ridevo altamente della punizione avuta; per me era un vero divertimento.

Ricordo che una delle tante domeniche, Alma che era stata sempre brava e buona quando vide nonna, tutta contenta disse: "Sai nonna, ho avuto "biasimo"", credeva fosse una gran bella cosa, data la novità. Nonna rise prima, poi le spiegò il significato di quel voto ed allora lei divenne triste.

Quante volte facevo disperare quelle povere istitutrici! Le signorine Ricciardi e Donvito erano più comprensive e tante volte ridevano; ma Stendardo e Serotto non avevano pace.

Durante lo studio camerale, mentre le altre eseguivano i compiti, io ero in giardino arrampicata sull'albero a prendere arance e metterle in una cartella per mangiarle durante l'ora di studio. Poi andavo all'armadietto per prendere i libri che avevo insieme a Gallo Maria e mi fermavo un po'. Ed ecco subito l'istitutrice dietro le spalle: "Stai sempre con la capa nello stipetto tu!". Io ridevo, poi correvo in aula di studio e con Gallo, Guadagni e Alfieri (compagne di scuola di Jole, n.d.r.) mangiavamo le famose arance.

Purtroppo un giorno il mio colletto bianco restò agganciato all'albero; aveva cucito il numero 7 che era il mio numero di matricola e fui punita.

Allora feci impaurire la signorina Serotto, che in fondo non era cattiva, ma petulante, e dissi: "Va bene, io allora mi butto giù dalla finestra" (eravamo in via Costantinopoli e le finestre si affacciavano sulla strada) e nel dire ciò salii sul davanzale. Immediatamente fui perdonata, ma la direttrice Squillacciotti fu informata di ciò e mi fece una vera ramanzina.

Quanti anni sono trascorsi da allora e quanti, quanti ricordi lieti ed amari.

Avevamo continuato a camminare in silenzio, ascoltando le marachelle di Jole. Ormai ci sembrava di conoscerla. Arnaldo aveva creato un'atmosfera tale e noi ascoltavamo tanto assorti che ci sembrava che fosse lì lei stessa a raccontare.

 

PENNASILICO

 

 

Arnaldo aveva richiuso il diario e riposto nella cartella, e tenendo ancora in mano l'altro foglio e aprendolo aveva continuato a raccontare.

- Dopo le scuole tecniche, Jole aveva fatto il liceo classico.

Invece sua sorella Alma, mia zia, aveva fatto le magistrali e contemporaneamente, poiché amava la musica, si era diplomata in violino al conservatorio di San Pietro a Majella. Divenne un'ottima violinista, ma abbandonò per lavorare nella società elettrica meridionale. Suonava solo alle cerimonie religiose; era una dama del Tempio dell'Incoronata: suonò alla posa della prima pietra. Era molto affezionata al suo strumento, che era della scuola del Guarnieri del Gesù, alla fine del '700. Mia madre diceva che suonava il violino con lo stesso sentimento di Nonna.

Alma, che aveva continuato ad abitare a Napoli, fragile e sofferente morì un anno dopo Jole, nel 1988, senza sapere che sua sorella era morta prima di lei: non ho avuto il coraggio di dirglielo. Ho giocato sui suoi vuoti di memoria.

Jole era molto legata alla madre Ida, più che al padre, e in seguito lo fu alla nonna Carolina, che era diventata una seconda madre.

Era una ragazza scaltra, vivace, irrefrenabile, schietta e tenace nei suoi propositi, in una sola parola, decisa e ferma. Terribile per alcuni, come avete sentito... Era molto sana, non piangeva mai. Era sempre stata molto devota alla Madonna di Pompei.

Si iscrisse all'università alla facoltà di Lettere, ma per i problemi economici della famiglia dovette dirottare verso l'insegnamento alle elementari: sognava di insegnare, il suo scopo di vita era l'insegnamento. In casa faceva spesso ripetizioni a ragazzi già grandi.

Proprio nell'ambiente universitario ebbe il suo primo amore. Era un amore molto forte, ma molto difficile.

Si chiamava Pennasilico, un professore di lettere. Era molto colto, in lui Jole trovava l'apertura mentale, la professionalità nell'insegnamento, la missione della cultura che si comunica, si travasa negli allievi. Un uomo profondo, linguaggio e penna forbiti.

Però Pennasilico era senza una gamba, a causa della guerra.

Eppure lei aveva superato il problema fisico, aveva sognato. La testa, la mente valeva molto più del corpo, "l'uomo va giudicato dalla testa" diceva.

Ma la nonna, anche attraverso la signora Zanatta (una signora che viveva a Magnocavallo con i figli, che erano stati cresciuti da Carolina insieme con le due sorelle) la voleva convincere ad allontanarsi e dimenticare.

Il professor Pennasilico fu ricevuto da nonna Carolina che gli parlò con franchezza. "Jole è giovane, esuberante, piena di vita. Questo matrimonio non si può fare!". Ne ebbe ragione.

Fu un amore sofferto e svanito. -

 

 

VENTOTENE

 

 

Caro Gianni, sai che quando si cammina in montagna si pensa tanto, inseriti come si è nell'armonia della natura (sempre che non ci investa un'improvvisa bufera di neve...). Ma l'ideale è lasciar correre il pensiero sulle creste della fantasia e dei ricordi con un tema preciso, uguale per tutti, e ricordare. Questo ci stava accadendo.

Eravamo arrivati vicinissimi alla vetta del colle. Il mezzogiorno era passato. Arnaldo taceva.

- Ho proprio fame - disse la donna, quasi per rompere quel silenzio che pareva necessario, per rispetto, serio e giusto, ma anche pesante. Avevamo appena parlato di amore. L'amore.

E proprio quando la donna aveva parlato, il sentiero, su cui camminavamo in fila, si era allargato in un viottolo pietroso che, passando davanti a una baita in rovina, portava al centro del piccolo pianoro sopra Bosco Chiesanuova e poi scendeva sulla destra, perdendosi nella valle.

- Ecco - disse Arnaldo, battendo le mani con uno schiocco. - É l'ora di pranzo! -

Vedemmo che dietro l'angolo della baita, sul lato più assolato c'era un tavolo rustico formato da tronchi molto grossi, vecchi e con molte fessure. Spostammo qualche ceppo e, con alcuni tronchi che formavano le panche, altri la tavola, vedemmo che era abbastanza comodo e, con una pulitura, sarebbe stato un dignitoso supporto per contrastare i morsi della fame.

Stendemmo una tovaglia, tagliammo il pane; Arnaldo aggiunse piatti e posate, che aveva portato personalmente, spiegandoci che non amava i bivacchi improvvisati...

Servimmo le vivande. C'erano pomodori ripieni di riso, verdure in pinzimonio, formaggi e olive, prosciutto e mortadella, un salame all'aglio che veniva da Francenigo. E c'erano due bottiglie di buon Valpolicella. Concludeva le portate una squisita crostata di mele, confezionata dalla ragazza.

Dalla baita si poteva vedere il monte Tomba e la valle di Squaranto a Sud.

Eravamo allegri, come se, oltre alla lunga camminata, avessimo fatto qualche azione coraggiosa, tutti insieme, come se avessimo risolto una situazione difficile. Masticavamo, inghiottivamo, ma le nostre parole, i nostri gesti erano automatici: il cuore costringeva tutta la nostra attenzione verso quella storia, che udivamo.

Arnaldo condiva le verdure e mesceva il vino, come un padrone di casa, e raccontava...

La ragazza gli chiese se poteva guardare nella cartella. - Se apri la tasca interna - le rispose - trovi un walkman. -

Per un attimo la ragazza era rimasta incerta. Forse Arnaldo voleva prenderla in giro, credeva che alla ragazza interessasse solo distrarsi, ascoltare musica in ogni situazione... Lei voleva solo sapere quanto materiale c'era.

All'espressione perplessa della ragazza - Dico sul serio - aggiunse Arnaldo. - C'è un registratore. Prendilo e accendilo. Ascolteremo un brano del diario di mia madre. É forse quello più bello che ascolterete oggi. Jole aveva 23 anni. Da Napoli, dall'ambiente aristocratico, dalla famiglia separata ma calorosa era passata a un'isola di ergastolani! -

La ragazza aveva frugato nella cartella. Aveva estratto il piccolo registratore, aveva controllato con un gesto preciso se la cassetta era al posto giusto e aveva premuto il Play.

 

Leggo il diario di mia madre - diceva la voce di Arnaldo - così che a riascoltarlo mi terrà compagnia, ora che lei mi ha lasciato.

 

23 giugno 1924 Lunedì

O Napoli, o mia cara e dolce terra natia, tu resti là al tuo posto, sorridente, beata, mentre io mi allontano tanto e vado verso l'ignoto, verso l'oscurità profonda che non ha scintille luminose, che non ha momenti, pur brevi, di passeggera gioia. Io mi allontano per la prima volta dalla tua terra incantata, satura di soave poesia, ed attraverso il tuo mare azzurro per raggiungere un'isoletta sperduta nell'immensità delle acque, lontano da te, dalla nonna mia e dalla mia sorellina.

Il "Giannutri" taglia le tue limpide acque e va silente, con leggero dondolio. Quasi ora non ti vedo più, o Napoli mia, mi sento ancora più sola in mezzo al mare, con tanta gente che non mi appartiene e che non sa apprezzare le tue bellezze, che non sa comprendere il tuo fascino, la tua dolce e seducente canzone.

Quanta malinconia mi assale! Quanto è triste allontanarsi per la prima volta dalla famiglia, sola, senza alcuna persona cara che le sia accanto, senza sentirsi confortare da una persona amica, da una sua parola.

Ecco Procida, la casa isola, poi il vaporetto la lascia dietro di sé ed appare dopo un po' di tempo, Ischia, l'isola ridente e graziosa; poi si passa a Forio d'Ischia che appare in tutta la sua bellezza.

Ed ecco ora solo il mare, questo mare silenzioso e deserto, un po' agitato; questo mare che non canta le affascinanti canzoni, ma fa temere e non fa sognare; dicono che vi sia mare lungo; siamo presso Sant'Angelo. Si balla molto bene e, per quanto sia per me un diversivo, pure è una gran tristezza.

Ho il libro in mano per leggere, ma non mi riesce prestare attenzione a quel che leggo, mi si empiono gli occhi di lagrime, penso alle mie care lontane e vorrei averle vicine. Un altro gran tratto di mare si attraversa ed ecco che si scorge l'isolotto di Santo Stefano. Oh, quanta impressione desta in me questo grande scoglio solitario, su cui s'erge in alto, nella sua lugubre maestà, l'ergastolo.

Quanto deve essere desolante, io penso, vivere là, espiando le proprie colpe, ripensando ai gravi falli commessi! Lì non vi sono che tre o quattro case sperdute nella campagna: null'altro.

I detenuti intanto sbarcano mentre il vapore oscilla lievemente e continua il suo giro.

Ecco: siamo arrivati a Ventotene. A questo nome un pianto, represso fino ad allora, libera l'animo mio dall'oppressione. Mi faccio coraggio; bacio l'insegnante conosciuta sul vapore ed, aiutata dal cameriere di bordo e dal tenente, scendo nella barca che lieve lieve cammina sull'onda azzurra e serena.

Siamo al porto: i piccoli scugnizzi, allievi della scuola, si inebriano alla vista del vapore atteso, si sentono grida di gioia. Finalmente la barca si ferma, io discendo. Tra gli sguardi curiosi dei piccoli e dei paesani mi dirigo accompagnata da una bimba (che sarà mia alunna) e da un facchino in casa Verde, giù alla "Calanave". Quanto mi sembra strana questa prima lontananza, questo primo viaggio fatto in mare per raggiungere il mio primo posto di lavoro in un'isola lontana, sola, senza alcuna persona cara accanto a me! Eppure quanto coraggio infondo al mio animo stanco e dolente, gonfio di amarezza.

Giungo alla casa di Bettina Verde, dov'ero attesa e dove è la mia collega Imperatore. La chiamano Casa Rosa. Sono eccitata ed ho timore di non essere ben accolta e di restare sola. Invece mi accolgono bene; donna Bettina chiama la mia collega che dorme. Licia mi viene incontro e si meraviglia nel vedermi. Non immaginava che io fossi la nuova insegnante, mi credeva negli Abruzzi. Mi accoglie con piacere, ricordiamo i giorni trascorsi alle magistrali quando studiavamo; poi, dopo essermi ristorata esco con lei, vado dal Direttore Iacono e consegno a lui la mia nomina.

Il Direttore mi riceve gentilmente, solo un po' meravigliato perché a lui non era pervenuto nulla. Mi dice di prendere servizio subito e precisamente domani. Mi affida una seconda classe abbastanza numerosa. Tutto ora è in ordine; mi dirigo a scuola dove Imperatore ha lezione in 4° dalle 16 alle 19; mi trattengo con lei in classe, poi ritorniamo a casa. Andiamo un po' sulla spiaggia sole, contornate da qualche nostro alunno, ci tratteniamo un po' conversando. Sono le otto, è ora di cena, Bettina ci chiama e si mangia tranquille.

Alle nove e mezza andiamo a letto. Mi fa impressione dormire sola con la mia collega, lontana di casa, senza dar la buona notte alla nonna mia, ad Alma; ma mi do forza e coraggio; devo essere calma e sopportare questa vita di lotte e sacrifici continui per poter guadagnare ed essere indipendente, come dice nonna.

 

24 giugno 1924 Martedì

É il mio primo giorno d'insegnamento. Eccomi in cattedra di fronte a 50 scolaretti non certo modelli, né ideali (come li vedevo nelle lezioni di tirocinio con la signora Zammarano alla scuola modello Margherita di Savoia); ma per me sono questi bimbi come i teneri ed olezzanti fiori e sogni d'incanto sono questi visetti abbronzati dal sole dagli occhioni neri neri e scintillanti e dai denti bianchissimi. Sono indisciplinati, sfrenati, non amano lo studio; ma è la loro fanciullezza selvaggia che ha bisogno di aver libero il campo delle sue azioni, che sente vivo il bisogno di espandere i suoi sentimenti, gli affetti; anche le bizze i capricci non li sanno frenare; bisogna avere pazienza ed essere con loro buoni e comprensivi e nello stesso tempo autoritari. A me così come sono, sono cari lo stesso; sono come l'olezzante profumo dei fiori, come il loro colore acceso o pallido e destano nel mio animo la soave tenerezza del tramonto infocato sul mare calmo e sereno.

Il primo mio apparire li ha intimoriti, i loro visetti mi hanno dimostrato serietà, i loro occhi si sono fissati su di me, mi hanno guardato con aria tranquilla, quasi presaghi che io non avrei adottato gli stessi metodi della collega precedente (Laddonimada), che li sferzava.

Imperatore, dopo avermi presentato la scolaresca mi indica i nome dei ribelli e poco educati, poi mi lascia ed io inizio la mia lezione. Sono tranquilli e attenti e le ore di lezione trascorrono con grande calma. Sono contenta; dopo aver assegnato i compiti per casa (loro dicono "dare l'assegno") vado via, alle 12, verso casa accompagnata da un'alunna (Aiello Agnese) che abita vicino.

La mattina, prima di andare a scuola, ho conosciuto la famiglia Impagliazzo, poi ho comperato un paio di sandali ed un cappello di paglia per la spiaggia. Il negozio di Impagliazzo si trova in mezzo a Piazza Castello (la Torre, così la chiamano). Tornata a casa, il pranzo era già pronto. La mia stanzetta è molto carina, rettangolare, con due lettini, due sedie, un armadio e un cassettone e lo specchio. Da un lato c'è la porta, che mette in comunicazione con la stanza di donna Gaetana, e dall'altro si apre una lunga balconata che dà sulla spiaggia Calanave e sul mare immenso ed azzurro, tranquillo come un lago. Al lato opposto c'è la verde campagna silenziosa e piena di sole con tanti fiori dai colori smaglianti e varii.

É davvero un luogo meraviglioso!

La casa è grande, di colore rosa secco; si vede da lontano, tra il mare e la campagna, tra l'azzurro del cielo e la bruna terra; è a due piani; giù è la stanza da pranzo e la cucina, al piano superiore le camere da letto, due grandi terrazze sul mare. Si va poi alla "terra", dove sono tanti alberi da frutta e tanti fiori; vi sono anche tre caprette che vanno a pascolare.

La giornata trascorre tranquilla. Dopo pranzo vado a riposare per rialzarmi alle tre ed andare con la collega a scuola fino alle ore sei. Alle sette ritorniamo a casa e ci fermiamo sulla spiaggia. Alle 8 e mezza Bettina ci chiama per la cena, si torna a casa, si mangia allegramente e alle nove e mezza si va a dormire. Ricordo che proprio oggi è l'onomastico di Nina Pennasilico, ma non le scrivo; sto così bene sola e lontana e non voglio più amareggiarmi pensando a questa amicizia che mi turba e mi ricorda tante cose, rattristando più che mai il mio animo. Ho scritto agli amici e una lunga lettera a nonna ed Alma, perché domani parte il vapore e devo consegnare tutto alla posta.

 

La ragazza da qualche minuto si dimostrava interessatissima e cercava il momento di intervenire.

Fui io a darle una possibilità: le chiesi di interrompere un attimo. E invece di suscitare perplessità, a tutti apparve bello fermarsi un poco e ascoltare tutte le altre cose che erano intorno a noi.

- Dove ci porterai oggi pomeriggio? - chiesi ad Arnaldo. - Lo vedrai - sorrise.

La ragazza finalmente disse: - Abbiamo parlato di Ventotene proprio in questi giorni a scuola. La prof ci ha detto che mandavano lì, all'ergastolo, i dissidenti politici durante il fascismo... -

- É vero - rispose Arnaldo, concentrandosi. - Nell'epoca fascista ogni cella era stata divisa in due, così che il carcere potesse ospitare il doppio dei prigionieri. Vi racconterò tra un po' dell'ergastolo. -

Ci chiese con lo sguardo se volevamo continuare e riavviò il registratore.

 

 

 

25 giugno 1924 Mercoledì

Secondo giorno di scuola. Ma quanto sono mutati i bimbi da ieri! Fanno chiasso e danno fastidio. Li prendo con le buone, ma non ascoltano; cerco di persuaderli, a scuola bisogna lavorare ed essere attenti. Si calmano un poco e poi ricominciano. Mi stanco, alzo la voce, allora fanno silenzio subito, solo alcuni persistono nel discorrere e disubbidire. Li mando allora in castigo da Imperatore che è nell'aula accanto, piangono, non vogliono andarci, io sono irremovibile. Terminata la scuola, faccio la solita strada, passo davanti all'ufficio postale, saluto il direttore, chiedo se il vapore è partito, risposta positiva; tutto va bene, attraverso piazza Castello, scendo per via Colanave, vado a casa e si pranza. Dopo il rituale riposo, si esce per la solita passeggiata. Al ritorno si va sull'immensa spiaggia, ci si trattiene circa un'ora, poi si cena e si va a letto. E prima di dormire penso alla lontananza che mi separa dalla mia città: vorrei correre e divertirmi come ora, raccogliere le belle conchiglie, ma non da sola, vorrei tutti vicino, a prendere parte della mia spensieratezza; la mia cara nonna che mi adora, Alma, le amiche più care; sarei felice così! Ma lo so, è un sogno il mio. Si sa, la vita è sogno; ma è meglio sognare dormendo.

 

26 giugno 1924 Giovedì

Ecco, la vacanza tanto attesa è giunta. Sono proprio contenta di poter godere un po' di sole sulla spiaggia allietata da piccoli allievi, da bimbi che ruzzolano giulivi sulla bruna e cocente sabbia, fanno capriole nell'azzurra acqua. Vicino alla mia collega, lavoro al sole e godo a respirare l'aria marina. I bimbi mi circondano ed "atterrano" (come dicono loro) le mie gambe per farle diventare più forti. Io rido, mi diverto, per me è una novità vivere così. Ma ecco mezzogiorno, Bettina ci chiama dalla terrazza: è l'ora del pranzo. Come al solito poi si riposa e verso le 17 andiamo in campagna a far visita alla signora Antonietta Musella. L'aria è pura, calda, ma non soffocante. Io ho l'abito rosso, la mia collega Imperatore bianco con una giacchetta rosa e la Bettina veste di bleu.

Ci divertiamo, si discorre un po' nel giardino sotto una tenda di magnifici fiori. Poi vediamo la casa della signora, ci viene offerto un bicchierino di rosolio, discorriamo un po' con le tre bambine, Anna, Bianca e Alda e, dopo essere state infiorate di garofani, ginestre e gerani, andiamo in chiesa. Lì suona l'organo tanto dolcemente che mi commuove. Cantano le nostre alunne che ci osservano e si entusiasmano nel vederci. Andiamo a vedere una casa sfitta che è ariosa ed affacciata al porto. Sono ormai le ore 20 e ci avviamo a casa per la cena che è ormai pronta. Alle 21 una chiacchieratina con Bettina e poi... a letto.

Come mi sento sola in questo momento! La mente mi trasporta lontano, verso la mia casetta, dove nonna lavora e pensa a me, e lei ed Alma attendono il giorno di riabbracciarmi. Vola lontano il mio pensiero e va anche verso la terra d'incanto, la terra dei sogni e di dolcezza infinita, verso la mia città, vorrei essere presso la nonna mia ed Alma qui e vivere lieta e serena questo giorni saturi di pace.

 

27 giugno 1924 Venerdì

Oggi ritorno a scuola. I miei ragazzi mi danno tanto da fare per la condotta; sono irrequieti ed insopportabili; non ho l'animo né di percuoterli o dare qualche scappellotto. Ne approfittano, mi fanno gridare ed anelare il momento di tornar via, lontano, verso la mia città natia. Ritorno dalla scuola stanca, con dolore di gola e come al solito, riposo un po' dopo pranzo. Sono andata di nuovo a scuola con Licia ed al ritorno sulla spiaggia.

Quanto mi divertii ieri mattina! Alle cinque andai a vedere la "terra" e nello stesso tempo a cogliere fichi insieme alla mia collega. Quanto è grande questa masseria! Com'è pittoresca! Essa scende a forma di montagna fino al mare, sempre cinta di erbe verdi e fiori; in certi punti sembra di cadere; è così alta e stretta e scende a punta sulle acque. Ho camminato con un po' di timore pur avendo i sandali. Poi abbiamo munto il latte della capra Nerina e, dopo una buona colazione (latte, uova e frutta) siamo andate sulla spiaggia.

 

28 giugno 1924 Sabato

Questa mattina mi sono alzata molto presto; erano le cinque. Ho scritto tante lettere e cartoline agli amici, a nonna e a tutti coloro che mi sono cari, poiché parte il vapore per Napoli ed ho piacere dare notizie a chi si interessa di me.

Ieri ricevetti il pacco tanto desiderato, sono stata contenta di ricevere anche diverse lettere cariche di notizie che attendevo; ma fino alle ore 18 nulla era giunto ed io intanto vivevo di ansia angoscia e pena e soffrivo fortemente.

Anche oggi ho lavorato sulla spiaggia e sono lieta di trascorrere qualche ora lì tra i bimbi, con il mare immenso e sereno di fronte, mentre la campagna verde e ridente è ancora illuminata e riscaldata dai dorati raggi del sole.

 

29 giugno 1924 Domenica

Ecco un'altra vacanza. É la prima Domenica che trascorro lontana da casa, in quest'isoletta, in qualità di insegnante. Ma quanto mi è costato ottenere il posto dopo aver vinto un concorso, il primo bandito per titoli ed esami! Mi alzo presto, giro un po' per la campagna; poi esco e vado in chiesa con Licia. Vesto un abito color pesca, di seta pura; Licia invece ha un abito di seta bleu. La chiesetta è carina e ben addobbata. Il quadro di Santa Candida, la protettrice del paese, è graziosissimo. La Messa cantata mi commuove e il dolce suono dell'organo penetra profondamente nel mio animo e ne scuote le più sensibili fibre.

Tornando a casa siamo molto osservate; è la prima volta che mi vedono con Licia e capiscono che sono la nuova maestra; quindi commenti. Andiamo dal Direttore alla posta e poi si va sulla spiaggia. Oggi ho fatto il primo bagno; ho provato la voluttà di tuffarmi nelle acque di questo stesso mare che bagna la mia città lontana, ma che è più azzurro e più limpido e non fa sentire la nostalgia della nostra Partenope. Dopo il bagno si pranza, si riposa e si riprende la solita vita. Ritorno sulla spiaggia ed invece di lavorare mi diverto a dipingere un poco.

 

30 giugno 1924 Lunedì

Che sconfinata tristezza alberga oggi nel mio animo. Ora il mare è ancora più calmo, più azzurro e terso e mi fa sognare e ricordare tante cose. Soavi visioni si schierano innanzi a me ed io rivivo un tempo ebbro di gioie, saturo di sorrisi e felicità. Socchiudo gli occhi in un soave abbandono e ricordo...

É l'ora del crepuscolo e questo sole, lo stesso sole che illumina la mia città chiassosa ed allegra, ravviva coi suoi raggi infuocati Ventotene isola lontana e silente piena di pace.

In quest'ora l'isolotto, o meglio lo scoglio di Santo Stefano, che si erge poco lontano con il suo ergastolo, sembra avido di luce e che supplichi il sole morente di baciarlo ancora, dandogli l'ultimo saluto. Ed ecco lo scoglio gemente con la sua aria funebre illuminarsi divenendo quasi di fuoco nell'ora affascinante del tramonto.

Ora, nella grande malinconia che mi assale, giunge il lieto canto dei bimbi che vengono a far la serenata quale saluto della giornata che muore. Ascolto volentieri queste piccole voci così intonate, provo una dolcezza infinita udendo le parole del loro canto poiché, anche se molto vispi, noto che mi vogliono bene e lo esprimono con tanta semplicità.

Do l'addio al mare dopo essere stata in campagna a cogliere fichi ed aver provato l'emozione di precipitare all'alto sul mare fondo. Ho fatto il bagno, ma sempre un po' triste perché in attesa di lettere che non sono giunte. Solo zio Ernesto mi ha scritto da Roma, ma nonna ed Alma non mi hanno dato notizie e non so cosa pensare.

 

1 luglio 1924 Martedì

Mi trovo tanto bene qui in quest'isola in mezzo al mare sereno ed incantevole, calmo come un lago tranquillo e la campagna verde e deliziosa. É un vero luogo di pace. É proprio quello che anelavo dopo tante lotte e tante corse al provveditorato per avere un posto (a casa del diavolo, disse Finzi) ed invece... La mia meta è stata raggiunta, il sogno realizzato. Coraggio ora e... avanti sempre con fede, forza e tenacia nel combattere sorpassando ostacoli senza mai avvilirsi, tenendo sempre presente che: chi la dura la vince. E dopo la lotta vi sarà la gloria e la soddisfazione di aver potuto raggiungere per merito proprio senza alcun aiuto quanto si desiderava quale diritto acquisito. La penso così e penso al mio avvenire sicuro e tranquillo senza ringraziare nessuno e con la mia indipendenza.

 

Ventotene 2 luglio 1924 Mercoledì

Oggi ho pianto. Sì, ho pianto per l'ostinata disubbidienza di un mio allievo, un certo Aiello Aniello, disturbava tutti, faceva chiasso, percuoteva i compagni. Ho cercato trattarlo con le buone, restava impassibile, l'ho rimproverato, peggio; gli ho imposto di uscir fuori, non si muoveva, ho preso la bacchetta per intimorirlo, nulla; allora ho perduto la pazienza e gli ho dato uno scappellotto. Visto che restava ancora impassibile ho sentito dentro di me una corrente di bile, direi e sono scoppiata in pianto avanti agli alunni non avendo più la forza di reagire. "Vado via, ho detto, ed informo il direttore". Licia ha cercato calmarmi; anche i suoi alunni di terza sono rimasti male vedendomi così agitata. La collega è entrata in classe ed ha rimproverato aspramente i miei scolari. Quando sono rientrata in aula sono stati tutti tranquilli; non ho più parlato, la testa mi scoppiava. Alle 11 e trenta tornando a casa ho incontrato sulla spiaggia Anna Musella. Mi ha chiesto se facevo il bagno con lei. A casa ho trovato la signora Antonietta ed il marito, che è capitano di marina, che restavano a pranzo da noi. Si sono meravigliati vedendomi agitata, mi hanno calmato e abbiamo pranzato tranquilli. Invece di riposare sono andata al bagno e ho preso conchiglie e coralli. Poi sono venuti tutti sulla spiaggia, ho lavorato e chiacchierato del più e del meno. Siamo risaliti e dopo cena siamo andati a letto. La giornata l'avrei trascorsa allegramente se non vi fosse stata la triste parentesi scolastica.

 

Ventotene 3 luglio 1924 Giovedì

Oggi, come ogni Giovedì, è vacanza. Mi sono alzata presto e sono andata al mare. Ho fatto un lungo bagno; mi sono divertita insieme alle Sciampagnone a nuotare, siamo andate lontano. Mi sono poi trattenuta del tempo sulla spiaggia finché alle dodici Bettina ci ha chiamate per il pranzo. Nel pomeriggio dovevamo andare al semaforo e vedere le segnalazioni; ma non è stato possibile; siamo allora andate agli Ulivi un punto molto alto dell'isola. Bello il tramonto sul mare visto da lassù; incantevole davvero! Abbiamo fatto una visita ai Sorrentino che posseggono l'unico asino del paese. Per la stradina stretta e piena di verde abbiamo cantato diverse canzonette e ci siamo rallegrate e divertite con Bettina che è sempre tanto allegra.

 

Ventotene 4 luglio 1924 Venerdì

La giornata è trascorsa come al solito: scuola, bagno, pranzo e riposo. Verso le 19,30 siamo andate a far visita alle Panzesi ed abbiamo mangiato le gelse. Le signore abitano in una "terra" vicina; la loro campagna è molto grande, mi sono divertita a cogliere fiori: solo il pensiero di essere lontana dai miei mi dà un senso di tristezza che traspare dal mio volto. Meno male che ho ricevuto lettere.

A CASA DEL DIAVOLO

UNA FANTASTICA AVVENTURA

 

 

Spento il registratore, avevamo finito di mangiare, riponevamo ogni cosa negli zaini.

- É tardi? - chiesi a Arnaldo. - Prima di iniziare a scendere voglio mostrarvi una meraviglia della natura. - rispose. - Proseguiamo ancora per un po' sul sentiero e scendiamo dall'altra parte del colle. -

- Per tornare indietro poi dovremo risalire quassù? - chiese la donna. - No, faremo un'altra strada. -

Partì, verso la valletta che stava alle spalle del colle, di fronte al Tomba, e noi dietro, e cominciò a raccontare:

 

 

- Era da poco scomparsa mia madre e io andavo frugando tra i suoi scritti in cerca di notizie e curiosità, quasi colmando con questi ricordi il vuoto grande creatosi intorno a me.

É fra gli appunti lasciati da mia madre, sparsi ad arte, così che mi sforzassi di cercare sempre per ricomporli, che trovai la descrizione della sua prima esperienza di maestra nell'isola di Ventotene, allora in provincia di Napoli, oggi, dal 1939 in quella di Latina, che mi attrasse e incuriosì.

Laggiù l'aveva mandata Finzi, il provveditore del capoluogo partenopeo, dopo che ella aveva vinto un concorso regionale. Ella insisteva continuamente per avere un posto e lo "scocciava" sempre più spesso, adirata perché si vedeva passare davanti altre con punteggio inferiore. Mia madre sognava di fare la maestra, da anni.

Attendeva l'ingresso e l'uscita del provveditore per sollecitare il suo diritto. Finalmente nell'ennesimo incontro-scontro Finzi le disse: "La mando a casa del diavolo! Ventotene" ed ella pronta Errore. Impossibile aprire l'origine dati."E io ci vado!". Forse pensava a una frase che mi ripeté spesso: "Quanto più piccola è l'isola, più grande è il cielo".

Proiettata dalla grande Napoli, quasi in esilio, iniziò la sua vita scolastica nell'isola degli ergastolani.

Eccola riempire il tempo con diari di giornata, descrivendo il luogo, le persone, gli allievi, le case, i colori dell'isola.

Per capire quanto può essere stata lontana la vita di Ventotene da quella di Napoli immaginavo di partire io da Verona e arrivare laggiù senza niente. Cosa avrei fatto? A chi mi sarei rivolto?

Ma - cominciai a pensare - non potevo provare anch'io quell'avventura? Certo - decisi. Sarei partito e con la guida a distanza dei ricordi di mia madre avrei respirato la stessa aria di mare, ammirato lo stesso calore del Tirreno e parlato, forse, con le stesse persone. O era solo un sogno, un'illusione o addirittura un rimpianto per una cosa che non mi apparteneva?

Nell'estate del 1990, finalmente decisi di recarmi in quel posto esotico alla ricerca di emozioni a ritroso nel tempo, quasi per rivivere un'esperienza in comune con mia madre.

Partii verso il sogno, all'avventura, con una vecchia valigia (per non dare nell'occhio) contenente il minimo necessario per il viaggio e invece piena di appunti, vecchie fotografie, elenchi di nomi di persone conosciute da mia madre durante la permanenza, l'immancabile macchina fotografica e un blocco per fare schizzi.

Mi recai in stazione, conoscevo solo l'orario di partenza per Roma e poi sarebbe stata tutta un'avventura.

La prima sorpresa la ebbi ad Anzio: l'ultimo e unico aliscafo per Ventotene era appena partito. Non avevo altre possibilità, perciò partii con un altro aliscafo per Ponza, dove mi fermai per un paio di giorni. Ma la meta rimaneva Ventotene.

Ci arrivai infine all'alba del 20 luglio con l'aliscafo partito da Ponza alle cinque e trentacinque. Avevo nel cuore tanta gioia e tanta curiosità: la giornata si presentava emozionante e piena di incognite. Una piccola avventura, eppure i brividi erano reali...

Dopo un'attraversata di cinquanta minuti apparve all'orizzonte uno scenario stupendo. Ciò che mi colpì subito era la roccia vulcanica che scendeva a picco nel mare limpido e trasparente, profondo, verde come lo smeraldo. Il paesaggio è tratteggiato qua e là da gigantesche piante di fico d'india, che delimitano i confini delle proprietà, disordinate macchie mediterranee di svariate piante sempre verdi: capelvenere, ginepro, leccio.

Un'altalena di case variopinte riempie l'abitato: dominano il rosa, il giallo e il bianco. Per raggiungere le strade, le scale, i portici, si deve salire una scenografica rampa a zig zag di sapore vanvitelliano, che domina il porto.

La darsena, scavata dai romani, conserva ancora l'architettura rudimentale tufacea, con nicchie e anfratti di colore terra bruciata, che arricchiscono la scena con un sapore archeologico vivo, funzionale, e i solchi delle saline tracciati anticamente sul tufo.

L'impatto con il luogo è molto emozionante; il profumo del mare, la brezza leggera e la pace del luogo paiono avvolgerlo in un alone di mistero e di silenzio. Ciò invita a meditare sulla generosità della natura.

Incantato, meravigliato camminavo ansioso di vedere ogni cosa, sostai a guardare le caverne scavate nel tufo e in su verso il paese con la speranza di trovare una sistemazione per il soggiorno. Dopo aver attraversato la banchina intraprendo la lunga rampa che voltando e rivoltando supera un ampio dislivello e conduce in piazza Chiesa, dove domina la parrocchiale che contiene le spoglie mortali di santa Candida, patrona dell'isola.

Dato l'orario, la prima persona che incontrai fu un netturbino, al quale chiesi di indicarmi la direzione per il centro, dove era un tempo situata la scuola elementare, e dove e quando avrei potuto incontrare il sindaco dell'isola.

Venni così a sapere il nome del primo cittadino, certo Beniamino Verde, cognome che non mi era affatto nuovo, infatti - controllai - era nel mio elenco di persone da conoscere. Ogni mattina verso le otto il sindaco attraversava piazza Castello per recarsi prima all'apertura del supermercato e poi a sbrigare le sue funzioni amministrative.

Dopo aver raggiunto la piazza vidi spuntare un uomo dall'apparente aspetto burbero ma determinato e fattivo in calzoni corti, ciabatte e canottiera. Era lui?

Mi avvicinai, mi presentati. "Benvenuto" mi disse l'uomo. Gli illustrai brevemente il motivo della mia presenza nell'isola. Stupito, mi invitò a prendere un caffè. "Così parliamo meglio" disse.

Ma dopo aver letto qualche frase degli appunti materni che gli mostrai e incuriosito da alcune fotografie, esclamò: "Ma certo! Sua madre in quel tempo era ospite di mia zia Bettina nella casa Rosa!". Immediatamente la curiosità e l'ospitalità si erano trasformate in un legame, un vincolo fatto di ricordi, sentimenti, colori, valori, nostalgie, gioie non sopite.

Si prestò immediatamente per la ricerca di un alloggio, ma dato il periodo non si trovò nulla e allora chiamò Vito Biondo, un dipendente comunale, uomo dalle mille risorse, e dispose di farmi alloggiare nella sala della pretura, ubicata nel Castello, costruzione strategica che dominava l'isola, che era la sede degli uffici comunali.

Ventotene è uno scoglio di 153 ettari, tre chilometri per ottocento metri. Il punto più alto è il monte dell'Arco (139 metri). Era l'antica Pandataria, colonia romana dal quarto secolo prima di Cristo.

I venti più frequenti sono quelli meridionali, il libeccio e lo scirocco, ma è battuta dal mare e dal vento da ogni parte. Il clima è tipicamente mediterraneo, l'influenza del mare è forte e condiziona l'isola. Le scarse piogge favoriscono le piante grasse. Ci sono molti fichi d'India e sono famose anche nel continente le lenticchie da zuppa che si coltivano.

La fauna è costituita da lucertole di vario tipo (la vipera è sconosciuta), bellissimi uccelli migratori, quaglie, beccacce e tordi, ma soprattutto una ricchissima fauna ittica: cernie, saraghi, aragoste, scorfani, ricciole, calamari, murene e polpi.

La popolazione pulsa secondo le stagioni. I residenti sono seicentottanta, che si riducono sensibilmente di circa quattrocento persone nei mesi invernali. D'estate si arriva a quattromila.

Cominciai così a organizzare il mio lavoro di ricerca mettendo a fuoco il particolare momento storico vissuto da mamma. L'esplorazione aveva due aspetti: quello legato alla memoria e per abitudine professionale quello rivolto all'interesse archeologico, storico e paesaggistico.

Ebbi modo di conoscere varie persone. Tra essi c'era Lucio Verde, il proprietario della casa dove mia madre soggiornò. Vidi così l'angusta stanzetta accessibile da una scomoda scala interna, con una piccola finestra che dava sulla sottostante spiaggia di Cala Nava con lo "scoglietiello", la Nave di terra, la Nave di Fuori e Santo Stefano, che formavano da quel punto di osservazione una sequenza di isole, di sfumature, di sogni lontani. Di sera i tre scogli sembrano lingotti d'oro, perché la luce del sole accende i gialli del tufo.

Capri, Ischia, la penisola sorrentina informi, il Vesuvio, i camaldoli fino al Circeo

Quello che stavo vivendo era un film, "L'uomo immerso nei ricordi". Non mi sorprese conoscere, dopo un po', un regista che si era interessato alla mia storia, Antonio Climati.

Nella piccola isola la notizia della mia presenza e della mia ricerca si sparse velocemente e, mentre il rapporto con Beniamino era sempre più cordiale, mi si aprivano con facilità tutte le porte.

Divenni un personaggio. Vecchi pescatori, marinai, "'u comandante 'u Genovese", Carlo Giordano, Antonio Verde, lo stesso Antonio Pepe detto "Musolino", mi cercavano per raccontarmi storie terribili o miracolose, per mostrarmi vecchie foto, e in una ritrovai mia madre: era intitolata "le maestrine".

Musolino era il meteorologo dell'isola, detto anche "Bernacchino", ma le sue teorie astronomiche sono in netta contraddizione con quelle di Copernico e Galileo: egli sostiene infatti che il sole gira intorno alla terra, e porta argomenti per dimostrare le teorie... Una deduzione è il suo cavallo di battaglia, il peso della luna: se gli scienziati attribuiscono alla luna "quattro quarti", vuol dire che essa pesa un chilogrammo!

"'U capitano", vecchio comandante della compagnia di navigazione ti racconta imprese nautiche avventurose di altri tempi e ora, sconsolato, si dedica alla pesca e ci ricava qualche soldo dai ristoranti.

Rimasi in Ventotene trentadue giorni. Esplorai da solo in lungo e in largo senza tregua tutta la superficie dell'isola, cercando di immaginare come poteva essere la vita quaggiù, affrontata da una giovane insegnante alla sua prima esperienza, proveniente da una grande e nobile città come Napoli.

Si comprende, leggendo i suoi manoscritti, che la giornata era lunghissima e tante erano le difficoltà quotidiane. L'ambiente umano era molto limitato e lo è ancora oggi, basti pensare che la spiaggia era divisa in due settori, separati da una rete metallica, una per i maschi, l'altra per le femmine (ma i figli andavano ovunque, avevano il sesso degli angeli...), non esistevano luoghi pubblici, tanto meno ritrovi. Ma ella che amava il mare aveva fatto cento bagni infrangendo quel rigore alle sette di mattina completamente indisturbata. Era diventata nera come un tizzone.

Quando il mare era agitato i battelli non partivano e poteva capitare che ella rimanesse bloccata sull'isola per settimane, senza poter tornare a casa. Allora scriveva alla nonna, alla sorella e a varie persone che divenivano lo scopo del resistere laggiù.

L'imbarcazione che faceva la spola tra Napoli e Ventotene caricava senza distinzione passeggeri e detenuti inviati nel penitenziario o all'ergastolo di Santo Stefano.

Ho visto il luogo di sbarco a Ventotene; le viuzze che solcano l'isola (via Olivi, Cala Nave, Muoraglioni) sono senza marciapiedi e di indescrivibile pittoricità, tra muri di tufo sovrapposti, pietre vulcaniche e vegetazione mediterranea di ogni tipo, in un disordine mediterraneo senza pari. Ho assistito a un acquazzone estivo pauroso, per il quale le strade diventano letti di torrenti, le pendenze e gli scalini si fanno cascate e l'acqua scorre verso il mare come fiume in piena.

Una vecchia farmacia adattata in altro ambiente, un improvvisato pronto soccorso, ma per cose più gravi si chiede l'elicottero a Formia che a fatica atterra sul campo sportivo (che non manca naturalmente), un enorme piazzale polveroso, insano, che all'atterraggio solleva una nuvola di polvere che toglie il fiato.

Però io mi sono legato al posto: Beniamino non mi lasciava più andar via, si era affezionato e mi portava a cena o a pranzo spesso con lui come ospite d'onore tra le autorità in visita da Roma o da Latina. Sono diventato un consigliere, un collaboratore. Beniamino è un "burbero benefico" che controlla gli isolani ad uno ad uno, prende iniziative e responsabilità in prima persona, non vuole chiacchiere.

A Ventotene sono due le famiglie importanti: i Verde e i Taliercio.

I Verde vengono da Napoli. Il primo arrivato sull'isola era un medico che aveva seguito i duecento contadini volontari che i Borboni mandarono per colonizzare l'isola nel 1700. Verde li curava ed ebbe 14 figli iniziando così una vera dinastia...

I Taliercio invece erano nobili, provenivano da Ischia (e forse, ancora prima, da Napoli) ed ereditarono l'isolotto di Santo Stefano, che è ancora di loro proprietà (ma il carcere è del demanio pubblico).

Ebbi perfino un incarico: collaborare e aiutare il geometra comunale, Pasquale Romano, a realizzare un rilievo architettonico per la ristrutturazione della casa Rosa, guarda caso, proprio quella dove mamma dimorò.

Casa Rosa è dei Verde ed era una casa-fattoria. Era costruita sulla roccia, dentro la quale in enormi caverne c'era un pollaio e un torchio per le olive. Sul frammezzo tra la cantina e il primo piano superiore c'era una terrazza su cui stavano i conigli, che entravano nella loro tana da una buca. Alla terrazza si poteva accedere da una stradina, che franò anni fa. Al secondo piano c'erano le camere, dove i Verde abitano ancora. Sopra, il terrazzo curvato, molto grande, utile per raccogliere l'acqua piovana. Poi c'era lo "schiapparo" che serviva a catturare le passere: una specie di rete fatta con il fusto delle agavi seccate.

Sotto casa Rosa c'è l'unica bella spiaggia di Ventotene, che perciò è molto frequentata.

Quante esperienze, che vita diversa: dall'erba alta da estirpare al cimitero alle contestazioni tra parroco e sindaco (mi sembravano Peppone e don Camillo...). Tra i viottoli c'è un via vai di visitatori che cercano di vedere villa Giulia, che prende il nome forse dalla figlia di Augusto, dove si può fare il bagno caldo all'aperto anche d'inverno, nell'acqua sulfurea.

Ho ritrovato Aiello Aniello, il ragazzo terribile che fece piangere mia madre, perché ella inizialmente non sapeva come controllarlo. Risiede a Vicenza ed era tornato a Ventotene per una vacanza. Faceva il barbiere ma ora è in pensione. si è ricordato e ha ammesso che aveva un comportamento vivace e scorretto ai tempi di mia madre!

A fianco della stanza della pretura dove dormivo, c'era l'osservatorio meteorologico. Un omino alle cinque comunicava la situazione del tempo alle stazioni di terra ferma. Io mi alzavo in quella ora per salire sul terrazzo e gustarmi quei momenti meravigliosi che erano l'aurora e il tramonto.

Ho visto sorgere il sole: aurora e tramonto nell'isola sono meravigliosi e sempre diversi, nello spettacolo dell'universo. Si sente la presenza di Dio che si fa immagine e immagine affascinante. Un bagliore rosso si fa sempre più intenso nel cielo sconfinato e poi in trasparenza, basso, il disco solare si forma leggermente e lentamente fino a prendere consistenza e diventare rapidamente un cerchio incandescente. In alcuni giorni il profilo delle isole si fa più sentito e nitido. Ho trovato un'apertura d'interesse archeologico che propone una prospettiva da catturare subito con uno schizzo.

Dopo uscivo in costume e andavo al mare per fare una bella nuotata in quelle limpide acque. Alle dodici ero a pranzo da Peppino, il fratello del sindaco, e di pomeriggio facevo passeggiate per l'isola, visite, interviste, andavo a inviti di qua e di la. Alla sera stavo quasi sempre alla "Dolce sosta", un bar attrezzato con belvedere a terrazzo e lì rimanevo fino a mezzanotte o l'una, chiacchierando del più e del meno. Avevo stretto amicizia con Luisella, la vivace e graziosa ragazza del bar.

"Ehilà Pischelletto!" - tutti avevano cominciato a chiamarmi così; significa "giovanotto in cerca di avventure".

Con Lucio Verde, cugino del sindaco, "medico mancato", proprietario della casa Rosa e ottimo nuotatore e navigatore, siamo andati a vedere il penitenziario di Santo Stefano. Che traversata! Ricordo la difficoltà di sbarcare: ho rotto anche la macchina fotografica in quell'occasione e quindi da lì in poi le mie imprese sono rimaste solo nella mia memoria.

L'approdo, tetra immagine che ricorda la scena dantesca di Caronte, una cupa scala lavica, tortuosa, piena di sterpaglie. Tutto è abbandonato, rotto, saccheggiato, quella "bellissima struttura" carceraria, in cui l'architetto progettista, Antonio Carpi, era stato imprigionato e fatto morire perché non svelasse i segreti del progetto, isolata, apocalittica. L'edificio risale al 1780, è a forma di ferro di cavallo, con un piazzale al centro, che serve anche per la raccolta dell'acqua piovana. É impressionante vedere come vivevano e come lavoravano i detenuti.

A pochi passi c'è il cimitero, recintato e con una scritta all'ingresso: "Qui finisce la giustizia degli uomini e comincia quella di Dio".

Ho partecipato a una festa folcloristica, la Festa del melone con balli, canti in piazza Castello e sono partito da Ventotene proprio alla vigilia di un'altra festa, quella di Santa Candida, patrona dell'isola, mentre la banda musicale cittadina si preparava per la manifestazione. É così che per salutarmi mi hanno dedicato " 'U sole mio".

Il sindaco si è congedato da me dicendomi: "Abbiamo reso omaggio al figlio di una maestra che in tempi passati ha lavorato sacrificandosi nella nostra isola"... E io: "Voi mi dedicate " 'U sole mio" e io vi porterò per sempre nel mio cuore!".

Carico di emozione, mi avvio accompagnato da amici verso il traghetto.

Non riesco a trattenere le lacrime. Mi imbarco. In pochi minuti parte la nave, lasciandosi dietro solamente una scia schiumosa sulla superficie del mare.

Scompare là dietro la incantevole terra di sirene. -

 

Stavamo ancora camminando verso la "meraviglia naturale", che Arnaldo aveva annunciato. A quel punto ci disse di fermarci un attimo. Ci sedemmo, egli prese dalla cartella una fotocopia di un documento e disse: - Questo è solo un riferimento secondario. É la testimonianza che anche nei documenti ufficiali di quella piccola isola rimarrà traccia di mia madre e anche del mio soggiorno. -

E lesse:

 

 

Archivio Storico Comunale di Ventotene

Jole de Georgio

Maestra di prima nomina in Ventotene nel 1924

Ventotene, luglio '90

É con spirito di devozione alla memoria di mia madre, Jole de Georgio in Igne, che attraverso poche significative pagine di diario hanno spinto me ad approdare e vivere qualche giorno in quest'isola di pace.

Riconoscente per la sincera accoglienza ed ospitalità del Signor Sindaco Beniamino Verde, che ha saputo cogliere la mia commozione nell'impatto col luogo. Lascio, per sua richiesta, in fotocopia il manoscritto per l'Archivio storico comunale con facoltà di citazione per un eventuale pubblicazione storica dell'isola.

Arnaldo Igne

Note biografiche:

Iole de Georgio, nata a Napoli il 17 novembre 1901 dal marchese Avvocato Ettore de Georgio e da Ida Mazzarelli, violinista.

Con 44 anni d'insegnamento nelle scuole elementari, svolti con profonda dedizione tanto da ricevere la medaglia d'oro dal Ministero Pubblica Istruzione.

I luoghi del suo operato sono: Ventotene (Latina), Francenigo (Treviso), Torre del Greco (Napoli); deceduta improvvisamente in Verona il 27 Ottobre 1987 e sepolta in Francenigo per sua decisione.

 

- E ora - disse Arnaldo - la sorpresa! -

 

DA NAPOLI A FRANCENIGO

 

 

Facemmo ancora pochi passi e ci trovammo d'improvviso in un passaggio stretto del sentiero, ma solo da una parte c'era la scarpata di terra con il prato; dall'altra, oltre uno stretto poggiolo naturale con una balaustrata rustica che si apriva tra le pareti erbose del viottolo, si vedeva un panorama straordinario: sotto di noi c'era un precipizio profondo e inaspettato, con le pareti di roccia ma anche molti pini.

Nell'orrido si gettava una cascata schiumosa alimentata da un fiume sotterraneo che sgorgava da metà altezza sulla sinistra. L'atmosfera era umida e in penombra in basso. Ma davanti a noi in alto la vista si allargava in uno scorcio lontanissimo tra le montagne che avevano sfumature infinite. Il cielo maestoso, sopra, e il baratro, sotto, ampliavano le dimensioni dello spazio e davano materia tridimensionale ai colori delle quinte naturali dello scenario.

Eravamo estasiati. Ci sedemmo stretti gli uni agli altri, alcuni con le gambe a penzoloni e guardavamo lo spettacolo.

- Mentre ci riposiamo - chiesi ad Arnaldo - ci parlerai di Francenigo? -

- Infatti - rispose - prima di andare avanti e tornare attraverso quella valle che vedete a destra al punto dove abbiamo lasciato le macchine, vi leggerò un altro brano di diario. Mia madre dalla grande Napoli si sposta alla piccolissima Francenigo, dal sud al Nord, dal mare alla campagna, dai palazzi alle case coloniche...

 

 

20 ottobre 1924

E... partii per il Veneto lontano e redento nel mattino del 16 ottobre 1924, quando il sole era più sfolgorante e più bello e rallegrava più che mai la città immensa ed azzurra. Partii e mi allontanai dalla terra dei sogni e delle canzoni, dalla Partenope piena di luci, di colori e di sorrisi, mentre il Vesuvio lanciava i suoi forti boati ed il mare azzurro e tranquillo era rallegrato dalle barche che andavano lente lasciandosi carezzare dalle onde. Mi allontanai dalla mia terra, lasciando la cara nonna, mia sorella, le amiche, i parenti, tutto ed andai verso le Alpi nevose dove il dovere, per la prima volta, mi chiamava.

Alla stazione, ricordo, fui invasa da tanta tristezza. E rivedo la triste scena che precedeva la separazione dai miei cari. Rivedo il diretto Napoli-Roma sul quale per la prima volta montavo sola, la cara nonna accanto a me confortare il mio pianto, calmare la mia agitazione, lei, che aveva tanto bisogno di calma e di conforto si dava forza mentre soffriva perché io mi allontanavo e andavo quasi verso l'ignoto. Mi dette tanti consigli, poi mi affidò ad una signora che era nel mio stesso scompartimento e così si tranquillizzò. Povera, cara nonna, quanto bene mi volevi e con quanta tenerezza io ti ricordo! Il treno intanto cominciò a muoversi ed allontanarsi lentamente. C'era anche Paolo allora, il caro mio cuginone scomparso nell'Africa misteriosa nell'età dei sogni. Salutai nonna, Alma, Paolo e le amiche che avevano voluto accompagnarmi e poi, quando il treno si allontanò rapidamente dalla stazione e prese la sua corsa, allora provai una stretta al cuore mi sentii più che mai sola e piansi amaramente dando sfogo al mio dolore represso.

Lasciavo quanto avevo di più caro: la famiglia, gli amici, la città dove ero nata ed avevo studiato. E gradatamente vedevo il Vesuvio di fiamma allontanarsi sempre più e scomparire in un sogno la mia città: Napoli, dove la vita mia si era svolta, da bimba, da fanciulla, da adolescente. Ed un altro sogno dolcemente carezzato infrangevo nel partire, un luminoso ideale, il primo mio semplice amore nato nella città nostalgica ed azzurra... Avevo avuto la forza di partire anche per dimenticare, per soffocare tutte le mie pene.

A Roma mi fermai tre giorni da zia Eloisa, visitai la capitale, ammirai bellissimi monumenti, le strade immense, le Chiese monumentali, il Vaticano.

Conobbi altri parenti, mi distrassi, scrissi a nonna ed Alma narrando le mie impressioni sulla città eterna.

Il terzo giorno dovetti partire per raggiungere Francenigo, il lontano paesello veneto che mi attendeva. Fu un po' doloroso il nuovo distacco, qui circondata di affetto e tutti mi augurarono un lieto viaggio; ebbi molti fiori in segno di auguri e felicità per la nuova carriera che iniziavo. Non chiusi occhio tutta la notte. Andavo verso l'ignoto, non sapevo cosa mi attendesse. Dopo un'eterna notte rividi il sole e la luce, ma ero ormai tanto lontana dai miei cari e dalla mia città. Guardavo dal finestrino, mi lasciavo baciare da quello stesso sole che forse, nella stessa ora, carezzava anche la fronte della nonna mia e la mano delicata di Alma che correva rapida sulle corde del suo violino trasmettendo suoni melodici. Pensavo a casa ed ecco apparire Venezia, la bella addormentata sul mare. Sono le sei del mattino. Ammiro il sole nascente che, ancora pallido, bacia tutte le isolette sperdute sulla laguna e si tuffa nell'acqua come per augurare il buon giorno. Il treno riparte dopo una breve sosta. Sono a Mestre. Appaiono una dopo l'altra le città di Treviso, Conegliano, Orsago, non ho nemmeno il tempo di osservarle.

Ecco Sacile, la piccola stazione dove devo scendere. Sono arrivata, mi pare un sogno; non sapevo né immaginavo che vi fossero stazioni così microscopiche e che Sacile fosse così deserta.

Soltanto io smontavo dal treno ed una sola signora (la signora Pagotto) era alla stazione, per incontrarmi e conoscermi ed accompagnarmi a Francenigo. Mi aveva raccomandato a lei la signora Maria Zanatta sua intima amica. Di certo non occorreva il garofano rosso per riconoscimento dato che non si poteva sbagliare né confondersi.

Non avevo potuto osservare quasi nulla durante il lungo viaggio; ero troppo agitata e stanca, pensavo alle mie care tanto lontane e sentivo ancora di più l'affetto per loro. Poi c'era l'ignoto che mi attendeva, quell'ignoto di cui avevo tanta paura. Nel mio orecchio era rimasto l'eco dei diversi accenti e di parole dialettali che non comprendevo e che variavano mano mano che ci si avvicinava a Sacile. Erano accenti così differenti, ma piacevoli a sentirli.

Percorro con la signora Pagotto ed Elleno, un vispo e simpatico bambino, il viale della stazione in carrozza ed arrivo a casa sua dove c'è Armida Ruffolo, sua nipote, che aspetta per il pranzo. Un brevissimo giro in piazza dei Signori, attraversando il ponte della Vittoria sul Livenza, bellissimo e poetico fiume nel quale si specchiano gli alberi che lo circondano e guizzano felici le belle trote. Mi fermo a guardare quest'angolo di Paradiso, mi rassereno un po', scrivo brevemente a nonna per darle notizie del viaggio e dirle delle premure avute per me dalla famiglia Pagotto, amica di Zanatta.

Verso le ore sedici si rimonta in carrozza e ci si dirige a Francenigo, un paesino lontano sei chilometri dove è sita la scuola che ho scelto dopo aver vinto il concorso per titoli ed esami. Percorriamo una strada, detta maestra, ma vi sono anche sassi ai lati della strada, per trovare una camera in osteria e precisamente dalla famiglia Regini. Conosco Bettina, una signorina che fuma sempre, dai capelli neri e crespi, ma non può ospitarmi perché non ha camere e ci consiglia di andare da Filippo Fracassi. Là trovo alloggio, mi fermo e saluto ringraziando la signora Pagotto che, dopo avermi accompagnato, ritorna a Sacile, invitandomi a pranzo a casa sua la Domenica. Resto sola con i miei pensieri e cerco di orientarmi.

E la mia vita di maestra comincia. Conosco le colleghe: la più anziana è Rina Cesa (molto grassa ed allegra) di Cordignano, Ida della Lucia (alta, magra, elegante veneziana), Mosca Carla (magra e bruna). Quest'ultima, appena mi vede dice: "Lei è venuta qui a prendere il mio posto, perché viene qui da Napoli?" "Semplicemente perché ho vinto il concorso e qui conosco persone" (conosceva il signor Scalzeri, direttore delle scuole tecniche di Sacile, papà di Maria Zanatta, n.d.r.). Se lei non si trova nelle mie condizioni di vincitrice, io non ho colpa; non so cosa farle. Certo se avesse superato gli esami il posto non glielo avrebbe tolto nessuno".

 

25 ottobre 1924

Il mio primo giorno di insegnante. Mi vengono affidate due classi: la seconda di 60 alunni ed una terza ugualmente numerosa. Nel largo piazzale accanto ad un piccolo fiume chiamato Aralt vi sono due grandi baracche di legno, separate una dall'altra da una decina di metri nella stessa direzione, alle quali si accede su tre scalini: una di queste, la prima è la mi aula. Vi sono sei finestre, tre a destra e tre a sinistra dalle quali entra molta luce. I banchi sono vecchi ma puliti, gli alunni non hanno uniforme, vestono come vogliono. Sono quasi tutti figli di contadini, hanno gli zoccoletti e nell'entrare fanno rumore e la loro cartella è di stoffa e la portano dietro le spalle come uno zaino.

Li guardo e chiedo ad ognuno il proprio nome. Mano mano che si presentano metto l'accento sul loro cognome per non sbagliare nel fare l'appello. Come mi sembra strano essere insegnante di ruolo e penso alle grandi responsabilità che ho e al metodo da adottare.

 

 

GINO

 

 

- Raccontaci qualcosa di come stava a Francenigo tua madre - chiesi io. Tutti volevamo rimanere là ancora. Così Arnaldo cominciò:

- Mia madre aveva chiesto di poter insegnare nella zona di Treviso. Aveva avuto invece Cortina, come sede, ma aveva optato per andare a Francenigo, perché nella vicina Sacile c'era come direttore delle scuole tecniche professionali Emilio Scalzeri, un conoscente che aveva sposato la signora Zanatta, quella i cui figli erano stati cresciuti da nonna Carolina.

Aveva trovato una pensione da Odo Fracassi e aveva iniziato a insegnare nelle baracche. Ma Fracassi l'aveva trattata male (per esempio una volta la chiuse fuori perché era rientrata tardi ed ella era andata dalla sorella di Odo, Maria). Così si spostò a "La campana" della signora Maria Contarini. I figli della Contarini erano più o meno dell'età di Jole, Lisetta, Antonietta e Bepi. Con loro aveva familiarizzato. Nel tinello, si giocava a carte. Rimase con loro dal 1927 al matrimonio.

Intanto imparò ad andare in bicicletta, ma non seppe mai frenare. Preferiva fare una caduta particolare, un salto e correva dietro alla bicicletta! La prima volta però si sbucciò le ginocchia. Un giorno mentre girava con la bicicletta sulla curva prima del ponte di San Giovanni sul Livenza, tra Sacile e Francenigo, trovò improvvisamente un asino e per non investirlo sterzò ma si trovò abbracciata all'animale. Un'altra volta finì sotto una macchina - sempre perché non voleva frenare - ma quella le passò sopra senza schiacciarla - per fortuna le macchine erano alte ed ella di statura era piccolina.

Ed ebbe i primi approcci con Gino Igne. Egli lavorava come sarto col fratello e andava dai Contarini a bere il "goto" quasi tutte le sere con gli amici. Gino suonava molto bene il violino; suonava spesso, aveva fatto il servizio militare in orchestra e andava a farsi sentire di tanto in tanto da un maestro di musica di Sacile, il maestro Romagnoli, che dirigeva la banda cittadina e insegnava al conservatorio di Venezia. Arrivava e diceva a tutti: "Femo 'na sonada". Jole e Gino erano i ballerini più bravi. Si incontrarono grazie al violino e alla musica.

Anche Jole suonava. Aveva imparato a suonare il mandolino da Carolina (che come tutti i nobili sapeva suonare qualche strumento). Lo suonava bene e così suonavano insieme, gli altri ballavano e poi si davano il turno.

L'osteria "La campana" era un cenacolo. Una volta un amico venne da Jole e le disse: "Signora devo andar in Francia. Me spieghi qualcosa della Francia, del francese...". Jole lo sapeva bene il francese, perché le monache della "Scuola Jean d'Arc" erano francesi e lo parlavano sempre al di fuori delle lezioni.

Ma nonostante il lavoro e queste feste a Francenigo, Jole era sola, le sue amiche erano a Portobuffolè (i Francescato, Virginia e Bruna, maestre) e a Sacile (la Cory Zandonadi e il maestro Francesco Fiorot).

In quei primi anni, andava ogni Domenica a Napoli per assistere al cambio della guardia al palazzo reale (c'erano i corazzieri, come oggi per il Presidente della Repubblica). Era fortemente monarchica e affezionata alla casa reale. Si fermava dalla sorella, assisteva al cambio e ripartiva. Continuò ad andarci finché poté, con Gino o altri amici. Era forte la nostalgia di Napoli, della gente di città. Il suo nucleo familiare era così importante per lei, e si era trovata sola in un paesino sperduto senza vita.

Doveva fare chilometri a piedi per raggiungere la stazione di Sacile e non c'erano corriere né collegamenti. Siccome non poteva correre, faceva due passi e una corsetta, per cui tutti la chiamavano "Do pass' e 'na corseta" e le dicevano "Dai, Napoli!".

In seguito il treno diventò come una casa per lei, per i viaggi che faceva. Quando sentì di dover morire (perché lo sapeva bene) mi chiese di rinnovare ancora dopo la sua morte l'abbonamento al Touring Club, perché amava i viaggi e non voleva sapere di essere considerata morta, con la foto pubblicata... Mi disse: "Fai in modo almeno che io viva con il Touring!".

Quando ero piccolo mi portava spesso a Sacile per farmi vedere una cittadina, il treno, le vetrine. Voleva togliermi dalle stradine di Francenigo, così mi disse anni dopo. Per quel motivo a volte non facevo i compiti, ma ella mi giustificava con le maestre.

In quei primi anni con gli amici andava in bicicletta a Conegliano o a Nervesa, anche con Gino. Jole aveva ormai più di trenta anni. Erano tutti e due molto innamorati. Ella era molto sola e aveva bisogno di compagnia e Gino forse aveva voglia di acculturarsi, per questo suonava, scriveva bene la musica e amava disegnare, avrebbe voluto fare le scuole se avesse potuto; nel suo mestiere era veramente bravo.

Ella non aveva un carattere molto facile da capire, ma aveva trovato in lui valori e intelligenza superiori alla media del paese e lo stimava. Voleva condividere con lui quello che sapeva. C'era molto affiatamento e interessi comuni.

Gino in realtà si chiamava Domenico, ma per tutti era Gino. Era nato il 7 gennaio 1906, era più giovane di Jole di cinque anni. I suoi genitori erano agricoltori o sarti, Luigi Igne (morto nel 1927 a sessantacinque anni) e Carmela (che fu sepolta in una fossa comune...). I figli erano sei: tre maschi, Gino, Angelo e Carlo, e tre sorelle, Maria, Catinetta e Nerina. La sua casa d'infanzia è sul confine tra Francenigo e Brugnera ma la bottega era in centro a Francenigo. Ci lavoravano Gino e Angelo come sarti. Il vero datore di lavoro era Angelo, che aveva un carattere più forte (e le conseguenze furono pesanti anche per Jole): Gino soffriva di ciò, ma lavorava sodo, non sapeva dire di no, correva in bicicletta a portare i vestiti e si faceva in quattro.

Tutti lo conoscevano come uomo buono, gentile, generoso, onesto, sempre disponibile alle esigenze del fratello sarto.

Aveva insegnato a suonare il violino a Gigi, uno dei figli di Angelo, che divenne violinista (e poi continuò con il maestro di musica Romagnoli), gli insegnò il preparatorio e i primi anni. E gli aveva prestato il violino per studiare.

Gino faceva di tutto per migliorarsi e sentiva forte questa ambizione: da niente era arrivato a suonare bene il violino, studiava con Jole l'italiano, cercava di imbastire una cultura, perché aveva frequentato solo le elementari. Una volta costruì una radio galena, che ancora conservo. Infatti col tempo migliorò molto, culturalmente e psicologicamente. -

- É molto difficile imparare a suonare il violino! - intervenni io, che sull'argomento ho ricordi d'infanzia.

- Perciò dico che era bravo mio padre - continuò Arnaldo. - Riuscì perfino a entrare nell'orchestra militare!

Però le sue doti non erano valorizzate dalla sua famiglia. Fu Iole e comprenderle e stimolarle. Insieme componevano musica e la provavano e poi la eseguivano in pubblico. Insieme disegnavano il materiale per le lezioni di Jole, quasi tutti i giorni. Gino disegnava molto bene e aveva una buona grafica. Io mi ricordo ancora di quanto tempo passavano insieme a suonare, disegnare e dipingere.

Gino e Jole si sposarono il 29 luglio 1935 ("XIII anno dell'Era Fascista", si diceva). Fu una grande festa.

Col passare dei mesi però sorse qualche attrito tra Jole e Angelo, il capobottega fratello di Gino.

Ella sentiva di essere trattata con disprezzo dagli Igne. Erano grandi le differenze di ceto e di istruzione, e poi c'erano i caratteri, da entrambi i lati forti e volitivi.

I parenti di Gino sembravano invidiosi e provavano quasi un livore per Jole. L'accusavano di avere scarsa attitudine per i lavori domestici. E in effetti mia madre ebbe quasi sempre una donna di servizio (che cambiava spesso).

Non si parlava della sua provenienza. In paese tutti la chiamavano "la maestra napoletana" o semplicemente "la napoletana", ma era un complimento, un segno di riconoscimento e di rispetto, più che uno scherzo o peggio.

Ma alla lunga nell'ambiente si sentiva la differenza di mentalità e tradizioni e forse Gino doveva difendersi dall'accusa implicita di essersi dato agli estranei, se non agli stranieri...

Nel 1936 nacqui io. Ma poco dopo... -

 

 

"IERI SERA GINO É FUGGITO VIA DI CASA..."

 

 

Arnaldo si era fermato e ci aveva guardati.

Mi porse la cartella e mi disse: - Prendi il quaderno con le pagine di diario su Gino, quello che ti ho fatto già vedere. Leggilo tu. Poi partiamo -

Cominciai:

 

 

Lunedì 28 febbraio 1938

Ieri sera Gino è fuggito via di casa e non è più ritornato. Pazza dal dolore a dalla disperazione sono andata oggi alle 12,30 a casa sua laggiù. Sono stata scacciata da sua sorella come se fossi una donna di strada; ho subìto tutte le umiliazioni (ed egli sentiva dalla camera al primo piano); l'ho atteso, l'ho cercato, ma non è stato possibile rivederlo, parlargli. Sono disperata e divoro la mia amarezza profonda. Se non avessi il mio piccolo Naldo morirei dal dolore.

Vivo soltanto per questo mio tesoro che è la luce della mia vita e offro al Signore tutta la mia pena.

 

28 febbraio

SPESE

riscosse lire 524

Pagata £ 6 a Toni Busetto per riparazione sega e moschiera

(una lira nel 1938 valeva ben più di duemila lire di oggi; un giornale costava 20 centesimi, n.d.r.)

 

Martedì 1 marzo

Oggi Gino è andato dal Direttore, forse per farmi mandar via di qua ed essere libero cittadino.

Ieri è fuggito a Pinidello da sua sorella e voleva rifugiarsi laggiù. Suo fratello è andato a prenderlo ieri sera alle nove e l'ha convinto a ritornare. Però gli danno corda e se lo tengono a casa loro; disgregando, così la nostra piccola famiglia. E pensare che ha lasciato Naldo addormentato sui miei ginocchi senza nemmeno dargli un bacio, senza guardarlo neppure. Con quale animo ha potuto abbandonare una creaturina innocente? Come ha potuto compiere questo passo tremendo. Aveva bevuto troppo ed era tornato a casa tardi, senza nemmeno venire a pranzo.

 

1 marzo

SPESE

Bollo bicicletta £ 10

Tessere £ 35

Zanella £ 30 + 20

Cardin £ 27,60

Contarini £ 12,40

Sarta £ 18 (no)

Farmacia £ 4,60

Latte £ 17,60 (no)

Lavandaia £ 12

Gioconda £ 50

A. £ 90

Fiorina £ 4,95

 

Mercoledì 2 marzo

Il Direttore oggi mi ha chiamato nel suo ufficio. Sono andata alle ore 15, agitata e sconvolta. In principio mi ha accolta male, dicendo che io faccio parlare di me in paese. Gli ho chiarito subito la situazione; gli ho detto che non ho mai percepito alcun danaro da mio marito, nemmeno per il bambino e che avevo, da un po' di tempo, cominciato a chiederne. Ecco la causa di questo inferno.

Allora anche il Direttore ha risposto a tono e mi ha consigliato di cercare ogni modo per riunire la famiglia. Gli ho narrato le umiliazioni avute. Ha scritto al Signor Arciprete e al Segretario Politico per tentare la pacificazione.

 

Giovedì 3 marzo

Gino è stato chiamato dal signor Arciprete. Ha pianto, ha detto cose che non sono vere, è riuscito a farsi compatire e, quasi a farmi condannare da lui. Ha esagerato anche su tutta la linea e ha detto che non vuole più tornare.

Come fa a dimenticare suo figlio?! Come può dimenticare tutta la nostra vita vissuta tra tanta serenità e tutti i sacrifici che ho sempre fatto per lui.? Non ricorda quanto bene gli ho sempre voluto. Io vivo in un'agitazione grandissima; non riesco né a mangiare, né a dormire; tutto è nero davanti a me. Unico faro luminoso che brilla e che mi dà un po' di pace è Naldo. Questo soave piccino che addita la porta dalla quale suo papà e fuggito, che indica il posto vuoto a tavola e a letto mi fa pena infinita. Penso che egli sarà un infelice al mondo con un padre così cattivo ed un giorno si ergerà suo giudice implacabile. Non ho più speranza ormai. So che Gino agisce sotto l'impulso e con volontà non sua; ma chi lo protegge e protegge una cosa così tremenda, non avrà mai bene nella vita.

 

Venerdì 4 marzo

L'Arciprete mi ha riferito quanto Gino aveva detto e ha quasi quasi incolpato me. Non ho potuto, in quel momento, reagire ragionando e mettendo le cose in chiaro, perché ero fortemente scossa ed agitata; non ho nemmeno, credo, dato peso alle sue parole che pungevano abbastanza. Ho pensato al mio piccolo, grande tesoro ed ho avuto la forza di andare avanti, ingoiando a malapena le lacrime e frenando i singhiozzi che mi squassavano il petto. Sono andata dal Segretario Politico e mi ha promesso di chiamarlo in ufficio.

 

Sabato 5 marzo

Gino è stato chiamato a Gaiarine questa sera. Ha parlato poco, ma con tutte le parole e i ragionamenti che gli sono stati fatti non si è piegato. É di una testardaggine unica. Sembra quasi ipnotizzato tanto è fuori di sé. Certo egli ora si vergogna di quanto ha fatto. Era tutto premeditato. Il giorno 7 febbraio, quando abbiamo cambiato casa, Gino non ha portato via nemmeno una camicia, nulla. Soltanto le cravatte erano al completo e sono sparite giorno per giorno: io non me ne ero nemmeno accorta; non potevo nemmeno supporre quello che sarebbe avvenuto; altrimenti non avrei cambiato casa; là non sarebbe successo nulla e forse si sarebbe ancora insieme.

 

Domenica 6 marzo

Gino ha ripreso a lavorare nella sua bottega come sempre e quasi con indifferenza prosegue il suo cammino da scapolo nel paese che lo osserva. Sono otto giorni questa sera ed io non riesco a darmi pace. Dovrei sentire ripugnanza per un uomo che ha agito così; eppure in fondo mi fa pena perché penso che anche egli soffre ed agisce sotto un terribile impulso. Gli voglio ancora bene e soffro tanto. Lo vedo sempre, a mezzogiorno, andar via in bicicletta verso un'altra strada; oh, come fa a non tornare, pensando alla sua creatura che è così bella e così graziosa?!

 

Lunedì 7 marzo

Oggi alle 14 ho veduto Gino. Era insieme a suo cugino e a sua fratello. Io avevo Naldo in braccio. Il piccolo, appena ha veduto il padre, lo ha segnato chiamando: "Papà". Io ho provato una gran fitta al cuore ed avrei preferito avere uno schiaffo anziché vederlo così. Gino è diventato pallidissimo; si è mosso lentamente e quasi vacillando è andato ad aprire la porta della sartoria e vi si è rifugiato. Di certo ha pianto. Conosco la sua sensibilità e so che soffre intensamente, ma non ha la forza di reagire. Suo fratello è andato verso il fiume, anche lui un po' vergognoso di quanto accadeva; mentre il cugino si fermava con me. Naldo continuava ad additare la porta chiusa dietro la quale Gino era scomparso. Sono andata da Contarini, dove ho passato tante ore liete in compagnia di Gino, quando era veramente buono, mi voleva bene e otteneva da me quanto desiderava. Là ho dato libero sfogo al mio dolore e ho parlato con Toni, dicendo quanto è amara la vita in questo modo e come si preferisce morire piuttosto che soffrire così. Ma c'è Naldo che mi sorride e, se mi vede triste, mi accarezza con quelle sue manine soffici e tenere, mi abbraccia fortemente e mi dà tanti bacetti e dice "a-a a-a" (cara, cara). Caro tesoro mio, come sei infelice con un papà così cattivo! Povero amore piccino! Cosa hai fatto che devi scontare le colpe di lui? Toni mi ha promesso di parlare con Gino e spera di risolvere questo problema terribile. Io sono così disperata e sconvolta che non ho più nemmeno la forza di sperare. Solo il Signore può mettere a posto le cose. Ho scritto anche a Paolo Marin; speriamo che anche lui vorrà aiutarmi (Paolo, detto Fogo, era suo cognato, marito della Gigetta, sorella di Gino, residente a Pinidello. Era un uomo comprensivo e tutto dedito alla famiglia, amico di Jole, n.d.r.).

 

Martedì 8 marzo

Lo vedo sempre ogni giorno quando alle 12 va a casa di sua sorella a pranzo. Va in bicicletta scortato dalla Linda o dal fratello e a testa bassa. Nel pomeriggio vado a spasso con Naldo e gli mostro il padre che lavora. Gino quando ci vede abbassa ancor di più la testa e l'alza solo quando siamo scomparsi.

 

Mercoledì 9 marzo

Ho ricevuto la risposta di Paolo Marin. Mi parla nientemeno di "rapporti coniugali disastrosi". Così gli ha fatto credere Gino; chissà cosa gli avrà detto. Ma perché non vuole parlare con me? Perché mi sfugge? Perché non ha la forza e il coraggio di affrontarmi e dirmi tutto quello che dice agli altri? Come può dire che io non gli davo da mangiare, se ho anche avuto in regalo dai bambini solo nel mese di gennaio sette braciole di carne e altra roba di maiale e fagioli ecc.? Perché mi calunnia così? Cosa gli ho fatto? Ho tante volte brontolato perché non si è mai interessato della sua famiglia e non ha mai dato nemmeno un millesimo per aiutarmi ad allevare il piccolo. Ecco l'unica, la vera causa del mio rimprovero quasi continuo. Certo che io ho sofferto tanto. Ho ricevuto da lui sgarbi, parolacce, bestemmie ecc. e ho qualche volta pianto disperatamente, l'ho preso con le buone prima e poi ho risposto anch'io a tono. E per questo mi si condanna? ma tutti i sacrifici che ho sempre fatti per quest'uomo che ora mi fugge, tutto l'affetto che gli ho voluto; tutte le gentilezze usate, per suo riguardo, alla sua famiglia e ai suoi nipotini, sono oggi così ricompensati? É questa la gratitudine che mi spetta? E Naldo, il nostro tesoro non ha diritto dell'affetto paterno, del suo bacio, della sua carezza, delle sue parole? Che cosa gli ha fatto questa creaturina innocente che lo chiama e che lo segna e gli manda le sue carezze e i suoi bacetti? Per lui, per questo santo angioletto dovrebbe tornare, riflettere e rifare, all'ombra di questo nostro piccino, la vita nuova e serena.

 

Mercoledì 23 marzo

Oggi alle 13 meno dieci mi sono decisa ad andare incontro a Gino verso Brugnera insieme a Naldo. Lo avevo fra le braccia il mio tesoro e alle 13,5 proprio pochi passi dopo la filanda, ho veduto venire mio marito in bicicletta. Era pallidissimo. Ho voltato la testina di Naldo verso di lui e ho detto: "Guarda papà, Naldo". Gino, passandomi vicino, ha detto: "Tasi, tasi" "Sì, sì, ciao" ho soggiunto quasi serena. L'ho veduto, mi basta. Come una volta quando io lo vedo mi sento battere più forte il cuore; gli voglio bene malgrado tutto e soffro tanto. Naldo fissava suo papà e certo Gino ha sentito lo sguardo del suo piccino innocente. É restato molto male. Ho ripreso, apparentemente tranquilla, la via col mio bambino fra le braccia, mentre tanti, troppi ricordi lontani e vicini, invadevano la mia mente e facevano sconvolgere l'animo. Un tempo quella strada era per me la luce; lo vedevo spuntare da lontano sorridente: ora è un calvario, poiché ripenso a tutte le pene, a tutte le lotte, a tutte le cattiverie degli altri che hanno fatto disgregare la mia piccola famiglia.

 

Domenica 27 marzo

Oggi è un mese che Gino è fuggito di casa e non è più tornato nemmeno a veder Naldo, mai, né gli ha mai mandato nulla. Sono andata in Chiesa a fare la Santa Comunione, ho pregato tanto il Signore e la Vergine che mi facciano la grazia di farmi tornare Gino presto per rifare una nuova vita di serena tranquillità. Don Carlo mi ha ricevuta con molti inchini ed io mi sono sentita male, pensando che se lui vuole può mettere davvero l'accordo e la pace tra noi. Sono stata in casa tutto il giorno solo con Naldo; la Gioconda è andata in gita ad Aviano, è venuta da me verso le 9 la Vittoria.

Faceva vento e Naldo non è uscito. Ho atteso che venisse Paolo Marin con Toni Igne; ma l'attesa è stata vana. Arnaldo era felice di stare con me tutto il giorno; di giocare con me a nascondersi o con i sassetti, rideva sereno e saltellava come un passerotto. Io ero beata col mio tesoro; ma un'amarezza invadeva l'anima mia. Le fotografie di Gino, delle quali mi sono circondata, erano baciate dal sole e mi sorridevano dall'alto. Io sentivo la nostalgia potente di vederlo, di parlargli, di sentire la sua voce, di condurlo qui, dove è la sua vera famiglia, dov'è il suo bambino che lo accoglierebbe con le braccine aperte e con le sue tenere carezze, e piangevo in silenzio, di nascosto da Naldo, per non farlo rattristare. Verso sera ho sentito il prepotente bisogno di uscire, di fuggire per un momento da questa cucina, dalla quale Gino è scappato, di sfuggire ai tanti penosi ricordi che martellavano la mia povera mente.

La mattina ho parlato con Dario, ho saputo altre cose spiacenti e mi sono agitata. Alle 7 circa è venuta la Vittoria, mi ha detto che aveva veduto Gino da Enrichetto a comprare frutta. Ho sentito ancora un'indicibile volontà di vedere mio marito e, dopo aver baciato Naldo, sono andata di corsa in bicicletta da Rico a comprare una spumiglia per la mia creatura. Gino non c'era. Come al solito sono andata da Contarini. In sala ho notato la bicicletta di Gino; Ma non vi ho fatto troppo caso. Sono entrata in cucina e... chi ho visto? Lui, Gino, proprio lui. Immaginare come l'animo mio era sconvolto; come tremavano le mie gambe, come martellava la mia testa. Pure ho trovato la forza di essere apparentemente serena, mi sono messa accanto a lui davanti alla tavola, mi sono appoggiata poiché credevo di cadere; tremavo. Ed ho detto, guardandolo, con voce alta: "Oh, Gino sei qua? Come mai? dopo tanto che non ci si vede più ? Come stai?"

E la voce mi tremava e il mio viso doveva avere lo stesso pallore del suo. É magro, Gino, è pallido, soffre atrocemente anche lui, mi fa pena. E Gino ha risposto: "Sì, son qua, bondì!" E la sua voce tremava più della mia, mentre il pallore del suo viso aumentava e lo sguardo vuoto errava sul muro bianco. I presenti (erano solo 4) non hanno parlato. Un silenzio di tomba ha seguito il mio arrivo e le mie parole. Poi lentamente mi sono avvicinata a Gino e pianissimo gli ho parlato. "Perché non vieni a vedere il piccolo; come fai a stare lontano da lui?" "Vutu far tornar i morti?". Io ho finto di non capire e ho continuato: "É vivo Naldo, sta bene, non è mica morto". "E chi è che parla?". "Torna, Gino, torna per il nostro piccino che ti chiama e ti bacia; torna per lui che domani sarà un infelice senza padre: sacrifichiamoci insieme per lui che non ha colpa; rifacciamo la nostra vita all'ombra della sua innocenza e del suo candore. Torna, sii buono, Gino. Non ti dico di tornare adesso; torna quando vuoi; ma torna per la nostra creatura, ti prego". "Ah, così, va ben". "Aspetta, vado a mettere in libertà un amico, dopo torno" mi ha detto. "Tu non torni, tu fuggi". Ed è fuggito; mentre io, pazza dal dolore, mi sono avvicinata alla porta, dicendo: "Gino, perché così?" e sono tornata in cucina come se avessi avuto un colpo mortale; con la visione negli occhi della sua fuga in bicicletta come un dannato.

Ho sofferto moltissimo, sono stata malissimo. La signora Contarini è restata. Mi ha detto che anche lei gli aveva parlato, che gli aveva nominato il piccolo, aveva fatte le sue lodi, lo aveva esortato a tornare per la sua creatura; ma non aveva avuta alcuna risposta. Mi ha calmata, mi ha fatto un caffè forte; mentre io ero di un pallore mortale, tremavo; non avevo alcuna forza per articolar parola. Pur vedendo quanto male mi ha fatto Gino, io gli voglio bene; mi fa pena vederlo soffrire così; l'ho seguito nella sua fuga precipitosa, l'ho veduto col pensiero, arrivare a casa stanco, piangere, domandare un caffè forte, una pastiglia e rifugiarsi in camera, a letto, pensando alle mie parole. Sono tornata a casa e ho trovato il mio Naldo che mi attendeva tra le braccia della Toncia (la padrona di casa della terza abitazione di Jole a Francenigo, n.d.r.). L'ho preso in braccio, l'ho baciato anche per Gino che non vuole vederlo, e ho nascosto il mio viso dietro la sua morbida testina; mentre le rosee braccine del mio tesoro, mi stringevano fortemente il collo.

La notte non ho chiuso occhio. I miei pensieri correvano veloci ai ricordi del passato, dal primo giorno che ho conosciuto Gino, fino ad oggi. Vedo che la mia vita si è trasformata per lui solo; mi sono ripiegata continuamente su me stessa ed ora sono completamente distrutta; senza più speranza di un domani migliore. Dio mi darà la forza di sopportare questa vita così aspra.

 

28 marzo Lunedì

La fuga di ieri sera mi ha lasciato un solco nell'anima e temo di non riuscire più a cancellarlo. É venuto anche il Signor Direttore oggi ed abbiamo parlato di Gino e del suo strano modo di procedere. Mi ha consigliato di scrivergli: sono sicura che la lettere non l'accetterà; ad ogni modo, per me, è l'ultima prova.

 

29 marzo Martedì

Odo (padrone di casa di Jole nella prima locanda dove si era stabilita, n.d.r.) ha domandato a me il libretto dei conti da pagare: io non ho nulla, è Gino che lo ha conservato, è lui che ha intestato il conto: non devo certo pagare io. Ho pagato anche troppo. Vedo ogni giorno Gino, ma lui sfugge allo sguardo. Non so a cosa pensi; non riesco a comprendere quale idee abbia per la vita nostra, quale linea abbia tracciato nella sua mente.

 

30 marzo Mercoledì

La situazione è immutata. Gino non vuole più tornare; non guarda nemmeno Naldo; dice che se io glielo do lui è contento. Ma qua è il bello. Come può mai pensare che io gli dia il bambino? Non sarà mai. L'elemosina piuttosto, ma la mia creatura starà con me finché son viva.

 

31 marzo

Oggi ho mandato una lunga lettera a Gino. É una lettera piena di ricordi del suo piccino, lettera di promesse, di tranquillità, di pace. Vi ho anche accluso due fotografie di Naldo ed ho scritto: "Ricordami papà" in una, e nell'altra "Al mio caro papà". Consegnata la missiva alla Toncia, l'ho pregata di consegnarla a Gino con gran riservatezza. Pur sapendo che nella busta erano le fotografie del figlio, non ha voluto ricevere la lettera ed ha soggiunto: "Voglio star quieto, non posso riceverla, scusi". Me l'aspettavo tale azione. Lui sta facendo quello che io, se avessi potuto, avrei fatto a suo fratello. Lui si serve oggi di quei miei propositi. Io però non ne avrei mai fatto niente contro suo fratello: altro è lamentarsi e protestare, altro è comportarsi male...

 

1 aprile Venerdì

La lettera di Gino l'ho messa in una busta aperta e l'ho acclusa in un'altra busta con due parole al fratello Angelo. "La prego volere consegnare questa lettera a mio marito in modo che possa leggerla".

Consegnata alla Gioconda l'ho mandata in sartoria. Lui non ha avuto il coraggio di non accettarla. L'ha presa e sono sicura che la mia lettera diretta a Gino è stata letta e commentata.

 

2 aprile Sabato

Gino continua la sua vita vuota e credo che la sua coscienza sia sopita ed i suoi sentimenti dormano ancora. Pazienza. Continuano le voci che andrà presto in Francia. Intanto il Maresciallo dei R.R.C.C. (Regi Carabinieri, n.d.r.) è stato avvertito e mi ha assicurato che lui non si muoverà.

 

3 aprile Domenica

Toni Igne ha parlato a lungo con Gino cercando di convincerlo; ma lui si ostina con il suo no infondato. Tutti gli vanno contro e lui fugge e va a Calderano per evitare incontri. Non ha il coraggio di presentarsi da nessuno. L'Arciprete l'ha mandato a chiamare e lui non si è nemmeno presentato.

 

4 aprile Lunedì

Odo mi ha riferito che Gino non intende pagare; vuole vendere i mobili e così pagare lui, l'affitto ecc. É diventato matto sul serio. Il bello è che non si presenta mai; manda il fratello che fa da marionetta completa. Io non rispondo in modo assoluto, deve pagare lui; è a lui intestato il libretto, non a me. Gino agisce con la volontà di suo fratello; parla come un ipnotizzato; mi fa tanta pena, perché è in balia dei venti contrari. Ma questi famosi istigatori non comprendono che io posso agire e farli seriamente punire dalla legge? La mia pazienza ha un limite.

 

5 aprile Martedì

Una volta o l'altra metto Arnaldo davanti a suo papà e vedremo quale sarà l'accoglienza che gli farà. Povero piccolo! Se non ci fossi io in quali mani sarebbe capitato!

 

6 aprile Mercoledì

Il momento era giunto. Gino era solo in bottega con la Ida ed era apparentemente allegro. Erano le ore 17,30 quando io stavo per tornare a casa. Mi sono fermata di scatto, ho messo Naldo a terra e l'ho fatto entrare in bottega con grande stupore di Gino. Ho detto: "Va da papà, Naldo, saluta papà". Il piccolo ha mosso i suoi passetti, dicendo: "o, o" con le manine alte. Poi si è arrestato davanti al viso paterno pallido e tremante. Gino con lentezza è passato davanti al piccino, senza nemmeno fargli una carezza, mentre Naldo lo fissava coi suoi occhioni spalancati. É fuggito via come un ladro per le scale. Che cosa pensa? Come fa a fuggire davanti al suo figlioletto così grazioso e vispo? Che colpa ha questo angioletto innocente? Io credo che sia il rimorso che lo spinge a fuggire il nostro sguardo.

 

7 aprile Giovedì

Oggi insieme alle mie colleghe, mi sono presentata da Gino per domandare il denaro del gagliardetto. Mio marito non ha potuto fuggire; è diventato prima pallidissimo, poi violaceo, poi rosso e la sua testa era sempre china sul lavoro mentre io lo fissavo continuamente.

 

17 aprile

É Pasqua oggi! Suonano a distesa le campane e invocano pace e perdono! Ed oggi io sono sola con la mia creaturina ed il papà è lontano da lei, non è più tornato! Invano tutti si sono adoperati per fargli far pace in questo giorno santo: non è stato possibile concludere nulla. Ho fatto scrivere a Gino dal suo piccino una cartolina d'augurio: "Pasqua porti la pace e la gioia al papà lontano. Questo è l'augurio del tuo figlioletto Arnaldo". La mia Pasqua di quest'anno è stata atroce. Come ho rievocato le Pasque lontane trascorse nella mia famiglia, piene di affetto, di entusiasmo, di gioia! Come avrei voluto che tornassero quei tempi! Con quanta nostalgia li ho revocati ed ho pianto disperatamente. Naldo è troppo piccolo ancora per poter comprendere, per poter compatire e confortare la sua mamma affranta. Però quando mi vede piangere mi accarezza e si rattrista, povero piccolo! Chissà Gino come avrà passato questo giorno! Non proverà il rimorso di quello che ha fatto? Non sentirà un gran peso nell'animo essendo lontano dal suo tesoro così grazioso? Perché non lo ha ricordato anche lui? Perché non gli ha mandato nulla in questo giorno di festa solenne?

 

18 aprile

Oggi alle ore 16, mentre ero a letto con il mio figlioletto, è venuto da me mio cognato con Toni Igne. Abbiamo naturalmente parlato di Gino. Io ho rifatto a lui il discorso di quanto è avvenuto ed abbiamo cercato di chiarire un po' la situazione. Paolino ha detto che avrebbe chiamato Gino a Pinidello Giovedì ed avrebbe parlato a lungo con lui. Ha soggiunto che se Gino non torna, qui a Francenigo, lui non viene più, perché si vergogna; verrà solo da me, ma basta. Dalla Francia la Catinetta ha scritto una lettera alla Gigetta disperata, in seguito alla mia dei giorni scorsi ed attende da allora una risposta e prega che anche Paolino faccia ogni cosa per riunirci.

Vivo rivoltandomi tra un segno di speranza e un gesto che mi abbatte.

 

Il racconto di Jole aveva lasciato tutti pensierosi. Non sapevamo cosa dire ad Arnaldo.

Ci alzammo senza bisogno di dire niente. Vivevamo spontaneamente il senso del gruppo. Non sono solo cinque i nostri sensi.

Il punto in cui ci eravamo fermati era diventato un po' troppo umido e la nostra postura, stretti sul precipizio, ci aveva intorpidito le membra.

Salutammo la scena che cominciava ad animarsi di blu e scendemmo il colle lungo il sentiero, che con un largo giro e con qualche ora di cammino ci avrebbe riportato a valle.

 

 

"NON CAPISCO NIENTE. SCRIVI QUELLO CHE DICI E POI IO LO LEGGO"

 

 

La giornata era stata veramente intensa. Avevamo letto molto, avevamo ascoltato infinite storie. Il tepore, dacché il venticello era svanito, aveva lasciato il posto al caldo. Potrei dimenticare le emozioni di quella giornata?

Mentre camminavamo Arnaldo volle aggiungere qualche chiarimento alla vicenda sentimentale dei genitori.

- Gino era tornato ad abitare nella casa dei suoi, che nel frattempo erano morti, tutelato dalla sorella Nerina. Ma la separazione durò pochi mesi, forse un anno.

Tra Jole e Gino c'erano state grandi baruffe a proposito della famiglia Igne che, secondo Jole spadroneggiava: i soldi di Gino andavano più agli Igne che ai giovani sposi.

Gino, sobillato dalla famiglia, aveva perfino interessato un ispettore per far allontanare Jole dalla scuola! Erano uscite molte calunnie. Però quando l'ispettore fece l'indagine si stabilì che tutto era regolare e chiese scusa per l'intervento.

Dovete capire che mio padre non avrebbe mai fatto nulla di ciò che avete sentito, se non fosse avuto quel carattere sensibile ma debole che aveva e se non fosse stato spinto dai suoi familiari! Certamente non aveva cattiveria d'animo, ché, anzi, era molto buono. Infatti, in seguito, Jole gli perdonò ogni cosa. -

Per favorire Arnaldo, ormai cresciuto, per fargli avere le maggiori possibilità di studio, Jole desiderava da tempo trasferirsi a Napoli dove c'erano tutti gli indirizzi. Ma Gino non voleva andarci, perché laggiù non si trovava.

Jole voleva che Arnaldo divenisse avvocato come il padre, Ettore. Arnaldo era oppresso tra la passione per l'arte e l'architettura e il desiderio della madre, e inoltre tra i consigli dei due.

Aveva poca e forzata applicazione allo studio, ma era estroverso e creativo, da piccolo passava giornate a costruire case, mulini, macchine.

- Mi hai detto - dissi io - che a Francenigo molti ricordano Jole. -

- Certo - mi rispose - alcuni suoi allievi sono ancora vivi. Ma se la ricordano in tanti, anche giovani, proprio come "la maestra napoletana". -

- Mi sembra - aggiunsi - che nell'articolo di Gaiarine Notizie ci sia un'altra parte della testimonianza di don Otello Jesse, che prima non abbiamo letto e che parla dell'insegnamento di tua madre. Vuoi che lo legga? Possiamo anche continuare a camminare, se volete, perché forse è un po' tardi. -

- Sembra tardi, ma c'è una scorciatoia... - disse allora Arnaldo, usando un'espressione eloquente della faccia. - Vi aspetta un'altra piccola avventura. -

Mi porse l'articolo e lessi le parole di don Otello:

 

"Aveva abituato tutti noi scolari alla carità fraterna per sostenere i più poveri. Quelli più anziani di me mi dissero che ai ragazzi che avevano poche possibilità economiche lei procurava i soldi per la divisa.

Procurava le cose necessarie alla scuola; preparava l'albero di Natale con molti doni e il presepio a sue spese. A Natale mi colpivano quei piccoli fuochi d'artificio che ad accenderli esplodono in tante scintille.

Inoltre faceva regali alla fine dell'anno ai 5 più bravi: a me diede una penna stilografica.

Era appassionata della tavola pitagorica; passava per i banchi e ci interrogava ed era soddisfatta perché eravamo ben preparati (eravamo una classe mista, per la maggior parte ragazze). Era molto affiatata con i suoi colleghi.

Tra l'altro la signora de Georgio aveva anche preparato un gruppo di adulti agli esami, quattro o cinque operai, gratuitamente, per la quinta elementare.

Una volta preparò una recita con gli alunni, da presentare nel salone Damiano Chiesa; ma quando tutto era pronto non è stata rappresentata, non so più perché. Io facevo il cavaliere e una ragazza faceva la damigella. Era un rapporto d'amore: Lei doveva dire "Di cavalieri ne ho conosciuti anche più belli" e io, in costume preparato da una mia cugina, "Voi dama siete tanto ...", e poi non ricordo più... Ma la scena terminava con un duetto. Forse io ero impacciato, anche se sapevo bene la parte.

Era parca nei castighi e cercava piuttosto di convincere l'alunno; non dava mai schiaffi, che allora erano permessi e usati. Invece un'altra maestra della seconda classe metteva i ragazzi indisciplinati in una stanzetta detta "dell'orso"!

La maestra napoletana non limitava la sua lezione alla didattica, ma cercava di formare anche moralmente e dava il buon esempio. Ci teneva molto che noi fossimo puliti e diligenti".

E mentre leggevo non mi accorsi, perché guardavo solo in tralìce dove mettere i piedi e di non sbattere contro quelli che camminavano davanti a me, che il sentiero sembrava finire nel vuoto. Da qualche minuto era diventato solo una pista.

Alzai la testa, mi avvicinai agli altri che erano fermi sul ciglio di una depressione che sembrava profonda e guardai giù.

- Un canalone! - disse la ragazza. - Come facciamo a scendere? -

- É solo un piccolo ghiaione - disse Arnaldo. - Non è la scorciatoia più rapida? -

- Fantastico - esclamò la donna. - Da un bel pezzo non ne faccio. -

- Non vorrai buttarti là sotto! - supplicava la ragazza.

Cercammo di convincerla che non era pericoloso, bastava essere agili, veloci, fare saltelli. Ma si tranquillizzò solo quando vide Arnaldo correre giù e in pochi secondi arrivare in fondo e chiamarci divertito.

Mi buttai io gridando e mi seguì mia moglie. Vedemmo la donna che parlava con la ragazza, la quale scese timidamente nella ghiaia irregolare, ma fu costretta ad allungare il passo, arrivò sul prato e ci raggiunse.

La donna non aveva aspettato tanto. Era già a metà strada. Cominciò a fare enormi balzi ed era già alla fine quando con un ultimo salto cadde malamente. Accorremmo. Si teneva una caviglia e, senza lamentarsi, era dolorosamente concentrata a capire cosa si era rotto.

Arnaldo si era chinato ad assisterla.

- Vuoi che telefoni a Michele? - aveva chiesto la ragazza.

- No, non occorre - le rispose la donna. - É solo una storta, se mi lasciate riposare un po'... Anzi potreste andare avanti... vi raggiungo. -

Nessuno diede peso a quell'idea, ci sedemmo sull'erba e approfittammo della pausa imprevista. Il piede si muoveva liberamente e Arnaldo si impegnava in un massaggio.

Durante l'attesa mi feci mostrare il telefono cellulare che la ragazza stava deponendo nello zaino. Era piccolissimo e pieno di dispositivi. Me li spiegò. E mentre ella, acceso l'apparecchio che la madre le aveva regalato quando aveva compiuto diciotto anni, ne elencava le possibilità, mi venne un'idea.

- Arnaldo - dissi - perché non telefoniamo a quelle persone di Francenigo che siamo andati a trovare l'anno scorso. Ti ricordi? Quelle che conoscevano molto bene tua madre. Di Domenica le telefonate con il cellulare costano poco. Se le troviamo, con il dispositivo "viva-voce" possiamo sentire tutti quello che ci raccontano. -

- É una buona idea - disse Arnaldo. - Sempre che le signore acconsentano - e cercò i numeri, che aveva portato con sé naturalmente. Erano due le famiglie da sentire, parenti tra loro.

Intanto, raccontai del pomeriggio che egli e io avevamo passato a cercare alcune vecchie amiche di Jole a Sacile. Una l'avevamo trovata. O per coincidenza o per un sesto senso Arnaldo sceglieva per strada, per avere informazioni, proprio le persone giuste, che conoscevano la famiglia di Jole e avevano sentito parlare di lei. Purtroppo l'anziana signora era malridotta, in una casa di riposo, e pianse tutto il tempo nel vedere il figlio della sua amica...

Prima chiamammo Egidio Busetto. Mentre aspettavo che rispondessero, perché erano anziani, mia moglie se ne uscì con una battuta: - Certo che questa giornata è multimediale: memorie, diari, registratore, telefono...! -

- Pronto? -

- Pronto. - mi aveva risposto il signor Egidio in persona.

- Buongiorno, sono Enrico Vaglieri. Si ricorda? Sono venuto a trovarla qualche mese fa con Arnaldo Igne. Si ricorda di Arnaldo Igne?! -

- Eh, certo! - strideva la voce dal piccolo altoparlante, mentre passavo l'apparecchio a Arnaldo. Si salutarono calorosamente, Arnaldo spiegò perché li chiamavamo e gli chiese di raccontarci ancora i ricordi che egli e sua moglie avevano della maestra napoletana.

Egidio è dei Busetto, detti "Martinet". Così ci raccontò:

- La maestra Cesa detta "Masonera" (perché era grassa), una volta nell'anno scolastico 1924/'25 (quando io ero in prima elementare) mi mandò al piano inferiore a riferire qualcosa alla maestra de Georgio. La maestra napoletana scuoteva la testa e mi disse: "Non capisco niente. Scrivi quello che devi dire e poi io lo leggo".

Nel 1924 si faceva scuola, a Francenigo, nell'edificio che ora ospita la banca in centro, dove c'era anche la scuola di disegno e arti domestiche. Le baracche di legno per le elementari, al posto dell'odierno edificio risalgono solo al 1927.

Io - diceva Egidio Busetto - sono stato uno dei primi allievi di Jole, ancora prima delle "baracche"! Prima di lei c'era il maestro Sclofani, meridionale, a cui la mia famiglia aveva affittato la stanza, ma Jole a Francenigo aveva creato l'impostazione scolare abituando per esempio i ragazzi alla divisa.

E aveva classi numerose: centoventi studenti al giorno, metà la mattina e metà nel pomeriggio. -

Ci passò la moglie, Giovanna Fiorot, che però si ricordava solo di quando a Jole era morta la nonna, che le aveva fatto da madre: Jole era stata malissimo.

Ma i racconti più belli di quella telefonata ce li fece la figlia dei due, Mirella, che è del 1940. Aveva avuto Jole come maestra in prima e seconda elementare ed era diventata la pupilla della maestra napoletana, perché era vivace mentre il resto della classe era addormentata. A Jole piacevano i bambini svegli.

- Quando compii sei anni, la maestra mi regalò una bamboletta di ceramica, di quelle snodabili, che per me era bellissima. Questo mi colpì molto. Era il 1946. Due anni dopo, nel 1948, Jole se ne andò da Francenigo.

Mi ricordo ancora che la maestra mi mandava nelle altre classi per far vedere il mio libro, come lo tenevo ordinato. Aveva detto anche a mia madre che ero un esempio...! -

Mirella ha continuato a vedere Jole anche dopo la fine della scuola, quasi sempre nella festività dei morti, quando Jole tornava regolarmente a Francenigo. Erano rimaste affezionate.

- Cosa ti ha insegnato? - le chiese Arnaldo.

- L'onestà. Odiava le bugie, i sotterfugi. Era un po' severa, dava qualche bacchettata, come facevano tutti i maestri. Ai bambini ciò dispiaceva, però tutti conservano un bel ricordo di lei: questo vuol dire che ha insegnato bene, non era solo severa. -

Proprio mentre ci parlavamo era arrivata da loro una cugina di Arnaldo, Terry Casagrande, classe 1926, che volle salutarlo e disse che anche lei era stata allieva di Jole in terza e quarta: la ricorda come molto energica, molto viva, molto intelligente...

- Mentre Egidio parlava - disse Arnaldo - mi è tornato alla memoria un episodio simpatico. Negli anni trenta mia madre aveva dato agli alunni un tema per casa su come si svolgeva la giornata lavorativa dei loro padri, dovevano spiegare e descrivere il più possibile. Un allievo portò il tema nel quale descrisse come il padre faceva la grappa abusivamente: aveva fatto una buca a tanti metri da un certo albero nel giardino e a tanti metri dalla casa dove la sera il padre faceva la grappa, ma copriva tutto per timore che passasse la finanza. Jole lesse meravigliata, chiamato il padre del ragazzino gli disse che se dava alla finanza quel compito egli avrebbe corso dei guai. Il padre era preoccupato. Ma Jole aggiunse "Fioi e colombi sporca le case! Sarebbe meglio che suo figlio non vedesse queste cose!". Il ragazzo si chiamava Sisto Doro, ora è caporeparto alla Zoppas di Pordenone.

Dopo i Busetto chiamammo un'altra Busetto... La signora Clory, che aveva fatto un solo anno di scuola con la maestra Jole, ma divenne sua amica per tutta la vita.

Fu felice di sentirci. Aveva in visita una signora - coincidenze - che aveva conosciuto la maestra napoletana negli stessi anni. Non dispiaceva loro affatto ricordarla insieme.

- Feci un anno come volontaria - ci raccontò - cioè avevo rifatto la quarta elementare nell'anno scolastico 1929/30, perché non ero stata giudicata all'altezza della quinta secondo mio padre. La quinta era solo a Pordenone, dalle suore, per le media si andava da un sacerdote. Dalla prima alla quarta aveva frequentato con la maestra Ida Nordio.

Jole aveva già quaranta alunni in classe, ma accettava ugualmente questi "volontari", che dovevano fare tutto come gli altri.

- Mi ricordo più la quarta volontaria che gli altri anni - continuava la signora Clory. - La maestra era simpaticissima ha portato la gioia tra gli alunni, a scuola, in paese. Era tutta brio. Si sentiva che veniva da Napoli. Amava il movimento e l'ordine. Amava moltissimo i fiori e ne aveva sempre tanti. Le piaceva fare le mascherine per carnevale. Organizzava sempre qualcosa. -

A proposito della creatività di Jole l'ospite di Clory, la signora Fedrigo, anch'ella di Francenigo, volle intervenire e dirci che pur essendo in un'altra classe, Jole le era molto simpatica: se durante un'escursione si saliva una collina ella invitava i ragazzi a rotolare dal pendio...

Clory continuò a raccontarci che Jole a scuola pretendeva i grembiuli, che ognuno doveva portarsi da casa. Nelle classi rimanevano appesi solo i colletti bianchi con il numero personale e un fiocco di nastro azzurro per ciascuno. Alla prima ora, quando arrivavano i bambini, la maestra prendeva fiocchi e nastri e li distribuiva. Voleva ordine ed eleganza e che tutti fossero uguali, con le stesse possibilità. Se ci si sporcava le mani mandava a lavarle nell'acqua fredda del "Rolt", il torrente Aralt (un affluente del Livenza).

- Io era la prima donna nelle commedie che si facevano, avevo una bella voce, dicevano, e cantavo le ninne-nanne veneziane.

Con colleghi e colleghe chiacchierava e scherzava molto. Illustrava tutto quello che spiegava. Sapeva disegnare e dipingere bene. La sua aula, a differenza delle altre, aveva le pareti piene di disegni, tutti fatti da lei. C'era un bellissimo soldato dipinto in fondo all'aula. Aveva un particolare amore per la patria, soprattutto per dare l'esempio nell'educazione e forse perché veniva da Napoli, città reale.

Una volta i miei figli, non molti anni fa, gli fecero sentire i discorsi del duce registrati e lei si alzò in piedi e stette sull'attenti fino alla fine e con le lacrime...

Nel '37, Arnaldo era appena nato, ero alle superiori, dovevo fare il commento ai discorsi del duce e andavo da lei che mi diceva: "Tieni in braccio Arnaldo e io ti faccio il tema...". Ho continuato a vederla due o tre volte ogni anno fino alla sua morte.

Una cosa sorprendente e incredibile mi capitava con Jole dopo che divenni maestra. Se ella veniva a Francenigo, veniva a trovarmi a scuola, entrava in classe e mi chiedeva di fare lezione al mio posto!

Io stavo zitta e la ascoltavo. Aveva una vocazione particolare per i fanciulli. Cambiavano le generazioni ma di fronte a lei non sembrava. Questo capitò per esempio nel 1971, me lo ricordo perché era morto mio marito.

Io sono andata in pensione nel 1984 e Jole è morta dopo tre anni. Io ho insegnato prima a Gaiarine e poi a Francenigo dal '40. -

- Cosa ho imparato dalla maestra Jole? Mi è servito il suo insegnamento soprattutto per l'italiano. Ho imparato a fare le cose con i bambini, per esempio le illustrazioni, non comperarle. Ho imparato ad approfondire la storia e la geografia, a far tenere ordine nei quaderni.

A quel tempo si usava la carta assorbente: siccome cadeva spesso per terra, allora, per ordine di Jole, la legammo con un nastrino a ciascun quaderno, in modo che non andasse in giro.

La scuola era molto attiva, i maestri facevano tutto, non come oggi, che si organizzano i corsi di educazione stradale, di inglese, di educazione sessuale, di educazione all'ambiente...

Jole amava essere una maestra, preferiva essere maestra, piuttosto che casalinga. So - confessò la Clory - che nei primi anni portava i calzini da rammendare fino a Napoli alla sorella Alma!

Faceva regalini a fine anno e una lotteria.

Era severa, volitiva, ma dolce. Jole aveva imparato benissimo il dialetto locale. Scriveva in modo raffinato, mandava sempre una cartolina di auguri, non si dimenticava mai le ricorrenze: aveva una agendina con nomi, date di nascita, onomastici, ecc. Magari erano cartoline del secolo scorso, però non si dimenticava...

Qui è ricordata soprattutto per la sua funzione nella scuola, un ruolo poco appariscente ma molto importante per quelli che l'hanno conosciuta.

Come carattere era complesso: aveva poche amicizie ma sincere. Se aveva qualcosa contro qualcuno non lo dimenticava. Era proprio napoletana, anche per questo tutti la chiamavano così e magari non sapevano neanche il vero cognome. -

La ringraziammo e ci salutammo.

 

IL CAMPO SOLARE

 

 

Alla donna si era gonfiata la caviglia. Non le faceva male ma era meglio aspettare ancora. Erano le quattro del pomeriggio.

Arnaldo ci propose di leggere qualche altro documento. Aveva una lettera di un allievo di Jole, scritta durante il servizio militare in marina. La diede alla ragazza e le disse di leggere.

 

Bordo, lì 24 - 2 - 42 XX E.f.

Signora Gent.ma

ricordo sempre con vivo piacere la mia buona e brava insegnante. Da Voi ho ricevuto la più salda educazione d'animo. Da Voi ho imparato ad amare profondamente la nostra Patria, e oggi mi sento, come mai, orgoglioso e comprendo che debbo a Voi il più vivo riconoscimento. A Voi signora maestra i miei ringraziamenti, e vi giungano graditi i miei affettuosi saluti.

Luigi Gravi Grado F. A.

R. N. Marittimo M. M. Roma

 

A mia moglie diede da leggere un brano del diario di sua madre, dedicato alle colonie estive.

 

5 luglio 1943

É stato oggi inaugurato il Campo Solare alla presenza di tutte le autorità del paese. I beneficati hanno cantato inni patriottici e poi il Signor Arciprete ha dato la benedizione. I beneficati di Francenigo quest'anno restano qua in asilo per il pranzo ed il riposo; poi vanno nel boschetto di Vendramin a prendere il sole.

Le tavole son ben preparate adorne di fiori ed i piccoli ammirano soddisfatti il lusso che è proprio per loro.

Sono 35 i beneficati: 15 bambine e 20 bambini. Oggi li abbiamo pesati e misurati. Alle ore 18,30 i ragazzi, inquadrati in cortile, hanno ammainato la bandiera e cantato il suo inno.

 

6 luglio 1943

I bambini vengono puntualmente alla Colonia; sono ordinati e puliti. Peccato che non abbiano la divisa!

Mangiano con appetito e sono contenti di mangiare bene; sono allegri ed ubbidienti. A causa del tempo piovoso non ci è stato possibile andare al boschetto.

 

7 luglio 1943

Oggi è una meravigliosa giornata ed eccoci nel boschetto. Al comando: "Rompete le file" i piccoli che attendevano con impazienza questo momento, hanno fatto esplodere tutta la loro gioia ed il loro entusiasmo. Ed eccoli correre, saltare arrampicarsi sugli alberi come veri scoiattoli, far capriole sull'erba, e guardare il Livenza e l'Aralt con vivo desiderio di tuffarvisi.

Il boschetto è bello, pieno di sole, adatto per la cura solare, contornato da pioppi e platani, che, con la loro ombra, rendono più facile il riposo dei bimbi.

 

8 luglio 1943

Oggi nel boschetto, all'ombra dei platani, i piccoli coloni hanno ascoltato la facile parola di Don Mario. Egli è venuto ad insegnare loro un po' di religione, li ha interessati con la sua viva conversazione ed ha promesso di tornare ogni giorno.

 

9 luglio 1943

I ragazzi, dopo la cura del sole, hanno fatto diversi giochi, e si sono molto divertiti; poi hanno cantato gli inni più belli della Patria.

Sono stati molto contenti quando, dopo la saporita minestra, hanno avuto un bel dolce che è stato da loro graditissimo.

 

10 luglio 1943

Don Mario questa volta è venuto in asilo, dato il brutto tempo piovoso. É un po' noioso dover sacrificare i ragazzi tutto il giorno in asilo, quando piove. Chiusi tra quelle quattro mura, i ragazzi si stancano; lo dicono i loro visi che hanno un'espressione inquieta. Bisogna ricorrere allora alla narrazione di fiabe per farli distrarre e divertire.

 

12 luglio 1943

Ogni giorno i coloni, in posizione di attenti, ascoltano il bollettino di guerra. Sono tutti seri e comprendono il grave momento che la nostra amata Patria attraversa. Specialmente osservando l'espressione e l'atteggiamento dei bambini si nota l'ira e la voglia di vendicarsi contro quei maledetti nemici per scacciarli dalle nostre terre e farli precipitare nell'abisso misterioso del mare.

C'è qualche bambina che, spesso, fa il fioretto per i soldati e si priva della frutta: le piccole hanno sempre più sentimento dei maschi e sanno sacrificarsi di più.

Ci guardavamo già da qualche minuto con espressioni perplesse. Ci mettemmo a discutere. La donna fece dei commenti netti sulla rigidità dell'epoca, sulle ingiustizie che venivano distribuite a piene mani proprio dalle autorità fasciste.

La ragazza ci diede una definizione di fascismo: - Un'ideologia basata su un nazionalismo esasperato, che viene considerato come uno strumento capace di armonizzare i conflitti sociali, e sull'imposizione di gerarchie a ogni livello. Così è scritto nell'enciclopedia. - disse.

Tutti sapevamo della fascistizzazione delle istituzioni, alla quale era difficile sottrarsi. Ci riusciva difficile immaginare che alcuni avessero potuto lasciarsi coinvolgere e mantenere ruoli educativi e culturali, e magari esercitarli senza alcuna violenza o ingiustizia (almeno senza responsabilità dirette), ma per il bene sociale...

- Jole che incarichi ebbe, precisamente ? - chiesi ad Arnaldo, e l'attenzione si era fatta di nuovo carica di silenzio e di concentrazione.

- So che si era iscritta al partito alla fine degli anni venti - mi rispose. - Come poteva pensare di mantenere il posto se non era iscritta? Il partito controllava severamente la scuola... Cose che noi oggi, ovviamente, non possiamo più capire. Poi si era occupata di esercitazioni ginniche, "passeggiate", conferenze, organizzava le "colonie elioterapiche" e attività culturali, faceva il "dopo Scuola per i figli dei richiamati"...

Ma vi sfido a riuscire a dimostrare che ricoprendo cariche gerarchiche, ella abbia fatto qualcosa di male a qualcuno. Vi ricordate l'episodio dell'uomo che faceva la grappa di nascosto e il figlio lo scriveva nei temi?

Vi diranno invece che, lungi dall'approfittare delle sue posizioni, si interessava delle persone, dei bambini, dei loro parenti, delle famiglie, provvedeva ai loro bisogni, organizzava spettacoli per loro, vacanze, attività sociali.

Tant'è vero che una volta per degli occhiali rischiò di morire, ma i partigiani la salvarono. State ad ascoltare... -

 

MIA MADRE, I PARTIGIANI E L'8 SETTEMBRE

 

 

- Era forse il 1942, i partigiani stavano combattendo i fascisti in ogni modo - raccontava Arnaldo. - Mia madre aveva rotto gli occhiali e aveva deciso di andare in bicicletta a Brugnera dall'ottico Carniello, per farli riparare.

Era arrivata al ponte sul Livenza, quando nei fossi laterali della strada c'erano dei partigiani appostati, pronti per un imboscata contro qualcuno che doveva passare proprio a quell'ora.

Jole attraversa il ponte e i partigiani caricano le armi, c'è agitazione e paura, stanno per sparare.

- Alt - grida qualcuno! Un partigiano giovane salta fuori e dice: - No, fermi. Mi la conosco, non è la spia, l'è sta' la me maestra. È la maestra napoletana! -

E rivolgendosi a lei: - Vada di corsa, perché tra un po' dobbiamo sparare! -

E lei partì di corsa verso il paese.

Secondo voi, se mia madre si fosse fatta dei nemici, i partigiani l'avrebbero trattata con tanto riguardo?

Caro Gianni, io penso che è straordinario che da un'ideologia illiberale come il fascismo possano essere usciti personaggi dalla vita ineccepibile, come Jole e come altri (ogni paese ha i suoi), di cui molti possono testimoniare la rettitudine.

- A proposito - disse Arnaldo - una volta successe una cosa singolare grazie alle conoscenze di mia madre.

Gino era stato richiamato nell'esercito da un mese circa. Era a Padova.

Allora Jole e io andammo in albergo a Padova per cercare di farlo tornare. Gino non aveva ancora la divisa, ma egli e gli altri avevano una fascetta sul braccio con scritto "Richiamato".

Jole fece in modo di ottenere il permesso per Gino. Era il 6 settembre del '43... -

- Cioè solo due giorni prima del fatidico 8 settembre - disse la donna.

- Esatto - continuò Arnaldo. - Solo due giorni prima. Se no...

Il permesso era stato dato, ma il capitano di Gino, un napoletano, l'aveva negato, nonostante l'ordine dei superiori. Ma Jole riuscì a convincere anche lui.

Intanto suonò l'allarme per una incursione aerea. Non c'erano rifugi. Dissero di andare in chiesa a Santa Giustina, ma noi andammo verso la campagna e incontrammo Gino sulle scale della caserma. Fuggimmo tutti verso la campagna nascondendoci in un fossato. Gino non sapeva ancora del permesso. La sera rientrammo ed egli lo seppe solo il 7.

Venne subito in albergo. Batté alla porta. Ci disse: "Ho il permesso in mano". E Jole: "Lo so, lo so, te l'ho fatto avere io!". "Scappiamo! Ghe xe l'armistizio! Ci ammazzano tutti!" disse lui.

Usciti in campagna ricordo che trovammo un bel grappolo d'uva e con quella ci sfamammo un poco, perché avevamo molta fame. Prendemmo un treno merci fermo in stazione, pronto a partire, con carri bestiame mimetizzati, e arrivammo a Sacile, poi con la bicicletta fino a casa.

Se non fosse stato per quel permesso, Gino sarebbe andato in Germania e l'avremmo perso, sarebbe morto come tanti suoi amici.

 

 

 

TUTTO QUESTO ERA FRANCENIGO. OGGI NON PIU'

 

 

- Per chiudere questo capitolo, dell'insegnamento a Francenigo - disse Arnaldo - manca ancora qualcosa. Enrico ne ha già sentito parlare. É una cosa a cui tengo molto. Ma intanto, se la caviglia lo permette, direi di metterci in cammino. Abbiamo ancora un tratto lungo, ma riposante e in discesa tranne alcune brevi salite. -

Ripartimmo. Io mi ero offerto di portare lo zaino della convalescente e l'andatura non era tanto dissimile da quella precedente.

Arnaldo cominciò a parlarci del paese in cui era nato e di come esso era stato rovinato progressivamente per la mania del nuovo o la mania del restauro. Erano gli anni '50, la gente si era arricchita con i soldi guadagnati all'estero... Arnaldo si mise a fare l'urbanista: è il suo mestiere...

- Perché i nostri paesi che solo trenta anni fa erano belli, verdi, pieni di acque, ora devono diventare brutti e anonimi? É ineluttabile?

Francenigo è una frazione del comune di Gaiarine, in provincia di Treviso. Conta poche anime, è in una zona pianeggiante, attraversata dal tortuoso fiume Livenza, irrigata dall'Aralt. Una zona ridente per il bello scenario dei monti Visentin, Pizzoc con la catena del Cansiglio e del Cavallo, verso il Friuli. Un centro con notevole autonomia agricola e industriale, che aveva una filanda, segherie, mobilifici, officine meccaniche per macchine agricole, la cultura del baco da seta.

Una volta si potevano gustare scenografie arcaiche e naturalissime con case in sassi di pietra, in cotto, tre pittorici mulini, alimentati dalla notevole abbondanza d'acqua. Una scuola di disegno per arti e mestieri, un "vulcano", sì proprio così, un vulcano cioè una grande voragine formatasi l'8 gennaio 1923 con nel fondo acqua solfurea sempre in ebollizione: era uno spettacolo che oggi potrebbe essere mèta di turismo e curiosità.

Una chiesa parrocchiale con uno stupendo altare e un magnifico organo, una chiesa con uno stile discreto, bella per la sua storia come quella di Brugnera.

Tutto questo era Francenigo.

Oggi non più.

Oggi Francenigo è un paese quasi senza memoria, spogliato di ricordi, formato da case anonime senza significato. Un paese senza carta d'identità, un paese senza anima. La chiesa è stata girata, orientando forzatamente l'altare verso Oriente, impoverita di significato senza fedeltà al progetto antico, fredda, involgarita spiritualmente. I mulini sono stati distrutti; esistono solo delle tracce.

L'unico cimelio rimasto del passato è la "Fabbrica dei Tonet", l'officina di battitura del ferro, un'opera che sfida il tempo e la storia grazie alla famiglia Moro, che con intelligente intuito e grande sensibilità ha impedito che il progresso entrasse nella "corte" distruggendo quella importante testimonianza industriale.

Quel cimelio oggi è meta di viste scolastiche guidate o di convegni di industriali stranieri ed è sotto la tutela del Ministero dell'Industria e del Commercio e l'Artigianato (per l'Archeologia industriale). La famiglia Moro (detta Tonet), che ora a Pordenone vanta un'industria floridissima di macchine per l'agricoltura esportate anche all'estero, possiede a Francenigo una casetta del '700 vicino alla quale, in coincidenza con l'industrializzazione della fine dell'800, sorse un laboratorio all'avanguardia per la lavorazione del ferro. Sono ancora visibili e tutti funzionanti due piccoli magli per il battiferro, una sega circolare e la forgia, tutti mossi o raffreddati per mezzo di roste e pale azionate dall'acqua che viene direttamente dalle risorgive. Nel laboratorio si conservano ancora molti attrezzi e utensili, già pronti o ancora da finire.

Girando per le vie del centro vedi le ristrutturazioni che hanno profanato l'identità degli antichi edifici, mentre restauro e ristrutturazione sono, per definizione, il recupero di quello che il passato ha lasciato e che viene considerato ancora valido anche se da sistemare. Emerge uno stile che non è uno stile: è una imitazione del peggio dell'architettura di Scarpa. Ciò è avvenuto per l'Osteria "La Campana" della sora Lina Contarini, per casa Cao, per la stessa ex scuola di disegno ora Banca di Credito cooperativo.

Una trasformazione "teatrale" che cancella di fatto una storia, un costume, un'identità. Si cambia volto e la gente impassibile, inerte sta a guardare con la mania del nuovo, entusiasmandosi magari. Ma cosa è il "nuovo" se manca il valore culturale del legame col passato o almeno il tocco creativo e l'armonia con l'ambiente? Non è una profanazione del tempio, un vero vandalismo?

Le colonne della chiesa portano etichettato il marchio del donatore, quasi un non senso di fronte alla parola evangelica "Non sappia la mano sinistra quello che fa la destra". L'unico pezzo da vedere in dettaglio nella nuova versione della chiesa è il fonte battesimale ligneo con le tavole dipinte. Ma il cuore piange se, usciti dalla chiesa, si gira verso il fiume e si trovano abbandonati in disordine per terra i pezzi marmorei appartenenti al vecchio altare barocco, mischiati con altri pezzi irriconoscibili. Si può permettere che non venga recuperato un autentico altare che per tre secoli è stato venerato e utilizzato?

Del vulcano nessuna traccia, è stato cancellato dalla memoria, chiuso, coperto e utilizzato per sistemarci un palo per un lampione, il quale però è instabile e vibra ancora oggi....

Le sartorie Igne distaccate a triangolo nel paese (quella di Toni e Lino; quella di Angelo e Gino, e quella di Gregorio, Ambrosio e Bruno, il cui figlio continua oggi) quando un tempo lavoravano per paesi di tutto il Veneto e di altre regioni. Il caseificio, era una ditta premiata e molto nota nell'Alto Livenza.

Lo sportello bancario ha un'architettura "pacchiana", di quel tipo ormai omologato, che tutti gli istituti bancari di qualsiasi tipo cercano di sfruttare, senza un minimo di rispetto per l'ambiente!

Il paese era ridente, come diceva Jole. C'era abbondanza di acque. Acque sorgive e anche quattro o cinque fontane artigiane, pompe con acqua a getto continuo in pieno centro. L'acqua era solfurea e si poteva accendere col fuoco e far bruciare!

C'erano viali alberati con stupendi platani, nel Palù e in via Fracassi (tutti eliminati dal '43 al '45). Alcune delle case più vecchie del centro erano una nel cortile della signora Clory Busetto e l'altra dai Tonet, che sono corti antiche.

Le strade oggi sono prive di significato storico, rimangono solo dei frammenti qua e là di vecchie case costruite in cotto e ciottoli di fiume. Umili vecchie case che scompaiono con l'azione modernizzatrice che, invece di aggiornare, distrugge la storia.

Il viale del cimitero delimitato da cipressi, che dava la sensazione del lento cammino verso l'ultima dimora, ora è un piazzale asfaltato freddo che scopre un arido ingresso al camposanto.

Alcuni punti di riferimento storico erano via del Cesiol, verso il cimitero, le case Rui di via Fracassi, via Palù, la via per Sacile. Cosa rimane?

Poco più in là è ancora in piedi la struttura, però del tutto abbandonata, del piccolo teatro Damiano Chiesa, fatiscente ma che meriterebbe di essere restaurato e utilizzato dalla comunità; di fronte un altro segno del cammino del paese: le filande dei primi del '900.

 

 

TORRE DEL GRECO

 

Si era sfogato. Tacque per un poco. In fondo quel giorno aveva parlato quasi sempre lui. Ma, sta certo, a noi non pesava, perché avevamo deciso di rendere quell'occasione importante, un momento di rispetto...

- Come finì tra Jole e Gino - ebbi il coraggio di chiedergli, perché pensavo che tutti volessero saperlo.

- Mia madre - continuò a spiegare Arnaldo - aveva un carattere molto forte, diversamente da Gino. Pensate che nel 1955 aveva risposto a tono a Fanfani, che era ministro dei lavori pubblici, quando si occupava delle case popolari. Jole non riusciva o ottenerne una. Durante un incontro, Fanfani seccato voleva farla uscire dalla stanza ed ella rispose "Io non esco, esca lei perché i...". Fanfani la interruppe: "Per avere assegnato un alloggio Ina-Casa bisogna vivere in una stalla o sotto i ponti". E Jole: "Ci vada lei in quelle condizioni, io ho una dignità da difendere e ho un diritto perché pago le tasse!".

Gino negli anni 50 (Arnaldo si diplomò al liceo artistico nel 1956) non lavorava quasi più e Jole faceva molte ripetizioni per arrotondare le entrare.

Erano tornati insieme e si erano riconciliati.

Jole chiese il trasferimento e ci spostammo tutti a Torre del Greco (ma prima era a Napoli) dove rimanemmo un anno. Gino era venuto con noi ma non si trovava bene laggiù, così tornò a Francenigo. Mamma e io trasferimmo l'abitazione a Napoli, ma ella continuava a insegnare a Torre e ogni giorno si faceva i venticinque chilometri di strada in treno, utilizzando la circonvesuviana. Io però così potevo andare a scuola a Napoli.

Mio padre avrebbe voluto che io facessi la scuola di Enologia a Conegliano. Aveva anche comprato una casa per riunirci tutti a Conegliano, circa nel '51. Ma siccome non era stato un buon affare, vendette tutto e andò in Francia dove consumò anche i soldi della sorella Nerina. Dovette tornare in Italia, stette un po' a Francenigo, ma, preso alle strette, venne a Napoli.

Quando suo fratello Angelo morì, come eredità ricevette solo una macchina da cucire, nonostante avesse lavorato moltissimo per lui.

Nel 1966, aveva sessant'anni, mia madre sessantacinque, io trenta, era a Francenigo in vacanza, cadde e si fratturò un braccio. Rimase ricoverato in lungodegenza e morì il 6 dicembre 1967 per peggioramento e complicazioni.

Jole era già molto rassegnata perché aveva visto il consumarsi prematuro di Gino.

Siamo entrati nella curva discendente della parabola - disse Arnaldo.

- Rimanemmo a Napoli e Jole insegnava a Torre, alla "Giovanni Mazza", ora "Fornelli", fino al 1968 quando andò in pensione e il provveditore le diede l'incarico di organizzare il tirocinio per le nuove maestre.

Nel 1971 io mi sposai, ma il mio matrimonio non andò bene, per diversi motivi.

Tre anni dopo vinsi il concorso per il ruolo nella la scuola superiore. E nel 1976 ci trasferimmo a Verona. Le avevo tanto parlato di Verona e ci eravamo andati insieme per la prima volta una decina d'anni prima. Le era piaciuta subito, è una città ricchissima di architetture: ci sono tutti gli stili, come spesso accade alle città italiane. Quando ci trasferimmo lì si rilassò molto. Amava stare in mezzo alla folla. Teneva banco senza fatica. Cominciò ad andare alla festa dell'"Arenga parona", adorava i carnevali di Verona.

Ma il rapporto con Francenigo non si era mai interrotto, mia madre almeno telefonava o scriveva.

Parlava sempre di antichità, di cultura, di poesie. Specialmente di storia e letteratura.

Morì nel 1987, il 27 ottobre. Voleva essere cremata, ma non aveva lasciato nessuna disposizione precisa. Mi è mancata molto. Voleva conoscere i miei studenti. Mi dava spesso consigli per l'insegnamento e buoni consigli.

Veniva con me quando andavo a visitare i paesi dove abitavano gli allievi che dovevano fare tesine sui monumenti dei paesi intorno a Verona.

Tra l'altro mi aveva aiutato sempre quando avevo fatto esami, tesi, concorsi.

A Cerro veronese, che voi avete visto arrivando questa mattina, a venticinque chilometri da Verona, tenemmo in affitto per cinque anni una casetta per le ferie e per raccogliere tutto il materiale traslocato da Napoli e da Nettuno. Lì però ella non voleva assolutamente dormire! Riusciva a dormire solo in città. A Cerro godeva l'ambiente, faceva passeggiate, anche fino al Garda.

E da Verona andava ogni anno a vedere i carnevali di Sacile, anche quando eravamo a Napoli saliva in quelle occasioni. Si era comprata una cinepresa e filmava le sfilate, le maschere, la gente. Ha sempre avuto una macchina fotografica. Voleva essere moderna. -

 

 

'A MAESTRA

 

- Chi vuol leggere? - chiese Arnaldo a quel punto. - C'è una bella poesia in napoletano. -

Prima che mi offrissi l'aveva presa la donna.

Continuammo a camminare ed ella lesse la breve lirica:

 

'A MAESTRA

Tutt 'e vvote ca piglio a penna mmano,

maestra 'e primma classe, io penzo a te,

ca me mparave a scrivere 'e vvocale,

dint 'o banco assettata affianco a me.

Tu m'allisciave 'e ricciulille nire

e m'accurdave l' 'a ciucculatina.

- Perché - dicive cu nu pizzo a riso -

sei stato molto bravo stamattina.

Nun era o vero. Proprio chillo jorno

'o quaderno era chieno 'e scarabocchie.

Ma tu, maestra mia, tu me capive

sulo si me guardave dint' 'a ll'uocchie.

E, si tenevo 'o ppoco 'e nustalgia,

e lassavo 'a marenna int' 'a cartella,

tu m'astrignive forte ncopp' 'o core

e m'asciuttave qualche lacremella.

Quanno fui gruosso, te vedette ancora

cu tanta, tanta neve, int' 'e capille;

doppo tant'anne, dint' 'a stessa scola,

sempre cuntenta mmiezz' 'e piccerille.

Mo ca so' vecchio, faccio a stessa via,

ma inutilmente, nun te ncontro cchiù.

Te penzo e sento na malincunia...

Che mamma doce ca si' stata tu!

 

- Questa poesia - disse Arnaldo - l'ha scritta Giovanni Roccacciari; mia madre l'aveva trovata in Buongiorno a Napule, le piaceva moltissimo.

Vedete quel grande masso liscio dietro l'albero? Sediamoci lì e facciamo l'ultima sosta. Manca solo mezz'ora di strada per arrivare al piazzale del parcheggio. Spero che non vi sia dispiaciuto fermarci spesso a riposare... -

La risposta fu che ci sistemammo compiaciuti sulla roccia. Era calda e tanto liscia da potersi sdraiare. Era rivolta a Ovest. Vedevamo il sole scendere sopra il Corno d'Aquiglio e stendere sulle balze un velluto dorato.

- Non ha un documento sulla scuola? - chiese mia moglie. - Mi piacerebbe vedere come programmavano l'insegnamento anni fa, come impostavano le lezioni. -

- Ho proprio quello che va a pipa di cocco! - esclamò Arnaldo. E le porse un vecchio foglio di protocollo vergato con cura.

- É il PIANO DI LAVORO ANNUALE dell'Anno Scolastico 1966/67 - disse. - Leggilo. - Mia moglie cominciò in silenzio. Poi però lesse anche per noi.

 

TORRE DEL GRECO

Classe 2° mista sez. D

Insegnante Igne de Georgio Jole

La scuola riapre i suoi battenti, come tutti gli anni, per accogliere i numerosi scolaretti che arrivano, come uccelli festosi al proprio nido.

Però in quest'anno, che è, purtroppo, l'ultimo del mio insegnamento, regna un vero caos per Insegnanti ed alunni del Plesso "G. Mazza".

L'edificio è pericolante e resta chiuso, noi siamo distaccati in diverse scuole lontane una dall'altra.

Io sono stata destinata al Rione Raiola, locale al di sotto del livello stradale, umido e quindi antigienico, specialmente nella stagione invernale.

Mi è stata affidata la seconda classe sezione D composta da 24 alunni: 11 maschietti e 13 bambine.

Le mie scolarette dello scorso anno sono poche, dato il tempestoso sparpagliarsi in scuole lontane dalla propria abitazione. Molte si sono allontanate per raggiungere sedi più vicine o scuole private. E sono le più brave che se ne vanno con i lacrimoni e lo sguardo triste e portano via un po' del mio cuore. I maschietti non li conosco; sette sono piccini di poco più di sei anni, venuti da scuola privata o paterna e quattro sono ripetenti e non provengono dallo stesso insegnante.

Il mio piano di lavoro lo svolgerò tenendo, prima di tutto, presente l'ambiente familiare degli alunni (per lo più marittimo). Farò uno studio psicologico su di ogni nuovo scolaretto che ora popola la mia aula per poterne conoscere il carattere, le tendenze, l'animo.

Nella scuola non si insegna solo a leggere, scrivere e far di conto; essa è luogo di formazione del carattere e le varie discipline che s'insegnano devono avere lo scopo di raffinare lo spirito e l'intelletto.

Ricordiamo le sagge parole di vari pedagogisti: "L'animo del fanciullo non è un vaso da riempire, ma una fiamma da accendere". Ed è proprio questa fiamma, questo avido desiderio di sapere, di conoscere che dobbiamo accendere in lui. Su questo si basa il mio insegnamento.

Il bimbo che oggi è davanti a me lo considero il futuro cittadino, l'uomo di domani e non il semplice scolaretto di seconda classe; voglio ch'egli apprenda le leggi Divine e sappia che è stato creato per opera di Dio e bisogna che si renda degno di meritarne il premio.

La base di ogni insegnamento sarà dunque la religione con i suoi principi e le sue leggi.

Il mio piano di lavoro sarà anche basato sulla semplice e diretta esperienza del fanciullo che è sempre attratto dalle cose che lo circondano e che gli sono familiari. Partirò sempre dal concreto per giungere all'astratto; dalle sue vive esperienze per giungere ad un più vasto campo di conquista. Non chiederò più di quello che l'alunno può dare. Avrò rapporti di collaborazione con le famiglie per conoscere notizie dettagliate sulla salute e sul modo in cui occupa il suo tempo.

Dato che gli alunni non sono tutti eguali ed ognuno ha la sua personalità penso che bisogna adottare metodi diversi, tenendo conto del carattere individuale.

Non avrò l'autorità nella scuola che si opponga alla libertà del fanciullo, ma vi sarà una viva collaborazione come se si fosse in famiglia. Vivrò con i miei scolaretti ridiventando piccina con loro per farli, gradatamente salire fino a me e raggiungere quel grado di cultura adatto alla seconda classe. Preparerò, mano mano che se ne presenti l'occasione, i vari centri di interesse. Naturalmente verrà riepilogato il programma svolto in prima classe per ricordare le nozioni dimenticate nelle lunghe vacanze.

I Centro di interesse: La casa. La scuola. L'obbedienza. L'obbedienza a Dio, che ci ha creati, ai genitori che si sacrificano per i figli, ai superiori che pensano all'educazione dei fanciulli. Amore e rispetto.

La preghiera. Rivolgiamo la nostra preghiera quotidiana al Signore che è nei Cieli ed iniziamo la lezione con il "Padre Nostro". Pregheremo per noi, per le nostre famiglie, per gli sventurati, per gli orfani, per i defunti. Starò attenta che tutte le preghiere siano recitate con chiarezza e siano delle vere e sentite invocazioni dell'animo infantile a Dio, che tutto vede e tutto può. Narrerò gli episodi più salienti e più significativi dell'Antico Testamento: la nascita di Gesù, l'obbedienza alla Madonna ed a San Giuseppe, la Sua vita, la Passione, Morte e Resurrezione ed alcune Parabole del Vangelo: quelle più semplici e capibili dalla scolaresca.

Tutte le ricorrenze religiose saranno efficaci spunti occasionali per l'educazione morale e religiosa; ma soprattutto mi sarà di guida e di aiuto la grande massima del Vangelo: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Il nostro comportamento sia dovunque sempre di esempio agli altri. Abituerò gli alunni ad essere cortesi e gentili con tutti indistintamente dai bidelli ai superiori e con gli stessi compagni e che le semplici paroline: grazie, prego, permesso (che non costano nulla e fa sempre piacere sentirle, anche se in tempo di evoluzione e, diciamolo pure, di poca educazione) siano spesso sulle loro labbra.

Parlerò delle piante, degli alberi e del rispetto e amore che dobbiamo ad essi. Come dimostrano di essere crudeli quei ragazzi che spezzano i rami degli alberi, che distruggono le casette degli uccelli o che molestano gli animali! Sono tutte creature di Dio; gli animali come gli alberi bisogna proteggerli e difendere; essi sono molto utili all'uomo. Ricordiamo San Francesco esempio di amore verso il Signore e verso le creature e le cose. Narrerò diversi episodi del grande Santo e mostrerò diverse illustrazioni. La campagna, il mare non lontano, il Vesuvio, l'isola di Capri che facilmente i bimbi vedono, sia dalla loro casa che venendo a scuola, mi daranno spunto per parlare di geografia e dei fenomeni atmosferici, sul ciclo dell'acqua, sulle stagioni, sulle piante sempreverdi e su quelle che perdono le foglie; sui vari prodotti della terra.

Parlerò del mare; delle sue immense ricchezze; del corallo, che qui tutti conoscono e lavorano; delle perle, dei lavori sul corallo ecc. Parlerò della pesca, dei pescatori e delle loro barche; dei sommozzatori; delle navi che solcano mari ed oceani e che portano lontano lontano genitori, fratelli e parenti dei miei scolaretti: in America, in Australia e in altre parti del mondo. Le montagne, le pinete, dove i fanciulli hanno trascorso le loro vacanze, e la loro bellezza e utilità saranno motivi di conversazioni continue; parlerò dei mezzi di trasporto e di comunicazione che collegano paesi e città e delle loro varie industrie. Dirò che la nostra Italia è una terra di sogno per le sue immense bellezze naturali e per le sue meravigliose città e dobbiamo amarla e difenderla sempre.

Da queste conversazioni spontanee sugli avvenimenti di ogni giorno o su argomenti occasionali, ma di comune interesse, passerò alla composizione collettiva prima, poi individuale ed all'autocorrezione.

Ogni autodettato, dettato e composizione saranno integrati dal disegno spontaneo.

Per la conquista completa dell'ortografia mi propongo fare eseguire per tutto l'anno scolastico molte autodettature e dettature. I dettati saranno occasionali come le lezioni e sempre in corrispondenza all'argomento trattato e completati dal disegno.

Il libro di testo (che io non ritengo adatto e che deploro, poiché sempre uguale nei suoi racconti da una decina d'anni) lo adotterò poco, poiché mi servirò di libri vari, di racconti fiabeschi, dove la mente del fanciullo di seconda vive. Distribuirò pagine di libri diversi in modo che l'alunno impari lealmente a leggere ed a comprendere interessandosi di ciò che legge, senza imparare a memoria come generalmente accade. Farò eseguire esercitazioni riassuntive orali e scritte sotto forma di brevi pensieri come avviamento alla composizione. Tutti i racconti si presteranno alle conversazioni per il linguaggio corretto e la pronunzia chiara e alle facile esercitazioni scritte prima collettivamente e poi individuali attraverso le illustrazioni del libro. Contemporaneamente inizierò l'analisi delle parole: il nome che compie l'azione; la parola che lo precede, la qualità e l'azione. Il riconoscimento di queste parti del discorso dovrà essere fatto intuitivamente. Nel terzo trimestre esercitazioni orali e scritte sui tempi principali in cui vengono compiute le azioni. Azioni che compiamo nel presente, che abbiamo già compiute e che ci proponiamo di compiere in avvenire (Presente - Passato - Futuro). Insisterò sul Passato Prossimo dei verbi essere ed avere.

La lettura verrà fatta all'inizio della lezione. Baderò alla pronunzia chiara e corretta, alla espressione e alla punteggiatura in modo da dimostrare che quanto si legge sia compreso e non che si legga così a caso senza comprendere nulla.

Poesie varie ed occasionali verranno recitate con sentimento ed espressione.

Contemporaneamente al programma di Lingua verrà svolto il programma i aritmetica.

Fin dai primi giorni farò fare raccolta di sassolini, bottoni, conchiglie, steccoline per i conteggi; disegnare un certo numero di oggetti a piacere e scrivere accanto la cifra relativa. Disegnare una decina di oggetti, di bandierine, di pulcini ecc. ed eseguire l'addizione con più addendi; addizionare praticamente gruppi di oggetti che permettono la formazione di nuove decine. Incolonnamento dei numeri, tenendo presente la poesia appresa: "L'Unità e la Decina" in modo da non sbagliare.

Inventerò vari, semplici quesiti per fare eseguire le quattro operazioni.

Chiarito il concetto di unità e decina farò eseguire addizioni e moltiplicazioni con il riporto ed, in secondo tempo, le altre operazioni sempre con illustrazioni, poiché il fanciullo deve vedere per comprendere e partire dal suo piccolo mondo.

Farò eseguire su di un cartoncino un quadrante con i numeri disegnati fino a 12; due sfere mobili per fare apprendere la lettura delle ore.

Molti calcoli per le decine, mezze decine, dozzina, mezza dozzina e così via. Dettatura e scrittura dei numeri e molti calcoli orali. Numerazioni progressive e regressive per 2 - 3 - 4 - 5 ecc.

Esercizi - gioco con la tavola Pitagorica, sempre illustrata, in modo che l'apprendimento sia conquista intuitiva e costruttiva dello stesso alunno. Facili quesiti anche inventati dai fanciulli saranno spunto per eseguire le diverse operazioni. Farò apprendere l'uso del metodo, del decimetro, misurando l'altezza degli alunni; del litro e mezzo litro, parlando dell'oste e versando dell'acqua in una bottiglia, del chilo e del mezzo chilo giocando come se si andasse al mercato dal salumiere.

Farò riconoscere alcune figure geometriche le più vicine ai bimbi.

Il disegno sarà l'integrazione per tutti gli insegnamenti.

Come lavoro manuale farò costruire il semaforo con il traffico e le strade affollate; le maschere ed i festoni per il Carnevale a pastello o con sovrapposizione di carte colorate (collages); cartelloni sulla primavera anch'essi con disegni a pastello e collages.

 

 

VERONA

 

 

- Ormai mi è rimasto poco da farvi leggere o ascoltare - disse Arnaldo - almeno di quello che ho portato con me. Ho per esempio un appunto, appena una nota per una pagina futura di diario del 1968, anno in cui Jole andò in pensione e io avevo sposato una donna che a lei non piaceva. -

 

"Oh la scuola! Quanta amarezza nel lasciarla e quanta nostalgia! Tra i bimbi soffocavo i miei dolori, tra essi sorridevo ed ero lieta. Quanta serenità nell'aula tra visi sorridenti, occhi azzurri o neri, testine bionde e brune. 43 anni di vita tra i bimbi ed ora? Tutto è finito, la vita crolla e le amarezze si moltiplicano giorno per giorno e la vita mi sembra diventata inutile.

Vivo per qualche ora felice quando sono circondata dai bimbi, nella scuola che ancora mi apre i suoi battenti ed i colleghi mi sorridono e mi circondano di simpatia e premure. Poi... a casa trovo solitudine ed incomprensione anche da mio figlio".

 

E questi sono altri brani di diario di quando era a Verona e, lontana dai suoi bimbi, soffriva la nostalgia e la solitudine.

 

 

Verona, 11.2.85

Un'altra pagina della mia vita se ne è andata. Ho trascorso una giornata serena a Cerro con Arnaldo, mio unico conforto che cerca di lenire ogni mia pena con il suo sorriso e con la famosa frase: "Basta star bene, mangiare e bere e non pensare".

Ma per me non è così. Io penso a lui, al suo futuro, alla sua solitudine e mi rattristo non poco. Cerco distrarmi, non ci riesco. Ho ripreso a lavorare la famosa coperta di lana multicolore, che da anni giaceva sepolta, avvolta in una borsa di nailon (presa dalla Fiory, sua allieva, n.d.r.).

Trascorro così qualche ora spensierata. Poi... i pensieri riaffluiscono a questa mente stanca e riappaiono le visioni ed i ricordi di ore liete e tristi trascorse durante questa lunga vita che, forse, mi dispiace lasciare.

Domenica 3 febbraio. Parte la Stella. Arriva Can da la Scala in elicottero in lussuoso costume, saluta recitando il popolo veronese; presenta le maschere che recitano la loro parte nel dialetto della propria città e regione.

Vivo momenti d'entusiasmo, d'ilarità, in un brevissimo mondo di piccoli, lieti sogni di quando, giovane, assistevo a mascherate friulane, ma semplici, non belle e ricche come questa. E lo devo a mio figlio, unico conforto della vita, che pazientemente, mi accontenta. Gliene sarò grata ma purtroppo, non ho beni da lasciargli, ma solo noie che, però, se Dio mi dà vita e salute, spero eliminare al più presto, poiché questo pensiero è un grosso peso che mi opprime.

 

 

5.3.85

Piove. É giorno di malinconia, Arnaldo è a scuola ed io qui, di fronte alla scuola media (l'appartamento in alto si affacciava sul cortile di una scuola, n.d.r.), vivo di ricordi e di nostalgia che, purtroppo, mio figlio non comprende. Quando lui ritorna è per me una festa anche se non lo dimostro; però vorrei che si distraesse, che ascoltasse qualche conferenza, che visitasse mostre che a lui piacciono senza sacrificarsi qui con me nelle sue ore libere.

Vorrei aiutarlo, ma come? Per distrarmi ho ripreso a lavorare così trascorro qualche ora. Anche l'enigmistica che prima mi allietava, costringendomi a pensare e ricordare anche date, personaggi letterari e storici, ora mi stanca e solo la sera, mentre Naldo lavora per la scuola o vede qualche film io incrocio quelle benedette parole che mi fanno ricordare personaggi letterari, poeti, date storiche.

Alla famiglia Traversa,

L'altro giorno Arnaldo è tornato dal liceo felice, mostrandomi la loro cartolina augurale giunta inaspettata, ma tanto, tanto gradita, che ci ha portato il soffio affettuoso di un tempo ormai tanto lontano, quando i nostri figli erano ragazzini.

Quanti ricordi in quelle parole si sono affollati alla mia mente e quanta nostalgia!

Ho rivissuto la mia vita tumultuosa e movimentata torrese trascorsa in ben venti anni.

Il mio primo ingresso nella scuola di Torre del Greco fu il primo ottobre del 1948. Mi fu affidata la prima classe maschile. Ed ecco arrivare Marco, piccolissimo, esile, con le manine microscopiche quasi, accompagnato da Lei (la madre di Marco, Anny De Martino, n.d.r.). Come lo ricordo e lo rivedo seduto al primo banco! Alcuni mesi dopo si ammalò ed io, invitata da Lei, venni a trovarlo e lo vidi nel suo lettino sorridente; accanto a lui era la nonna che lo adorava e che non dimenticherò mai. Così cominciò la nostra amicizia. Ci vedevamo spesso, ci confidavamo le nostre preoccupazioni e le gioie ed Arnaldo trovò una nuova famiglia e dei fratellini. Molte volte lo lasciavo a casa loro, mentre andavo a fare delle lezioni, poi tornavo a riprenderlo.

Quanto tempo è trascorso da allora! Come si può dimenticare la famiglia Traversa?

 

 

22.3.85

Anche questo mese ho riscosso la pensione e più alta degli altri, sono ancora viva, ma ho poca forza.

 

 

27.3.85

Arnaldo è buono, ma ha spesso scatti nervosi con me; non mi sa comprendere. Anche oggi gli ho chiesto: Torni subito a casa? Credendo che io voglia stare sola ha risposto: Verrò alle 3. Ma io gliel'ho domandato per sapere se dovevo chiudere a chiave o no e sono proprio rimasta male e vorrei che fosse tutto in ordine, non ci riesco, mi stanco e mi avvilisco.

 

 

VITA D'OSPEDALE

 

 

- Nell'agosto del 1985 - disse Arnaldo eravamo in vacanza a Francenigo ma il 28 Jole cadde e si ruppe un femore. Dovemmo ricoverarla in ospedale. Immaginatevi, con il carattere che aveva, come poteva stare volentieri lì dentro, anche se l'ospedale di Sacile è un ambiente umanissimo e davvero accogliente, a differenza di tanti altri sanatori... Ogni volta che venivo trovarla mi chiedevo: "Chissà cosa ha combinato oggi! 'Sta volta la manderanno via...".

- Vogliamo inventarci un modo simpatico di leggere questi documenti? - disse.

E stabilì che la ragazza avrebbe fatto il narratore, la donna avrebbe letto ciò che diceva Jole, Arnaldo avrebbe fatto la suora cattiva, io avrei impersonato il medico buono e mia moglie gli amici di Jole... Aveva preparato diverse fotocopie di quelle stesse pagine di diario e delle lettere!

Caro Gianni, non ti sembra un personaggio strano questo Arnaldo? Deve aver preso tutto da sua madre! Capisci perché non potrei dimenticare quella giornata e la storia di Jole?

Non occorreva recitare, ché sarebbe stata una farsa. Bastava leggere quelle parole scritte con grafia sofferta e palpitante, quelle parole dette da chi non si era mai lamentato prima e aveva sempre dato l'esempio di buonumore e operosità, ma si trovava alla fine bloccata a letto, stanca e affranta.

 

 

Narratore: 28-8-85

Amici: "Cammina come una bersagliera"!

Narratore: Erano le parole di Wanda prima ch'io andassi a Francenigo. Stavo bene, Naldo era contento di vedermi così, eravamo felici e dovevamo partire l'indomani per Verona. Avevamo tanti progetti ed io ho distrutto tutto in un attimo nella matematica certezza di farcela arrivando dalla Clory. Non ho visto quel maledetto scalino e sono caduta rovinandomi seriamente. Una montagna si è abbattuta su di noi e siamo annientati. Per noi la serenità non esisterà mai, poiché mentre c'illudiamo di averla raggiunta un baratro precipita su noi.

Andando a ritroso nel tempo rivedo mentalmente tutta la mia vita, alternativa di amarezze, illusioni, poche giornate serene specialmente dopo sposata. Unica gioia, unico raggio luminoso che mi dava la forza di affrontare le lotte per mio figlio, il mio bel bambino che tutti ammiravano per il suo visetto rotondo, i suoi riccioli d'oro ed i suoi vestitini. Com'era bello e come l'adoravo questo piccolo essere che formava il mio conforto e la mia gioia.

Io che mi impressionavo soltanto nel vedere un medico in camice bianco mi sono vista circondata da tutte le parti di chirurgi, cardiologi, infermieri, medici, suore e mi sono sentita tremendamente avvilita, senza poter reagire in nessun modo. Mi sono nutrita di medicine, iniezioni, sonno interrotto dal quotidiano termometro che alle cinque del mattino mi faceva sobbalzare e mi dava un enorme fastidio. Alle sei il carrello con le rituali medicine, alle sette caffè-latte; alle otto alzarmi, sedermi sulla poltrona a rotelle presso il tavolino e restare inerte con le gambe distese fino alle undici e trenta ora di pranzo. Si mangiava bene, ma io preferivo pasta al ragù e minestrone, uova o sgombero, sempre e fortunatamente, innaffiati dal buon vino che non mancava mai sia perché me lo portava Arnaldo sia perché venivano a farmi visita i miei scolari di un tempo, ormai padri e nonni, portando in dono ottimo vino. Questo mi dava forza e coraggio di lottare e vivere in quella stanzetta candida come l'abito di suor Albertina che veniva in punta di piedi alle mie spalle per vedere cosa facevo. Insomma mi spiava questa benedetta suora e voleva sempre rendersi conto di quello che facevo. Poi, se recitavo il rosario diceva:

Suora: Preghi anche per me.

Jole: Che diventi buona e comprensiva!

Narratore: Spesso ci prendevamo in giro e lottavamo perché avevamo lo stesso carattere forte ed impulsivo. Ricordo il grande rimprovero che mi fece perché avevo messo sul polso sinistro la pomata di Lasonil, dopo che si era gonfiato per una mossa storta fatta nel fare ginnastica presso il letto.

Suora: Qui in ospedale bisogna avere il permesso ed avvertire prima di agire.

Narratore: La guardai ridendo.

Jole: Già secondo lei prima aspetto che il braccio si gonfi di più in attesa del farmaco. Ma lei sogna; Il braccio è mio e ci penso io a curarmi. Questo dirò al primario: il grave delitto commesso.

Narratore: A queste parole, suor Albertina che aveva una gran fifa del primario, tacque. Poi questa povera mano fu ingessata fino al gomito e su questa ingessatura misero una borsa di ghiaccio. Naturalmente io di notte feci levare dalla infermiera di turno, Eliana, tutto quest'apparato scenico, ridemmo e io mi addormentai tranquilla fasciando il polso con un fazzoletto.

Quando venne il primario gli dissi di tenerlo come cimelio di guerra. Era stato Lutterotti a farmi questo pezzo da museo e con grande attenzione. Prima di questo avevano messo una tavoletta di legno con una grande fasciatura che non finiva mai e il dottor Capitanio la fece tagliare immediatamente, dicendo di farmi fare i raggi. Un giorno, era un Giovedì, venne in camera un dottore romano.

Medico: Sabato la spediremo a casa.

Jole: E lo dice a me?

Medico: A chi lo devo dire?

Suora: A suo figlio.

Jole: Io vivo con mio figlio in un residence, non ho casa.

Suora: E vuole venire a casa mia?

Jole: Si ricordi che ho insegnato 44 anni versando regolarmente tutti i contributi e senza mai aver avuto bisogno nemmeno di una pillola. Ora mi è cascata una montagna addosso.

Suora: Quale montagna?

Jole: Questa come vede!

Suora: É stata maestra elementare?

Jole: Per l'appunto. C'è qualcosa da dire?

Suora: Vedremo allora.

Narratore: Se ne andò. Il giorno dopo informai Arnaldo ed egli andò dalla suora (c'era anche la superiora) e fece una bella sfuriata dicendo che non mi avrebbe portato via perché non mettevo il piede a terra; era già d'accordo con il primario.

Narratore: 18 - settembre - 1985

Jole: Arnaldo mio, figlio mio adorato

Mi devi perdonare perché involontariamente e sicura di farcela ho distrutto tutta la nostra vita che cominciava ad apparire serena. Eravamo felici, avevi per me tutte le affettuose premure, non mi facevi mancare nulla, mi dimostravi il tuo grande affetto in mille modi ed io... Non me lo posso perdonare e mi dispero e penso: tornerò a casa? Risentirò la mattina: Come sta il Prof? Bene. E tu? Da vecchietta.

Tornerà quel tempo Arnaldo mio? Me lo auguro, ma ho tanta paura.

Narratore: 19 - 9 - 1985

Jole: Arnaldo mio caro

Il mio pensiero è sempre rivolto a te. Ti penso tra le fanciulle del terzo corso, anche se affaticato e stanco, almeno un po' distratto interessandoti del loro lavoro. Hai mangiato dalla "Ida"? Non posso seguirti lungo le ore di scuola, perché ignoro l'orario. Sta calmo. Ti attendo sempre con tanta gioia; ma riposati se puoi. Io cerco darmi forza per te per poter affrontare ancora la vita, per ritornare a vivere le giornate insieme come prima. Me lo auguro, ma ho tanta paura, mentre gli altri mi danno coraggio.

Narratore: 20 - 9 - 1985

Quanta tristezza in questa stanzetta d'ospedale! Si vedono circolare infermieri, dottori, suore tutti in quel famoso camice bianco che ho sempre odiato. Ed ora, con l'enorme montagna che ci è crollata involontariamente addosso sconto la mia pena.

Più di tutto penso ad Arnaldo, a tutti i suoi sacrifici e alle immense premure affettuose che ha sempre avute per me. E io sono crollata in cinque minuti! Non me lo perdonerò mai.

Jole: Sacile 1-10-1985

Caro Franco

L'ho sempre atteso inutilmente, so che è molto occupato e lo perdono. In compenso però vivamente la prego di mandarmi da Arnaldo la fotocopia della poesia del Vino ed una penna in offerta per scrivere quello che penso. Cari saluti a lei e Mariangela e ringraziamenti.

Jole

Amici: Cara S.ra Jole

non posso più scusarmi, ora, per non esserLa venuta a trovare in ospedale! Però io e i miei La pensiamo sempre.

Come posso dirLe! o per una ragione o per altro, non sono arrivato da Lei. Ma verrò, stia tranquilla! Si tenga pronta S.ra!

Tanti cari saluti da

Mariangela - Francesco - Matteo - Franco e Famiglia.

Un bacio e un abbraccio tuo Franco

Narratore: ELOGIO DEL VINO

Quando il grigio novembre imperla i vetri

e il cielo gronda di malinconia

dolce rifugio è la fiaschetteria

per liberarci dai pensieri tetri.

O vino, rosso demone che fremi

contro le doghe delle curve botti,

zampilla nel boccale in larghi fiotti

e canta al cuore musiche e poemi!

Io vedo, in sogno, selve balenanti

alla fumosa luce delle torce

e, invasati dal dio che li contorce,

vedo danzare satiri e baccanti;

approdo nei giardini delle fate

che una marea di calici profuma

e sento, nel velario della bruma,

scampanellare i grilli dell'estate.

Vino, nepente all'anima che duole,

fluido rubino o liquido topazio,

annulli il tempo, superi lo spazio

e, nel bicchiere, fai brillare il sole!

É chiuso in te lo spirito di un nume

che sprizza con un riso di esultanza:

concedi il sonno e accendi la speranza

a chi cerca l'oblio nelle tue spume.

In certe sere, opache di tristezza,

tu solo sai blandire ogni ferita

e all'uomo vinto, al paria della vita

schiudi il nirvana della pura ebbrezza.

É tardi. Piove. Chiedi un litro al banco

e, immerso in un oceano di languore,

vedrai la donna che t'infranse il cuore

più bella ed arrendevole al tuo fianco.

Amleto scioglierebbe i suoi problemi

trincando una bottiglia col becchino,

poiché soltanto la magia del vino

può tramutare in rose i crisantemi.

P. Ruocco

 

Narratore: 28 - 8 - 1986

É trascorso un anno oggi della mia tremenda caduta che mi ha fatto tremare per il terrore del ricovero in ospedale.

La sera di quel giorno un dottore, chiamato in albergo, constatò che avevo una frattura e dovevo andare in ospedale a fare i raggi. Avevo dolori fortissimi, non mi reggevo. Ricordo quella sera fatale quando due infermieri dell'ospedale di Sacile vennero a prendermi con la barella per portarmi via. Tremavo dal terrore.

Giunta a Sacile mi fecero i raggi e constatarono la rottura del femore destro ed il ricovero d'urgenza. Arnaldo era più che mai avvilito. Parlò con il primario dottor Capitanio e lo scongiurò di far di tutto per salvarmi. Il 30 mattina alle 10 entrai in sala operatoria sicura di soffrire fortemente. Il primario mi assicurò che non avrei avuto alcun dolore, mi fece un'iniezione che addormentò totalmente le gambe che mi sembravano divenute pezzi di legno. Ben quattro lunghe ore durò l'operazione: non sentii nulla, parlai, recitai la poesia del vino, mentre Arnaldo fuori della sala operatoria attendeva impaziente e tremante l'esito. Dopo un'ora e più il dott. Lutterotti uscì e comunicò a mio figlio che l'operazione era riuscita bene, che avevo sempre parlato e conversato con loro, lo tranquillizzò ed insieme a lui era la Mariuccia, figlia di Gigi Micheluz.

Quando uscii dalla sala operatoria Naldo mi baciò, mi sorrise e si mise accanto e dormì anche lui in camerata.

E così questa tragedia si era un po' calmata.

Narratore: (qualche mese più tardi)

Poi la mia gamba doveva stare ferma in una scatola aperta come se fosse una bambola; non dovevo muovermi e cominciarono a farmi delle iniezioni di calcio che accettai per la calcificazione delle ossa.

Io che non ero stata mai da medici e che temevo le iniezioni per ben due mesi sono stata soggetta a farle; ma contro la forza ragion non vale e mi assoggettai notando che mi facevano bene.

Ora cammino con dolore al nervo sciatico, ma la gamba non mi dà alcun fastidio. Non ho voluto bastoni, né stampelle, ho camminato appoggiandomi alla sedia e giorno per giorno ho progredito. Certo che sono stata curata molto bene.

Jole: (Lettera alla suora caposala)

 

L'aspettavamo a Verona, ce l'aveva promesso, ma... Come sta? La ricordo, rivedo il suo sorriso sereno, i suoi occhi luminosi il suo abito bianco come fosse il candore e risento le nostre piccole lotte forse contrarie alla mia anima, con un po' di nostalgia perché era l'unico momento della mia vera vita. Qui, a casa, mi sento bene, tranquilla, ho ripreso la mia attività, e le assicuro non mi sembra vero. Lassù in ospedale ero ben assistita avevo tutte le cure, ma erano troppe per il mio carattere non avendo mai avuto bisogno di medicine nella mia lunga vita. Quel benedetto termometro alle 5 mentre dormivo, gli orari, il sonno interrotto, cose che mi davano fastidio. Purtroppo ero diventato un numero come in cimitero e dovevo tacere ed obbedire come il motto dei carabinieri sul monte Elia nel Carso: Usi obbedir tacendo e tacendo morir. Ora sono libera, dormo finché voglio, mangio alle 13 quel che mi pare, leggo, scrivo e nessuno mi obbliga ad andare a letto: "Andiamo a letto Jole!" Mi par di sentire le diverse voci di Anna, Elsa, Eliano, Graziella, Rendo e via via alle 12.30 appena pranzato. Tutte là chiamano il capo, io no, io sono, come sempre, un essere ribelle e sfido tutti poiché nessuno mi fa paura.

Cammino? Sì, ma non con stampelle o bastoni, con la sedia che ha quattro gambe più due le mie: sono sei e vado meglio. Mio figlio mi aiuta sempre quando torna dal liceo; la mattina resto sola e mi arrangio da me, fidandomi dell'amica sedia, poi seduta a tavolino sento la radio, scrivo come sempre, dico il rosario (pregando, come al solito anche per lei perché sia sempre buona sorridente e comprensiva), osservo dal balcone gli alunni della Scuola media che fanno ginnastica e trascorro le ore serena senza incubo di iniezione e medicine. Basta per carità, non ne potevo proprio più.

 

 

 

L'ULTIMA LETTERA

 

 

- Ormai le rimaneva poco da vivere - terminò Arnaldo. - Morì il 27 ottobre dell'87. Questa è la sua ultima lettera. -

E la porse a me.

 

 

Verona 12 - 10 - 1987

Anna Maria carissima

inaspettata e più che mai gradita è giunta la tua raccomandata che mi ha portato un raggio luminoso rivedendoti madre di due bei bambini, sempre lieta e sorridente.

Ti somigliano molto, specialmente il piccolo felice col suo orsacchiotto. So quanto ci vuole per allevarli, quante preoccupazioni, ma anche la tanta tenerezza, quando cominciano a balbettare le prime parole e fare i primi passi. I piccoli ci danno molte soddisfazioni, ma intenso lavoro quotidiano.

Grazie del tuo affettuoso ricordo che mi ha portato l'eco dei tempi lontani, quando piccola, piccola, venisti da Olbia ed entrasti nella mia aula un po' tremante perché non conoscevi nessuno e per il metodo diverso d'insegnamento. Tua madre si preoccupava, ma presto si rasserenò perché tu, non solo raggiungesti le compagne, ma le superasti. Anch'io ti ricordo con molto affetto e rivedo tutte tra i banchi nei grembiulini bianchi, serie o sorridenti secondo lo svolgimento delle lezioni. Sfoglio spesso l'album con le varie fotografie di piccole gite fatte tra il verde, giocando e cantando al Vesuvio mangiando la pizza ed il famoso addio alla scuola elementare e la premiazione. Ti assicuro che ho una grande nostalgia di quei tempi.

Ricordi il carnevale e la mascherata e le recite? E don Gioacchino con il cappellino e la trombetta, seguito da voi, entrare in direzione suonando e recitando, lanciando coriandoli e stelle filanti? Ricordi Manzo vestita da Sceriffo? Quanto tempo è trascorso da allora! Io ricordo tutte, ma di tante alunne solo tu mi ricordi e ti sono grata. Nemmeno Dorazi scrive più, so solo che insegna lingue in un paese vicino Terni.

Cara Anna Maria non potevi riuscire a telefonare perché le vacanze sono state molto movimentate. Avendo, come sai, lasciato definitivamente Nettuno, ci siamo diretti alla Spezia, in un delizioso paesino tra monti e mare, fresco e pittoresco: Devia marina dove ci siamo fermati 13 giorni, tornati a Verona per una settimana, abbiamo ripreso il viaggio per Viareggio e Torre del lago; ed ancora tornati a Verona e lasciata la macchina, in treno ci siamo diretti a Napoli dove ci siamo fermati una settimana da mia sorella. Ti ho telefonato ma in agosto eri ad Ischia e così non ci siamo sentite. Siamo infine stati in Friuli ed eccoci ora in sede.

Io sto abbastanza bene però cammino poco poiché ho paura di cadere, ma non ho alcun dolore per l'operazione subita, Arnaldo non mi lascia mai e si priva di uscire per farmi compagnia ed io gli sono riconoscente, è proprio un figlio d'oro, più unico che raro specialmente di questi tempi di assoluto egoismo. L'alberello di Natale lo fa qua, nella minuscola casa che tu conosci, è piccolo ma riccamente festoso e mi rallegra un poco non tralasciando le tradizioni.

Arnaldo sta bene, non ha più tempo di far quadri, lavora molto specialmente in casa perché fa quasi tutto. Ti ricorda spesso anche lui.

Tante volte penso a tua madre, alle lunghe ore trascorse a casa tua, ai deliziosi pranzetti che preparava, alle chiacchierate in attesa che arrivasse tuo padre, sempre allegro e sorridente.

Salutali tanto per noi, perché anche Arnaldo li ricorda. Venendo a Napoli ho telefonato al comune di Torre del Greco per rintracciare Manzo Flora, mi han detto che devo fare una domanda scritta. In questi giorni la invierò dando tutte le notizie. Nel caso dovessi incontrarla fatti dare il suo indirizzo ed il nome del marito. Il mio numero telefonico è giusto: 22352 e fino ad oggi non è cambiato.

L'altro giorno ho telefonato a casa di Speranza, ho saputo dalla mamma che ha sposato ed ha un bambino e lavora al Comune. Forse le telefonerò.

Vedi che lunga lettera ho scritto; ora aspetto di sapere quando deciderai di farmi conoscere i tuoi figlioletti che auguro crescano sani e buoni.

Saluta tanto Gigino. A te un affettuoso abbraccio dalla tua vecchia.

Jole de Georgio

COSA MI HA DATO MAMMA

 

 

- É ora di partire - disse Arnaldo. - Sono quasi le cinque. -

Il sole era scivolato dietro le cime a occidente. In più da Nord si stavano avvicinando delle nuvole. Erano rosa verso il sole, ma avevano ombre grigie e scure in alto e dalla parte opposta del tramonto.

La roccia liscia era diventata fredda.

Ripartimmo subito.

- Circa un mese prima di morire - stava raccontando Arnaldo - in una sera fredda di settembre mentre instancabilmente "metteva in croce" le parole facendo l'enigmistica per la quotidiana ginnastica mentale e io preparavo l'argomento per la lezione del giorno dopo, seduti allo stesso tavolo, ebbe uno scatto gettando la penna per terra ed esclamò: "Non sono eterna, preparati alla mia morte!".

Si guardava le mani e disse: "Guarda Arnaldo, queste dita scheletriche sono sempre più scarne, non ti accorgi che mi sto consumando?".

La tormentava il pensiero della mia solitudine. "Trovati una donna, tu non riesci a vivere solo".

Il 27 ottobre tornavo a casa dal Liceo. Trovo mamma in cucina intenta agli ultimi preparativi. Mi accoglie dicendomi: "Oggi Naldo non mi sento bene, ho un malessere mai sentito prima, forse è la fine".

"Cosa facciamo? Chiamo il medico?" le dico.

"No, chiama la Fiory", che è una ex allieva di Francenigo ritrovata a Verona, molto affezionata a mamma. Mi scrive il numero di telefono che conosceva a memoria, io lo compongo, mi strappa il telefono di mano ma non riesce a esprimersi. Era già stata colpita da un ictus cerebrale.

In poco tempo arrivano Fiory e il medico Adami del geriatrico con sofisticati strumenti. Il dottore, vista la gravità della situazione, mi allontana con la scusa che servono le medicine, mandandomi dal medico di base con un biglietto. Poi di corsa in farmacia. Qui, Gigi, il collaboratore della nostra amica Franca, la direttrice, mi disse con freddezza: "Arnaldo, a tua mamma non servono più le medicine"!

Piansi dirigendomi veloce verso casa. Incontrai Franca che mi prese il braccio e mi accompagnò su. Ella, la "maestra napoletana" era seduta in poltrona, ferma, impietrita, inespressiva. Da quel momento cominciò per me un brutto periodo, avevo perso molto in quel momento.

E poi... l'ultimo viaggio in una bara coperta di orchidee verso l'ultima dimora, Francenigo, dove riposa fra i suoi allievi. -

Ormai si vedeva poco più in basso il piazzale dove avevamo lasciato le macchine e il ristorante con le luci già accese. Cominciava a fare freddo. La caviglia della donna era sempre più gonfia.

- Scusa Arnaldo se ti faccio una domanda - dissi. - Riguardo alla morte di tua madre non so cosa dire. Io sono come un muto in questi casi. La morte, la sorella che Dio ci ha dato, è terribile quando viene e poi non si riesce mai a immaginare i sentimenti di chi perde qualcuno: quanti ricordi improvvisamente ritornano, tanti segreti che non si era mai riusciti a comunicare, mille progetti ancora irrealizzati. Sono passati otto anni e si sente che non hai dimenticato tutte le emozioni vissute con tua madre. Però ti chiedo (perché forse un giorno scriverò ogni cosa): cosa ti ha lasciato tua madre? -

Arnaldo continuò. - Per mia madre io ero tutto. Non è stata una madre comune, mi ha dato un profondo esempio di comportamento di vita.

Quando ero piccolo, trascorreva buona parte della giornata accanto a me, dopo l'impegno scolastico, come un'affettuosa compagna di giochi. Ero invaso da giocattoli. Ella aveva la cultura del giocattolo, io non chiedevo mai nulla. Mi studiava e avendo scrutato i miei occhi di fronte a una vetrina mi regalava il giocattolo giusto. Era sempre quello che desideravo. Sapeva leggere nella mente umana...

A mano a mano che crescevo, mi donava il gioco più adatto, quelli per alimentare la creatività. Tutte le feste, compleanno, onomastico e soprattutto in occasione di San Nicolò o la Befana, in quelle occasioni partiva in bicicletta con ogni condizione di tempo, pioggia, vento, neve per non deludere la mia ansia di ricevere regali, ansia che ella stessa aveva suscitato in me.

Come altri amavo costruire e smontare i giocattoli, ma avevo una passione particolare per il disegno. Usavo il traforo, il meccano, il teatrino, la lanterna magica, la macchina fotografica. Andavo nelle falegnamerie, Jesse, Cattai, Zammariol per racimolare ritagli di legno per costruire carretti, slitte e ogni altra cosa mi ispirasse il momento. Avevo accumulato una vera e propria attrezzeria: pinze, tenaglie, martelli, seghe, cacciaviti, chiodi e viti: si andava così formando il mio futuro...

E la passione della bicicletta non era da meno, mi dava il senso di libertà, svolazzando tra le campagne e i piccoli paesini vicini anche con amici. Avevo preso questa passione proprio da lei.

Per lo studio, invece, non avevo interesse! Quanta fatica facevo a stare seduto al tavolino a studiare per più di qualche minuto.

Ecco perché risalta il ruolo di mia madre, compagna di giochi che divenne compagna di studi.

Svolsi con lei il primo anno di scuola elementare, per la seconda mi trasferì dalla signora Tomasella. Ma facevo "tribolare": rimproveri, castighi, ceffoni erano il mio pane quotidiano. Allora si usava così. Si diceva: "Mazze e pennelli fanno figli belli".

Vi ho detto che mia madre voleva fare di me un avvocato, come suo padre, ma si arrese e mi aiutò a trovare la mia strada. Mia padre era assente nella mia vita di studente, mi voleva enologo.

Crescendo divenni testardo e si definirono i miei due caratteri, veneto e campano: ero figlio unico di genitori completamente diversi. Avevo solo undici mesi di vita quando cominciò per me il via vai settimanale tra Francenigo e Napoli. Che diversità di contatti! A Napoli il baciamano nei salotti buoni della società partenopea. A Francenigo ero libero fra coetanei di scorazzare per le campagne a costruire fionde, lanciare sassi, fare il monello.

Questa diversità è stata per me il tirocinio migliore.

Al momento di affrontare gli studi superiori (mia madre aveva voluto trasferirsi a Napoli) scelsi l'indirizzo artistico. Finalmente ottenevo un ottimo profitto e proprio con mia madre ho vissuto i capitoli di storia dell'arte, viaggiando e visitando in lungo e in largo l'Italia. Ella mi aiutava, mi consigliava, mi interrogava: mi ha sempre stimolato ad andare avanti. Fu ella a consigliarmi la carriera d'insegnante, perché più sicura e con un bel margine di tempo libero, magari per dedicarmi all'arte...

Della sua lunga carriera d'insegnante mi trasferì un metodo; sì, mi ha dato le basi e l'amore per la didattica, è stata una "scuola di comportamento".

Diceva: "Tu devi preparare la lezione e prevedere tutti i "perché?" che possono eventualmente scaturire; ti devi abbassare al livello degli scolari per portarli gradualmente a te. Adotta un linguaggio semplice, appropriato, possibilmente con esempi, con un tono di voce normale: non alzare mai il tono di voce per nessuna ragione. L'insegnamento è una missione, una vocazione. Devi svolgere il tuo ruolo con entusiasmo e credere nella materia che insegni e che professi, con pazienza, comprensione, ma con fermezza e senza permissivismo".

Ci credete che queste regole sono come un manifesto illuminato dentro di me ogni volta che entro in classe?

Per i suoi 44 anni di servizio, svolto con dedizione, impegno ed entusiasmo le conferirono il diploma di Benemerenza di prima classe, con facoltà di fregiarsi della Medaglia d'Oro.

Un giorno venne a casa dicendomi: "Arnaldo c'è un bando di concorso per licei e istituti d'arte. Devi partecipare. Ti preparo io i documenti". Oltre alla scuola, infatti, ero impegnato come collaboratore in uno studio di architettura, che mi assorbiva tutto il tempo. Presentammo i documenti, feci le prove a Roma e vinsi: docente di discipline geometrico-architettoniche, arredamento e scenotecnica a Verona, anche per merito suo.

E poi non posso dimenticare i sui interventi nelle mie esposizioni di pittura personali e collettive, in varie città d'Italia. Partiva con depliant e cataloghi, preparando il terreno all'inaugurazione.

Oggi nella mia solitudine, la sento spiritualmente vicina.

In me è rimasto il segno del suo passaggio terreno, un incancellabile solco di nobiltà, di profondi valori di vita.

 

 

LA SUA FIGURA SI SOSTITUÌ A QUELLA DI MIA MADRE

 

Eravamo arrivati al piazzale. C'era un muretto e qualche scalino di roccia da fare ancora.

Improvvisamente vedemmo un animale sgusciare agile verso di noi attraverso il passaggio, piegare di lato e correre via verso il bosco. Era un magnifico daino.

- Beh - fece Arnaldo - quell'animale si è portato via i nostri ricordi. Mi rimane solo il tempo per leggervi due lettere. E poi... ci saluteremo. -

 

 

Torre del greco, 4 - 3 - 93

Non posso non dare una mia testimonianza su questa "grande persona" che è stata "la Maestra": Jole de Georgio Igne.

Ho appena riletto con profonda commozione la sua ultima e lunga lettera, inviatami appena 15 giorni prima della sua scomparsa.

Oltre ad aver provato una gioia ed un orgoglio immenso per esser stata considerata da lei una delle poche allieve che ancora la ricordasse con affetto, non ho potuto fare a meno di pensare che, in realtà, non meritavo tanta considerazione, perché anch'io, come le altre, non le avevo scritto per periodi lunghissimi, non facendole sentire sempre il mio ricordo e la mia riconoscenza, che, per altro, è stato ed è sempre vivissima in me.

Come lei stessa ricorda nella lettera, il nostro primo incontro avvenne nel lontano 1960, quando "piccola piccola e un po' tremante" entrai nella sua classe, dopo circa due mesi dall'inizio dell'anno scolastico.

Infatti prima abitavo in Sardegna dove avevo regolarmente iniziato la I elementare, poi a causa del trasferimento di mio padre a Torre del Greco, dovetti subire questo piccolo dramma: il cambiamento dell'ambiente di vita.

L'inizio fu un po' disastroso: ero molto intimidita dal nuovo ambiente, non legavo né con la maestra né con le compagne, ma ben presto lei seppe conquistare la mia fiducia e la mia stima con la sua personalità straordinaria.

Sinceramente non so spiegare con poche parole ciò che lei rappresentava per tutte noi, sue allieve, ma di sicuro posso dire che la sua figura pian piano si è sostituita in me a quella di mia madre ed è diventata per me uno stimolo incredibile, che ha saputo trarre da una bambina timida, quale ero, tante doti che non sapevo di avere, insomma il meglio di me stessa.

La Maestra ha svolto il suo compito sempre con una serietà ed un entusiasmo non comuni, perché per lei la scuola non era semplicemente il suo lavoro, ma era la sua vita, nel senso più ampio della parola.

É per questo che nell'insegnamento non metteva solo la sua ricca esperienza, ma dava veramente tutta la sua ricchezza interiore e la sua anima. Queste cose una bambina timida e sensibile, quale ero allora, le sentiva moltissimo.

Ricordo brevemente degli episodi, come quello dei biscottini a forma di lettere e numeri che portava in classe per insegnarci a formare le prime parole e a leggere e quando mi procurò una gioia immensa regalandomi una scatola di pastelli a cera (Allora i regali non ci lasciavano indifferenti come spesso succede ai bambini di oggi).

Ricordo le gite che facevamo nel verde del Vesuvio, che si concludevano sempre mangiando la pizza da "Ercole", ore di spensierata allegria, che regalava a tutte noi, così poco abituate agli svaghi.

E poi le feste di Carnevale in classe, dove ognuno si mascherava come poteva, senza problemi, perché l'importante era divertirsi insieme, recitare, cantare, coinvolgendo tutti, anche i bidelli e il direttore.

Nessuno poteva resistere al suo entusiasmo prorompente; gli impegni scolastici non erano con lei pesanti e insopportabili, ma diventavano una serena routine.

Ma il pregio più grande che aveva la Maestra era la sua grande apertura e disponibilità verso tutti, verso tutte le persone che in qualche modo, casuale e non, avevano avuto un rapporto con lei.

Instaurava subito un rapporto di amicizia, di simpatia che poi coltivava sempre nel tempo con tutti: col genitore dell'alunno, il bidello, l'autista del taxi, il negoziante. É questo alto concetto dei valori umani che mi ha sempre colpito in lei e che ha saputo trasmettere così bene a tutti i suoi allievi, nel corso della sua lunga carriera.

Ha conservato rapporti di ricordi e di affetto con tutti, non tralasciando nessuno. La sua memoria era incredibile, anche perché rinforzata sempre da foto, scritti e ricordi, che lei conservava gelosamente e che amava rivedere spesso quando era presa dalla nostalgia.

Non posso non parlare anche di un'altra figura, molto importante per me, quella del figlio della Maestra, il professor Arnaldo Igne, suo braccio destro per una vita intera. Non è possibile scindere il ricordo della Maestra da quello di suo figlio, suo grande compagno di vita e amico, legato a lei da un legame profondo ed unico.

Penso che sarebbe stato impossibile vivere con lei senza stabilire questo legame indissolubile, proprio per quella forza interiore di cui parlavo prima. Per questo non è stato molto difficile per me comprendere lo stato d'animo in cui Arnaldo è piombato, in seguito all'improvvisa scomparsa della madre: un "vuoto cosmico", "solitudine angosciosa, ma ricca di ricordi".

Ma a trarlo fuori da quello stato d'animo non poteva essere altro che l'entusiasmo per la scuola e per i giovani, lo stesso ereditato da sua madre, che ora lo rende utile e felice.

Anna Maria Di Iorio

Torre del Greco

Caro Arnaldo

la notizia della scomparsa della signora Jole ma ha profondamente addolorato, perché dopo tanti anni di conoscenza si era creato un rapporto di affetto e di stima. É come se mi fosse venuto meno un familiare.

Una donna, una madre ed una educatrice eccezionale, sempre allegra e dinamica: un vero personaggio.

Caro Arnaldo mi rendo conto del profondo vuoto che ti ha lasciato e mi rammarico che la distanza non mi abbia consentito di esserti vicino in quel triste momento. Se posso esserti utile considerami sempre a tua disposizione; spero comunque di vederti quanto prima.

Un abbraccio e un saluto paterno

Aldo Vicino Roma

novembre 1987

 

PUBBLICHEREMO?

 L'escursione era finita. Eravamo davanti alle macchine.

C'era l'imbarazzo di quando dopo un'esperienza appagante ci si deve separare. Il distacco. Non è facile capire perché si deve riprendere la propria vita quando capita di scoprire nuove visioni. É una questione di tempo. Si può capire il senso. C'è un senso a tutto.

- Lo chiedi tu? - ammiccai ad Arnaldo.

- Sì - disse e chiese alla donna e alla ragazza e a mia moglie: - 'Sta mattina vi abbiamo chiesto di ascoltare e infine dirci cosa pensate di tutta la storia e se vale la pena pubblicare. Ricordate? -

La donna parlò per prima. - Io mi sono veramente divertita. Ho imparato molte cose su quegli anni tra le due guerre. Sono stata meravigliata da tutti quei sentimenti... - La ragazza e mia moglie confermavano. - Vi basta come risposta? -

- Però secondo me non si dovrebbe separare quello che hai letto, Arnaldo, da quello che abbiamo visto e sentito oggi - aggiunse la figlia.

- Giusto! - dissi io.

Ed è proprio per questo, Gianni, che ti ho raccontato in questo modo la storia di Jole de Georgio, insieme con la gita sulle colline veronesi.

Ci salutammo. Partimmo.

Quando, scesi per la valle di Squaranto, avevamo superato anche Verona, vedemmo che il cielo buio era limpidissimo e stellato.

 

 

Caro Gianni, ne hai ricavato una impressione precisa?

Spero di sì. Ora metto il manoscritto, beh veramente è una stampa laser, o si dice "strisciata"?, in una busta, te la spedisco e aspetto una tua risposta.

Ti aggiungo, come avrai visto, le fotografie in fotocopia. Arnaldo ci mostrò gli originali quel giorno, nei vari momenti della giornata, a seconda dei periodi della storia di sua madre. Aveva perfino due piccole scatolette nere con delle diapositive...

Ave atque vale, come dicevano i latini.

Enrico

N.B.: SVBEEV (per rimanere con i latini).

 

 

 

 

ultimo aggiornamento 03-Dec-2000

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