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Istituto Superiore di Scienze Religiose - Udine
La spiritualità
dell’Apocalisse
Tesina per l’esame di Nuovo Testamento
Studente: Enrico Vaglieri     Anno accademico 1997/98

Sommario

- Introduzione Che spiritualità cercare nell’Apocalisse?
        Cosa è spiritualità?
- Capitolo 1 Interpretazione dell’Apocalisse: storica o simbolica?
- Capitolo 2 Le sette lettere. I consigli spirituali per sette tipi di credenti
        Ogni lettera un tipo di credente
        Efeso - Smirne - Pergamo - Tiàtira - Sardi - Filadelfia - Laodicea
        Ascoltare lo spirito - Gli angeli - Attualizzaizoni
- Capitolo 3 Le "beatitudini dell’Apocalisse" e altri spunti spirituali
        Le beatitudini dell'apocalisse - Le opere e la vita - I santi - "Già" e
        "non ancora" - Gara e vittoria - Testimonianza - Il potere e l'idolatria
- Conclusione Un messaggio chiaro: riconoscere la propria ora
- Bibliografia
- Note

 

 

INTRODUZIONE
Che spiritualità cercare nell’Apocalisse?

Il libro dell’Apocalisse 1 di Giovanni è uno dei più difficili da comprendere e da interpretare, in tutta la Sacra Scrittura. Ecco una battuta sulla difficoltà di comprensione: «Herder amava citare questa frase d’un suo contemporaneo: "Non occuparsi e non essersi occupato dell’apocalisse è segno di un buon equilibrio mentale"» 2.

Ma l’Apocalisse è anche tra i libri più affascinanti, per la ricchezza di immagini, simboli, richiami letterari, per la forza delle figure, delle parole e delle profezie che contiene.

Non smette di affascinare la cultura e l’arte e gli studiosi, anche se col passare del tempo diventa sempre più lontano l’ambiente culturale in cui ha avuto origine e così sempre più difficili l’interpretazione fedele alle intenzioni dell’autore e la riattualizzazione del testo in una nuova traduzione o in un commento.

Il problema culturale principale è l’interpretazione troppo letterale che ancora la cultura odierna fa, scambiando l’Apocalisse (Rivelazione) per una previsione catastrofica della fine dei tempi, mentre il messaggio che Giovanni scrisse e rivestì di così tanti e così spettacolari allegorie è più semplice, attuale, e di grande portata spirituale.

Mi pare la sfida principale riuscire a cogliere, dietro il linguaggio figurato e cifrato, il vero messaggio, l’annuncio profondo del teologo di Patmos. Ed è una sfida non solo teologica, ermeneutica, accademica, ma anche personale, perché vuol dire cercare un insegnamento per noi stessi, uomini del 2000.

Il tema della spiritualità è forse quello che potrebbe aiutare di più a capire che cosa l’uomo Giovanni ha voluto trasmetterci, il messaggio profondo, umano e di fede, di uno scrittore dell’antichità verso i posteri.

Ecco perché ho scelto di approfondire il tema della spiritualità dell’Apocalisse.

L’ho scelto anche - a livello più personale - perché mi può servire per l’insegnamento della religione, dove si deve capire chi si ha di fronte e si deve cercare di sostenere, consigliare, incoraggiare, illuminare, annunciare, senza staccarsi dalla tradizione, dalla cultura biblica, e senza dimenticare la dimensione escatologica in cui siamo immersi da sempre e per sempre.

Infine, oltre al fascino culturale e teologico, essendo un tema globale (e perciò difficile...), l’approfondimento di tale messaggio servirà anche a me in quanto cristiano.

È un tema che si presenta subito difficile perché implicherebbe l’approfondimento di tutti gli altri temi, dalla cristologia all’ecclesiologia, dalla questione delle interpretazioni all’esegesi, perché attraversa tutto il testo e richiede una conoscenza generale e approfondita dell’opera. Ma essa può essere riconosciuta solo agli specialisti.

Per capire la spiritualità dell’Apocalisse bisogna affrontare il discorso della interpretazione, la quale condiziona la comprensione del messaggio spirituale del libro.

Per questo dedicherò il primo capitolo del presente lavoro alle interpretazioni possibili e storicamente avvenute dell’Apocalisse. Mentre saranno il secondo e il terzo capitolo a esaminare specificamente il contenuto spirituale del libro.

 

COSA È SPIRITUALITÀ?

Ma cosa si intende per spiritualità? Qualche breve accenno a questo problema.

Per spiritualità si intende la sensibilità ai valori spirituali, o il complesso dei motivi che delineano una determinata concezione religiosa o una determinata visione spirituale. Per spiritualità si intende indagine, riflessione, ricerca e poi consiglio, esortazione in merito a valori interiori, religiosi, di contatto con Dio, riferentisi all’amore universale, all’autodisciplina, all’autoperfezionamento, alla tensione verso l’armonia (con se stessi e con il mondo) e alla perfezione. Insomma qualcosa di strettamente collegato con la prassi e l’indagine interiore. Questa è una definizione generale.

Ciò è sicuramente presente nell’Apocalisse. Ma non è l’intento primario dell’autore - altrimenti avrebbe scelto un genere letterario diverso, più efficace.

Ma spiritualità può essere intesa anche come concezione religiosa del mondo, fede profonda, visione ideale e interiore del mondo.

Anche questo è presente nell’Apocalisse, con anche maggior evidenza. E coinvolge così tanti temi da diventare un argomento onnicomprensivo.

È prevalente infatti, non tanto la parenesi morale, la guida "pratica" alla riflessione, alla vita interiore, quanto la spiritualità intesa come descrizione di cosa devono fare i cristiani, cioè di cosa fanno e dove li portano le loro azioni, di cosa devono essere "teologicamente", del perché debbano accettare il martirio, di cosa li attenda se vincono, di cosa evitano se rimangono fedeli.

«L’interpretazione storica dell’Apocalisse, il senso primo e fondamentale» 3 è riassumibile tra invasioni di nemici, flagelli di avvertimento, distruzione dei persecutori e della bestia, periodo di prosperità, assalto finale della bestia e suo annientamento, resurrezione dei morti, giudizio, annientamento della morte e instaurazione definitiva del regno celeste. «Ma la portata del libro non si ferma qui. Esso mette in gioco valori eterni sui quali può basarsi la fede dei credenti di tutti i tempi. [...] La chiesa vive di queste promesse del Cristo resuscitato: "Ecco, io sono con voi per sempre, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Se così è, i fedeli non hanno nulla da temere. Anche se devono momentaneamente soffrire per il nome di Cristo, saranno alla fine vincitori di Satana e di tutte le sue macchinazioni. [...] L’Apocalisse è la grande epopea della speranza cristiana, il canto di trionfo della chiesa, perseguitata» 4.

In questo senso premi e castighi non sono estranei alla lettura spirituale dell’opera, ma a me preme trattare il tema dei consigli spirituali, più che dei premi promessi o dei castighi minacciati.

Io mi limiterò, per analizzare la spiritualità dell’Apocalisse, a un esame dei consigli "spirituali", cioè morali, relazionali, antropologici, comunitari, che vi sono contenuti; a evidenziare le pagine principali che offrono una riflessione spirituale (più che altro il settenario delle lettere profetiche-pastorali e le "beatitudini") e alcuni altri passi che offrono riflessioni interessanti.

Adotto i seguenti criteri di scelta dei temi:

- se si offre un modello da imitare
- se si dice esplicitamente cosa è giusto fare e cosa è sbagliato fare
- il perché delle scelte
- se si dà una spiegazione di senso (del mondo, delle azioni umane, della storia, della vita di Cristo, eccetera).

Ma va detto che la spiritualità dell’Apocalisse non può essere desunta solo da questo libro. L’Apocalisse da sola non ha alcun senso. Lo ha in relazione alla testimonianza di Cristo risorto, al Cristo stesso, a tutto il Nuovo Testamento e quindi anche all’Antico, perché Cristo l’ha recuperato e attualizzato e perché l’autore dell’Apocalisse ha fatto una scelta stilistica che l’ha portato a pescare a piena mani dall’Antico Testamento per le figure, i simboli, i temi da utilizzare.

Infine, un aspetto fondamentale per l’analisi spirituale è che «l’Apocalisse è soprattutto un libro personale e geniale, è la trascrizione di un’esperienza di fede: un’esperienza semplice e ricca, attorno alla quale Giovanni ha sviluppato un immenso artificio» 5.

 

CAPITOLO I
L’interpretazione dell’apocalisse: storica o simbolica?

Qualche nota preliminare, prima di affrontare il tema dell’interpretazione.

«L'Apocalisse è il libro del NT più ebraico, anche perché le sue centinaia di citazioni dirette o indirette, sono tutte tratte dall'AT» scrive Quinzio 6.

Ma «non è facile definire esattamente la frontiera che separa il genere apocalittico da quello profetico, di cui esso è per alcuni aspetti un prolungamento. [...] L’autore di un’apocalisse [...] riceve le rivelazioni in forma di visioni, che riferisce in un libro. D’altra parte, queste visioni non hanno valore in sé, ma per il simbolismo di cui sono cariche. Tutto infatti, o quasi, ha valore simbolico in un’apocalisse. [...] Quando descrive una visione, il veggente traduce in simboli le idee che Dio gli suggerisce. Procede per accumulo di cose, colori, cifre simboliche, senza curarsi dell’incoerenza degli effetti ottenuti. Per capirlo, bisogna entrare nel suo gioco, ritradurre in idee i simboli che propone. Altrimenti si falsa il senso del suo messaggio» 7.

«Si tenga per il tempo di Domiziano o per quello di Nerone, è indispensabile, per capire ben l’Apocalisse, rimetterla nell’ambiente storico che le ha dato vita: un periodo di turbamenti e di violente persecuzioni contro la chiesa nascente. Infatti, come le apocalissi che l’hanno preceduta (specialmente quella di Daniele) e a cui manifestamente si ispira, essa è prima di tutto uno scritto di circostanza, destinato a rialzare e rafforzare il morale dei cristiani, forse scandalizzati che una persecuzione così violenta avesse potuto scatenarsi contro la chiesa di colui che aveva affermato: "Non temete, io ho vinto il mondo" (Gv 16,33). Per realizzare il suo disegno, Giovanni riprende i grandi temi profetici tradizionali, specialmente quello del "Grande giorno" di Jahve (cf. Am 5,18+). [...] Quando Giovanni scrive, la chiesa, il nuovo popolo eletto, è appena stata decimata da una persecuzione sanguinosa (13; 6,10-11; 16,6; 17,6), scatenata da Roma e dall’impero romano (la bestia) ma per istigazione di Satana» 8.

Ma secondo Oepke «l'intelligenza della rivelazione è rivolta interamente al futuro. [...] In questa prospettiva escatologica e nell'impiego di una messinscena di visioni, l'ultimo libro del N. T. mostra una grande affinità con l’apocalittica giudaica, a cui ha dato il nome, ma è più vicino all'autentica profezia e presenta un contenuto di rivelazione più genuinamente biblico. [...] Vuole soprattutto rafforzare la chiesa, depositaria della rivelazione, nel primo, grave urto con la potenza assolutistica dello stato, e prepararla al martirio. Al di là [...] dell'umanità che si indurisce sempre più, nonostante i giudizi di Dio, della comunità su cui aleggiano gli orrori della morte e che tutta via attende la vendetta del suo Signore, si apre, sconvolgente, il mondo eterno. "Sii fedele sino alla morte, e ti darò la corona della vita!" (2,10)» 9.

«Le visioni apocalittiche sono rivolte a "svelare" il futuro della storia, sia prossimo che lontano. [...] La loro funzione è quella di mettere in luce il vero significato del presente. Queste vocazioni più che ad ottenere la conversione immediata degli uomini [...] tendono a suscitare la speranza nei credenti perseguitati e a risollevare il loro animo [...]. Rivelare il trionfo finale di Dio è un modo per stimolare alla perseveranza e alla fedeltà. Per questo la letteratura apocalittica si sviluppa nei periodi di crisi e di persecuzione» 10.

Di parere diverso sembra Adriani, secondo il quale «l’autore dell’Apocalisse non ha [...] voluto profetizzare particolari avvenimenti della storia futura del mondo o della Chiesa, [...] e raffigurare questi avvenimenti in immagini sempre nuove (ricapitolazioni). Ancor meno volle Giovanni rappresentare circostanze del suo proprio tempo. Certamente le linee e i colori di queste rappresentazioni relative al futuro sono tolti a prestito dal tempo in cui l’autore vive»11 .

Quindi per riuscire a comprendere il messaggio che Giovanni ha dato alla chiesa dell’Asia minore nel suo tempo e a noi oggi, dovremmo smontare le sue immagini, le sue figure, i suoi simboli, i suoi codici, per ricostruire la situazione spirituale sua e del suo tempo e, quando l’avessimo fatto, forse potremmo capire che cosa ha voluto dire sul tempo futuro, il tempo del compimento. E solo allora potremmo rivolgere a noi quelle parole - rinnovate, ritradotte, riattualizzate - rivelatrici del futuro, che magari è diventato il nostro presente, e sul tempo che sarà futuro anche per noi.

Il Charlesworth offre una chiave di lettura interessante: «l’essenza del pensiero apocalittico è il trasferimento [...] da un luogo ad un altro [...] oppure temporale»12 .

«Le apocalissi e la letteratura apocalittica sono importanti per comprendere Gesù» 13. E chiaramente vale anche il contrario, che, anzi, per un’analisi spirituale è più essenziale.

«L’influenza dell’apocalittica giudaica e del pensiero apocalittico su Gesù è innegabile e molto estesa. Per quanto io non saprei indicare una determinata apocalisse che abbia esercitato su di lui una chiara influenza diretta, sono persuaso che Gesù abbia conosciuto e sia stato influenzato da Daniele e da I Enoch 37-71...» 14.

Dunque: «l'Apocalisse va interpretata in senso storico o in senso simbolico?

Le due interpretazioni possono coesistere. La vera dimensione dell'Apocalisse è insieme storica ed escatologica, e la sua lettura aiuta a fondare la speranza dei credenti in Dio. Poiché l'appello dell'Apocalisse suona così: "Il tempo è vicino"; cioè il tempo opportuno è ormai iniziato e corre verso la sua consumazione finale» 15.

Sulla questione dell’interpretazione dell’Apocalisse giovannea fa luce, tra gli altri, il de La Potterie: «Nessun libro biblico è stato così spesso commentato quanto l'Apocalisse. L'oscurità del suo linguaggio simbolico spiega come ne siano state date le interpretazioni più divergenti e spesso più fantastiche» 16. L’autore stesso dell’Apocalisse ammette, in alcuni passi, che sarà difficile capire a fondo il discorso che sta facendo: in 13,18 «Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli...» e in 17,9 «Qui ci vuole una mente che abbia saggezza»; ma è importante capire e imparare (cfr. anche 13,9 e 14,12).

Secondo de La Potterie tutte le interpretazioni che sono state date si possono riferire a quattro grandi sistemi: «il primo mette in rapporto i simboli dell'Apocalisse coi più grandi avvenimenti della storia della chiesa nel corso dei secoli» 17. Ciò piacque soprattutto dal medioevo al secolo scorso, ed è continuata ai giorni nostri dai Testimoni di Geova. Ma «le applicazioni che si scoprono nei simboli del libro variano [...] regolarmente da un secolo all'altro; ciò che rende questo sistema irrimediabilmente caduco» 18.

Altri due tipi di interpretazioni, tipici del rinascimento in opposizione alle «stravaganze spiritualiste» del medioevo, furono quella che spiegava «l'Apocalisse come la storia dell'epoca in cui fu scritta, cioè la lotta della chiesa primitiva contro il giudaismo e il paganesimo» sostenuta anche da alcuni cattolici, e quella, del tutto opposta, che vedeva nell'Apocalisse solo la "fine del mondo" e i suoi segni premonitori.

Continua de La Potterie: «Ognuno dei tipi di interpretazione che abbiamo menzionati ha qualche cosa di vero, nel senso che l'Apocalisse si riferisce a tutta la chiesa in tutto il corso della sua storia, all'inizio come alla fine. Ma l'errore comune a tutti è di 'storicizzare' queste profezie. [...] Ciò che l'Apocalisse ci dà, ed è ciò che ne assicura il valore per noi, non è dunque una serie di profezie sugli avvenimenti della storia della chiesa, ma piuttosto, ad un livello superiore, un'interpretazione religiosa, o se si vuole, una teologia della storia vista come un tutto unico. L'opera vale quindi per tutti i tempi, perché la lotta delle forze spirituali prosegue fino alla consumazione [secondo anche il parere di Agostino, citato in nota da de La Potterie, n.d.r.]. Questo sistema d'interpretazione è quello che si può chiamare il più tradizionale. È rappresentato da un buon numero di esegeti contemporanei» 19.

«A differenza degli apocalittici, Giovanni è un vero "profeta". [...] Egli stesso tiene a definire il suo libro una profezia. [...] Un profeta è un uomo che parla nel nome di Dio, è lo strumento, l'interprete di Dio presso gli uomini, per comunicare loro la parola divina, per esercitare in mezzo ad essi un'azione morale e religiosa. Questo fa l'autore dell'Apocalisse, non soltanto nelle sue lettere alle sette chiese, ma attraverso tutto il suo libro, in cui frequentemente ritornano gli avvertimenti morali, i richiami alla pazienza, le parole di conforto» 20 (vedi il terzo capitolo del presente lavoro).

Giovanni usa molto non solo le immagini dei profeti, ma anche l'Esodo con i suoi grandi avvenimenti, dai flagelli all'uscita dall’Egitto, interpretata ora in chiave escatologica. «L'Apocalisse di Giovanni è una sintesi grandiosa dei grandi testi profetici; essa li unifica intorno al tema centrale della vittoria finale del Cristo» 21. L'intento è di «confermare i suoi cristiani nella loro fede e ravvivarne la speranza di fronte ai pericoli che minacciano la loro vita religiosa» 22.

Invece Enzo Bianchi riassume le possibili scelte interpretative in tre categorie: spirituale-cristologica, storico-cronologica e storico-critica, che devono aiutarsi a vicenda 23. «L’apocalisse diventa [...] la descrizione della relazione tra questo mondo, tra questa umanità e Dio, tramite l’evento di Cristo» 24. E la prospettiva è quella di Cristo stesso: in 1,1 Giovanni scrive « jApokavluyi§ jIhsou~ Cristou~ », dove il genitivo è soggettivo.

Secondo il Wikenhauser «oggi giorno l'esegesi scientifica conosce solo tre forme di interpretazione: escatologica, storica e storico-tradizionale. Nessuna di esse, tuttavia, rende conto del libro da sola; solo la loro unione rende possibile un’adeguata spiegazione, almeno fin dove questa è possibile» 25.

«Si impone» dunque «una lettura esegetica che privilegia la dimensione letteraria, teologica (liturgica) e spirituale dell’Apocalisse» 26.

 

CAPITOLO II
Le sette lettere
I consigli spirituali per sette tipi di credenti

Le lettere dei capitoli 2 e 3 dell’Apocalisse, che probabilmente sono la parte del libro composta per ultima, e che non fanno parte della visione profetica vera e propria, presentano uno stile profetico-pastorale e «sono una specie di "Apocalisse in miniatura": il messaggio di incoraggiamento e di speranza come annuncio di vittoria sul male e sull’idolatria [...] proposto alle singole chiese dell’Asia» 27. Esse «appaiono come la parte più accessibile per una lettura spirituale» scrive il Cothenet 28 (il quale tuttavia di commento spirituale ne fa poco, dedicando le energie piuttosto a presentare lo sfondo storico e a contestualizzare le varie comunità).

Il numero sette delle chiese ha solo una ragione simbolica, ricorda de La Potterie, perché il messaggio era indirizzato a tutta una regione 29. «Le sette chiese indicano [...] la totalità della Chiesa, quella chiesa che non esiste se non nella manifestazione di Chiese locali. [...] Dire "sette chiese" significa da un lato la diversità e dall’altro la totalità e la completezza che si ritrovano in ciascuna» 30.

Le lettere servono a evidenziare la contrapposizione che viene vissuta all’interno di quelle comunità tra chi è fedele ma rischia di cedere al compromesso, e chi invece si è dato decisamente all’eresia, che però viene smascherata. Il compromesso con le idolatrie pagane, conseguenza delle tendenze gnostico-docetistiche, aveva causato l’annullamento dell’impegno etico, data la svalutazione della realtà storica e materiale del mondo.

Il richiamo alle chiese avviene per bocca di Cristo stesso, che è il Risorto e che conosce ogni aspetto dell’uomo, egli chiede di "ricordare", "essere fedeli", "ravvedersi", invita cioè alla fedeltà senza compromessi e alla costanza nelle prove 31. Nell’epilogo stesso dell’Apocalisse, 22,16, si parla dell’angelo inviato da Gesù per testimoniare riguardo alle chiese. Dunque l’annuncio di cosa è buono nelle chiese e di cosa è malvagio è legato all’intento principale del libro; sempre che si allarghi il significato delle "sette chiese" a "tutti i fedeli".

Nelle lettere il messaggio è: "ravvediti, vedi l’errore che ti è stato indicato ripetutamente, resisti e con ciò ‘vinci’ la sfida a cui i persecutori ti hanno costretto e così avrai la vita vera, piena e eterna". Esse sono, dunque, la parte più spirituale, morale e, quindi, forse, la più facilmente interpretabile. L’annuncio è duro e esplicito e promette un grande premio, soprattutto nella lettera a Tiàtira (2,18-29).

Le lettere presentano tre situazioni: «La prima [...] è la presenza nelle comunità di concezioni incompatibili con la vera tradizione cristiana»; poi «la persecuzione da parte dei giudei e, più ampiamente, da parte del mondo. [...] La terza situazione [...] può sembrare meno drammatica, ma è forse ancora più pericolosa. Non viene dall’esterno [...]: è la mondanizzazione, la perdita della fede primitiva» 32.

Nei capitoli 2 e 3 troviamo moltissimi simboli, di premi ("corona della vita", "manna nascosta", "nome nuovo" e "nome inciso", "libro della vita", "colonna nel tempio di Dio") e di castighi - che sono più numerosi - ("rimuovere il candelabro", "combattere con la spada della bocca", "gettare in un letto di dolore", "colpire a morte", "frantumare come vasi", "venire come un ladro", "cancellare il nome", "far venire perché si prostrino", "vomitarti dalla bocca"). Ma vi sono anche molti consigli spirituali.

OGNI LETTERA UN TIPO DI CREDENTE

Generalmente si interpretano le lettere in due modi: o cercando le particolarità che corrispondano a ogni chiesa, o invece un insegnamento generale sulla vita della chiesa.

Io credo che tutti si possono riconoscere in una delle sette lettere; così vorrei utilizzare un altro criterio di interpretazione: riconoscere in ogni lettera il modello di un tipo di fedele. Cercherò di identificare o attualizzare dei tipi di credenti o di peccatori (ciò che è lo stesso...), in base alle caratteristiche spirituali delle varie chiese.

Già Gioachino da Fiore aveva riconosciuto sette diversi ordines, che corrispondevano a sette epoche della storia della chiesa, traendoli però non dalle sole lettere, ma dall’intero testo diviso in sette parti.

Io cercherò di capire il messaggio profondo che da ciascuna lettera arriva a noi. È un modo di interpretare già utilizzato probabilmente, ma la nostra epoca può permetterci di rinnovarlo, considerando che tanto ci ha permesso di scoprire sulla psicologia umana, disciplina da non trascurare mai, neanche nell’interpretazione dei testi sacri 33.

Certo, far corrispondere ogni lettera a una tipo di fedele-peccatore può condurre a una esagerazione: se fosse stata questa la vera intenzione dell’autore avrebbe scelto linguaggio e stile diversi per rappresentare le differenze spirituali dei vari tipi di credenti. E il voler ritradurre ogni singolo particolare porterebbe fuori strada, perché è impossibile ricostruire integralmente i sottintesi storici e inoltre è riduttivo far rientrare tutto in schemi e collegamenti precisi.

Ma credo che possa essere utile anche questo metodo che adotto (alla luce dell’interesse interioristico, personalistico, di autoconoscenza e sviluppo delle proprie potenzialità, che è così attuale). Infatti non è probabile che le sette comunità rappresentino davvero sette chiese, solo quelle comunità locali. Molto probabilmente rappresentano qualcosa di più, e non sono solo una ripetizione, per sette volte, dello stesso messaggio: resistete nella prova, perché Gesù vi incoronerà, cioè "è già a con-patire lì con voi".

Che non sia lo stesso messaggio ripetuto lo prova il fatto che le comunità sono a volte molto diverse. Soprattutto perché alcune tra esse sono fedeli (Filadelfia e Smirne) e altre no, e tra queste ultime c’è una differenza nel grado di infedeltà.

Esaminiamo - brevemente, non potrebbe essere diversamente - le lettere e i loro messaggi.

EFESO

Il comportamento («la tua fatica e la tua costanza») della comunità di Efeso forse rappresenta chi accusa i perversi e i malvagi e li respinge, con "fatica" e "costanza" diventando un "giudice" («non puoi sopportare i cattivi»), uno che mette alla prova, è un modello di militanza, e perciò si fa molti nemici che lo fanno patire molto. Ma poi, forse proprio per questo, divenuto il suo amore quasi intolleranza, non sa conservare l’ardore iniziale e così perde la stima degli altri, non può permettersi più di essere giudice degli altri, capo e responsabile sopra gli altri. Cade dalla sua esemplarità. Ad esso Cristo sembra ricordare che si può giudicare, pur amando, come lui ha dimostrato di saper fare (con l’adultera, per esempio).

Nelle lettere ci sono giudizi su opere e scelte precise (sono nominati personaggi precisi, i Nicolaiti che sono "detestati" da Cristo, e sono condannati l’indovino Balaam e la regina Iezabele).

SMIRNE

Il personaggio che possiamo immaginare paragonabile alla chiesa di Smirne è uno "sfortunato", povero, uno caduto in disgrazia e per di più umiliato, denunciato falsamente, odiato per la purezza che tuttavia ha saputo conservare. È colui che vive la verità umilmente, ma, assurdamente, viene colpito proprio grazie alla sua umiltà. E rischia di cominciare a credere che l’umiltà, il lasciare che i malvagi spadroneggino, sia un diventarne complici. Cristo chiarisce le idee: annuncia non la liberazione ma una prova ancora più dura, anche se breve, e che porterà alla morte (che è quello che ha scelto lui stesso), il carcere (2,10), come prova breve («dieci giorni»); ma se si è fedeli si ha la pienezza della vita, qui e dopo («corona della vita»).

Come ripensò liricamente Francesco d’Assisi: «Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore / et sostengo infirmitate et tribulatione. / Beati quelli ke 'l sosterranno in pace, / ka da te, Altissimo, sirano incoronati» 34. Quel che conta è che, "perdendo" la vita, cioè attraversando ogni sconfitta, si mantenga la pace e così la si guadagni subito, con la serenità, la verità della propria vita, tutto in nome dell’Amore.

Il premio (2,11) è l’eternità, veder sconfitta la morte che sembrava aver vinto e il pregustarlo lì, mentre ti sopraffà, ma tu senti Cristo che ti sostiene, che ti porta proprio in quel momento.

PERGAMO

È forse chi è in prima linea, colpito durissimamente dalla persecuzione, ma resiste. Solo che, per la situazione durissima, è un po’ troppo tollerante e si lascia andare a riti, abitudini, atteggiamenti impuri, o permette che i suoi vicini, i suoi parenti lo facciano, o che troppo facilmente abbandonino la propria identità riconoscendosi in estranei pericolosi.

Anche in questo caso il premio, nel ritornello finale (2,17) è esplicito: un cibo perenne che conserva nell’immortalità e la perfetta purezza che rende degni della cittadinanza del Regno della pace, il regno di Cristo. Ma ciò è meritato solo da chi è perfetto, senza il minimo cedimento. Immagine "esclusiva" per insegnare che anche un piccolo cedimento, porta a conseguenze gravi (le carni, cioè un errato atteggiamento verso le cose sacre e la fornicazione, cioè il disordine nella morale familiare).

Comincia ad apparire il tema dell’idolatria: le prime tre comunità a cui sono dedicate le lettere erano infatti legate a culti pagani; e anche Tiàtira ha un riferimento a Iezabele, e Filadelfia era sede del culto imperiale.

TIÀTIRA

Il personaggio di Tiàtira, come quello di Smirne è un puro e anzi sa migliorare continuamente. È uno che impara velocemente, motivato. Ma anche lui - come tutti - non è escluso dalla caduta: egli permette presenze inquietanti vicino a sé ancor più gravemente che a Pergamo. A pergamo si tollerano discepoli di culti fasulli e pericolosi, a Tiàtira invece si ospita il capo stesso dei culti ipocriti che portano a immoralità. Ma Cristo dà tempo per ravvedersi (profetessa Iezabele, 2,21).

Qui si vive la circostanza del richiamo paziente, della misericordia instancabile, ma che lascia libero l’uomo di portarsi da solo fino alla perdizione. Cristo annuncia ciò, ed egli conosce ogni uomo fino in fondo; per questo ognuno deve essere sicuro che alla fine riceverà quello che si è meritato. Cristo annuncia che ci sarà una fine della storia, cioè una trasfigurazione, e che fare il bene non è la stessa cosa che fare il male (i premi e le punizioni sono solo un codice di tipo morale per fare questo discorso antropologico). Perciò aver fatto l’una cosa o l’altra conduce e condurrà a esiti diversi. Questa lettera contiene la lista delle opere buone più completa di tutte, compresa la diakoniva (di cui parlerò più avanti).

SARDI

Questa lettera mostra che bisogna essere completamente (bianco = nel profondo) puri. Non trascurare, come addormentati, nessun particolare che poi escluderà dal Regno. Forse è il personaggio dell’ipocrita, bello fuori e morto dentro, uno che ha saputo vendersi bene, si è presentato puro - e lo era all’inizio -, ha saputo sfruttare le occasioni e ricavarsi una nicchia, che però è egoistica e gli ha fatto marcire progressivamente tutto l’amore. La sua colpa è di non aver mantenuto la vigilanza; è così che ci si crea false e pericolose illusioni di potere, di sicurezza, di inviolabilità.

Contiene il giudizio più severo («e invece sei morto») e delle esortazioni molto forti (eco del linguaggio gnostico): «svegliati», «rinvigorisci», «Ricorda come... la parola, osservala», «ravvediti»; in particolare l’invito a «risvegliare quella gioia che l’accoglienza della Parola divina ha provocato in essi e di ritrovare il passato fervore» 35.

FILADELFIA

Qui possiamo immaginare un tipo di fedele che con la sua purezza, allenamento, perseveranza ha fatto grandi opere, ma nell’umiltà, ha lasciato un segno profondo, non materiale, solo con la fedeltà, la coerenza, la purezza. Il segno è che ha saputo allargare l’annuncio, coinvolgere altri, è uno aperto alla comunità, agli altri, aperto anche nel senso che sa accettare di essere umiliato dai falsi potenti, ma non cede.

Anche il personaggio di Filadelfia è positivo, come quello di Smirne. Ma quello di Smirne era il perseguitato, il povero tribolato ma puro, invece questo di Filadelfia è uno dotato, carismatico, ma che si mantiene umile. Anche per lui c’è l’ora della tribolazione, come per tutti, ma alcuni si sono preparati, con le loro "vittorie" spirituali a resistere meglio, aiutati, cioè premiati da Cristo. Chi sa vincere è amato da Cristo, onorato, ha cittadinanza piena (eterna) nel Regno di Dio e sarà difeso, preservato "nell’ora della tentazione", cioè riuscirà a trovare sempre le forze necessarie per superare le tribolazioni. Il premio sarà l’essere innalzato e il veder sottomessi i falsi potenti, proprio perché si è stati umili sempre, di fronte a tutti e così si è fatti diventare piccoli i superbi.

LAODICEA

In questa lettera si parla dei "tiepidi" (3,16): il benestante, l’arrivato, il "fortunato" che dimentica la realtà, che invece è fatta anche di prove, sacrifici, sconfitte. In realtà, insegnano i libri sapienziali, "c’è un tempo per tutto".

In 3,18 c’è il consiglio di capire la vera ricchezza: amare chi dà la vera vita, ridistribuire l’amore ogni volta che se ne ha l’occasione, sapere che abbiamo sempre bisogno di qualcosa, saper riconoscere la ricchezza [quella che ha Smirne] vera, quella spirituale anche nei ciechi, poveri, nudi, eccetera. È necessario controllarsi, guardarsi, aver cura della propria vita e aprire gli occhi.

E in 3,19 sono citati due concetti importantissimi: «Mostrati dunque zelante e ravvediti». Cioè desidera (zhvleue ou\n) la vita, l’amore, la purezza, la vittoria spirituale, come uno che veglia e ama, e sogna a occhi aperti e spera, e poi converti il tuo cuore (metanovhson) sempre dal profondo e interamente. «L’appello alla conversione è insistente, accorato. Siamo come in una liturgia penitenziale. Si tratta di cambiare davvero mentalità, di decidersi a fare il passo, ad aprire la porta. Cristo è là: bussa, attento, col suo amore insistente, implacabile e discreto» 36.

Non bisogna lasciare che la ricchezza porti a un «sentimento di autosufficienza spirituale che impedisce alla comunità di scoprire le sue tare. [...] Quelli di Laodicea hanno bisogno di un rinnovamento che permetta loro di ritrovare le vesti del battesimo» 37.

Cristo è sempre vicino a noi (3,20) e ci premia della sua presenza ogni volta che lo invitiamo nella nostra casa, cioè ogni volta che gli rimaniamo fedeli, lo riconosciamo intorno a noi, esercitiamo il giusto discernimento dei valori nel mondo.

«Le prime quattro chiese mostrano [...] la chiesa ai suoi inizi storici» quando doveva scegliere tra «il martirio a imitazione del suo Signore, o l’imitazione del mondo, la paganizzazione. Le ultime tre chiese mostrano l’esito, il lacerarsi cioè della chiesa fra le due possibilità. [...] Le lettere rivelano che il corrompimento storico della chiesa consiste nella paganizzazione. Stranamente - ma coerentemente se si pensa che nella storia si è affermata la paolina chiesa dei gentili - secondo gli interpreti l’ebraicissima Apocalisse vedrebbe invece la chiesa minacciata proprio dai giudaizzanti» 38.

ASCOLTARE LO SPIRITO

Collegato con la promessa di Cristo: «A chi vince darò...», l’altro punto importante nell’itinerario di conversione prospettato dall’Apocalisse è l’ascolto dello Spirito. C’è un’insistenza sull’importanza di saper ascoltare lo Spirito. «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alla chiesa» che nelle prime tre lettere è la premessa per una sintesi finale della lettera stessa, nelle ultime quattro è come un sigillo finale. Tra l’altro l’invito ironico «Chi ha orecchi...» sembra derivare direttamente da Gesù, non esistendo altri paralleli nell’A.T., né nella letteratura del proto-giudaismo 39.

«Le "Chiese" si identificano col gruppo di ascolto: lo Spirito parla in continuazione. Per decifrare il suo linguaggio ci vuole una sensibilità appropriata [...] Frutto e segno della nostra conversione sarà proprio l’inserimento nella vita della chiesa, la capacità di leggere i segni dei tempi in cui essa vive, di cogliere e vagliare adeguatamente i suoi problemi, di sviluppare le sue istanze: tutto questo sarà l’ascolto dello Spirito che parla alle chiese. L’itinerario di conversione presentato dall’Apocalisse trova così il suo culmine e il suo compimento. Cristo ne è il protagonista attivo. [...] L’iniziativa è stata sua, suo lo svolgimento, sua la conclusione. Noi sua chiesa non avremo che abbandonarci a lui» 40.

GLI ANGELI

I riferimenti agli angeli introducono ciascuna delle lettere. Gli angeli sono nominati 60 volte nell’Apocalisse, molto più dei demoni, dei quali ha un ruolo primario solo il capo.

Gli angeli sono modelli di comportamento 41 e il trait d’union con noi; gli uomini secondo l’angelologia biblica hanno un angelo che li regge, li ispira (la preghiera tradizionale recita «illumina, custodisci, reggi e governa me»). Ma anche le comunità possono trarre ispirazione dagli angeli. Per Cothenet gli angeli, almeno quelli delle sette chiese, sono «l’immagine dei responsabili delle comunità» 42.

Gli angeli custodiscono gli uomini (Es 23,20; Tb 5,4), come le comunità e le parti dell’universo; ma possiamo dire che, simbolicamente, rappresentano gli uomini stessi. Gli angeli che combattono in cielo contro gli angeli perversi (prefigurazione dell’Armaghedòn dei capitoli 19 e 20), possono rappresentare il combattimento non-violento che i fedeli devono compiere sulla terra. Ai fedeli viene annunciato che quell’agone verrà certamente vinto. La certezza può essere raggiunta nel momento in cui sapranno accettare la morte, il martirio senza perdere la fede, l’amore, la speranza, con noncuranza della vita (12,11): questa sarà la prova più autentica e l’autentica sconfitta dei malvagi.

ATTUALIZZAZIONI

L’attualità dell’apocalittica vale «come antidoto contro la caduta di speranza e il risucchio nell’affarismo quotidiano» 43.

Sarebbe bello cercare di trovare somiglianze ai nostri giorni con episodi, circostanze dell’epoca di Giovanni. Lo farò brevemente, consapevole che nessuna epoca è uguale alle altre (in questo senso la storia non è mai "maestra di vita"), tentando ugualmente di comprendere meglio la nostra "ora".

Quali sono le possibili attualizzazioni: quali sono le "persecuzioni" oggi? Le "tentazioni", le "idolatrie" che ci minacciano?

Oggi l’impero che domina è quello del denaro, come denuncia il missionario Alex Zanotelli, la religione dei sensi di colpa o della tradizione, che è "lettera morta" per sette persone su dieci, la commistione inconsapevole con altre religioni fino alla New Age più ingenua senza saper recuperare l’infinito bagaglio spirituale cristiano, il nazionalismo o il "continentalismo" o il federalismo («pensiamo a noi, che abbiamo già così tanti problemi»), il fare a meno della spiritualità ma non dell’oroscopo, della chiacchiere dei mass-media.

Ma, più specificamente, per le comunità cristiane oggi quali sono le tentazioni? (Ma esistono ancora comunità cristiane? Esistono ancora comunità...?)

Tra le sette cristiane o pseudo-cristiane in effetti oggi il millenarismo fiorisce rigoglioso. Nel libro di Cothenet si ricordano il Gruppo di Sant’Erme, Mahikiri, la Chiesa Universale di Dio, i Raeliani, certi Pentecostali, alcuni gruppi cattolici che sfruttano i «segreti» di Fatima o di San Damiano, e tanti altri 44. Dove si può osservare che l’idolatria in questo caso parte dallo stesso testo sacro, a cui è dato talmente tanto peso che ci si chiude in se stessi e si pensa solo alla propria salvezza, nell’attesa imminente della fine, come se fosse un’epoca di massima emergenza e ognuno fosse legittimato a badare solo a se stesso. Invece gli scritti sacri non portano mai a ciò, certamente non l’esempio e le parole di Gesù.

Oggi non è un’epoca di persecuzioni per i cristiani, almeno quelli occidentali (ma in alcuni paesi africani e asiatici ancora sì, paesi musulmani o con regimi atei).

Secondo mons. Angelo Tafi «è di sommo interesse per noi cristiani di oggi, che ci troviamo a vivere in una situazione storica per tanti versi simile a quella, prendere atto delle direttive dell’Apostolo per far fronte alla persecuzione, ai movimenti ereticali ed al lassismo morale» 45. Soprattutto la lettera alla chiesa di Laodicea «spira una vivissima attualità» perché era «ricchissima, piena d’industrie e di commerci: in essa si trovavano banche, industrie», scuole celebri, eppure «la cristianità della città delle banche è povera e miserabile» 46. Così come attualissime sono le tentazioni docetistiche e gnostiche che consistono nel rifiuto o almeno nel deprezzamento della fede a tutto vantaggio di una "conoscenza", di una "scienza" capace di dare all’uomo e la salvezza ed una maggiore soddisfazione intellettuale. Eterna tentazione dello spirito umano!» 47.

 

CAPITOLO III
Le "beatitudini dell’Apocalisse" e altri spunti spirituali

 

LE BEATITUDINI DELL’APOCALISSE

Le "beatitudini" sono forse, insieme con le lettere profetiche-pastorali, l’altro aspetto rilevante del discorso spirituale (inteso come morale soprattutto, ma non solo, anche come visione escatologica e teologica) dell’Apocalisse. Esse sono presenti all’inizio e alla fine del testo e in altri passi.

Secondo Cothenet le beatitudini dell’apocalisse 48 sono sette.

1,3: Beato chi legge, e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.

14,13: Beati fin d’ora i morti che muoiono nel Signore.

16,15: Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andare nudo e lasciar vedere le sue vergogne.

19,9: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello.

20,6: Beati e santi coloro che prendono parte alla prima resurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni.

22,7: Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro.

22,14: Beati coloro che lavano le proprie vesti: avranno parte dell’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città.

«Lungo il libro ci sono altre beatitudini che, in qualche modo, esemplificano e concretizzano la beatitudine generale dell’inizio e della fine. [...] Da queste beatitudini - che concretizzano l’ascolto e la pratica - si comprende come gli avvertimenti dell’Apocalisse siano, in definitiva, normali e tradizionali. Nulla di nuovo nella morale dell’Apocalisse. Nuovo - semmai - è l’accento, l’urgenza con cui Giovanni invita la comunità - forse scoraggiata e avvilita - a perseverare negli insegnamenti ricevuti» 49.

Nella beatitudine iniziale (1,3), cioè già nell’intestazione, e poi nella conclusione «è indicato, globalmente, l’atteggiamento di fondo che il lettore credente deve far proprio: leggere, ascoltare, mettere in pratica» che è un «prendere con coraggio, senza esitazioni, subito le proprie decisioni. [...] Soprattutto (e questo vale per il giusto perseguitato e scoraggiato) continuare nella propria strada, anche se continuamente smentita e apparentemente sconfitta» 50. Ciò è detto come una beatitudine.

Il 16,15 è un invito alla vigilanza di stile apocalittico (che è forse una glossa) 51 «Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne». La vigilanza è una virtù bidimensionale fatta di prontezza (il Signore può venire subito) e di pazienza (il Signore può tardare) come anche nel Vangelo di Marco 52. Questa dualità ha una meravigliosa valenza totalizzante, escatologica, sovratemporale.

In 19,5 è beato chi si fa servo di Dio, lo teme, in senso biblico, cioè sa di valere meno, sa stare nella propria posizione di fronte a Dio, sa essere unito a lui senza sovrapporsi e senza distaccarsi, «piccoli e grandi» che si sia e perciò è invitato al banchetto nuziale.

Le nozze dell’Agnello sono - lo dice Giovanni stesso - la trasfigurazione, come premio, delle opere dei martiri che diventano il vestito dello sposo e diventano la sposa. Chi è al banchetto è dunque stato riconosciuto, perché ha cercato Cristo.

Il concetto di opere è molto presente in tutta l’Apocalisse, altra spia che indica l’importanza della dimensione anche "pratica" del messaggio escatologico di Giovanni.

LE OPERE E LA VITA

Il capitolo 20, tanto dibattuto per gli spunti millenaristici che ha offerto a tanti entusiasti di Dio, più o meno equilibrati, nella sezione sul giudizio delle nazioni (vv. 11-15) ricorda molto evidentemente l’importanza delle opere («secondo le sue opere» , ripetuto due volte); e anche il nome del libro che contiene i nome dei salvati («libro della vita») fa pensare, se si usa un punto di vista concreto che proprio alla vita si rifà, all’aspetto della prassi di ogni credente (oltre che all’iniziativa "gratuita" - della grazia - di Dio). Quindi potremmo intendere la vita come somma delle opere che un uomo fa. Chi non vive pienamente, accettando la sofferenza perché vi riconosce Cristo che è gioia, non ha vita, non entra nel «libro della vita»

Ma va detto che è necessario rifuggire quello schema interpretativo abusatissimo (in passato e non ancora del tutto eliminato, purtroppo), che va a finire facilmente nel moralismo: contano quante opere buone si fanno - mentre invece si deve trovare la speranza anche nel male, si deve vivere l’amore anche da peccatori, si deve conservare la fede in ogni opera incessantemente; se si fanno tante opere buone si va in Paradiso - invece come ricorda Paolo (1 Cor 13,3) si può anche dare la vita, ma essere privi di amore; il Paradiso è nell’Al di là, quindi qui bisogna solo soffrire - invece Cristo è già riapparso, anzi non se ne è mai andato, e sta patendo qui con noi "già" ora e ciò è una tale consolazione, anzi una tale gioia che è il Paradiso, lo possiamo creare qui il Paradiso perché Cristo ha già iniziato il Regno (cfr. 21, 4 che può avere significato attuale).

Ma i passi con rilevanza spirituale sono tanti altri.

Dal capitolo 5 si ricava che tutti devono essere grati a Cristo che è l’unico che ha saputo accettare la morte e vincere Nessuno è degno di aprire il libro (5,2), nessuno è così puro come Cristo, nessuno è perfetto, nessuno, quindi, si illuda sulla propria condizione, tutti hanno bisogno dell’intervento di Cristo.

Ma i fedeli sono desolati e non sanno cosa pensare di Dio, che sembra permettere così grandi tribolazioni per loro. Cristo risponde di pazientare ancora (6,11), di sopportare ancora martirio e ancora e ancora. Una risposta dura (in 9,5: il tormento sarà breve ma durissimo), ma ne vale la pena. In 7,14 si ricorda la «grande tribolazione», ma subito si parla del premio, e sono citati gli eletti, i martiri premiati (7,9-17).

I SANTI

Per essi è importante avere il "sigillo di Dio" sulla fronte (9,4), che è segno di appartenenza (l’essere amati da Cristo), di potenza, di verginità (l’amare Cristo e nient’altro).

In 8,3 è descritto un atteggiamento di devozione liturgica (come in tanti altri passi). Ecco l’importanza delle «preghiere di tutti i santi» che sono efficaci mediazioni presso Dio, ma sono anche in rapporto con il giudizio di Dio.

Quali sono le caratteristiche dei centoquarantaquattromila redenti, i "vittoriosi" del capitolo 14?

C’è un accenno alla «verginità» dei martiri, da intendere sempre metaforicamente, come il non essersi mai concessi all’idolatria o all’asservimento al potere disumano, purezza totale da questi peccati, i compromessi, che sono i peggiori in ogni epoca di persecuzione. Con la bocca non hanno prodotto menzogne, cioè il loro annuncio di Cristo è stato sempre coerente con la loro vita. E «portano il nome dell’Agnello e non della bestia: loro Signore è il cristo, non Cesare. "Seguono l’Agnello dovunque vada": vivono cioè la ‘sequela’. [...] Le caratteristiche che definiscono i vittoriosi sono dunque le caratteristiche evangeliche del discepolo: nulla più e nulla meno» 53.

In 14,12-13 Giovanni ribadisce la «costanza di santi», che osservano i comandamenti e credono in Cristo. Queste loro opere li seguono per sempre, ed è la loro beatitudine, essendo il traguardo che era loro richiesto ed essendo contemporaneamente il loro premio, la gioia della fedeltà, della perseveranza, della sopportazione, della carità verso il nemico, della speranza incrollabile e incrollata.

"GIÀ" E "NON ANCORA"

I martiri, cioè i testimoni (il greco ma;rtur o ma;rtu§ significa "testimone"), sono davanti al trono (7,15 e ss.), Dio abita con loro, e lì non c’è più fame né sete...

Credo che questa immagine, come tutte le altre di tipo escatologico, deve essere interpretata come una rappresentazione della vita attuale più che di quella futura, altrimenti avrebbe minor peso spirituale, morale, parenetico. Come proiezione per il futuro, infatti, ha meno senso e diventa forse più che altro alienante. Invece è straordinario, veramente vivificante se viene intesa come profezia del presente, reinterpretazione della nostra relazione con Cristo risorto.

Direi che l’interpretazione spirituale può essere duplice a seconda di come la si voglia impostare.

Se si dà più importanza al «non ancora», Giovanni sembra dire: "Conviene essere fedeli nella prova, perché per chi perde c’è la distruzione".

A me invece piace dare più importanza al «già», perché se Cristo è «l’Alfa e l’Omega» (21,6) vuol dire che è stato sempre con noi dall’inizio alla fine. E allora vedo che Giovanni dice: "Conviene essere fedeli nella prova, perché vedi che Cristo è già qui, proprio vicino a te, che vince con te, che patisce con te, che prova e ha provato già tutto quello che provi anche tu, che ha vinto il regno perfetto e che te lo sta facendo pregustare proprio ora, qui, nella prova che si è fatta la più terribile di tutte".

Perché «c’è nella storia un disegno, che può sfuggire ai superficiali ma non ai veri credenti» 54. «La presenza e l’intimità caratterizzano l’alleanza di Dio con il suo popolo [...]. Essa sarà consumata alla fine dei tempi» (cfr. cap. 21) 55.

«In Giovanni, almeno nel vangelo, rispetto ai sinottici, notiamo un orientamento verso l’escatologia presenziale e già realizzata in Cristo. [...] Nonostante questa peculiare caratteristica, non scompaiono in Giovanni completamente gli elementi dell’escatologia apocalittica, finale e collettiva» che «sono un ricordo della predicazione storica di Gesù. [...] L’escatologia presente riflette quindi maggiormente il rapporto della singola persona con Cristo e si può chiamare anche individuale o esistenziale; l’escatologia futura con ancora qualche vestigio di elementi apocalittici riflette più il rapporto della comunità o del mondo nel suo insieme con Cristo. Giovanni è colui che attesta nel modo migliore la tensione fra il "già" e il "non ancora"»; ciò corrisponde anche alla «tensione fra persona singola e comunità» 56.

GARA E VITTORIA

Sigillo, trombe, angeli sterminatori (capitolo 6 - 9) danno l’idea di prove continue e durissime da sopportare. Come dire che la vita sarà una gara durissima per chi vuole vincere. Tutto questo tema della gara spirituale, così caro anche a Paolo, è stato ripreso e amatissimo dai Padri della chiesa e soprattutto dal monachesimo (l’!avskhsi§), da quello primitivo del deserto egiziano e siriaco fino a oltre il medioevo.

«Nell’Apocalisse di Giovanni "vincere" vuol dire andare incontro a, e quindi subire, il martirio; vincere comporta l’essere vinti pubblicamente in presenza dei governanti terreni che capovolgono il significato della realtà, del potere e della verità» 57. Ciò è descritto nella lettera a Filadelfia.

TESTIMONIANZA

La sorte dei due testimoni/profeti rappresenta «il compimento della missione profetica dei cristiani annunciata in Ap 10,11» 58. Tutti i cristiani dunque sono chiamati a rendere testimonianza a Dio, hanno compito profetico e di testimonianza e ciò comporta gioie e dolori: tutti i cristiani che tentano di annunciare con la vita il Vangelo hanno sperimentato l’«amarezza di viscere» e «in bocca» la dolcezza del miele (10,9-10).

Testimonianza è un concetto chiave dell’Apocalisse: in quattro passi (1,9; 6,9; 12,17; 19,10 ripetuto nel 22,9) è ribadito l’obbligo di annunciare Cristo anche se "sotto processo", testimoniando fatti concreti e realtà vissute personalmente, fino alla sofferenza, al pagare di persona. Tutta l’Apocalisse quindi invita al martirio, esorta ad accettare il martirio senza perdere la fede, a non perdere la speranza. La rete di concetti chiave è: "martirio" - "fedeltà" - "vittoria".

In 22,18-19 il comando (di Gesù stesso) di non modificare quanto rivelato nel libro è coerente con il dovere di testimoniare fedelmente, senza mentire su alcuna cosa (altrimenti si ricade nell’idolatria), presente in tutto il libro.

C’è un progressivo sterminio dell’umanità (che è solo simbolico, dunque spirituale), perché in realtà rimane tantissima umanità sempre da punire. E nonostante lo sterminio micidiale molti non rinunciano a fare il male («prestar culto ai demoni» 9,20 per esempio). Dunque si descrive un’umanità composta da uomini santi, pochi, e altri uomini talmente dediti al male, talmente asserviti e vigliacchi, da non prestare attenzione nemmeno ai segni più tremendi. I malvagi giungono a festeggiare la morte di chi è venuto a raddrizzarli (11,10); perfino bestemmiano Dio «a causa dei dolori e delle piaghe» (16,11 e 21): consigli molto espliciti a saper sopportare le prove, come nella settima lettera, a Laodicea («Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo» 3,19). Anzi, le prove sono un aiuto e, accettandole liberamente, si potrà gustare l’amicizia di Cristo.

In 22,11 il tempo della mietitura e della glorificazione dei "testimoni" è talmente vicino che i perversi e gli impuri possono anche continuare a esserlo, tanto «qualunque sia la condotta dell’uomo, il piano divino si compirà» 59. Mi pare un richiamo alla meditazioni bellissime dei sapienziali, per esempio Siracide 11,14 «Bene e male [...] tutto proviene dal Signore» nel senso di Qoelet 3,1-8: c’è «un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace»; «per ogni cosa c’è il suo momento».

Ciò, lungi dal giustificare i malvagi, dà invece a chi ama la Verità, il Verbo, eppure è sempre inadeguato a raggiungerlo, la certezza di essere compreso nel progetto di pienezza, nonostante tutto. E la rivelazione finale «Sì, verrò presto» (22,20) non fa che accrescere questa gioia, questa certezza, questa speranza, questa pienezza.

Dunque davvero c’è un messaggio pieno di beatitudine nell’ultimo libro del Nuovo Testamento.

IL POTERE E L’IDOLATRIA

Altro passo interessante per un discorso spirituale è il capitolo 13, quello delle due bestie. Vi si rappresenta, con la solita ricchezza e stranezza di immagini, il potere politico e idolatrico, il potere divinizzato, prima, che seduce e inganna gli uomini con il suo potere (13,3b-4) ed essi la lasciano eliminare i santi e unanimemente le si sottomettono: invito preciso a rimanere sempre liberi dal potere.

Poi, altro pericolo, il potere ideologico e falsamente profetico che serve solo, in realtà, ad appoggiare le nefandezze del potere politico (quello che hanno fatto e ancora fanno in qualche luogo schiere di intellettuali nei regimi tirannici, asservendosi al potere e manipolando le coscienza delle persone semplici, quando non sono sterminati dallo stesso regime...).

Nell’immagine della prostituta del capitolo 17 c’è una sarcastica e beffarda rappresentazione del potere ipocrita, bestemmiatore, lussurioso e ebbro, «prototipo della perversione idolatrica», «contraffazione dell’autopresentazione di Dio» 60.

«L’idolatria può dunque manifestarsi in due modi, nel rifiuto di Dio e nella degradazione di Dio. La prima forma trova la sua radice nel desiderio di indipendenza [...] La seconda forma consiste nel degradare l’idea di Dio, costruendola a nostra immagine, a servizio - ancora una volta - di quei falsi valori (privilegi, ideologia, strutture) che diventano, appunto, i "veri signori". [...] A questo punto è anche facile comprendere il legame tra idolatria e opere malvagie. [...] Ne sono la conseguenza» 61.

Dal capitolo 18 c’è un invito a non essere corresponsabili di creare un covo dove attecchiscono malvagi, idolatri, seguaci del demonio.

Inoltre in 18,6: «Pagatela con la sua stessa moneta» sembra l’invito a opporsi ai malvagi (ma più al peccato che al peccatore) con la stessa furbizia che essi usano per le opere malvagie, e anzi a essere ancora più furbi di loro («il doppio dei suoi misfatti»), riuscire a trasformare in una condanna, un peso, una colpa, il loro lusso, la gloria, il potere. Ma più che altro, come al solito, dovrebbe valere l’interpretazione escatologica: la ricchezza di ora, alla luce della fine dei tempi cioè del compimento finale cioè del vero senso della storia, non vale niente e anzi si rivelerà essere stato un inganno e un ostacolo alla realizzazione dell’amore di Cristo.

Noi potremmo trovarci un consiglio molto attuale: di fronte all’impero del denaro, alla tirannia del mercato, all’idolatria dei mass-media, i fedeli di Cristo, che amano il suo ammaestramento e lo cercano preferenzialmente nei poveri, dovrebbero boicottare tanta parte del mercato internazionale (cfr. 18,11) che si basa sullo sfruttamento dei poveri, dai palloni di calcio cuciti da bambini al caffè importato sempre più caro, dall’ipocrisia degli scambi finanziari in borsa alle percentuali destinate da industriali e nazioni alla produzione di armi (è di questi giorni l’incidente tra India e Pakistan sui - costosissimi - esperimenti nucleari!).

Nei lamenti su Babilonia (18,9-24), città che rappresenta la capitale dell’impero romano sono affrescate molte attività umane (soprattutto i vv. 22-23), tante illusioni e aspirazioni, tanti risultati della civiltà che, però, se deformati e pervertiti dall’asservimento al potere mistificatorio dell’idolatria, diventano nulla, diventano fumo allucinatorio, diventano colpa e corresponsabilità nel diffondere a propria volta l’idolatria e porteranno certamente, prima o poi, alla punizione, cioè al disinganno e alla consapevolezza («Guai, guai») di aver perso la gara, perso Cristo, perso la vita, che non ritorna, anche perché avvertimenti e segni ne erano stati dati tanti.

«Roma dunque è vista non solo come una città idolatra, ma come un centro di irradiazione dell’idolatria [...] anche nel senso di una concezione pagana dell’esistenza, dalla concezione dello Stato all’accumulo delle ricchezze. [...] I diversi aspetti della sua colpa» sono «l’arrogante presunzione della propria forza e l’invincibilità (18,7), il lusso (18,16), l’organizzazione commerciale a servizio del consumismo e dell’accumulo della ricchezza (18,19), l’esclusione dal proprio orizzonte di ogni autentico riferimento a Dio, lo spregio della vita umana ("schiavi e vite umane"), la violenza e la persecuzione (18,24)» 62.

Nella seconda parte del capitolo 19 si ribadisce che Cristo (19,11 «ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava...») combatte solo con la purezza, la fedeltà le verità e la giustizia, la forza della parola: così devono fare i suoi testimoni di fronte al male, non cedere mai alla violenza, anche se occorre, invece, essere furbi e astuti.

La potenza, anche quella militare, del coraggio, della tecnica («dei cavalli e dei cavalieri»), del numero, è nulla di fronte alla verità, alla testimonianza della Verità, di colui che è jo lovgo§ tou~ qeou~.

Infatti il falso profeta cade, il falso non può essere scambiato mai fino in fondo con la verità. C’è sempre il momento, prima o poi (lo stagno di fuoco è la seconda morte, cioè la rovina radicale), in cui vince, nel mondo la verità dell’amore, della purezza, della perfezione spirituale, di Dio.

Giovanni sperimenta la tentazione di adorare l’angelo che annuncia, ma questi gli ricorda che, di fronte a Dio, siamo tutti servi, così distanti dalla potenza di Dio, che tra gli uomini e gli angeli non c’è molta differenza. Ma sono servi veri, amati da Cristo solo quelli che «custodiscono la testimonianza di Gesù» (19,10, ripreso in 22,9).

«L’Apocalisse insegna che solo il vero Dio deve essere onorato. Solo Dio, non gli uomini» 63, lo si vede in molti passi durissimi con il potere, e nemmeno si possono adorare le creature sovrannaturali.

Gli ultimi capitoli del libro sono quelli con la più forte pregnanza antropologica e di senso, della storia, della morte, della grazia, dei meriti dell’agape. E si ribadisce per l’ultima volta che la condizione per entrare nella pienezza (la nuova creazione), cioè nella verità, nella beatitudine (già attuale - ribadisco - infatti nella città celeste non c’è tempio, Dio stesso è il santuario, e infatti Cristo ha dichiarato che è con tutti i credenti da quando è risorto), è che bisogna essere fedeli a Cristo («chi sarà vittorioso»), mentre gli idolatri sono esclusi. E la fedeltà può essere riconosciuta da ogni parte del mondo (le porte aperte per accogliere da ogni direzione).

Gli ultimi capitoli sono anche quelli che rivelano la vera ricchezza e il vero fulcro di tutto il messaggio del libro: la speranza. «Gesù Cristo con la sua morte e risurrezione, non solo ha vinto le potenze del male e la morte, ma ha inaugurato il tempo e la condizione definitivi della salvezza per tutti quelli che, mediante la fedeltà, anche ad alto costo, lo seguono. Questo messaggio si speranza sta alla base di un sano ottimismo dei credenti. Essi però sanno che lo scontro con le potenze del male e il rischio della seduzione idolatrica sono realtà presenti e attive fino al compimento della storia» 64.

Gli ultimi capitoli hanno senso solo se sono la spiegazione di quello che si può pregustare già qui sulla terra se si sa accettare la fedeltà a Cristo con quello che comporta. In Marco, infatti, troviamo scritto: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o madre o padre o figli o campo a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già nel presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzione, e nel futuro la vita eterna» (10,29-30).

Ma vita eterna significa "vita piena", ed è già piena qui (anche se non ancora compiuta), dice Marco e dice anche l’Apocalisse (cfr. anche Mt 28,20 «.. sono con voi tutti i giorni...»).

Ecco che allora i fedeli, i martiri, i testimoni, che sono profeti «vedranno» (22,4) e vedono la sua faccia e «porteranno il suo nome sulla fronte» e lo portano, quando patiscono per causa sua e sperimentano ciò sulla loro carne.

In 21,8 (ripreso in 22,15 e prima, brevemente, in 21,27) c’è un piccolo elenco di comportamenti esplicitamente condannati: «i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri e tutti i mentitori», per i quali ci sarà la seconda morte.

Cito ancora dal Cantico di frate sole di Francesco d’Assisi (che vale come una summa teologico-pratica): «Laudato si', mi' Signore, per sora nostra morte corporale, / da la quale nullu homo vivente pò skappare: / guai a quelli che morranno ne la peccata mortali; / beati quelli che trovarà ne le tue sanctissime voluntati, / ka la morte secunda no 'l farrà male».

 

CONCLUSIONE
Un messaggio chiaro: riconoscere la propria ora

Il messaggio spirituale dell’apocalisse è di un tipo particolare ed è in fondo semplice e lineare; è un messaggio di fedeltà, speranza, perseveranza, ma detto con immagini vivacissime (si potrebbe paragonare quello stile a un film di Eizenštein, dove senza bisogno di parole e spiegazioni, bastano le immagini, dure, bellissime, retoriche, violente, dinamiche, a comunicare le azioni e le emozioni).

L’autore ci dice: se amate cristo perché vi siete scoperti amati da lui, siategli fedeli, anche nelle prove, anche quelle più dure, perché così, vinta la gara, il premio sarà ed è enorme.

È un messaggio presente abbondantemente nella Bibbia. La particolarità qui sta nel linguaggio figurato e simbolico, nella forza delle immagini, terrificanti o sublimi, e soprattutto, forse, nel fatto che, scritto per ultimo, erede di tutta la tradizione scritturistica, l’Apocalisse è la summa, il gioiello più elaborato e più splendido.

Volerci trovare per forza, per scelta accademica, una pregnanza spirituale o morale o parenetica è un po’ una forzatura, di fronte alla centralità dei temi della natura divina di Cristo risorto, della beatitudine del regno, del giudizio di Dio. Avrebbe senso solo se si tiene conto, in ogni momento della ricerca, che la dimensione spirituale è solo un aspetto, non il più importante, e che per capire in pieno la profondità di tale messaggio bisognerebbe giocare contemporaneamente molte carte: la cristologia dell’Apocalisse, l’ecclesiologia, il giudizio di Dio e la teologia della storia, il simbolismo, le citazioni veterotestamentarie, l’escatologia, l’antropologia, la demonologia e l’angelologia, tutti temi fondamentali. Sembra strano che così tanti temi siano contemporaneamente importanti in esso, ma la ragione è che si tratta di un’opera profetico-apocalittica e la più grande del genere, una visione che scardina la logica, la delimitazione razionale della riflessione teologica (che da alcuni è ritenuta addirittura una "scienza").

Secondo Vanni il tema teologico di fondo è che «la chiesa, purificata, riconosce la sua ora», cioè «la comunità ecclesiale, situata nello sviluppo lineare della storia della salvezza fra il "già" e il "non ancora", si mette anzitutto in uno stato di purificazione interiore, sottomettendosi al giudizio della parola di Cristo. [...] In questa situazione di purificazione avvenuta, sarà in grado di comprendere, mediante una riflessione di tipo sapienziale attuata in un contesto liturgico, la sua ora in rapporto alle forze esterne ostili, e di agire in conseguenza» 65.

«Senza una prospettiva escatologica, una religione non può dirsi compiuta» 66. E proprio l’Apocalisse qualifica il Cristianesimo unificando «storia e profezia insieme, vicenda vissuta e da vivere, tempo passato, tempo presente e tempo futuro, descrizione di un’economia cosmica dai princìpi del mondo alla sua fine e alla comparsa dei cieli nuovi e delle terre nuove» 67. Ecco allora il messaggio spirituale; più che una parenesi morale è un discorso di senso: ogni azione che facciamo ha radici nel passato, nell’Origine, si riflette sulla fine dei tempi, lì dove bene e male, tempo e sovra-tempo si riuniscono e completano e attinge e compartecipa della resurrezione di Cristo dalla morte per la nostra salvezza che è sempre attuale.

Concludo con le parole di Adriani: «Soltanto con l’Apocalisse il Cristianesimo chiamava il mistero della Pentecoste, della spirituale plenitudo temporum, al mistero dell’ultimo giorno, al tempus kat’exochén del trionfo definitivo di Dio. Soltanto con l’Apocalisse il Cristianesimo era opus perfectum» 68.

 

BIBLIOGRAFIA

FONTI

Bibbia per la formazione cristiana, Bologna, EDB, 1994

La Bibbia concordata, a cura della Società Biblica Italiana, A. Mondadori Editore, 41973

La Bibbia di Gerusalemme, Bologna, EDB, 51982

Novum Testamentum graece et latine, a cura di Nestle - Aland, Libreria Editrice Vaticana 1979

SAGGI CRITICI E DI ESEGESI

AA.VV., L’Apocalisse, a cura dell’Associazione Biblica Italiana (Studi biblici pastorali, 2), Brescia, Paideia Editrice, 1967

Adriani M., La cristianità antica. Dalle origini alla «Città di Dio», Istituto di cultura Nova Civitas, 1972 (in particolare il capitolo L’Apocalisse giovannea, pp. 213-223)

Bianchi E., L’apocalisse di Giovanni. Commento esegetico-spirituale, Comunità di Bose, Edizione Qiqajon, 1988

Charlesworth J. H., Gesù nel giudaismo del suo tempo, alla luce delle più recenti scoperte, Torino, Claudiana, 1994

Cothenet É., Il messaggio dell’Apocalisse, Leumann, LDC, 1997

de La Potterie I., L'apocalisse, in Introduzione al nuovo testamento, a c. di G. Rinaldi - P. De Benedetti, Brescia, Morcelliana, 1971, pp. 923-940

Fabris R., L’Apocalisse di Giovanni. Dispensa per l’Issr di Udine, ad uso degli studenti, a.a.1996/97

Maggioni B., L’Apocalisse. Per una lettura profetica del tempo presente, Assisi, Cittadella Editrice, 1994

Oepke A., jApokaluvptw, in «Grande lessico del nuovo testamento», a cura di F. Montagnini - G. Scarpat - O. Soffrotti, Vol. V, Brescia, Paideia, 1969, coll. 82-161

Quinzio S., Un commento alla Bibbia, Milano, Adelfi Edizioni, 1991 (in particolare il capitolo L’Apocalisse, pp. 789-820)

Segalla G., San Giovanni, Fossano (Cuneo), Editrice Esperienza, 1972

Vanni U., Apocalisse. Una assemblea liturgica interpreta la storia, (LoB 2.15), Brescia, Queriniana 1982

Wikenhauser A., Introduzione al Nuovo Testamento, Brescia, Paideia, 1966 (in particolare il capitolo L’Apocalisse, pp. 468-492)

 

 

NOTE

Nota 1 Per le informazioni fondamentali sulla datazione, sull’attribuzione, sul genere letterario, sullo stile, tutti i testi indicati in bibliografia danno esaurienti spiegazioni.

Nota 2 AA.VV., L’Apocalisse, a cura dell’Associazione Biblica Italiana, 1967, p. 9.

Nota 3 La Bibbia di Gerusalemme, 1974, p. 2625.

Nota 4 Ibidem.

Nota 5 Maggioni B., L’Apocalisse. Per una lettura profetica del tempo presente, 1994, p. 8.

Nota 6 La Bibbia concordata, 41973, p. 2030.

Nota 7 La Bibbia di Gerusalemme, 1974, p. 2623.

Nota 8 Ibidem, p. 2624.

Nota 9 Oepke A., jApocaluvptw, in «Grande lessico del nuovo testamento», 1969, col. 151.

Nota 10 Bibbia per la formazione cristiana, 1994, p. 2052.

Nota 11 Adriani M., La cristianità antica. Dalle origini alla «Città di Dio», 1972, p. 218, dove cita uno studio di Sickenberger (1938).

Nota 12 Charlesworth J. H., Gesù nel giudaismo del suo tempo, alla luce delle più recenti scoperte, 1994, p. 56

Nota 13 Ibidem, p. 60. Nel libro ci sono delle bellissime pagine sull’apocalittica, sul rapporto tra essa e Gesù, tra essa e l’escatologia.

Nota 14 Ibidem, p. 64

Nota 15 La Bibbia concordata, 41973, p. 2032.

Nota 16 de La Potterie I., L'apocalisse, in Introduzione al nuovo testamento, a c. di G. Rinaldi - P. De Benedetti, 1971, p. 937 s.

Nota 17 Ibidem, p. 938.

Nota 18 Ibidem.

Nota 19 Ibidem, p. 939 s.

Nota 20 Ibidem, p. 929 s.

Nota 21 Ibidem, p. 933.

Nota 22 Ibidem, p. 927.

Nota 23 Bianchi E., L’apocalisse di Giovanni. Commento esegetico-spirituale, 1988, p. 21.

Nota 24 Ibidem, p. 26.

Nota 25 Wikenhauser A., Introduzione al Nuovo Testamento, 1966 p. 488.

Nota 26 Fabris R., L’Apocalisse di Giovanni. Dispensa per l’Issr di Udine, a.a.1996/97, p. 4; nelle precedenti c’è una sintesi delle diverse interpretazioni nella storia.

Nota 27 Ibidem, p. 7.

Nota 28 Cothenet É., Il messaggio dell’Apocalisse, 1997, p. 37.

Nota 29 de La Potterie I., L'apocalisse, op. cit., p. 927.

Nota 30 Bianchi E., L’apocalisse di Giovanni, op. cit., p. 48.

Nota 31 Fabris R., L’Apocalisse di Giovanni, op. cit., p.7.

Nota 32 Maggioni B., L’Apocalisse, op. cit., p. 40 s. Faccio notare che, anche recentemente, si è accusata l’Apocalisse di aver fondato l’antisemitismo cristiano (e quindi anche quello nazista), come anche le lettere di Paolo; ma è facile fa notare che Paolo stesso, come gli Apostoli, è rimasto un ebreo osservante e che la città santa è Gerusalemme, non Roma che è la Babilonia corrotta, per Giovanni.

Nota 33 Sono illuminanti, per fare solo qualche esempio e giustificare così la mia scelta, i lavori del teologo Drewerman (sulla storia di Tobia, eccetera), oppure quello straordinario confronto tra Vangelo e psicanalisi che fece la psicanalista francese Dolto nel 1977.

Nota 34 Nel Cantico di frate sole, 1224.

Nota 35 Cothenet É., Il messaggio dell’Apocalisse, 1997, p. 48.

Nota 36 Vanni U., Apocalisse. Una assemblea liturgica interpreta la storia, 1982, p. 77.

Nota 37 Cothenet É., Il messaggio dell’Apocalisse, 1997, p. 52.

Nota 38 Quinzio S., Un commento alla Bibbia, Milano, Adelfi Edizioni, 1991, p. 796.

Nota 39 Cfr. Charlesworth J. H., Gesù nel giudaismo del suo tempo, op. cit., p. 228.

Nota 40 Vanni U., Apocalisse, op. cit., p. 78 s. Questo saggio ha una particolare forza di attualizzazione e di penetrazione spirituale del testo giovanneo.

Nota 41 Ho dedicato a questo tema tutto il secondo capitolo della mia tesi di laurea; cfr. Vaglieri E. M., L'opera di Diadoco di Fotica tra storia della 4 teologia e storia della mentalità religiosa (tesi di laurea in filosofia), Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Bologna, a.a. 1990/91.

Nota 42 Cothenet É., Il messaggio dell’Apocalisse, 1997, p. 36.

Nota 43 Fabris R., L’Apocalisse di Giovanni, op.cit., p. 3 (Introduzione all’apocalittica).

Nota 44 Cothenet É., Il messaggio dell’Apocalisse, 1997, p. 5 (Introduzione).

Nota 45 AA.VV., L’Apocalisse, a cura dell’Associazione Biblica Italiana, 1967, p. 170.

Nota 46 I bidem, p. 171 s.

Nota 47 Ibidem, p. 170.

Nota 48 Cothenet É., Il messaggio dell’Apocalisse, 1997, p. 126.

Nota 49 Maggioni B., L’Apocalisse, op. cit., p. 18 s.

Nota 50 Ibidem, p. 17.

Nota 51 Fabris R., L’Apocalisse di Giovanni, op. cit., p. 18.

Nota 52 Cfr. Maggioni B., L’Apocalisse. Per una lettura profetica del tempo presente, 1994, p. 11.

Nota 53 Ibidem, p. 137 s.

Nota 54 Ibidem, p. 9.

Nota 55 La Bibbia di Gerusalemme, 51982, p. 2657 in nota.

Nota 56 Segalla G., San Giovanni, 1972, p. 149 s., che ha pagine profonde sulla spiritualità di Giovanni, ma soprattutto del vangelo e delle lettere.

Nota 57 Charlesworth J. H., Gesù nel giudaismo del suo tempo, op. cit., p. 57

Nota 58 Fabris R., L’Apocalisse di Giovanni, op. cit., p. 15.

Nota 59 La Bibbia di Gerusalemme, 1982, p. 2660 in nota.

Nota 60 Fabris R., L’Apocalisse di Giovanni, op. cit., p. 19.

Nota 61 Maggioni B., L’Apocalisse, op. cit., p. 87.

Nota 62 Ibidem, p. 194.

Nota 63 Maggioni B., L’Apocalisse, op. cit., p. 48.

Nota 64 abris R., L’Apocalisse di Giovanni, op. cit., p. 24.

Nota 65 Vanni U., Apocalisse, op. cit., p. 19.

Nota 66 Adriani M., La cristianità antica, op. cit., p. 214.

Nota 67 Ibidem, p. 221.

Nota 68 Ibidem, p. 223.

 

 

ultimo aggiornamento 08-Feb-2001

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