CONSULENZA
EDUCATIVA
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Facoltà di Teologia dell’Italia Settentrionale
Istituto Superiore di Scienze Religiose - Udine
LA COSCIENZA
e le prospettive della ricerca
nel campo della Neurofilosofia
Tesi
per il Magistero in Scienze Religiose
di:
Enrico M. Vaglieri
Relatore:
prof. Claudio Freschi
Anno Accademico 1999/2000
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INDICE
Presentazione - Abstract
Introduzione
Per un nuovo paradigma di indagine della coscienza
parte prima
Definizioni e storia del concetto di coscienza
I Etimologia di "coscienza" e ambiti di significato
Nel senso comune, *
- Nella filosofia, *
- Nella riflessione morale, *
- Nella psicologia e psicoanalisi, * - Nella riflessione
sociale, * - Nelle
scienze mediche, * -
Nella letteratura, *
- Come disagio esistenziale, * - Nei
linguaggi tecnici, *
- Nelle altre lingue, * -
Termini e significati correlati, *
II La coscienza nella riflessione filosofica
III La coscienza nella psicologia, nella psichiatria e
nella neurologia
La coscienza nella psichiatria, *
IV La coscienza nell'etica, nel pensiero biblico, nella
teologia morale e nella mistica
La coscienza nel pensiero biblico, * - La coscienza
nell'evoluzione della teologia morale: dalla "sinderesi" alla
"conscientia", * - La coscienza nella
mistica, *
V La coscienza nell'occultismo, nell'esoterismo, nella New
Age e nell'indagine sul paranormale
L'ipnosi regressiva e la metempsicosi, *
parte seconda
Neuroscienze e neurofilosofia: le prospettive della ricerca
VI La dimensione della coscienza nelle neuroscienze
Rodolfo Llinas e il funzionamento della coscienza, * - Herber Simon: la mente, la
ricerca e il computer, *
- Pierre Changeaux:
infanzia e maturità del cervello, * - La
psiconeuroimmunologia, * - È possibile
definire l'intelligenza?, *
- Coscienza, sonno e sogno, *
VII La neurofilosofia tra esplorazione e critica
epsitemologica: limiti e potenzialità del dialogo tra neuroscienze e filosofia
Le teorie della coscienza tra concezioni naturalistiche, riduzionismo e
metafisica, *
- I "qualia", *
VIII Appunti su
alcune teorie contemporanee della coscienza
Ignacio Matte Blanco e la mente asimmetrica, * - Daniel C. Dennett e la
visione cognitivista della coscienza, * -
Karl R. Popper e
il mondo delle idee, * -
Fabrizio Desideri e lo sviluppo della coscienza tra l'io e l'altro, *
IX Due tentativi discutibili di teorizzazioni psicologiche
della coscienza e altri assai pregevoli di matrice cristiana
La "psicologia cristiana" di Giovanni Petrocchi, * - La "psicologia
coscienziale" di Ermelindo Maimone e Fernando Ficoneri, * - Una plausibile
correlazione tra psicanalisi e verità di fede: alcuni esempi. Françoise Dolto e
"La psicanalisi del Vangelo", * - Giacomo Daquino, * - Victor Frankl, *
parte terza
Per una teoria spirituale della coscienza
X La genesi della coscienza umana
XI Dalla sundevresi§ al coscienzialismo: alcune
questioni ancora aperte sulla coscienza
XII Una riflessione personale: la coscienza come "origine"
e "unità" dell'essere umano
Conclusione
Coscienza, salvezza e benessere
Bibliografia
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Presentazione - Abstract
Nell'introduzione dirò che il concetto
di coscienza è presente in tutta la storia della filosofia e della scienza,
molto attuale e vastissimo; ma stanno cambiando e devono cambiare i paradigmi
della ricerca. Più che la conscience (per dirla con gli inglesi) ora si
indaga la consciousness . Quello su cui metterò l'accento è la necessità
di recuperare la dimensione spirituale della coscienza, senza per questo cadere
in anacronistiche nostalgie metafisiche.
Nella parte prima, quella più generale,
esamino l'etimo di coscienza, l'uso del concetto nelle espressioni comuni, che
tuttavia contengono molti paradigmi del concetto filosofico, i termini
corrispondenti nelle altre lingue, le espressioni idiomatiche e la presenza del
concetto nella letteratura; poi le definizioni di coscienza in varie
discipline, dalla filosofia (con brevi cenni storici), alla psicologia (e
psicoanalisi), alla psichiatria (medicina, patologie ecc.), fino all'etica,
alla teologia morale, alla mistica e all'esoterismo. Ne uscirà un inventario
di significati del concetto.
Nella parte seconda parlo delle
neuroscienze. La ricerca ferve ed è affascinante. Il materiale più recente l'ho
trovato grazie a Internet.
Illustro le prospettive della neurofilosofia che da cinque
o dieci anni al massimo è la nuova frontiera della "scienza della
mente". Esse in realtà sono limitate perché, volendo coniugare la
rilfessione filosofica con i risultati delle ricerche nueroscientifiche, sono
ancorate a queste ultime, che in questo momento non possono ancora dire nulla
di definitivo, completo, organico e soddisfacente sulla coscienza. Nessuno può
azzardare una teoria completa; quindi la neurofilosofia si limita a riflessioni
metodologiche ed epistemologiche.
Esamino alcune teorie sulla coscienza - tra tutte quelle
esistenti - che mi hanno colpito: gli studi di Matte Blanco, Dennett, Popper e
Desideri. Commento inoltre due libri anomali, che sono esempi di tentativi di
teorizzazione molto discutibili: poca bibliografa, buone intuizioni di fondo,
ma sviluppate in modo discutibile, percorsi metodologici inefficaci che mi
servono per capire cosa evitare nel cercare una mia strada di indagine e
riflessione.
Cito però anche altri studi molto acuti, di matrice
cristiana (F. Dolto, V. Frankl).
lla parte terza, quella più personale, metto
a confronto tutti gli stimoli precedenti.
Cito le ricerche neuropsicologiche sull'origine della
coscienza nel bambino (che unitamente alle indagini dei primi capitoli potebbe
formare una sorta di "storia della coscienza"), perché
l'aspetto che indico come "cifra" della coscienza è proprio il suo
essere "origine" dell'uomo, inteso come totalità, di essere l'unità
radicale, profonda e originante dell'uomo.
Ciò nel tentativo - se non di fondare una teoria della
coscienza, cosa oggi impossibile - di ridare vigore, nell'ambito della
neurofilosofia, a una teoria spirituale della coscienza.
Recupero le riflessioni della filosofia antica (la sunevide§is) e di quella scolastica (la sinderesi, parte
perfetta dell'anima), concetti che appoggiano la mia tesi della coscienza come
"luogo di incontro con l'assoluto". E accenno al movimento del
coscienzialismo.
Nella conclusione dirò quanto la riflessione
sulla coscienza possa servire per migliorare la vita, essere più consapevoli,
apprezzare le potenzialità non solo intellettive e morali, ma anche di
esseri-che-si-sanno.
Procederò nell'indagine con andamento concentrico, a
partire dalla parola "coscienza" indagando tutto attorno verso
l'universo di significati e di significato che le appartiene.
Ma, se si osserva da un altro punto di vista, sembrerà
l'opposto: da una quantità ampia di discipline, ambiti di significato e usi del
termine, mi muoverò verso un'unità teorica, un tentativo di visione personale
della coscienza, la coscienza come "origine" totale dell'uomo.
Introduzione
Per un nuovo paradigma di indagine
della coscienza
Che cos’è la coscienza?
Nel 1866 Thomas Huxley ha scritto: "Come avvenga che
qualcosa di così notevole come uno stato di coscienza sia il risultato della
stimolazione del tessuto nervoso è tanto inspiegabile quanto la comparsa del
Genio nella favola, quando Aladino strofina la lampada" . Tale
considerazione a distanza di oltre un secolo rimane ancora valida e lo rimarrà,
con ogni probabilità, ancora per molto tempo.
Che cosa è la coscienza?
Di fronte a questa domanda attualmente – e questo è l’assunto
di base della mia dissertazione – nessuno è in grado di fornire una teoria
della coscienza che spieghi esaurientemente e definitivamente la sua natura e
il suo funzionamento.
L’unica cosa che si può fare oggi è esaminare i diversi
tentativi di teorie che sono stati elaborati, analizzarne i limiti, elaborare
riflessioni metodologiche ed epistemologiche – ed è tutto quello che finora
riesce a fare la neurofilosofia.
Ecco spiegata la scelta del titolo della presente ricerca:
"La coscienza e le prospettive della ricerca nel campo della
neurofilosofia".
Tuttavia numerosi scienziati sostengono che arriverà il
giorno in cui si potrà descrivere in modo esauriente la natura e il
funzionamento della coscienza.
Decisamente quel giorno decreterà il più grande e straordinario
passo in avanti per l’umanità, perché tale scoperta rivoluzionaria – conoscere,
interpretare, utilizzare la mente umana – permetterà interventi, miglioramenti,
progressi attualmente inimmaginabili (se non nella letteratura
fantascientifica). Tali saranno i progressi per l’umanità e le potenzialità di
intervento e innovamento rese possibili, che una parte dell’umanità risulta già
spaventata da questa prospettiva.
Le nuove tecnologie di indagine
Perché si può affermare che si arriverà a conoscere il
funzionamento della mente e della coscienza? "Nel corso degli anni '80,
sono diventate disponibili nella pratica clinica tecniche prive di rischio che
permettono di ottenere immagini del cervello umano in vivo. Questa rivoluzione
nella diagnostica per immagini cominciò con lo sviluppo della tomografia
computerizzata (TAC) all'inizio degli anni '70 seguita dalla tomografia ad
emissione di positroni (PET) e dalla risonanza magnetica nucleare (RMN). Ognuna
di queste tecniche ha dato i suoi contributi specifici: la Tac e la RMN per la
produzione di immagini sofisticate, in vivo, e la PET per le immagini della
funzione cerebrale misurate in termini di attività chimica locale, del
metabolismo (cioè l'utilizzazione dell'ossigeno e del glucosio) e del flusso sanguigno"
[Gregory, EOM, 1991, p. 399] .
Attraverso le nuovissime tecnologie di indagine, in
primis la Tomografia ad Emissione di Positroni (PET), nei laboratori si
stanno svolgendo studi molto importanti e si sta raccogliendo una mole
ingentissima di osservazioni sul funzionamento del cervello, alla ricerca della
definizione dell’intelligenza e della mente. È per questo che si intravedono
già ora possibilità di teorizzazioni , e si giustifica la speranza di poter
arrivare, prima o poi, a delle teorie efficaci ed esaurienti.
Ciò non significa necessariamente tornare a una mentalità
scientistica e positivistica. Esistono ormai decine di posizioni teoriche
diverse, con molteplici sfumature, dal dualismo alla negazione della coscienza,
dallo spiritualismo al materialismo puro con una gamma ampia di sfumature -
come si vedrà nei capitoli dedicati al concetto di coscienza nella
neurobiologia, nella medicina e nella storia delle teorie che hanno cercato di
spiegarla.
I molti campi d'indagine sulla coscienza
Della coscienza si occupano molte discipline, scientifiche
e umanistiche:
- la filosofia (in particolare la gnoseologia, la
filosofia della scienza, la filosofia morale)
- il senso comune (coscienza come consapevolezza di sé e
di ciò che sta intorno),
- l'etica (coscienza come capacità di valutazione delle
azioni),
- la teologia morale (coscienza come immaginaria sede del
senso morale dell'uomo, voce della coscienza, le coscienze illuminate
non accettano di piegarsi), e la mistica
- la psicologia nella sue varie branche di applicazione e
di studio,
- la neurobiologia, la medicina (perdere coscienza),
- la giurisprudenza (caso di coscienza,
obiezione di coscienza),
- la politica (coscienza civile),
- la sociologia (coscienza di classe),
- la letteratura (flusso di coscienza) ,
senza parlare del campo in continua crescita e così tanto
ambiguo qual è quello dell'esoterismo, la psicologia transpersonale, la New age
e i "neoorientalismi" di vario genere.
Per alcuni di questi campi d'indagine - non certo tutti -
vorrei esporre in estrema sintesi i risultati attuali delle ricerche , per poi
dedicarmi a un approfondimento secondo il punto di vista della filosofia e con
un'attenzione particolare per la neurobiologia.
È evidente dunque come il tema della coscienza metta in
gioco una costellazione di altri temi e termini (tra gli altri mente, anima,
intelligenza, cuore, io, eccetera) che non si possono trascurare, ma che
complicano l’indagine .
Un inventario di significati e definizioni
È interessante la possibilità di fare un inventario –
senza pretesa di esaustività - delle definizioni di
"coscienza", confrontarle e ottenere nuove indicazioni, almeno di
tipo epistemologico o filosofico. E quello filosofico – o meglio
neurofilosofico – sarà il taglio principale della dissertazione.
Non c'è filosofo che non abbia detto la sua sulla
coscienza (di veda il capitolo specifico in cui ne parlo), uniche eccezioni i
primi filosofi greci .
I pensatori e gli studiosi, quando si sono avvicinanti al
tema della coscienza, per prima cosa hanno chiarito e rigettato gli errori
(atteggiamento basilare della riflessione filosofica) appartenenti alle epoche
precedenti [si veda Dennett, 1993, Desideri, 1998, ecc.] e poi hanno formulato
nuovi tentativi di teorizzazione della coscienza.
Possiamo però a ragione affermare che niente di ciò che è
stato mai detto sulla coscienza basti a descriverla e spiegarla.
Ma proprio l’aver assunto questo punto di vista
costituisce un ulteriore problema. Perché oggi non è più possibile analizzare
la mente prescindendo dalle neuroscienze.
Gerald Edelman ha dichiarato: "Sono convinto che non
sia possibile comprendere la mente, se non attraverso l’elaborazione di un
modello neuroscientifico fondato su una teoria a base evoluzionistica"
[Carli, 1997, p. 8].
La presente dissertazione indaga e appoggia l’approccio
multidisciplinare al problema della coscienza. Tale approccio appare ormai
largamente condiviso ed è l’unica strada che possa portare a solidi risultati
in questa indagine.
Ritengo che sia necessario oggi reinterpretare tutto ciò
che è stato detto sulla coscienza in base anche a questo importante criterio:
verrà confermato dalle prossime indagini encefalografiche e neurobiologiche?
Buona parte delle antiche e moderne teorie sulla coscienza
rimarranno utili solo per la storia della filosofia, così che - come avviene
per la scienza - anche le teorie filosofiche possano risultare una buona volta
false e falsificabili, secondo l'insegnamento di K. Popper.
Si sta imponendo dunque una nuova disciplina al posto della
filosofia della coscienza: la neurofilosofia. Ad essa, ai suoi limiti, alle sue
prospettive, dedicherò ampio spazio.
La scelta del tema di questa dissertazione risiede anche
nell’importanza che il concetto di coscienza ha nella riflessione spirituale,
religiosa e morale. Come a dire che ha contribuito a sviluppare nei secoli la
riflessione sulla dignità dell’essere umano.
La coscienza è un concetto presente in tutta la storia
dell'uomo, se non altro inteso come consapevolezza di sé, dalla riflessione
veterotestamentaria alla religiosità dell'antico Egitto, dal greco "Conosci
te stesso" al pensiero cristiano, dalle religioni orientali alla
riflessione umanistica, su su, attraverso filosofi e pensatori e teologi fino a
un emblematico personaggio dei nostri giorni, discusso ma affascinante, padre
Antony De Mello, il cui libro più famoso (ma non l'ha scritto lui, è solo la
redazione di appunti delle sue conferenze) si intitola originariamente "Awareness"
ed è tutto dedicato al risveglio cioè al "divenire consapevoli di
sé".
La coscienza nello sviluppo dell'umanità
Il concetto di coscienza - ovvero la percezione di sé,
l'autorappresentazione, la riflessione su di sé o tutte le altre definizioni
con le quali la si è descritta - è stato sempre al centro della riflessione
umana. L'indagine su di esso ha attraversato epoche, teorie, con risultati tra
i più diversi (dalla negazione della coscienza alla sua esaltazione metafisica
o ideologica), ma non c'è dubbio che si siano registrati alcuni grandissimi
salti di qualità.
La sua importanza affonda le radici nel concetto di
"persona" creato e sviluppato dal cristianesimo. Si è ingigantita
soprattutto dalla fine del medioevo, con la Riforma e durante i secoli delle
guerre di religione. Ha ricevuto dalla psicanalisi la conferma che prima di
ricorrere alla teoria medioevale (e già platonica) e secentesca della mente che
riflette il pensiero di Dio, vale la pena di indagare nel "profondo",
dove si scopre una "vita" totalmente diversa da quella cosciente (da
alcuni definita asimmetrica a differenza dell'altra che è simmetrica ) e di una
natura che tende a riportarci alle origini e quindi tendenzialmente oltre la
storia, oltre l'ambiente, verso l'istinto, verso il "gene", verso il
"divino". Ha una grande rilevanza oggi quando dobbiamo affrontare
scelte etiche e bioetiche complesse: dalla clonazione alla procreazione
artificiale, dalle biotecnologie alle relazioni internazionali.
Il più grande salto di qualità nell'indagine sulla
coscienza si registra proprio oggi, negli ultimi venti anni del secolo XX (gli
anni del crollo delle ideologie...), quando si è potuto iniziare a utilizzare
apparecchiature sofisticatissime per esaminare l'attività cerebrale. Le
neuroscienze hanno assunto in ogni direzione un peso enorme. Decine di
laboratori nel mondo stanno utilizzando queste tecniche di indagine con le
quali stanno raccogliendo informazioni abbondantissime ed estremamente
specifiche.
Ecco come si potrà in un tempo futuro (non occorreranno
secoli, ma forse solo qualche decina d'anni, data l'accelerazione della ricerca
scientifica dovuta ai calcolatori) perfezionare altissimamente la conoscenza,
la teorizzazione e la definizione di coscienza.
Tuttavia la coscienza rimane un problema e quasi
certamente sarà sempre un problema: non riusciremo mai a capire completamente
quel quid in più che caratterizza la mente.
Si pensi al fatto che si calcola che nel cervello
risiedano 100 miliardi di neuroni e ogni neurone è capace di 10.000 contatti
con altre cellule nervose.
Per quanto riguarda la densità, i contatti vengono stimati
nell'ordine di 500 milioni per millimetro cubo di sostanza grigia. E si è
calcolato che tutte le fibre di un solo cervello unite insieme, danno la
lunghezza di 500.000 chilometri .
La corteccia cerebrale ricopre i due emisferi e ha uno
spessore di tre millimetri; se fosse distesa avrebbe la superficie di quattro
fogli di carta da lettera.
Una finestra sull'anima
Lo studioso francese Jean-Pierre Changeux, in una recente
libro scritto a quattro mani con Paul Ricoeur , afferma che i nuovi strumenti
quali la tomografia a emissione di positroni, la risonanza magnetica e gli
sviluppi dell’encefalografia hanno aperto una "finestra sull'anima"
tale che "se si fosse messa la testa di santa Teresa d'Avila
nell’apparecchio per la tomografia durante le sue estasi mistiche, si sarebbe
capito se aveva, sì o no, delle allucinazioni o se era, più o meno, in preda a
crisi epilettiche" [cfr Avvenire, 6 maggio 1999, p. 21].
L’obiettivo delle ricerche di Changeaux potrebbe essere
"andare alle radici del pensiero al di fuori di ogni metafisica".
Infatti, per esempio, per Changeux, il premio Nobel John Eccles è "uno
degli ultimi neurobiologi a credere nella separazione tra mente e cervello (per
Eccles mente era sinonimo di anima), mentre è necessario il
massimo rigore critico verso qualsiasi segno dello Spirito, sia pure anche
hegelianamente inteso.
Ricoeur obietta a Changeux che, utilizzando in modo così
discriminato la nozione di allucinazione, si ha un discorso neuronale ricco e
un discorso psicologico povero.
Invece bisogna trovare le intersezioni tra il neuronale e
lo psichico.
Ma è possibile? Sì se le rispondenze sono semplici, se
entra in campo la coscienza, quella che Ricoeur chiama "esperienza
integrale", una esperienza psicologica talmente globale da risultare
neurobiologicamente indecifrabile. Infatti la complessità entro cui ci si muove
è "strabiliante".
Changeux ammette che il contributo delle neuroscienze è
modesto se riferito all'elaborazione di una morale.
"Qualcuno potrebbe sostenere che, nonostante gli
sviluppi [...] della nostra capacità di ricostruire una mappa funzionale del
cervello umano, è virtualmente impossibile che la PET riveli gli elementi
neuronali coinvolti in questi cambiamenti e quindi essi contribuiscono poco
alla nostra comprensione di come il cervello funziona. Sembra giusto presumere,
tuttavia, che una volta che la PET ha identificato sicuramente una specifica
area del cervello umano responsabile di un ben definito tipo di funzione, [...]
si può ricorrere ad altre tecniche neurobiologiche per studiare l'esatta natura
del processo. Sia i ricercatori clinici che gli studiosi del cervello si
avvantaggeranno di un'interazione complementare di questo genere"
[Gregory, EOM, 1991, pp. 403-404].
In questi anni sta avvenendo qualcosa di importante, sta
iniziando l'indagine neurologica che influenzerà e trasformerà completamente le
ricerche dando enormi contributi per risolvere il mind-body problem .
In particolare gli ultimi dieci/venti anni del XX secolo
hanno visto una produzione enorme di (tentativi di) teorie unitarie della
coscienza e del problema del rapporto mente-cervello.
Si è scoperto, per esempio, che l'ascolto di un racconto
in una lingua sconosciuta mostra attive solo le cortecce auditive mentre lo
stesso racconto, ripetuto nella lingua nota, accende un gran numero di aree
cerebrali.
Esiste nella nostra corteccia una "geografia della
comprensione" vera e propria.
La coscienza tra ricerca scientifica e riflessione
teologica
Il tema della coscienza è il più attuale per le
neuroscienze e la filosofia e tante altre discipline correlate o conseguenti.
Ian Barbour, docente di fisica e teologia del Carleton
College, Minnesota, erede forse del pensiero di Teillhard de Chardin, ha detto
recentemente: "La scienza solleva questioni etiche alle quali da sola non
è in grado di rispondere. Questo è vero sia per la fisica che per la biologia.
Si pensi alle sfide della genetica o dell'intelligenza artificiale. Oggi le
maggiori minacce alla dignità umana vengono da questi ambiti di ricerca, perché
la clonazione, la manipolazione genetica e la robotica sfidano la nostra
comprensione della natura umana. Ma l'essere umano è più del suo codice
genetico. Siamo potentemente influenzati dai nostri geni, ma siamo anche
persone responsabili. Il Dna non spiega ogni cosa, e il nostro cervello non è
un computer" [cfr Avvenire, 6 maggio 1999, p. 21].
Alla ricerca di creare una relazione e una collaborazione
tra scienze e teologia, Ian Barbour, impegnato in ciò da moltissimi anni,
propone che il dialogo tra le due comunità, quella scientifica e quella
religiosa, si basi su uno dei tanti modelli teologici che la cristianità ha
offerto per pensare Dio e il mondo: la process theology, la teologia del
processo. "Questa teologia parla di Dio come un partecipante attivo nella
comunità cosmica. Creazione e redenzione sono due aspetti di una sola azione
divina che non è ancora finita. Dunque possiamo parlare di una storia che, come
un arco, include da una parte il pilastro della creazione del cosmo, dalle
particelle elementari all'evoluzione degli esseri viventi, e dall'altra il
pilastro dell'alleanza biblica e di Cristo, con un posto in esso per le storie
delle altre tradizioni religiose" [cfr Avvenire, 6 maggio 1999, p.
21].
E continua "La "teologia del processo"
offre una comprensione ecologica ed evolutiva della natura come sistema
dinamico e aperto, caratterizzato da diversi livelli di organizzazione,
attività ed esperienza. Evita ogni dualismo tra mente e corpo, tra umanità e
natura, tra mascolinità e femminilità. E offre la più ampia base per una
responsabilità verso il creato" [cfr ibidem].
Queste idee Barbour le ha elaborate soprattutto in due
libri: La religione nell'età della scienza (1990) e L'etica nell'età
della tecnologia (1993).
Il progresso medico ha permesso una rinnovata speranza
nella ricerca sulla natura della coscienza ma anche altri interessanti
sviluppi, per esempio la definizione del problema spinoso di cosa sia e di
quando avvenga precisamente la morte. Tale ricerca ha una rilevanza clinica
urgentissima in tema di espianti di organi vitali.
Sarà anche molto importante conoscere i risultati del
Progetto genoma, che a detta dei più ottimisti, saranno forse disponibili già
tra una decina d'anni e potranno essere utilizzati in ogni campo della medicina
e delle scienze del corpo umano, compresa la neurologia. E proprio
l’intescambio tra le acquisizioni dell’indagine sulla corteccia cerebrale e le
conoscenza genetiche permetterà straordinari progressi alla cosiddetta scienza
della mente.
L'argomento stesso di questa dissertazione costringe a non
poter dire nulla di nuovo, fintanto che le nuove apparecchiature e le ricerche
già così numerose non forniranno dati e interpretazioni efficaci. Ma credo che
i risultati non si faranno attendere molto. Bisognerà metterli insieme e
interpretarli.
Secondo i ricercatori si potrebbe localizzare con
precisione la sede dell’intelligenza umana, senza ricadere nella pretesa di
trovare un luogo nel cervello per ogni dimensione dell’intelligenza, dell’anima
o della mente. E senza trascurare l’assunto universalmente accettato, secondo
cui la mente è il risultato di un’attività integrata e associativa di
moltissime parti della corteccia cerebrale .
È da auspicare dunque che la filosofia incontri di nuovo
la scienza e sposi un metodo empirico, senza tradire quanto appreso nei
millenni sulla trascendenza dell’uomo. Era già successo molte volte, con
Aristotele, alla fine del medioevo (R. Bacone), nell'illuminismo e ora, dopo la
pausa dell'idealismo (Hegel), nel XX secolo.
Ma è necessario un nuovo paradigma di indagine. Proprio a
illustrare questa necessità è dedicata la presente ricerca.
La difficoltà dell’indagine sulla coscienza
Secondo R. L. Gregory [Gregory, 1991, pp. 181-186] la
coscienza "è la proprietà allo stesso tempo più ovvia e più misteriosa
della nostra mente. Da un lato, che cosa potrebbe essere più certo o evidente
per ciascuno di noi del fatto di essere un soggetto di esperienze, di godere di
percezioni e sensazioni, di provare dolore, di avere idee e di decidere in
maniera consapevole? D'altra parte, che cosa mai può essere la coscienza? Come
possono i corpi fisici nel mondo fisico contenere un simile fenomeno? La
scienza ha rivelato i segreti di molti fenomeni naturali inizialmente
misteriosi - il magnetismo, la fotosintesi, la digestione, anche la
riproduzione - ma la coscienza sembra profondamente differente da tutti questi
… Qualsiasi caso particolare di coscienza sembra avere un osservatore favorito
o privilegiato, il cui accesso al fenomeno è del tutto diverso, e migliore,
rispetto a quello di qualsiasi altro, indipendentemente dagli strumenti che
egli possiede.
Per questo e altri motivi, non solo fino a ora non abbiamo
una valida teoria della coscienza, ma anche manchiamo di una descrizione di
base chiara e non controversa del fenomeno presunto" [Gregory, 1991, p.
181].
Alcuni sono arrivati al punto di negare che ci sia
qualcosa defínibile con questo termine. Evidentemente la concezione che noi
abbiamo di essa è lacunosa e si devono riconsiderare le assunzioni che ci
inducono a supporre che esista un fenomeno unico e familiare.
Il problema principale dunque è quello epistemologico:
qual è il modo giusto di indagare la coscienza?
Una teoria generale accettabile sulla posizione della
mente nella gerarchia naturale deve necessariamente e sistematicamente
correlare tre fattori apparentementre disparati: l'organizzazione funzionale,
la costituzione fisica e l'apparenza soggettiva. Al momento sappiamo qualcosa
di come quersti tre fattori siano correlati nella percezione sensoriale
dlel'uomo e, piuù in generale, nella percezione del dolore dei mammiferi.
Abbiamo inoltre una visione parziale di altri aspetti dell'attività mentale,
tanto nell'uomo che ina ltri animali. "Eppure non abbiamo ancora neanche
un embrione di teoria generale che spieghi perché una determinata operazione
fisica del sistema nervoso centrale umano produca un determinato tipo di vita
cosciente. Fino a quando la teoria della mente non includerà una teoria della
coscienza, saremo sprovvisti di basi per disquisire sulla possibilità o
impossibilità di creare sostrati fisici della mente alternativi, diversi dai
familiari esempi biologici. E attualmente non abbiamo idea di cosa sia in
generale alla base del prodursi di processi coscienti" .
Un ambito molto interessante da indagare - lo farò nel
primo capitolo - è quello delle descrizioni implicite nel significato
quotidiano del termine.
Quando si prende in considerazione il problema della
coscienza vengono sollevate domande sconcertanti: gli altri animali sono dotati
di coscienza? Essi sono coscienti nel nostro stesso modo? Un computer o un
robot può essere cosciente? Una persona può avere pensieri inconsci, o dolori o
sensazioni o percezioni inconsce? Un bambino è cosciente al momento della
nascita o prima? Quando sogniamo siamo coscienti? Un essere umano può contenere
in un solo cervello più di un soggetto o ego o agente cosciente?
Certamente, risposte valide a queste domande dipenderanno
soprattutto dalle scoperte sperimentali sulle abilità comportamentali e sulle
circostanze interne delle varie entità che si propongono come ipotetici
candidati per la coscienza, ma per ognuno di questi reperti sperimentali
possiamo chiedere: qual è la sua importanza per il problema della coscienza e
perché? Queste domande non sono direttamente empiriche, ma concettuali, e la
risposta ad esse non si presenta in alternativa o in contrapposizione alla
risposta a domande empiriche, ma come un loro presupposto essenziale, o almeno
un loro accompagnamento.
Punto di vista "interno" ed "esterno"
sulla coscienza
"Il nostro comune concetto di coscienza sembra legato
a due serie distinte di considerazioni che possono essere grossolanamente
indicate con le espressioni "dall'interno" e
"dall'esterno".
Dall'interno la nostra stessa coscienza sembra ovvia e consistente:
sappiamo che attorno a noi e anche all'interno del nostro corpo avvengono molti
eventi di cui siamo del tutto inconsapevoli o incoscienti, ma nulla potrebbe
essere conosciuto più intimamente da noi di quelle cose di cui siamo
individualmente coscienti. Quelle cose di cui sono cosciente e il modo in cui
ne sono cosciente determinano in che cosa consiste essere me stesso. Io so in
un modo che nessun altro può provare che cosa significa essere me stesso.
Dall'interno, la coscienza sembra essere un fenomeno tutto o nulla, una luce
interna che è accesa o spenta. È vero che talvolta siamo assonnati o distratti
o addormentati, e occasionalmente possiamo anche godere di una coscienza
abnormemente aumentata, ma quando siamo coscienti, il fatto di essere coscienti
non ammette gradazioni" [Gregory, 1991, p. 182].
Secondo una certa prospettiva la coscienza sembra essere
una proprietà che separa l'universo in due tipi di "cose"
profondamente diverse: quelle che la possiedono e quelle che non la possiedono.
Quelle che la possiedono sono soggetti, esseri per i quali le cose possono essere
in un modo o in un altro, esseri che hanno un significato. Non ha nessun
significato essere un mattone o un calcolatore tascabile o una mela; queste
cose hanno un interno, ma non il tipo giusto di interno, nessuna vita
interiore, nessun punto di vista.
"Quando si considerano questi altri (altre persone o
altre creature), le si considerano necessariamente dall'esterno, e
allora varie loro proprietà osservabili e definibili ci colpiscono in quanto
rilevanti per la questione della loro coscienza. Gli esseri reagiscono con
discernimento agli eventi che cadono sotto i loro sensi: riconoscono oggetti,
evitano circostanze dolorose, imparano, progettano, e risolvono problemi.
Manifestano intelligenza". Ma mettere la questione in questo modo potrebbe
essere considerato un modo di pregiudicare il problema. Parlare dei loro
"sensi" o di circostanze "dolorose", ad esempio, suggerisce
che abbiamo già risolto il problema della coscienza.
"L'ovvia supposizione è che i vari indici
"esterni" siano segni o sintomi più o meno affidabili della presenza
di quel qualcosa che ogni soggetto cosciente conosce dal- l'interno. Ma come si
potrebbe confermare questo? Si tratta del famoso "problema delle altre
menti". Sembra che nel proprio caso personale si possa osservare
direttamente la coincidenza della vita interna con i propri talenti,
osservabili all'esterno, di discriminazione percettiva, di analisi
introspettiva, di azione intelligente e così via. Ma se ognuno di noi vuole
progredire rigorosamente oltre il solipsismo, dobbiamo riuscire a fare qualcosa
che è apparentemente impossibile: confermare la coincidenza tra l'interno e
l'esterno negli altri. Il fatto che essi ci dicano che anche nei loro casi
personali questi aspetti coincidono, non serve, formalmente, poiché non ci dà altro
che un'ulteriore prova della coincidenza dell'esterno con l'interno: le
capacità percettive e così via vanno normalmente di pari passo con le capacità
di analisi "introspettiva". Se un robot abilmente progettato potesse
(apparentemente) parlarci della sua vita interiore (potesse cioè produrre tutti
i suoni appropriati nei contesti appropriati), sarebbe corretto ammetterlo nel
gruppo di privilegiati? Forse sì, ma come potremmo dire di non essere
ingannati? In questo caso la domanda da porsi sembra: quella speciale luce
interna è davvero accesa o all'interno non c'è altro che buio? E questa domanda
sembra senza risposta. Quindi, forse abbiamo già fatto un passo falso"
[Gregory, 1991, pp. 181-182].
L’uso dei pronomi "noi" e "nostro" e
la tranquilla accettazione di essi, rivela che noi non prendiamo sul serio il
problema delle altre menti, per lo meno per noi stessi e per gli esseri umani a
cui normalmente ci associamo.
Unica possibilità: l'indagine empirica
Un recente tentativo di definire la coscienza in termini
oggettivi è quello di E.R. John (1997), secondo il quale la coscienza è
"un processo in cui informazioni su singole modalità multiple di
sensazione e percezione vengono combinate in una rappresentazione
multidimensionale unificata dello stato del sistema e del suo ambiente, e
integrate con informazioni sulle memorie e le necessità dell'organismo,
generando reazioni emotive e programmi di comportamento per adattare
l'organismo al suo ambiente".
Stabilire che questo processo interno ha luogo in un
particolare organismo è presumibilmente un compito difficile, ma chiaramente
empirico. Supponiamo che sia completato con successo per qualche essere: tale
essere è, secondo questa descrizione, cosciente. Qualsiasi appropriata
spiegazione scientifica del fenomeno della coscienza deve inevitabilmente
prendere questa decisione dottrinaria di pretendere che il fenomeno sia
considerato come obiettivamente osservabile, ma ci si può ancora chiedere se,
una volta fatto questo passo, il fenomeno veramente misterioso non sfugga.
Per John Locke, e per molti filosofi dopo di lui niente
era più essenziale per la mente della coscienza, e più in particolare
dell'autocoscienza. La mente con tutte le sue attività e i suoi processi era
considerata trasparente a se stessa; nulla era nascosto alla sua visione
interna. Per vedere che cosa succedeva nella mente di una persona, bastava
soltanto "guardare" - "guardare introspettivamente" - e i
limiti di quello che si scopriva in questo modo erano rappresentati dai confini
stessi della mente. La nozione di pensiero o percezione inconscia non
era nemmeno presa in considerazione, oppure, se lo era, era scartata come una
sciocchezza incoerente e contraddittoria.
John Locke, l'incomprensibilità dell'inconscio…
Per Locke, in realtà, restava un serio problema, quello di
come descrivere tutte le memorie di un individuo come presenti con continuità
nella sua mente, anche quando non erano "presentate alla coscienza"
con continuità.
L'influenza di questo punto di vista è stata così grande
che quando Sigmund Freud inizialmente ipotizzò l'esistenza di processi mentali
inconsci, la sua proposta si scontrò generalmente con un atteggiamento di aspro
rifiuto e incomprensione: non era soltanto un oltraggio al buon senso, ma anche
una contraddizione, affermare che ci potessero essere idee e desideri inconsci,
sentimenti inconsci di odio, schemi inconsci di autodifesa e vendetta. Ma Freud
si guadagnò dei seguaci. Infatti, quando si vide che questo modo di pensare
avrebbe permesso di spiegare psicopatologie altrimenti inesplicabili, questa
"impossibilità concettuale diventò un punto di vista perfettamente
accettabile per i teorici [Gregory, 1991, p. 183].
Il nuovo modo di pensare era anche rafforzato da un
elemento a suo sostegno: ci si potrebbe appellare a una variazione per lo meno
blanda del credo di Locke immaginando che questi pensieri, desideri e schemi
"inconsci" appartengano all'altro se stesso presente nella
psiche. Proprio come io posso tenere segreti a te i miei schemi, così il mio es
può avere dei segreti rispetto al mio io.
"Siamo arrivati ad accettare senza la minima traccia
di incertezza una serie di affermazioni riguardo al fatto che l'analisi delle
informazioni avviene dentro di noi anche se è assolutamente inaccessibile
all'introspezione. Non si tratta dell'attività inconscia repressa del tipo di
quella scoperta da Freud, attività svolta al di fuori della "vista"
della coscienza, ma semplicemente attività mentale che è in qualche modo sotto
o al di là dell'ambito della coscienza.
Freud sostenne che le sue teorie e le sue osservazioni
cliniche gli davano il diritto di passare sopra alle sincere negazioni dei suoi
pazienti riguardo a quello che stava succedendo nelle loro menti. Analogamente,
lo psicologo cognitivo sfoggia prove sperimentali, modelli e teorie, per
dimostrare che le persone sono coinvolte in processi sorprendentemente
sofisticati di ragionamento, di cui non riescono a dare nessuna descrizione
introspettiva. Non solo le menti sono inaccessibili a chi è all'esterno; certe
attività mentali sono più accessibili a chi è all'esterno che non ai veri
"proprietari" di quelle menti!" [Gregory, 1991, p. 184].
Nelle nuove teorizzazioni, tuttavia, gli elementi di
sostegno sono stati scartati. Benché le nuove teorie abbondino di metafore
deliberatamente fantasiose - con sottosistemi che inviano messaggi avanti e
indietro, chiedendo aiuto, obbedendo e offrendo informazioni - i veri
sottosistemi sono considerati in modo non problematico come pezzi non consci
del macchinario organico, assolutamente privi di un punto di vista o di una
vita interna, come un rene o una rotula. Certamente l'avvento di computer
"privi di mente" ma "intelligenti" ha svolto un ruolo
fondamentale in questa ulteriore dissoluzione della visione di Locke.
… e l'incomprensibilità della coscienza
Ma ora l'estremismo di Locke è stato rovesciato; se,
prima, l'idea vera e propria di un'attività mentale inconscia sembrava
incomprensibile, ora stiamo perdendo le nostre certezze sull'idea vera e
propria di attività mentale conscia. A che cosa serve la coscienza, se
un’analisi delle informazioni assolutamente inconscia, in realtà priva di
soggetto, è in linea di principio capace di raggiungere tutti gli obiettivi per
i quali si suppone che esistano le menti coscienti?
Se le teorie della psicologia cognitiva possono essere
vere per noi, esse possono essere vere anche per degli zombie o per dei
robot, e sembra che le teorie non riescano a distinguerci da essi. Come è
possibile che una semplice analisi di informazioni priva di soggetto (del tipo
di quella che, come si è recentemente scoperto, ha luogo in noi) si sommi o
crei quella particolare proprietà a cui viene così vividamente contrapposta? Il
contrasto, infatti, non è stato superato.
Karl Lashley ha provocatoriamente suggerito che
"nessuna attività della mente è mai conscia", affermazione con cui
intendeva richiamare l’attenzione sull'impossibilità di accedere all'analisi
che sappiamo deve necessariamente aver luogo quando pensiamo. Può sembrare a
prima vista che l'osservazione di Lashley annunci l'abbandono della coscienza
come fenomeno di interesse psicologico, ma il suo vero effetto è esattamente
l'opposto. Richiama inevitabilmente la nostra attenzione sulla differenza tra tutta
l'analisi inconscia delle informazioni - senza la quale indubbiamente non ci
potrebbe essere esperienza cosciente - e il pensiero conscio in sé, che è in
qualche modo direttamente accessibile.
Accessibile da parte di che cosa o da parte di chi? Dire
che è accessibile da parte di qualche sottosistema del cervello non equivale
ancora a distinguerlo da attività ed eventi inconsci, che sono pure accessibili
da parte di vari sottosistemi del cervello. Se qualche sottosistema particolare
e speciale meriti di essere chiamato se stesso, è tutt'altro che ovvio. Qualche
caratteristica dei suoi particolari scambi con il resto del sistema nervoso lo
renderebbe degno di tale nome?
Questo problema è ancora il problema delle menti degli
altri, riproposto come problema serio ora che la psicologia ha cominciato ad
analizzare la mente umana nelle sue componenti funzionali. Questo appare in
modo eclatante nei famosi casi di cervello diviso (cfr per esempio Gazzaniga,
1998; Glickstein, 1992, Vallortigara, 1997).
"Le nostre uniche capacità mentali potrebbero essere
ben prodotte da minute e circoscritte reti neuronali; e tuttavia il nostro
cervello altamente modularizzato genera in ognuno di noi la sensazione di
integrazione e unità. Come può accadere, dal momento che siamo una collezione
di moduli specializzati?
La risposta può essere questa: l'emisfero sinistro cerca
spiegazioni del perché gli eventi si verifichino. Il vantaggio di un tale
sistema è ovvio. Andando oltre la semplice osservazione dei fatti e domandando
perché si siano verificati, un cervello può affrontare meglio quegli stessi
eventi, qualora dovessero riproporsi.
Riconoscere i punti di forza e di debolezza di ogni
emisfero ci ha indotti a riflettere sulle basi della mente. Dopo anni di
affascinante ricerca sul cervello diviso, è evidente come l'inventivo cervello
sinistro, incline all'interpretazione, abbai un'esperienza cosciente assai
diversa dal veridico e "letterale" emisfero destra. Per questo
entrambi gli emisferi possono essere visti come coscienti, la coscienza del
cervello sinistro sorpassa di gran lunga quella del cervello destro. E ciò
solleva un'altra serie di questioni che basterà a tenerci occupati per altri
trent'anni" [Gazzaniga, 1998, p. 47].
Coscienza e cervelli divisi
"Non c'è niente di veramente problematico
nell'accettare il fatto che le persone che hanno subito una sezione completa
del corpo calloso abbiano due menti in un certo senso indipendenti. Non è
problematico perché ci siamo abituati a pensare alla mente di una persona come
un'organizzazione di sotto-menti comunicanti tra di loro. In questo caso, le
linee di comunicazione sono state semplicemente interrotte, rendendo
particolarmente saliente l'apparente ruolo di mente delle singole parti.
Ma ciò che resta del tutto problematico è se ambedue le
sotto-menti "hanno una vita interna". Secondo un punto di vista, non
c'è motivo di accordare una coscienza (una "vita interna" piena)
all'emisfero non dominante, poiché tutto ciò che è stato dimostrato si limita
al fatto che quell'emisfero, come molti altri sottosistemi cognitivi inconsci,
può analizzare un gran numero di informazioni e controllare in modo
intelligente certi comportamenti.
Se accordiamo una coscienza di "vita interna"
piena all'emisfero non dominante (o, più propriamente, alla persona il cui
cervello è l'emisfero non dominante), che cosa si potrà dire di tutti gli altri
sottosistemi di analisi delle informazioni ipotizzati dalla teoria attuale?
Deve essere di nuovo raccolto il suggerimento di Locke, a costo di popolare, in
senso quasi letterale, le nostre teste di innumerevoli soggetti di
esperienze?" [Gregory, 1991, p. 185].
Gregory cita gli esperimenti di J. R. Lackner e M. Garrett
su "ciò che si potrebbe chiamare un canale inconscio di comprensione delle
frasi" per mezzo di test di ascolto dicotico (i soggetti prestano ascolto,
per mezzo di cuffie, a due canali diversi).
L'influenza del canale trascurato sull'interpretazione del
segnale a cui si era prestato attenzione può essere spiegata soltanto in base
all'ipotesi che il canale trascurato sia analizzato direttamente a un livello
semantico - cioè che il segnale trascurato venga comunque compreso - ma questa
è apparentemente una comprensione inconscia di frasi!
O si dovrebbe dire che è una prova della presenza nei
soggetti di almeno due coscienze diverse e solo parzialmente comunicanti? Se
chiediamo ai soggetti in che cosa consisteva comprendere il canale trascurato,
essi risponderanno, sinceramente, che per loro non significava niente, erano
praticamente inconsapevoli di quella frase. Ma forse, come viene spesso
suggerito dai pazienti con cervello diviso, c'è in effetti qualcun altro a cui
dovrebbe essere rivolta la nostra domanda: il soggetto che ha compreso
coscientemente la frase e ha trasmesso un segno del suo significato al soggetto
che risponde alle nostre domande".
Sembra proprio che siamo tornati alla domanda senza
risposta, il che suggerisce che dovremmo trovare un modo diverso di considerare
la situazione.
Gegory prende in esame l'ipotesi "per cui ciò che
abbiamo ritenuto un unico fenomeno consista in realtà di due fenomeni piuttosto
diversi: il tipo di coscienza che è intrinsecamente legata alla capacità di
esprimere nella propria lingua naturale che cosa sta succedendo; e il tipo di
coscienza che consiste semplicemente in un'analisi intelligente delle
informazioni.
In base a questa proposta, l'aggiunta della capacità di
dare "deserizioni introspettive" cambia il fenomeno, per cui quando
ci chiediamo che cosa può dirci un delfino o un cane, o che cosa può dirci un
emisfero non dominante, se solo potessero parlare, ci interroghiamo su un
fenomeno radicalmente diverso dal fenomeno che esiste in assenza di tale
capacità linguistica.
"La differenza tra mente e materia e le modalità di
interpretazione tra le due hanno sfidato e frustrato la comprensione umana fin
da quando per la prima volta l'uomo ha incominciato a riflettere sulla propria
natura e sul significato dell'esistenza.
La comune, ingenua impressione che noi usiamo la mente per
dare inizio alle nostre azioni fisiche e per controllarle, è stata da lungo
tempo rifiutata pressoché universalmente dalla scienza, in base alla dottrina
del materialismo scientifico, che afferma che è possibile spiegare
esaurientemente il cervello, il comportamento e la realtà in termini
esclusivamente fisici, senza alcun riferimento ad agenti mentali o soggettivi.
Quanto più le neuroscienze sono progredite nello spiegare
l'elettrofisiologia, la chimica e l'anatomia dell'attività cerebrale, tanto
maggiore è diventata l'apparente dicotomia tra mente e cervello, e tanto più
inconcepibile il fatto che lo svolgimento delle funzioni cerebrali possa essere
influenzato in qualsiasi modo dalle qualità soggettive dell'esperienza
interiore" [Gregory, 1991, p. 186].
Le principali posizioni teoriche negli ultimi 50 anni
Negli anni '50 la filosofia materialistica fu
portata a un nuovo estremo con la cosiddetta "teoria di identità
psicofisica (o tra mente e cervello)". Nella semantica corrispondente, si
affermava che non esiste alcuna differenza tra mente e cervello, che essi sono
un tutt'uno, e il fatto che sembrino due cose diverse è soltanto un'apparenza,
perché abbiamo usato linguaggi e prospettive diverse nelle nostre descrizioni
obiettive e soggettive. Secondo questa teoria dell'identità, non c'è nessun
rapporto mente-cervello; esso si riduce semplicemente a uno psuedoproblema, che
presumibilmente si può risolvere con un corretto approccio linguistico.
La posizione materialista, come si è sviluppata alla fine
degli anni '60, fu esposta da D.M. Armstrong, uno dei suoi principali
sostenitori, come "l'idea che noi possiamo dare una spiegazione completa
dell'uomo in termini puramente fisico-chimici", con una "descrizione
puramente elettrochimica del funzionamento del cervello". "La mente
non è altro che il cervello"; "La vita è un fenomeno puramente
fisicochimico"; "Sembra che l'uomo non sia altro che un oggetto
fisico, dotato di proprietà soltanto fisiche".
Il riconoscimento che per le neuroscienze la coscienza è
superflua fu espresso nel 1964 dal premio Nobel Sir John Eceles: "possiamo
in linea di principio spiegare tutte le nostre attività di ricezione e di
azione in termini di attività di circuiti neuronali; e di conseguenza la
coscienza sembra assolutamente inutile! Come neurofisiologi, nei nostri
tentativi di spiegare come funziona il sistema nervoso, semplicemente non
sappiamo che fare della coscienza".
Come diretta reazione contro il punto di vista
materialista, verso la metà degli anni '60 emerse una versione modificata, mentalistica,
del concetto di coscienza e del rapporto mente-cervello. Nei tentativi di
spiegare l'unità e (oppure) la dualità dell'esperienza cosciente osservata dopo
disconnessione chirurgica degli emisferi cerebrali, si favorisce
un'interpretazione della mente cosciente secondo cui l'unità soggettiva e il
significato soggettivo erano concepiti generalmente come derivati prima di
tutto operativi o funzionali.
Si postulava che un processo cerebrale acquisisse un
significato soggettivo grazie alle modalità secondo cui agiva nel contesto
della dinamica cerebrale, e non perché fosse una copia neurale, una
trasformazione, o una rappresentazione isomorfica o topologica dell'oggetto
immaginato. Questo concetto operativo del significato soggettivo necessariamente
comportava un impatto funzionale, e perciò causale, dei fenomeni soggettivi
nella dinamica del controllo cerebrale. I fenomeni coscienti erano interpretati
come proprietà dinamiche emergenti dell'attività cerebrale stessa. Rispetto ai
meccanismi neurali da cui erano costituiti, i fenomeni soggettivi erano per
definizione "diversi, più numerosi, non equivalenti" ad essi.
L'infrastruttura neurale di qualsiasi processo cerebrale
mediatore della consapevolezza cosciente, consta di elementi all'interno di
elementi e di forze all'interno di forze, che vanno da particelle subnucleari e
subatomiche, ai livelli più bassi, sempre più in alto attraverso sistemi
molecolari e cellulari fino ai sistemi neurali, dai più semplici ai più
complessi. A ogni livello di questa gerarchia, gli elementi sono dipendenti e
controllati dalle proprietà pervasive di organizzazione dei sistemi più ampi in
cui sono incorporati.
L'interpretazione olistica
Le proprietà olistiche del sistema a ogni livello di
organizzazione hanno i loro propri ruoli causali di regolazione, che
interagiscono al loro rispettivo livello, ma esercitano anche un controllo sui
loro componenti a valle, e nello stesso tempo determinano le proprietà del
sistema di cui fanno parte. Viene postulato che ai livelli cerebrali superiori
queste proprietà emergenti del sistema comprendono i fenomeni dell'esperienza
interiore, come emergenti di ordine superiore nella gerarchia cerebrale degli
elementi di controllo.
Interpretati come proprietà olistiche dinamiche di livello
superiore, si ritiene che i fenomeni mentali controllino i loro componenti
biofisici, molecolari, atomici e altri sottoelementi nello stesso modo in cui
l'intero organismo nel suo complesso controlla il corso e il destino dei suoi
singoli organi e cellule, o esattamente come la molecola, in quanto entità,
guida tutti gli atomi e gli elettroni che la compongono e altre parti
subatomiche e subnucleari attraverso un preciso ordine spazio-temporale in una
reazione chimica.
Come avviene di regola per i rapporti tra le parti e il
tutto, si riconosce una reciproca interazione tra gli elementi neurali e
mentali: la fisiologia del cervello determina gli effetti mentali, come
generalmente si conviene; ma anche la neurofisiologia, nello stesso tempo, è a
sua volta governata dalle proprietà soggettive superiori degli eventi mentali
che la pervadono. Questi interagiscono al loro proprio livello, e in
conseguenza di ciò attivano i loro costituenti secondari nell'attività
cerebrale. Benché in parte determinate dalle proprietà dei loro componenti
neurali, le proprietà soggettive sono determinate anche dalla disposizione
spaziale e temporale dei componenti stessi. Perciò, anche le proprietà
spazio-temporali essenziali, nidificate l'una dentro l'altra,
dell'infrastruttura neuronale, così come gli elementi di massa-energia, devono
essere inclusi nella spiegazione causale.
Il risultante modello di mente-cervello, in cui la mente
agisce sul cervello e il cervello sulla mente, viene classificato come "interazionista",
in contrasto con il "parallelismo" mente-cervello o l'identità
mente-cervello. Il termine "interazione", tuttavia, non è ottimale
per indicare il tipo di rapporto proposto, in cui i fenomeni mentali sono
descritti principalmente come se sopravvivessero, anziché intervenissero, nel
processo fisiologico. Si pensa che la mente muova la materia del cervello e
governi, controlli e guidi gli eventi neurali e chimici senza interagire con i
componenti a livello dei componenti stessi, proprio come un organismo può
guidare e controllare il decorso temporo-spaziale dei suoi atomi e tessuti
senza interagire direttamente con essi.
In questo modello modificato del rapporto mente-cervello,
la coscienza diventa una componente operativa integrante della funzione
cerebrale, un fenomeno autonomo a pieno diritto, non riducibile a meccanismi
elettrochimici. Esercitando un'influenza causale di livello elevato sulla
direzione e il controllo del comportamento, la mente cosciente non è più
qualcosa che possa essere ignorato dalle neuroscienze ogniqualvolta si richieda
una spiegazione dell'attività cosciente. Si concede all'esperienza soggettiva
un'utilità e un motivo d'essere per il fatto di avere un ruolo causale
centrale, imprescindibile, nella funzione cerebrale. Si fornisce così un motivo
razionale per l'evoluzione della mente in un mondo fisico.
Un nuovo paradigma di indagine sulla coscienza
La nuova visione mentalistica della
coscienza come elemento causale si colloca in diretta contrapposizione ai
principi fondamentali della filosofia comportamentistica-materialistica.
Le due impostazioni esplicative sono diametralmente opposte e si escludono
reciprocamente.
Negli anni '70, durante la cosiddetta rivoluzione della
"coscienza" o "mentalista" (indicata anche come la
rivoluzione "cognitiva", "umanista" o la "terza"
rivoluzione), la nuova interpretazione mentalista prevalse sul comportamentismo
come paradigma dominante della psicologia.
Il passaggio dal comportamentismo al mentalismo, o
cognitivismo, consiste in un passaggio a una forma fondamentale diversa di
determinismo causale. Il tradizionale microdeterminismo dell'era
materialista-comportamentista che enfatizza il controllo causale dal basso
verso l'alto, cedette il passo a un paradigma in cui si dà priorità a un
controllo emergente dall'alto verso il basso, esercitato dalle forze superiori,
più evolute, della natura sopra le meno evolute. Nel cervello, questo significa
un controllo verso il basso dell'elemento mentale sul neuronale. Tuttavia, il
principio del controllo emergente verso il basso (indicato anche come
"interazione emergente" o "determinismo emergente") vale
per tutti i sistemi gerarchici in ogni scienza.
Il nuovo mentalismo, combinando principi di due teorie
precedentemente contrastanti, tende a conciliare poli che in passato erano
opposti, come mente e materia, fisico e metafìsico, determinismo e libera
scelta, così come "è" e "dovrebbe", fatto e valore, in una
visione unificata della mente, del cervello e dell'uomo nella natura. La nuova
posizione sembra metafisica nel suo riconoscimento degli eventi neurali,
nell'attribuire ai fenomeni soggettivi un'influenza causale e nel collocare la
mente in una posizione di controllo al di sopra della materia del cervello.
Nello stesso tempo, l'interpretazione appare materialistica
in quanto definisce i fenomeni mentali come costituiti da elementi fisici e
come inseparabili dai substrati neurali. Poiché non è né tradizionalmente
dualistico né fisicalistico, il nuovo paradigma rnentalista viene considerato
rappresentativo di una terza posizione filosofica distinta: è emergentista,
funzionalista, interazionista e monista.
Nei nuovi termini mentalisti, la scienza non postula più
che tutte le operazioni del cervello e il comportamento siano determinate in
modo meccanicistico o fisico-chimico, come nella tradizionale filosofia
materialista. Benché i meccanismi neuro-elettro-chimici sostengano e aiutino a
determinare un dato corso d'azione, la scelta dell'azione viene largamente
determinata a livelli superiori, dagli eventi mentali coscienti. La scelta
volontaria comporta l'influenza causale delle priorità dei valori soggettivi,
mentre i desideri, i sentimenti e altri fattori mentali personali sopravanzano
le forze supplementari della sottostruttura neurale. In altre parole, noi facciamo
quello che soggettivamente desideriamo fare. In questo nuovo sistema, le
decisioni liberamente prese sono tuttora causate o determinate, ma raggiungono
gradi di libertà e di autocontrollo di gran lunga superiori a quelli del
classico determiniamo meccanicistico.
Il cambiamento degli anni '70 nella condizione scientifica
e nel trattamento dell'esperienza cosciente ha implicazioni filosofiche e
umanistiche, oltre che scientifiche, di vasta portata. Al cervello delle
scienze sperimentali è stata restituita la mente. Il mondo qualitativo,
colorito e ricco di valori, dell'esperienza interiore, escluso per lungo tempo
dall'ambito della scienza dalla dottrina comportamentista-materialistica, è
stato restaurato. Il soggettivo non è più al di fuori dell'attenzione della
scienza obiettiva, né è più qualcosa tutto sommato irrducibile, in linea di
principio, alla neurofisiologia. Viene proposta un'impostazione logico
deterministica per quelle discipline che trattano direttamente l'esperienza
soggettiva, come la psicologia cognitiva, clinica e umanistica.
La teoria scientifica si è finalmente adeguata alle
impressioni dell'esperienza comune: di fatto noi usiamo la mente per iniziare a
controllare le nostre azioni fisiche.
Ricerche sull’uomo e sugli animali
È in un certo senso paradossale che gli studi più
produttivi sulle funzioni cerebrali derivino probabilmente da ricerche sugli
animali, il cui comportamento può essere studiato con una raffinatezza sempre
maggiore, ma che non sono in grado di comunicare con noi in modo molto fluente.
Al contrario, gli studi sulle funzioni cerebrali derivati dalla clinica
dipendono spesso proprio da quei metodi di comunicazione che ci è impossibile
usare con gli animali. Infatti, la maggior parte della valutazione clinica
delle capacità psicologiche di pazienti umani implica un notevole scambio
verbale tra il paziente e l'esaminatore, che si esprime spesso in una forma
ideata appositamente per rilevare le alterazioni del paziente.
"Si possono citare vari esempi, nei quali le differenze
tra i risultati delle ricerche sull'uomo e sugli animali sono apparse così
grandi da suggerire che i cervelli degli animali debbano essere organizzati in
un modo qualitativamente diverso rispetto ai cervelli umani, nonostante la loro
strettissima somiglianza anatomica" [Gregory, 1991, p. 187].
Studiando la visione e la memoria degli animali, si
presume spesso che le domande che vengono rivolte ai pazienti umani vengano
semplicemente trasformate in una forma equivalente, per quanto un po' più complicata
da trasmettere. Vista più da vicino, tuttavia, la somiglianza è tutt'altro che
stretta. L'animale rivela le sue capacità dimostrando di saper fare delle
discriminazioni tra stimoli o eventi, come di solito è stato addestrato a
dimostrare seguendo qualche regola particolare, e per cui viene ricompensato.
Anche il soggetto umano, naturalmente, discrimina tra stimoli o eventi; ma
spesso il clinico non studia la discriminazione in quanto tale, ma piuttosto
ciò che il soggetto dice a proposito di essa, come ad esempio: "Sì, ora
vedo la luce" oppure: "Posso vedere la lettera A nell'ultima
riga".
Anche quando la risposta verbale sembra essere soltanto
qualcosa di superfluo, o una facile soluzione per comunicare la risposta
discriminativa, possono sorgere seri problemi se il paziente, pur non essendo
in grado di fornire un suo commento, è tuttavia capace di fare la
discriminazione rilevante. Se si trova insomma nelle stesse condizioni di
limitazione in cui si trova un animale quando vogliamo studiare le sue capacità
visive. Ci riferiamo qui non tanto alla difficoltà relativamente banale di un
soggetto che ha, ad esempio, un'alterazione della meccanica o
dell'organizzazione del linguaggio parlato. Anche se un soggetto umano è in
grado di comunicare liberamente ed efficacemente, tuttavia egli può essere
inconsapevole della sua stessa capacità di discriminazione e perciò può non
aver nulla da comunicare come commento.
parte prima
Definizioni e storia del concetto
di coscienza
I
Etimologia di
"coscienza" e ambiti di significato
"Prima quaestio fit de terminis" dicevano
i medioevali. Dedico qualche spazio al termine "coscienza", alla sua
origine, definizione, al suo uso, ai suoi significati nei vari ambiti della
cultura, della scienza, della vita. Come fonti ho utilizzato un'ampia serie di
vocabolari, lessici specialistici ed enciclopedie di cui in bibliografia si
trova un elenco completo .
Riporto anche alcuni aforismi celebri o meno celebri, ma
comunque stimolanti, sulla coscienza .
Etimologia del termine
Coscienza deriva dal latino conscientiam, astratto
di conscire "essere consapevole" [Devoto, 1968, p. 106]
derivato di consciens coscientis, participio presente di conscire,
"essere consapevole", composto da cum- rafforzativo e scire
"sapere".
In italiano la parola ricorre dal XIII secolo [DISC,
1997]. È sostantivo singolare femminile, ha le varianti antiche o letterarie
"conscienza" e "conscienzia".
Per inventariare i molteplici significati e usi del
termine coscienza , nel linguaggio comune e in quelli specialistici, ho
utilizzato alcuni, tra i moltissimi vocabolari dizionari e lessici esistenti,
sia di tipo generale o enciclopedico, sia quelli dedicati a discipline
specifiche. Senza nominarli tutti (ma solo dove sia il caso) rimando alla
sezione della bibliografia di questa dissertazione dedicata appunto a
"Vocabolari, Enciclopedie, Lessici, Dizionari, Manuali".
Ho distinto almeno nove ambiti di significato: uno del
senso comune, uno filosofico, uno morale, uno psicologico, uno sociale, uno
neuroscientifico, uno letterario, uno esistenziale, infine i significati
tecnici specifici.
PRIMO AMBITO DI SIGNIFICATO: NEL SENSO COMUNE
Per iniziare, secondo il vocabolario di G. Devoto e G. C.
Oli [Devoto-Oli, 1992, p. 762] coscienza è "la facoltà immediata di
avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera
dell'esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o
meno vicino: aver piena coscienza della gravità del momento".
Un'altra definizione appartenente al senso comune:
"Coscienza, termine che indica la consapevolezza riflessiva che l'uomo ha
di tutti i propri stati e attività mentali: sensazioni, idee, sentimenti,
volizioni, ecc.; spesso, però, il termine designa semplicemente il complesso
degli stati e delle attività mentali di cui l'uomo è consapevole. In
quest'ultima accezione è stata di volta in volta assimilata al
"pensiero", allo "spirito", all'"interiorità", e
così via" [EE, p. 809]. Qui si fa risaltare il "sapere di sé" e
la complessità della struttura identitaria dell'uomo.
Più generalmente è la consapevolezza che
l'uomo ha di se stesso, delle proprie azioni: "il primo svegliarsi d'una
coscienza dentro il torpore della natura " (E. Cecchi)
È sinonimo di conoscenza: perder la coscienza;
fatto che è nella coscienza di tutti; aver la vaga coscienza di qualcosa, averne
qualche sentore o sospetto.
Significa anche consapevolezza valutativa,
capacità di rendersi conto: prendere coscienza delle difficoltà, aver
l’esatta c. dei propri limiti, delle proprie possibilità, dei propri limiti;
e averne una vaga coscienza, un'impressione, una sensazione confusa
SECONDO AMBITO DI SIGNIFICATO: NELLA FILOSOFIA
Il vocabolario on-line della Garzanti ricorda che
coscienza ha un significato generale legato alla riflessione filosofica e
psicologica secondo il quale sta per "consapevolezza di sé
e del mondo esterno; è la funzione psichica in cui si riassume ogni esperienza
conoscitiva del soggetto"; in senso più generico, l'insieme delle facoltà
e delle attività psicofisiche;
Sulla definizione di coscienza nella filosofia rimando al
prossimo capitolo della presente tesi, dove sintetizzo l'evoluzione del
concetto nella storia della filosofia, dalle origini alle teorie contemporanee.
In breve, però, si potrebbe dire che coscienza nel
linguaggio filosofico in generale indica il rapporto dell'io interno con se
stesso (autocoscienza) e per il quale egli può conoscersi e dare di sé un
giudizio immediato e sicuro, scoprendovi nello stesso tempo il fondamento di
ogni altra certezza.
Coscienza come nome e sostanza dell'originaria identità
personale, fucina della biografia di ciascuno, sede di rientro, ricreativa
della consistenza personale.
Autocoscienza
È interessante considerare anche il termine
"autocoscienza" dal momento che è considerato alla stregua di
coscienza [cfr EFG2, 1997, p. 75]
Autocoscienza è "la consapevolezza, sul piano
teoretico e su quello pratico, che il soggetto ha di se stesso" [cfr
Devoto-Oli, 1992, p. 262]
Autocoscienza è coscienza di sé; consapevolezza dei propri
atti, dei propri stati interiori da [http://www.garzanti.it].
Nella riflessione filosofia di Immanuel Kant
"autocoscienza" assume un significato particolare: è la coscienza
logica che l'io ha di sé come soggetto di pensiero.
E nella filosofia idealistica viene intesa come un ente
sostanziale che è a fondamento sia del pensiero sia della realtà
Nella psicologia autocoscienza è l'esperienza analitica o
genericamente psicologica del proprio io.
Aforismi filosofici sulla coscienza
La coscienza è fondamentalmente una successione di
riconoscimenti di forme (R. Thom).
Coscienza: espressione tautologica di sensazione (J.S. Miti).
La coscienza: il sentimento che l'io ha di se stesso (T. Jouffroy).
Il campo delle nostre sensazioni e percezioni sensoriali,
di cui non siamo consci, anche se indubbiamente possiamo dedurre di possederle,
vale a dire il campo delle idee oscure dell'uomo è immenso. Le idee chiare, al
contrario, coprono un numero infinitamente limitato di punti aperti alla coscienza;
di modo che in effetti sulla grande mappa del nostro spirito solo pochi punti
sono illuminati
(I. Kant).
La coscienza è l'ultimo e il più recente sviluppo
dell'organico e, di conseguenza, il meno finito e il meno potente di questi
sviluppi. Ogni estensione del sapere nasce dalla trasformazione dell'inconscio
in conscio. La grande attività fondamentale è inconscia. Perché è stretto lo
spazio della coscienza umana (L.L. Whyte).
Identica è la coscienza con l'autocoscienza, cioè distinta
e una insieme, come la vita e il pensiero (B. Croce).
L'autocoscienza e la coscienza degli altri sono
inseparabili a priori
(E. Husserl).
Se io rifletto su di me, nella mia autocoscienza mi
ritrovo vivente nel mondo (E. Husserl).
Coscienza di sé: quella operazione delle spirito con cui
distinguiamo il nostro essere dalle idee che ci occupano, così sapendo con
chiarezza quali cose stiamo facendo e che cosa ha luogo in noi (J.G. Sulzer).
Coscienza: intuizione per mezzo della quale l'uomo sente in
una certa maniera ed in modo immediato i propri stati e le proprie azioni via
via che li vive
(M. Leenhardt).
La coscienza è quella facoltà dell'uomo di contemplare ciò
che passa in lui, di assistere alla sua propria esistenza, di essere, per così
dire, spettatore di se medesimo (F.P. Guizot).
Il tempo è il nome che date voi ai moti della coscienza.
Ogni avvenimento che potrebbe accadere nello spazio e nel tempo accade ora,
subito, immediatamente. Non c’è passato, non c’è futuro. Solo il presente,
anche se noi dobbiamo usare un linguaggio basato sul tempo quando parliamo (R. Bach, Uno).
TERZO AMBITO DI SIGNIFICATO: NELLA RIFLESSIONE MORALE
Nel Dizionario di scienze dell'educazione [DSE,
1997, p. 246] la coscienza morale "comprende: i processi cognitivi, cioè
il momento di valutazione delle proprie intenzioni e azioni (conoscenza dei
principi e delle norme); l'aspetto comportamentale (agire moralmente o evitare
i comportamenti proibiti); la risonanza emotiva che il soggetto sperimenta
prima, durante e a seguito del proprio comportamento. Lo sviluppo della
coscienza segue il processo di maturazione della persona".
Coscienza è la valutazione morale del
proprio agire, spesso intesa come criterio supremo della moralità nelle
espressioni: agire con coscienza (o secondo coscienza); essere di c.
elastica, venire a compromessi con la propria c.; avere, non avere c.; esame di
c., in coscienza.
Si tratta dell'esame delle proprie azioni
sotto il profilo morale e religioso (specialmente come preparazione al
sacramento della penitenza);
Sentirsi, avere la c. tranquilla, pulita: non sentirsi colpevole di nulla; per
scarico, per sgravio di c., per evitare il benché minimo rimorso futuro; togliersi
un peso dalla coscienza, mettersi la coscienza a posto, in pace,
eliminare il senso di colpa, riparando a un errore o a un'omissione, liberarsi
da un rimorso.
Avere qualcosa sulla c., sentirsi colpevole;
Mettersi qualcosa sulla c., commettere un fallo più o meno
grave (ma mettersi qualcuno sulla c., addirittura ammazzarlo);
Aver la c. sporca, essere colpevole; una cattiva coscienza, un peso
sulla coscienza, sentire la responsabilità di una qualche colpa;
Si metta una mano sulla c., esortazione rispettosa a
considerare le proprie responsabilità o a riconoscere eventuali torti;
Caso di c., quesito di ordine morale che un soggetto ponga a se
stesso.
Essere senza coscienza, privo di scrupoli
Agire contro coscienza, contro le proprie convinzioni morali; venire a
patti con la (propria) coscienza, scendere a compromessi con i propri principi
morali, un caso di coscienza, da giudicarsi in base al proprio senso
morale.
Sentimento, consapevolezza del bene e del male, conoscenza
dei valori morali
che ciascun individuo (in quanto capace di ripiegarsi su sé stesso e farsi consapevole
di sé nei propri rapporti con gli altri) ha dei valori morali: coscienza
limpida, retta; scrupolo, rimorso di coscienza; esame,
obiezione di coscienza, agire secondo coscienza, fare come la
coscienza detta, ascoltare la voce della coscienza, seguire un
preciso dettato etico
Ancora il Devoto Oli ricorda che coscienza è la zona
o contenuto spirituale rispetto a cui fanno capo e sono valutate le
opere individuali: la tranquillità della c. era l'elemento più importante
per la felicità (Svevo); custodire qualcosa nell’intimo della propria c.
Coscienza è ogni individuo come entità morale:
un'epoca di travaglio per le coscienze più sensibili.
E ancora probità, rettitudine,
umanità: gente senza c.; oggi non c'è più la c. di una volta.
Coscienza si riferisce alla personalità morale,
spirito, mente: educò la coscienza di molti; un
maestro, una guida delle coscienze.
In tutta coscienza, sta per sinceramente, onestamente.
Nella teologia morale
In teologia morale, coscienza è il giudizio pratico
e immediato che l'intelletto, alla luce di principi morali
generali, pronuncia sui singoli atti concreti.
Coscienza naturale è quella che si basa su norme di etica naturale; soprannaturale
quella che poggia sulla legge rivelata da Dio agli uomini.
Il termine coscienza è comunemente usato per designare lo strato
più profondo della personalità dell'uomo da cui trae origine la
moralità. Esso è poco presente nella Bibbia che privilegia altri termini come
"cuore" e "spirito" [Piana, EC, 1997, p. 191].
San Paolo fa ripetutamente ricorso alla coscienza per
sottolineare l'esigenza di un principio interiore come criterio di
discernimento dell'agire umano. Questa esigenza è peraltro al centro del
messaggio della Rivelazione ed è fortemente ribadita da Gesù nella sua predicazione.
I profeti richiamano spesso l'uomo all'importanza dell'atteggiamento interiore,
mentre Gesù insiste sul fatto che a contaminare l'uomo non è ciò che entra in
lui, ma ciò che esce dal profondo del suo essere (Mt 15,11).
Rispetto ai principi morali cui s'ispira, si parla di coscienza
vera, quando il suo giudizio coincide con i principi; coscienza falsa,
se nel giudizio ne differisce e in questo caso sarà incolpevole o colpevole
se il soggetto nel giudicare avrà messo o meno la necessaria diligenza.
Nei confronti dell'assenso ci può essere coscienza
certa o coscienza dubbia: solo la c. certa può costituire regola
vera di moralità per gli atti umani [GE, 1973 p. 493].
Matrimonio di coscienza (detto anche matrimonio occulto), il
matrimonio canonico celebrato senza pubblicazioni e alla sola presenza del
parroco (o sacerdote delegato dal vescovo) .
Aforismi sulla coscienza morale
Si lavano, si grattano: tentano di raggiungere la propria
coscienza. J.
Joyce
La coscienza: è la sostanza più elastica del mondo: oggi
non copre la tana di una talpa, domani copre una montagna. E. Bulwer-Lytton
Taluni mandano la propria coscienza al bordello e
conservano il proprio contegno in regola. M. de Montaigne
Coscienza morale: l'ideale misura del valore di ogni
realtà empirica
(W. Windelband).
Coscienza morale: ciò che si sa senza che si sia mai
appreso o pensato
(Wang Yang-Ming).
Il principio dell'autocoscienza: la scienza più profonda
si apprende vivendo
(Sant'Agostino)
Coscienza significa esitazione o scelta (H. Bergson).
La coscienza può essere considerata come una specie di
manifestazione interna, di rivelazione divina; e la rivelazione o la parola di
Dio può esprimersi nella voce stessa della coscienza (M.F.P. Maine de Biran).
Tutti i mortali fuggono dalla loro volontà e dal loro io
verso gli inconsci, si addossano la volgarità del vino e della buffoneria pur
di liberarsi, per un poco almeno, dell'autocoscienza (Scelalledin Rumi).
La coscienza è la custode, nell'individuo, delle norme che
la comunità ha messo a punto per la propria conservazione (W.S. Maugham).
QUARTO AMBITO DI SIGNIFICATO: NELLA PSICOLOGIA E
PSICOANALISI
Coscienza nella psicologia è l'insieme dei processi
psichici attraverso cui l'individuo riesce a organizzare il
proprio comportamento intenzionale, mantenendo il controllo dei propri
processi di pensiero e delle attività conoscitive sull'ambiente
(attenzione, vigilanza, attività percettive ed esplorative).
Da un punto di vista neurofisiologico, lo stato di c.
viene sostenuto da certe strutture a livello del sistema nervoso centrale,
quali soprattutto la sostanza reticolare e il sistema talamico di proiezione.
All'attivazione derivata da tali strutture corrispondono precisi indici
neurofisiologici (elettroencefalografici, riflesso psicogalvanico, ecc.), che
consentono di determinare lo stato di c., nello stato di vigilanza, nel sonno,
nel coma (in cui si ha abolizione della c.).
Anche per questi significati, relativi ai linguaggi della
psicologia e psicoanalisi si rimanda ad uno dei successivi capitoli dove si
approfondirà il tema.
"Nell'ottica psicologica, con il termine coscienza si
fa riferimento tanto al fatto di essere consapevoli (aspetto
psicologico) quanto al fatto di essere responsabili" [DSE, 1997, p.
246].
Il con-sapere o con-scire esprimono un sapere di sé molto
profondo o certo o riflettuto, d'altra parte la coscienza è legata anche a un
rispondere, a un rimandare la consapevolezza di sé, capace di azione, di
reazione. La coscienza dunque descrive la capacità umana di giudicare le
azioni, di scavare dentro di sé e nei fatti. "In quest'ottica, la
coscienza rappresenta il centro decisionale e dell'imputabilità delle azioni
umane" [DSE, 1997, p. 247].
"La coscienza Psicologica ("rendersi
conto") è una struttura organizzativa che comprende, contemporaneamente,
l'essere oggetto e l'essere soggetto del proprio vissuto" [DSE, 1997, p.
246]. Dove il riferimento per comprendere la coscienza è il vissuto personale.
Nella psicanalisi, il termine viene usato sia per
designare il livello conscio della vita psichica, in
contrapposizione a preconscio e inconscio, sia soprattutto per
designare l'insieme delle norme comportamentali acquisite dal bambino nella
strutturazione della sua personalità.
Si usa anche l'espressione coscienza di donna, coscienza
di uomo moderno.
Aforismi sulla coscienza in psicologia
Coscienza: è la vita psichica di un dato momento (K. Jaspers).
Coscienza: l'organizzatore coerente dei processi psichici (S. Freud).
QUINTO AMBITO DI SIGNIFICATO: NELLA RIFLESSIONE SOCIALE
Nel linguaggio istituzionale, dell’amministrazione
pubblica si usano le espressioni obiezione di coscienza e obiettore
di coscienza, legate a libertà di coscienza, che è il diritto
di sentire e professare opinioni o fedi religiose senza restrizione,
impedimento o reazione da parte dell'autorità politica, ovvero la facoltà del
pensare, dello scegliere, contro cui capita di opprimere le c.,
soffocarne la libertà di scelta.
Signfica anche impegno, senso
di responsabilità, serietà, impegno nel
compiere il proprio dovere o nell'eseguire un lavoro: un lavoro condotto con
c., un uomo di coscienza; lavorare, studiare con coscienza; coscienza
professionale;
Coscienza significa sensibilità di fronte a un determinato
problema: coscienza civile, politica e coscienziosità sta
scrupolosità nell'adempimento del dovere: un medico di coscienza, metter
coscienza nel proprio lavoro.
Coscienza sta anche per competenza, capacità,
consapevolezza fondata su fattori educativi, tradizionali,
storici e congiunta a un solido impegno: c.
linguistica; manca ancora una vera e propria c. civile; c. operaia, c.
politica, c. sportiva.
Si usa anche coscienza storica come memoria, responsabilità
del passato e del futuro.
Sensibilità a certi fatti e certi problemi, alla nazionalità, identità
culturale: avere una c, nazionale, europea; c. di classe; c. collettiva; c.
patriottica; c. linguistica.
Infiammare le coscienze, trasmettere entusiasmo, spingere all'azione.
La coscienza di classe è la consapevolezza
dell'appartenenza a una determinata classe sociale.
È anche la conoscenza delle condizioni politiche,
economiche e sociali in cui versa la classe alla quale si appartiene, e dei diritti
e delle rivendicazioni che essa per conseguenza può o deve avanzare nei
confronti dell'intera società.
È la determinazione a tutelare gli interessi
della propria classe, anche in contrasto o in lotta con gli interessi delle
altre. Il concetto di coscienza di classe appartiene soprattutto alla
tradizione socialista e al pensiero di ispirazione marxista, e in tale ambito
ha trovato diverse elaborazioni successive; esso viene di preferenza riferito
al prolet.ariato e alla sua necessità di organizzarsi coscientemente per il
raggiungimento dei suoi obiettivi, ma viene anche usato in riferimento alle
classi dominanti.
Aforismi sulla "coscienza di classe"
Non è la coscienza degli uomini che determina il loro
essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro
coscienza (K.
Marx).
La riforma della coscienza: consiste solo nel far sì che
il mondo si renda conto della sua stessa coscienza, nel risvegliarlo dal sogno
che sogna su se stesso, nello spiegargli le sue proprie azioni (K. Marx).
Quasi tutto ciò che si trova nelle coscienze individuali
viene dalla società
(E. Durkheim).
La coscienza parla unicamente e costantemente nel modo del
silenzio (M.
Heidegger).
E non vuoi capire che la tua coscienza significa appunto
gli altri dentro di te? (L. Pirandello).
La coscienza consiste nella "co-scienza", ma
proprio nel senso che la coscienza individuale può esistere soltanto in
presenza della coscienza sociale e del linguaggio, che ne costituisce il reale
sostrato (K.N.
Leont'ev).
Sono più che mai dell'opinione che oggi ci si possa
permettere un'esistenza degna di un essere umano soltanto al margini della
società (H.
Arendt).
SESTO AMBITO DI SIGNIFICATO: NELLE SCIENZE MEDICHE
La neurologia clinica definisce la coscienza come il complesso
delle funzioni cerebrali superiori consistenti, in ultima analisi,
nella presa di significato dei messaggi afferenti al sistema nervoso centrale e
nella concezione mentale di quelli efferenti da trasmettere alla perifieria
[Mathe - Richet, 1983, p. 870].
Nel linguaggio medico coscienza significa senso, sensi,
conoscenza: perdere coscienza, svenire; riprendere, riacquistare
coscienza, rinvenire, ritornare in sé.
Va notata però l'ambiguità dell'uso: in realtà quando si è
svenuti, così come quando si dorme la mente non è annullata ma continua a
lavorare. Dovremmo parlare di un diverso "stato di coscienza".
Del concetto di coscienza nelle scienze mediche tratterò
più ampiamente nel capitolo III.
SETTIMO AMBITO DI SIGNIFICATO: NELLA LETTERATURA
Il "flusso di coscienza"
Il flusso di coscienza (stream of
consciousness) è un modo di scrivere moderno, basato sugli influssi che ha
avuto in letteratura la teoria della psicanalisi di Sigmund Freud.
Caratteristica del flusso di coscienza è la sintassi
libera, senza (o quasi) punteggiatura, poiché tende a ricostruire fedelmente i
processi logici che avvengono nella mente umana durante la formazione del
pensiero .
Anche se i primi tentativi (prima di Freud) risalgono al Viaggio
Sentimentale di Lawrence Sterne, è solo con l'opera di James Joyce che
questa tecnica conosce la propria maturità. Lo stile dello stream of
conscousness è stato utilizzato anche da Wirginia Woolf, Henry James e
William Faulkner. In Italia ha utilizzato questa tecnica Italo Svevo.
James Joyce
Joyce è uno dei grandi inventori del romanzo moderno,
tutto costruito sul flusso di coscienza. Le sue opere segnano lo sviluppo del
flusso di coscienza a partire da Gente di Dublino (The Dubliners),
dove Joyce adotta uno pseudo-narratore in terza persona che serve solo per
segnalare azioni e riferire fedelmente i pensieri del protagonista.
Nell’Ulisse (1922) che è l'Odissea del XX secolo, epos
d'una giornata qualunque delll'ebreo irlandese Leopold Bloom, agente di
commercio, si realizza la "distruzione" del narratore: esistono solo
i pensieri (in prima persona) dei protagonisti .
Altrettanto rivoluzionario la Veglia di Finnegan
(1939), nella sovrapposizione di lessici diversi e nella tecnica del monologo
interiore, tesa a dimostrare la ciclicità della storia.
Italo Svevo
Il romanzo più famoso di Svevo è del 1923, La coscienza
di Zeno e con esso Svevo raggiunge la notorietà. La storia di Zeno si
identifica con la presa di coscienza che tutti gli uomini sono egoisti e
meschini, che la vita è un assurdo e inutile gioco e che il mondo stesso è
malato: forse solo un'esplosione enorme potrà rinnovarlo, liberandolo dagli
esseri inutili e dalla malattia.
Zeno, il protagonista, nega di essere mai stato malato e
anzi, generalizza la malattia a tutto il mondo sostenendo che chi si sentiva
sano era malato e viceversa: la salute è la condizione di chi possiede
certezza, princìpi, quindi, constatata la vanità di questi, Zeno conclude che
sarebbe stato meglio "guarire dalla salute". La sua quindi, non era
una malattia, ma solo uno stato che gli ha permesso una visione più lucida
della realtà. Il finale è apocalittico, infatti l’unico modo per guarire il
mondo può essere soltanto una violenta esplosione che trasformi la terra in
nebulosa.
La critica letteraria ha messo in risalto il valore del
capolavoro di Svevo . "Com'era stata più bella la mia vita che non quella
dei cosiddetti sani", si sorprende a pensare il vecchio Zeno Cosini. Ed è
proprio l'aggettivo "cosiddetti" che sbalordisce il lettore di oggi,
è un'anticipazione convinta di certe tematiche antipsichiatriche e liberatorie
che si sarebbero affermate, tra successi e contraddizioni, solo trent'anni
dopo. La coscienza di Zeno è anche la coscienza della precarietà della
lingua in cui lo scrittore si esprime, la consapevolezza di trovarsi fuori dai
canoni della letteratura posteriore.
Ciò che unifica la meccanica sociale mercantile-borghese
ed l'ambiguità della psiche è l'ironia, la disincantata "scienza della
vita", la coscienza. La coscienza di Zeno Cosini è, appunto, la sola
scienza che egli possieda, ed il solo suo disperato ed inalienabile bene.
Il buonsenso laico e borghese di Svevo, come la sua
matrice culturale, non possono essere confusi col decadentismo analitico che
circola nelle pagine di Proust. Piuttosto, comune ad entrambi gli scrittori è
l'esigenza di apprestarsi nuovi moduli di lavoro fondati sull'autobiografia
come momento di sintesi rispetto alla frantumazione dell'esperienza; per cui
tutt'e due i grandi romanzieri della crisi della coscienza borghese corrodono
qualcosa di più che una tecnica letteraria, agiscono in un certo senso al di là
della letteratura.
Assai più letterato di loro risultava invece Joyce.
Virginia Woolf
Scrittrice inglese (Londra 1882- Ouse River 1941). Crebbe
in mezzo alla élite intellettuale dei Gruppo di Bloomsbury ed ebbe
un'educazione raffinata e liberale. Con il marito, il saggista L. Woolf, fondò
e diresse la Hogarth Press. Contro i canoni narrativi vittoriani,
elaborò la teoria secondo cui tutto è materia adatta al racconto, compresi i
sentimenti più complessi o i pensieri più reconditi.
Esordì con La crociera (1915) e con Notte e
giorno (1919), concepiti ancora secondo la tradizione realistica
ottocentesca; ma con La camera di Giacobbe (1922) il suo lirismo
introspettivo assume già le forti caratteristiche personali degli scritti
posteriori.
In La signora Dalloway (1925) e in Gita al faro (1927)
il suo metodo di analisi sottile delle coscienze appare pienamente realizzato
grazie alla conquistata armonia fra struttura narrativa e simbolismo poetico;
in Orlando (1928), il suo libro di maggior successo, la narrazione
risulta invece meno densa.
Le onde (1931) sviluppa all'estremo il monologo introspettivo
della Woolf e chiude anche la sua felice stagione narrativa aprendo un periodo
di crisi e d'incertezza che la condurrà al suicidio nelle acque dei fiume Ouse.
Le migliori pagine critiche della Woolf sono state
raccolte in Per le vie di Londra (1963).
Importante è anche il suo diario, pubblicato postumo nel
1953.
Henry James
James, scrittore
statunitense (New York 1843 - Londra 1916), fratello di William James. La sua opera narrativa, imperniata
sul contrasto che scaturisce dall'incontro della mentalità americana con quella
europea, è caratterizzata da una acutissima analisi psicologica, con una
tecnica che, privilegiando gli avvenimenti interiori rispetto a quelli esterni,
ha influenzato notevolmente la letteratura contemporanea.
Le sue opere: Rodrigo Hudson (1876), L'Americano
(1877), Daisy Willer (1879), Ritratto di signora (1871), Le
Bostoniane (1886), La principessa Casamassima (1886), Il
carteggio Aspern (1888), La musa tragica (1890), Le spoglie di
Poynton (1897), Le ali della colomba (1 902), Gli ambasciatori (1903),
La coppa dorata (1904).
William Faulkner
I romanzi di Faulkner, anch'egli statunitense (New Albany,
Mississippi, 1897 - Oxford, Mississippi, 1962), sono ambientati nel profondo
Sud degli Stati Uniti, chiuso nel suo orgoglio e nella sua miseria, aggrappato allo
schiavismo e ai ricordi d'un grande passato.
Premio Nobel nel 1949. Le sue opere principali sono: La
paga del soldato (1926), Sartoris (1929), L'urlo e il furore (1929),
Santuario (1931), Luce d'agosto (1932), Assalonne, Assalonne!
(1936), Il borgo (1940), Non si fruga nella polvere (1948), Requiem
per una monaca (195 1), Una favola (1954), La città (1957), Il
palazzo (1959), I saccheggiatori (1962).
Nel 1942 ha scritto la raccolta di racconti Scendi Mosé.
OTTAVO AMBITO DI SIGNIFICATO: LA COSCIENZA COME DISAGIO
ESISTENZIALE
Esiste un ambito del significato di coscienza che potremmo
definire del disagio esistenziale.
Per esso ho reperito solo riflessioni e aforismi di autori
celebri. C'è dunque lo spazio per una riflessione, che però non voglio sviluppare
in questa sede.
Coscienza: è una parola che fa paura (H. Ey).
Evita la troppa coscienza (M.L. Spaziani).
Nella condizione d'essere coscienti c'è un continuo
disagio (M.
Merleau-Ponty).
La malafede è l'essenza stessa della coscienza (M. Merleau-Ponty).
L'uomo per il semplice fatto di essere uomo, di avere cioè
coscienza di sé è, in confronto all'asino o al granchio, un animale malato. La
coscienza è malattia
(M. de Unamuno).
Così la coscienza ci rende tutti vili (W. Shakespeare)
Sono già vent'anni che ho messo in dubbio l'esistenza di
quel qualcosa chiamata "co- scienza" [ …]. Mi sembra sia giunto per
tutti il tempo di prescindere apertamente da essa (W. James).
Ciò che chiamiamo coscienza non è altro che vanità
interiore (G. Flaubert).
Mi sembra che ciò che chiamate "piena coscienza"
è un caso limite che non si raggiunge mai (A. Einstein).
Interrogarsi - non è proprio conoscere
e non è proprio non conoscere –
È una condizione magnifica ma cupa
Chi non l'ha esperimentata non ha vissuto
(E. Dickinson).
NONO AMBITO DI SIGNIFICATO: NEI LINGUAGGI TECNICI
Esiste un significato di coscienza che appartiene al
linguaggio tipografico: uomo di coscienza è l'operaio della
tipografia al quale è affidata la cura del materiale di composizione.
NELLE ALTRE LINGUE
Specifico alcuni significati che i termini corrispondenti
a "coscienza" hanno nelle altre lingue europee. Si tratta di
significati specifici, particolari e interessanti. Trascuro tutti significati
uguali a quelli del concetto italiano. Inizio dalle lingue antiche.
"Coscienza" nel greco antico e nel latino, e il
petto come sede della coscienza
Analizzerò il concetto di coscienza nella cultura greca
più estesamente nel capitolo II, riprendendo il tema negli ultimi capitoli
(l'XI in particolare i termini sunevide§is e sunthvrh§is).
Qui cito solo uno studio molto interessante di R. B.
Onians il cui titolo originale era "The Origins of European Thought
about the Body, The mind, The Soul, The World, Time, and Fate".
Dall'analisi di moltissime opere classiche, liriche, tragiche, epiche, Onians
ricava informazioni interessantissime sull'origine del concetto di coscienza in
rapporto con il corpo, e precisamente con i polmoni, sede della respirazione.
Anche in latino è interessante il raffronto tra sapere "aver linfa,
succo innato", il petto a l'avere coscienza. La sede della coscienza
dunque era, per gli antichi, il petto .
In latino conscientia ha diversi significati; ma in
generale significa coscienza, conoscenza, cognizione che si ha d'una
cosa in comune con altri (cum-scire) [Castiglioni-Mariotti, 1979, p.
257].
Una piccola antologia di frasi: "riunioni tenute
lontano dalla conoscenza di troppi" (Livio); in Tacito: "hai
la connivenza di Augusto", "la complicità della
congiura"; "adsumptis in conscientiam", presi a
confidenti; "il disegno e la conoscenza di delitti"
(Cicerone).
Nel significato di coscienza, piena coscienza, convinzione,
intimo senso; coscienza (morale), consapevolezza: "dalla consapevolezza
che hanno delle forze nostre e loro" e "per la coscienza della loro
inferiorità" (Livio); "salva conscientia", salva la mia
convinzione e "salva bona conscientia" (Seneca);
"coscienza d'esser vissuto rettamente" e "conscientia
scelerum, delictorum", coscienza dei propri delitti (Cicerone); "ex
nulla conscientia de culpa" nella coscienza della mia innocenza
(Sallustio).
Nel significato di coscienza, l'intimo giudizio del
bene o del male compiuto, onde conscientia = buona o cattiva coscienza:
in Cicerone (e altri) "magna vis est consciientiae", grande è
la forza della coscienza, "conscientiae fretus", fìdando nella
buona coscienza e "conscientia morderi", sentire il rimorso
della coscienza e anche "coscientia animi", la propria
coscienza, il grido della coscienza, "animi conscientia excruciari"
essere tormentato dal rimorso, "conscientiae melficiorum" i
rimorsi dei delitti; "ne quis modestiam in coscienziata duceret"
perché nessuno prendesse per colpa il mio riserbo, Sallustio; con agg. "bona,
mala conscientia", buona, cattiva coscienza, Quintiliano e altri.
Infine, Cicerone ci ha lasciato un bellissimo aforisma
sulla coscienza: "Sublata conscientia, iacent omnia" (De
natura deorum, 3, 85).
I siginficati di coscienza nelle lingue Inglese, Tedesco e
Francese
È da notare che in inglese esistono due termini per
"coscienza", solo che uno indica quella morale, conscience, un
senso interno che conosce la differenza tra il bene e il male, l'altro quella
cognitiva, consciousness (sinonimo di awareness), essere
consapevole, lucidità di mente conoscenza, la condizione di essere abile a
pensare, sentire, capire quel che sta accadendo
Aware significa per informato, conscio, consapevole, anche prevenuto.
Altro sinonimo di consciousness è knowledge.
Significati specifici: conscience clause, nel
linguaggio legale è una clausola di riserva morale in un atto,
per esempio per motivi religiosi; deroga prevista.
Conscience money, restituzione anonima o oblazione di una
somma dovuta al fisco, per scaricare la coscienza, e anche for conscience'
sake, per sgravio di coscienza.
Dello stream of consciousness (nel rapporto tra
letteratura e psicologia) ho già detto.
Anche in tedesco esistono due termini: gewissen che
sta per coscienza morale e bewustsein che sta per consapevolezza, conoscenza.
Il francese conscience oltre a significati simili a
quelli dlel'italiano ha interessanti usi del lessico tecnologico: conscience
è la piastra di protezione del tornitore.
Inoltre - forse parallelamente al significato tecnico in italiano
che ho citato (uomo di coscienza) - ha un uso nel linguaggio della
tipografia: mettre en conscience, far eseguire un lavoro alla
giornata.
TERMINI E CONCETTI CORRELATI
È interessante - come ho anticipato nell'introduzione
della presente dissertazione - analizzare alcuni altri termini che sono
strettamente correlati con quello di "coscienza". Essi sono molto
numerosi.
Un possibile elenco potrebbe essere il seguente:
autocoscienza , mente, anima, spirito , cuore , pensiero, intelligenza,
conoscenza, consapevolezza, io , idea, rappresentazione, identità, interiorità,
personalità, vissuto, sensazione, emozione, sentimento, sonno, profondo, e
anche morte, differenza tra uomo e animale, intelligenza artificiale,
immaginario collettivo, e molti altri.
Non potendo sviluppare in questa sede un'indagine completa
di tutti i termini (nei vari capitoli ne tratto alcuni) mi limito a indagarne
alcuni. Da ciò si vedrà quanto sia rivelatore il confronto e quanto si possa
ricavare dalla sovrapposizione dei concetti, che è sempre avvenuta e di cui ora
si può dare conto (lo farò negli ultimi capitoli).
Mente
Deriva dal lat. mente(m), da una radice *men-
indicante in generale l'attività del pensiero.
È l'insieme delle facoltà intellettive che permettono
all'uomo di conoscere la realtà, di pensare e di giudicare (spesso in
contrapposizione a corpo o a cuore): affaticare, riposare
la mente; mente sana in corpo sano; ragionare con la mente e non
col cuore da [http://www.garzanti.it e Devoto-Oli, 1992, p. 1818]
A mente fresca, riposata, quando è pienamente efficiente, ricca
di energie dopo il riposo; a mente lucida, quando non è stanca ed è
sgombra di pensieri e preoccupazioni; malato di mente, chi presenta
alterazioni delle facoltà mentali.
Presunta sede o direzione dei principi e processi
intellettivi e pratici in cui l'attività del pensiero ha luogo; testa, capo: che
cosa ti salta in mente?; non mi passa neppure per la mente, non ci
penso affatto; far mente locale, concentrare il pensiero su un
determinato argomento; applicare la mente a un problema;. Amor che ne
la mente mi ragiona (Dante); Apri la mente a quel ch'io ti paleso (Dante).
È una particolare attitudine, inclinazione mentale: avere
una mente riflessiva, speculativa, calcolatrice.
Sta per intelligenza, capacità intellettiva: mente
acuta, ottusa; ristrettezza di mente; uscire di mente perdere
la ragione, uscire di senno.
Il complesso delle possibilità e dei contenuti
intellettuali e spirituali dell'individuo: educazione della mente; mens
sana in corpore sano; avere una mente fervida, illuminata, angusta,
ottusa. "Le nate a vaneggiar menti mortali" (Foscolo).
Per metonimia, la persona in possesso della particolare
capacità mentale indicata dall'aggettivo: è una bella mente, una mente
aperta, una mente bislacca.
Sta per pensiero, attenzione: essere altrove con la
mente; applicare la mente a qualcosa, rivolgerle l'attenzione; fare
mente locale, accentrare il proprio pensiero intorno a un dato argomento, a
una data cosa.
E anche per volontà, proposito, intenzione: avere in
mente una cosa, avere intenzione di farla; mettersi, ficcarsi in
mente di fare qualcosa, ostinarsi nel volerla fare; levarsi qualcosa
dalla mente, dissuadersi da un proposito.
Indica la capacità o l'ambito della memoria: imparare,
sapere, dire a mente; tenere a mente, ricordare; tornare
alla mente, a mente, in mente, di cosa che si era
dimenticata; mi è uscito, passato, scappato, di mente,
non mi viene in mente (o alla m.), non ricordo, me ne sono
dimenticato.
È il complesso delle idee, delle cognizioni di una
persona; anche, la persona stessa fornita di determinate qualità: educare la
mente; le più belle menti del secolo; è una mente geniale, bislacca.
Infine si dice il braccio e la mente per indicare
chi esegue materialmente un'impresa e chi la organizza e dirige.
Dunque anche in questo caso siamo di fronte a un termine
che ha vasti confini di signifcato e ampia possibilità sinonimica.
Anima
Etimologia: dal latino anima(m), affine al greco avnemo§, "soffio",
"alito".
Principio immateriale della vita nell'uomo, contrapposta
al corpo e tradizionalmente ritenuta immortale o addirittura partecipe del
divino [Devoto-Oli, 1992, p. 139].
Ha molti significarti diversi: descrive il modo di dedicarsi
a qualcosa (intensamente), il morire o il tenersi in vita, sinonimo di vita
stessa quindi; essenza o impulso fondamentale; sinonimo dei sentimenti e
propositi più intimi di una persona (gli occhi sono lo specchio dell'anima,
leggere in fondo all'anima, arrivare all'anima)
Anima sta per "persona" (non c'era anima viva),
è il principio vitale che sorregge in unità e armonia i corpi (e anche il
mondo: anima del mondo).
È la sede intima della sostanza vitale del corpo o
semplicemente dell'"intimo" o "interiore".
Interessante il significato tecnico nella liuteria del
legnetto cilindrico all'interno della cassa dei violini che, nel punto su cui
fa forza il ponticello, unisce il fondo al coperchio assicurando una efficace
trasmissione delle vibrazioni a tutto lo strumento..
Spirito
Termine con cui si traduce il greco pnéuma, che
nella più antica accezione significava "respiro", "aria",
"soffio animatore" (in lat. spiritus).
Gli stoici intesero lo pnéuma come energia che dà
la vita a tutta la realtà, principio vitale, "anima del mondo"; la
medicina antica e medievale lo concepì come sostanza materiale mobile e
sottilissima (lo spiritus corporeus o animalis), e ancora Cartesio, nel Trattato
sulle passioni dell'anima, considerava gli "spiriti animali", prodotti
dal sangue e inviati al cervello dalle arterie, il fondamento fisiologico
dell'attività psichica.
Sin dalle origini, tuttavia, il pensiero cristiano intende
lo pnéuma anche in senso immateriale, come soffio divino animatore
dell'universo (in questa accezione verrà ripreso da Bruno nel rinascimento) e
infine come anima di Dio e poi dell'uomo (già in Filone l'Ebreo, quindi in
Origene e in san Paolo, che contrappone lo "spirito" alla
"carne").
La teologia e la filosofia cristiane parlano pertanto,
oltre che dello Spirito Santo, di "spiriti puri" (Dio e gli angeli) e
di "spiriti infiniti", dai quali si distinguono gli "spiriti
finiti", cioè le anime umane.
Quest'ultima contrapposizione si trova ancora teorizzata
nella filosofia moderna da Leibniz (Monadologia) e da Berkeley (Trattato
sui principi della conoscenza umana), mentre Cartesio usa il termine
"spirito" come sinonimo di sostanza pensante.
Nel pensiero illuministico, invece, lo spirito si
distingue dall'anima: quest'ultima, nella sua realtà psichica, deriva dalla
natura, mentre il primo è inteso come prodotto dell'educazione e dei costumi
sociali (Helvétius, Sullo spirito; ma si pensi anche allo "spirito
delle leggi" indagato da Montesquieu) [EGF2, 1997, pp. 1098-1099].
Nel contempo il termine, come oggetto di scienze occulte e
cioè nel senso del moderne "spiritismo", trova elaborazione in
Swedenborg e in altri, suscitando la reazione critica di Kant nel saggio I
sogni di un visionario (ovvero "di uno che vede spiriti") del
1766.
Per parte sua, Kant usa il termine "spirito"
nella Critica del giudizio e nella Antropologia per designare il
potere produttivo e l'originalità creativa della ragione, e in questa accezione
il termine ispirò la filosofia romantica (in particolare Schelling), che ne
fece tuttavia un uso metafisico ben oltre i limiti formali dei criticismo
kantiano.
Da qui (ma anche dalla tradizione illuministica di
Montesquieu) deriva la prima accezione hegeliana dei concetto di spirito (Geist)
elaborata da Hegel nella Fenomenologia dello spirito del 1807 e poi
allargata a sistema complessivo nell'Enciclopedia, con le distinzioni
tra spirito soggettivo, oggettivo e assoluto.
La straordinaria ampiezza e profondità speculativa che si
accompagna alla utilizzazione hegeliana del concetto si trasmise alle
successive riprese dello hegelismo (in particolare alla "filosofia dello
spirito" di B. Croce, con la quadripartizione dello spirito nelle
categorie dei "distinti", e alla Teoria generale dello spirito
come atto puro di G. Cyentile); ma tale influenza si esercitò, sebbene in
forma più indiretta, anche sulla distinzione tra "scienze dello
spirito" e "scienze della natura" proposta alla fine
dell'Ottocento da W. Windelband, che riprendeva la problematico sviluppata da
W. Dilthey nella Introduzione alle scienze dello spirito. Entro tale
clima posthegeliano è da porsi anche lo spiritualismo di H. Lotze.
Altra natura e origine speculativa presentano invece sia
la corrente dello spiritualismo, che si rifà alla tradizione
cristiano-medievale, a Cartesio, Pascal e Maine de Biran, sia la filosofia dei
valori di M. Scheler e ll problema dell'essere spirituale di N.
Hartmann, che si ispirano alla fenomenologia husserliana.
Lo spiritualismo
Lo spiritualismo ha intenti polemici verso il positivismo,
lo scientismo e il materialismo, ai quali oppone un ritorno alla metafisica di
ispirazione cristiano-agostiniana.
Nell'800 furono Rosmini e Gioberti a recuperare
l'interiorità coscienziale agostiniana e la trascendenza dell'essere divino e a
rivendicare la verità del pensiero e del carattere complessivamente spirituale
della realtà.
Nel nostro secolo la tradizione spiritualistica si è
precisata in due correnti, che ne hanno espressamente rivendicato il nome e la
tematica essenziale.
La prima è sorta in Francia nel 1934 con la collane
"Filosofia dello spirito" fondata da L Levelle e R. Le Senne, nei
quali il tradizionale intimismo spiritualistico si intreccia con le istanze del
contemporaneo esistenzialismo, inteso però in accordo con i valori cristiani.
La seconda corrente è sorta, negli stessi anni, in Italia,
sia come opposizione all'idealismo neohegeliano e al suo immanentismo (ma anche
come sviluppo originale di taluni aspetti dell'attualismo di Gentile), sia come
differenziazione dalla neoscolastica. Con quest'ultima lo spiritualismo
italiano (principalmente rappresentato da A. Carlini, il suo iniziatore, A.
Guzzo, L. Stefanini, F. Battaglia, M. F. Sciacca e R. Lazzarini) ha in comune
l'ispirazione cristiana e cattolica e la tesi della trascendenza di Dio, ma se
ne distingue per il ricorso all'atto dello spirito soggettivo anziché alla
nozione oggettiva dell'essere come punto di partenza del filosofare, e per il
metodo dell'analisi dell'interiorità, preferito all'inferenza razionale (di
tradizione tomistica) dei neoscolastici.
II
La coscienza nella riflessione
filosofica
Propongo una rapida carrellata - non potrebbe essere
altrimenti - come in tutti questi primi capitoli della dissertazione, dello
sviluppo del concetto di coscienza nella storia della filosofia.
Mi propongo di soffermarmi solo sugli autori che mi hanno
colpito di più, dal momento che non è lo scopo di questa dissertazione
analizzare in modo approfondito ed esaustivo la presenza e l'evoluzione del
concetto di coscienza nel pensiero filosofico. Al massimo posso inventariare
una serie di posizioni teoriche, di riflessioni e proposizioni analitiche sulla
coscienza.
Il concetto di coscienza nella filosofia antica: gli
stoici e Plotino
L'origine del concetto di coscienza, nell'ambito della
storia della filosofia si può far risalire alle correnti tardo-antiche dello
stoicismo e del neoplatonismo, per le quali la coscienza coincide con
l'interiorità, il colloquio dell'anima con se stessa, e quando questo avviene
si ha l'uomo saggio, libero dalle passioni e dagli interessi mondani [EGF2,
1997, pp. 219-220].
Il concetto era invece pressoché assente in Platone a
Aristotele [EE, p. 809].
Nell'antichità la parola coscienza (gr. sunevidesi§), era usata per designare il
contrasto tra interiorità ed esteriorità; apparve la prima volta con lo
stoicismo, che stabilì il privilegio della sfera dell'anima nei confronti del
mondo delle cose.
In una fondazione ontologica, il tema è al centro della
speculazione neo-platonica. Il rapporto privato dell'uomo con se stesso, il
ritorno a se stesso, vale per Plotino a rappresentare il volgersi a quella
unità da cui emerge il molteplice del mondo sensibile. Il raccogliersi in sé
non è un ritiro dall'oggettività nella soggettività, ma anzi l'uscita
dall'individualità frammentaria e il congiungimento dell'anima con la sua
origine in Dio.
Il concetto di coscienza nel cristianesimo: Agostino
d'Ippona e Tommaso d'Aquino
Nel cristianesimo l'opposizione tra lo spirito e la carne,
nella misura in cui la riduzione impersonale al centro del tutto propria del
neo-platonismo è sostituita dall'affermazione del valore irriducibile
dell'anima individuale, vale ancor più a indicare l'interiorità dell'uomo come
luogo della Verità e della Vita. Dio è presente nell'uomo spirituale e a esso
si rivela.
Il primato dello spirituale viene ripreso da Agostino e
sviluppato potentemente in molte opere, tanto che tutto il cristianesimo ne ha
risentito e ne risente fino a oggi, basti pensare a espressioni tutt'ora dense
di pregnanza come "voce della coscienza" (ogni buon vocabolario o
lessico italiano contiene decine di espressioni comuni legate a
"coscienza").
Per Agostino la verità esiste solo "in interiore".
Ma il significato morale di coscienza aveva prima di Agostino ben altri padri,
come san Paolo, per il quale la coscienza è la fonte immediata di una
conoscenza certa dei principi che definiscono la rettitudine del volere . Se
poi il comportamento sarà diverso da quanto dettato dalla coscienza ciò dipenderà
dalla debolezza dalla viziosità o da tentazioni del Maligno. S. Agostino è
l'interprete del principio cristiano dell'"inabitare" della Verità
nell'anima (immagine di essa).
Il cristianesimo ha pure elaborato il concetto generale di
coscienza con S. Tommaso.
Egli intende per coscienza (con-scire)
l'applicazione del sapere a un atto, per giudicare se c'è o non c'è, ma
soprattutto se è retto o non lo è.
In tal modo la coscienza è ciò mediante cui, sapendo della
rettitudine delle azioni, si è spinti, anzi, obbligati, a compiere o non
compiere un atto; oppure, esaminando un atto compiuto, si è scusati o accusati.
IL CONCETTO DI COSCIENZA NELLA FILOSOFIA RINASCIMENTALE E
MODERNA
Il passaggio al concetto speculativo moderno vero e
proprio di coscienza è mediato dalla filosofia di Tommaso Campanella. Per
quest'ultimo esiste una conoscenza innata di sé che tutte le persone hanno e
che condiziona la conoscenza che acquisiscono delle altre cose.
R. Cartesio e il problema anima-corpo
Ma è con Cartesio che la nozione di coscienza viene
chiarita nei caratteri coi quali sarà definitivamente accolta nella filosofia
occidentale. Il "cogito ergo sum" è l'auto-evidenza
esistenziale del pensiero; circa i fatti del corpo non si ha certezza, ma circa
gli stati interni (intendere, volere, immaginare, sentire) espressi dal termine
cogito si ha certezza assoluta.
Di vedere o camminare non si è sicuri di per sé (può
trattarsi di qualcosa di simile al sogno), ma perché la sicurezza è nella mente
stessa che sente.
La nozione di coscienza è qui definitivamente giunta a
raccogliere tutta la sfera dell'io e ne è l'auto-evidenza. L'io è ormai
un'entità cui si contrappone il mondo esterno ed è un'entità assolutamente vera
perché immediatamente presente a se stessa, a differenza del mondo che compare
sempre nella sua mediazione.
"A ben guardare, sotto il cosiddetto problema
anima-corpo si celano tre diversi problemi, che riguardano: 1) il rapporto
metafisico fra materia inorganica e vita; 2) il rapporto psicofisico fra
processi fisiologici ed esperienze psichiche; 3) il rapporto psicologico fra
comportamento istintivo e razionale.
I moderni tentativi di risolvere il problema anima-corpo
fanno capo a Cartesio (1596-1650) e alla sua teoria delle due
"sostanze". Essi però riguardano quasi esclusivamente il rapporto
psicofisico (punto 2), senza peraltro puntualizzarne a fondo la problematica e
definirla nei confronti di quella relativa ai rapporto metafisico e psicologico
(punti 1 e 2).
In Cartesio c'è una contrapposizione netta tra il mondo
della coscienza (res cogitans) ed il mondo del corpo (res
extensa), soggetto come un automa a funzionare secondo leggi fisiche […]. Secondo
questa concezione, nell'uomo l'anima e il corpo esercitano l'uno sull'altro un'influenza
reciproca e la sede del loro incontro è rappresentata dall'unico organo
impari dell'encefalo, ossia la ghiandola pineale (o epifisi,
"conarium")" [Hofstätter, 1966, p. 187].
Scriveva infatti Cartesio: "Io accetto che esista
un'influenza reciproca tra coscienza e corpo, ma non di uguale qualità, nel
senso che la coscienza essendo originante dell'uomo intero, compreso il corpo,
imprime su di esso un'influenza ab origine non paragonabile a quella che
il copro e le altre dimensioni dell'uomo possono esercitare sulla coscienza,
che continua a esistere anche dopo la nascita dell'uomo e perciò può ricevere
condizionamenti, ma similmente a come una madre che educa un figlio fino a
portarlo alla maturità può da quello essere condizionata. Eppure lo ha generato
e nutrito e allevato fino a renderlo autonomo da sé".
R. Cartesio e l'"io"
È a partire da Cartesio che assume una rilevanza
fondamentale in filosofia un altro concetto, quello di "io" . La
prima conoscenza sicura che si presenta a chi guidi ordinatamente i propri
pensieri non concerne gli oggetti esterni, ma l'esistenza di un soggetto
pensante, cioè di un "io" (è il noto cogito ergo sum).
Tutto il concetto di Io andrebbe sviluppato e analizzata,
da Cartesio in poi, parallelamente a questo della coscienza, su su fino a
Nietzsche che lo ritiene una finzione e che come nozione non ha alcuna validità
teorica o pratica.
Nella filosofia moderna, dal XVII secolo in poi, coscienza
ha il significato di "consapevolezza soggettiva", di sé e dei propri
contenuti mentali. Per Cartesio di noi stessi, in quanto coscienza, siamo certi
direttamente e indubitabilmente (cfr le Meditazioni metafisiche, I e
II); similmente in tutto l'empirismo inglese fino a Hume che riteneva il
solipsismo inconfutabile teoreticamente: anche se col mio pensiero mi spingo
fino ai limiti dell'universo, non perciò esco dalla mia coscienza, avendo
sempre a che fare o con "impressioni" sensibili o con
"idee" della ragione (cfr Trattato sulla natura umana).
M. de
Montaigne, J. Locke, D. Hume e G. W. Leibniz
Per Montaigne la cosiddetta voce della coscienza non è
nient'altro che l'insieme dei principi o opinioni che nei diversi ambienti
sociali vengono inculcati nelle menti ancora tenere dei fanciulli, come regola
e norme di ciò che è retto e giusto. Ma dimenticando come li hanno appresi, gli
uomini considerano tali principi come "naturali", non derivati
dall'esterno quando li ritrovano dentro di sé.
Tale posizione viene ribadita con forza anche da Locke
nella polemica contro i platonici della scuola di Cambridge, che sostenevano il
carattere innato e intuitivo dei principi morali [EGF2, 1997, p. 220].
Secondo Locke il rapporto del soggetto con l'oggetto
esterno cade interamente nella sfera della coscienza, la quale non attinge
altro che idee; noi non conosciamo le cose, ma le loro idee, e la filosofia non
fa un passo al di là della coscienza.
È "coscienza" l'espressione adoperata da Hume
per negare ogni esistenza esterna e ridurre la realtà a percezione.
Parallelamente a tale dottrina empiristica della coscienza
la filosofia di Leibniz assume il concetto di coscienza (appercezione) in senso
spiritualistico. L'intera vita della monade, che è sostanza spirituale, è
interna a essa. È pensando a noi che pensiamo all'essere, alla sostanza, al
semplice e al composto, all'immaterialità, a Dio stesso.
L'"idea"
in François-Marie A. Voltaire
Nel Dizionario filosofico di Voltarie alla voce Idée,
troviamo spunti interessanti.
"Che cos'è un'idea? È un'immagine che si proietta nel
mio cervello.
Tutti i vostri pensieri sono dunque immagini? Certamente.
Perché le idee più astratte non sono altro che conseguenze di tutti gli oggetti
che ho veduto. Pronuncio il nome di essere in generale, solo perché ho
conosciuto esseri particolari. Pronuncio il nome di infinito solo perché,
avendo visto i limiti degli oggetti finiti, allontano il più possibile questi
limiti con la mia immaginazione. Insomma, ho idee, solo perché ho in testa immagini.
Qual è il pittore che ce le dipinge? Non sono io stesso,
perché non sono un buon pittore: colui che mi ha creato, è anche quello che fa
le mie idee.
Sareste dunque del parere di Malebranche, il quale diceva
che noi vediamo tutto in Dio?
Son ben sicuro che, se non vediamo le cose propriamente
nella Divinità, le vediamo certo nella sua azione onnipotente.
Ma come si manifesta questa azione? Vi ho già detto cento
volte nelle nostre conversazioni che non ne sapevo nulla, e che Dio non ha
detto il suo segreto a nessuno. Ignoro quale forza fa battere il mio cuore e
correre il mio sangue nelle vene; ignoro il principio di tutti i miei
movimenti; e vorreste che vi dicessi in qual modo posso sentire e pensare? Non
è giusto.
Ma sapete almeno se la vostra facoltà di avere idee va
unita all'estensione?
Non so. È vero che Taziano, nel suo discorso ai Greci,
dice che l'anima è manifestamente corporea; e Ireneo (libro 11, 25) dice che il
Signore ha insegnato che le anime conservano l'aspetto del corpo, per conservarne
la memoria.
Tertulliano assicura, nel suo libro II sull'Anima, che è
corpo; Arnobio, Lattanzio, Ilario, Gregorio di Nissa, Ambrogio, non hanno
diversa opinione. Oggi si afferma che altri Padri della chiesa pensano che
l'anima non ha estensione e seguono in ciò la dottrina di Platone; ma è cosa
assai dubbia . Quanto a me, non oso dare nessun parere: vedo difficoltà
insuperabili nell'uno e nell’altro sistema; dopo averci pensato tutta la vita,
mi trovo esattamente al punto di partenza.
Era meglio dunque non pensarci su tanto.
È vero: colui che gode la vita è più saggio di quello che
passa il tempo riflettere, o almeno è più felice. Ma che volete? Non dipendeva
da me ricevere né respingere tutte le idee che sono venute nel mio cervello per
combattersi e contrastarsi e hanno scelto le mie cellule midollari come campo
di battaglia. Quando si furono ben combattute, non ho raccolto dalle loro
spoglie che incertezza.
È triste avere tante idee, e non conoscere con precisione
la natura delle idee.
È triste. Assai più triste, e molto più stupido, è credere
di sapere ciò che non si sa" .
Immanuel Kant
Kant, avvalendosi della sua distinzione fra trascendentale
ed empirico, ha cercato di superare il carattere puramente
"interioristico" della coscienza, intendendo la coscienza di qualcosa
come la presenza di un contenuto empirico. Avere coscienza di una
rappresentazione è sempre aver coscienza empirica della propria esistenza, cioè
essere determinati da qualcosa che non si identifica con noi.
Kant distingue la "coscienza empirica", diversa,
nei diversi uomini, dalla "coscienza in generale" o appercezioni
pura, cioè l'"Io penso", pura funzione di conoscenza, universale.
"L'appercezione pura o trascendentale è la
possibilità del rapporto fra coscienza empirica (o l'io empirico) e l'oggetto.
Tuttavia nella prima edizione della Critica della ragion pura (1781)
l'io di cui si ha coscienza nell'appercezione pura viene qualificato come
"io stabile e permanente che costituisce il correlato di tutte le nostre
rappresentazioni" ed è solo nella seconda edizione (1787) che a tale io
spetterà una pura funzione formale, priva di realtà propria, rimanendo tuttavia
la condizione di ogni conoscenza. In ogni caso in Kant risulta definitivamente
invertito il rapporto di derivazione e fondazione tra coscienza riflessiva e
autocoscienza, ma solo nella seconda definizione kantiana l'io autocosciente è
un io infinito e privo di potere creativo, un io che ordina e organizza un
materiale fenomenico dato. Nell'accettare o meno questa restrizione si dividono
nettamente le strade della filosofia trascendentale e dell'idealismo, che,
incentrandosi sulla immanenza totale della coscienza, tematizza l'autocoscienza
propria di un principio infinito, condizione di ogni realtà.
Kant nella Critica della ragion pratica, pone al
centro della sua etica la coscienza intesa come voce interiore, in contrasto
con le inclinazioni sensibili da cui siamo affetti. In accordo con Rousseau,
Kant ritiene assoluto il valore della legge morale e accessibile a tutti gli
uomini.
Tale concezione, così duratura nel tempo, è stata
contestata da tutte le forme di relativismo morale susseguitesi dal
rinascimento ad oggi.
Dalla concezione kantiana prende avvio il successivo
idealismo tedesco, con l'Io assoluto di Fichte e del primo Schelling; ma con
differenze radicali rispetto a Kant: infatti per l'idealismo la coscienza è
l'Io empirico che si ritrova limitato dal Non-Io, mentre l'Io assoluto,
principio originario che "pone" il Non-Io al fine di potersi determinare
per contrasto, è del tutto al di qua della coscienza e viene attinto solo dalla
riflessione filosofica.
Così, Fichte si applica al tema dell'autocoscienza come
coscienza immediata (non riflessiva) dell'avere coscienza, in quanto atto di un
io assoluto, e assume il concetto kantiano puramente funzionale come un
concetto quasi sostanziale: l'io infinito, principio non solo della conoscenza
ma anche della realtà, e principio non nel senso di condizione, ma di forza o
attività produttiva che producendosi produce il non-io.
Georg W. F.
Hegel
Muovendo da tale elaborazione, Hegel nella Fenomenologia
(1807) afferma come compito ulteriore della filosofia l'elaborazione
concettuale del contenuto della coscienza reale affinché acquisti verità e
realtà portandosi all'altezza del soggetto assoluto: ogni coscienza, anche come
autoconsapevolezza e autocertezza (riflessiva o immediata), implica infatti per
Hegel il rapporto della coscienza con qualcosa che è sempre altro dalla
coscienza stessa, mentre l'autocoscienza intesa come concetto o come spirito
elimina tale relazione alienata.
La prima delle sei sezioni della Fenomenologia dello
spirito è proprio dedicata alla Coscienza. Hegel elenca varie forme di
realismo più o meno ingenuo, rivendicando al funzione costitutiva del pensiero
nei confronti dell'oggettività e quindi la funzione di mediazione di contro
all'opinione che la verità sia data invece dall'immediatezza.
L'autocoscienza (ossia la coscienza si sé propria
dell'uomo) si presenta quale identità di opposti: l'Io-soggetto e l'Io-oggetto
sono il medesimo Io che da se stesso si duplica; si ha quindi una differenza
che insieme è identità
La risoluzione del rapporto fra coscienza e autocoscienza
si pone come un generale rimprovero mosso a tutta la filosofia precedente per
avere elaborato mere filosofie della coscienza. Tuttavia in Hegel
l'assolutizzazione dello spirito in quanto autofondato e libero da rapporti di
alienazione propri della coscienza va di pari passo con una peculiare
considerazione genetica di tale autofondazione: su ciò potranno lavorare le
dottrine a vario titolo antimetafisiche che, operando dall'interno la
dissoluzione del sistema hegeliano, riporteranno rapidamente la concezione del
rapporto coscienza-autocoscienza al suo stadio preidealistico" [EGF2,
1981, p. 178].
Per Hegel il filosofare, come elaborazione concettuale di
quel contenuto iniziale che è la coscienza soggettiva - la quale in tale
attività si fa verità assoluta, Spirito - è lo stesso processo della realtà che
si fa realtà assoluta. E' questo il concetto dell'autocoscienza, cioè di un
principio che autocreandosi crea tutta la realtà.
La "coscienza infelice" in Hegel
La "coscienza infelice" è la figura che nella Fenomenologia
dello spirito ha per referente la religione ebraica e cristiana.
L'infelicità di questa forma di coscienza deriva dal suo sentirsi come
inessenziale di fronte all'Assoluto, cioè al Dio trascendente, senza tuttavia
riuscire a negarsi in esso, come pur vorrebbe. Hegel presenta i tentativi tutti
destinati al fallimento, che la coscienza infelice metterebbe in atto a questo
scopo:la devozione sentimentale, una sorta di misticismo; l'operare nel mondo,
inteso come dolore verso Dio; e infine la mortificazione di sé, nell'ascetismo
inattivo. Non riuscendo però ad annullarsi, la coscienza continua a soffrire
l'alterità che permane fra lei e il divino. Questa infelicità verrà superata
solo allorché la coscienza ritroverà il divino nel mondo e in se stessa, ossia
si scoprirà come ragione, realizzando quell'unità con l'Assoluto che fin allora
le era mancata.
Questa interpretazione è dunque una interpretazione della
fede in un Dio personale e trascendente come una forma di
"alienazione" dell'uomo da se stesso. Tale idea verrà poi sviluppata
dalla cosiddetta sinistra hegeliana.
Se per gli empiristi la conoscenza non poteva uscire dalla
sfera della coscienza (le cose stesse perdono ogni realtà indipendente dalla
percezione, il loro esse si riduce al loro percipi, Berkeley),
tale concezione è criticata da Kant per il quale la conoscenza degli stati di
coscienza si avvale delle stesse modalità della conoscenza degli oggetti
sensibili, perciò vanno usati gli stessi metodi di indagine. È così che cade
l'esito idealistico degli empiristi e non fornendo più conoscenze privilegiate,
la coscienza, che s'è vista sottrarre il proprio carattere di sfera autonoma,
si riduce a semplice consapevolezza e perde gran parte del suo interesse
filosofico, a parte la parentesi idealistica tedesca (in Fichte la realtà
esterna è interamente risolta in coscienza [EE, p. 809].
Il solipsismo tra il XVII e il XX secolo
Il solipsismo, che sostiene l'evidenza assoluta, ma anche
invalicabile, dell'io singolo (solus ipse) o dei contenuti di coscienza,
dando luogo a un idealismo soggettivo che nega la realtà (o la possibilità di
dimostrare e attingere la realtà) del mondo esterno e degli altri soggetti, fu
sostenuto da Malebranche e Berkeley, i quali consideravano indispensabile il
ricorso a Dio come unico garante dell'oggettività del conoscere. Per Cartesio
invece il solipsismo ha una funzione più propriamente metodologica: l'evidenza
interiore è la base per la dimostrazione razionale dell'esistenza di Dio e del
mondo.
In seguito il solipsismo fu giudicato teoreticamente
inconfutabile ma insostenibile in sede morale da Fichte e Schopenhauer. Ma
ripreso da Husserl per il quale l'io, proprio tornando in sé, si scopre
costituito dagli altri io, sicché intersoggettività sarebbe più originaria e
fondante rispetto alla soggettività singola (cfr Meditazioni cartesiane,
5).
Il solipsismo ha continuato ad affascinare i filosofi fino
al nostro secolo. Per Wittgenstein (solipsismo linguistico) "i limiti del
mio linguaggio sono i limiti del mondo", tesi fondamentale del Tractatus
logico-philosophicus.
Per R. Carnap (in La struttura logica del mondo) il
fondamento del conoscere è il "flusso d'esperienza", anonima presenza
che precede la distinzione dell'io e della cosa. Questo "puro c'è" dell'esperienza
è pertanto un dato coscienziale originario, valicabile solo per analogia e
somiglianza.
Il tema è stato ripreso e ridiscusso dai neopositivisti e
da B. Russell [EGF2, 1997, pp. 1085-1086].
IL CONCETTO DI COSCIENZA NELLA FILOSOFIA DEL '900
Friedrich W. Nietzsche
Nel primo aforisma di Umano troppo umano Nietzsche
sviluppo il suo programma di critica della razionalità socratica della società
occidentale: occorre una "chimica delle idee e dei sentimenti morali,
religiosi ed estetici" che mostri come "i colori più magnifici"
derivino da materiali bassi e spregiati, cioè impulsi ed interessi egoistici.
In questo Nietzsche assomiglia a Marx e Freud con i quali
condivide la volontà di mettere in luce le basi materiali (economiche o
istintuali) di ogni produzione spirituale, ma "è erroneo ritenere che il
suo discorso miri a indicare una verità elementare a cui debbano essere
riportate (per demistificarle) le "menzogne" dell'ideologia e i
prodotti della sublimazione. La "chimica" di Nietzsche scopre invece
che non c'è alcuna verità base, giacché anche la credenza nel valore della
verità è, appunto, una credenza storicamente condizionata; l'evidenza che ci fa
ritenere vera una proposizione, del resto, non è segno di una sua verità, ma è
solo segno che quella proposizione corrisponde meglio di altre ai
condizionamenti psicologici e sociali che ci dominano.
La coscienza a cui l'evidenza si impone non è nulla di
immediato, ma già il risultato di un gioco di influenze e di un equilibrio
gerarchico di forze contrastanti. Tutto ciò che di volta in volta si presenta
come verità è solo il configurarsi, provvisoriamente stabile, di rapporti di
forze, sia nella società, dove prevale un certo criterio del vero imposto da
questo o quel gruppo, sia nel singolo, dove prevale l'uno o l'altro impulso,
secondo una gerarchia che dipende anche dalle gerarchie sociali […]
I sensi (significati e direzioni) che vengono attribuiti
alla storia sono anch'essi prospettive interne al gioco di forze della
"volontà di potenza". Questa però non si muove secondo un senso
unitario.
Su questa base l'idea dell'eterno ritorno sembra avere,
per Nietzsche, non tanto la funzione di affermare la circolarità del tempo,
quanto piuttosto quella di negarne la linearità; di negare, cioè, che il corso
storico vada verso un fine che trascende i singoli momenti di esso, come ha
sempre voluto la metafisica platonico-cristiana.
Ogni momento del tempo, quindi ogni esistenza singola in
ogni suo attimo, ha tutto il suo senso in sé. […] Occorre liberare il gioco
delle forze, costruendo un'esistenza dove ogni momento possieda tutto intero il
suo senso" [EGF2, 1997, pp. 795-796]. "Nel nostro secolo, la nozione
di coscienza, nel senso di consapevolezza di sé e degli oggetti ai quali essa
si rivolga, è importante soprattutto in Husserl e poi in alcune varianti
dell'esistenzialismo, per esempio in K. Jaspers e J. P. Sartre.
L'aspetto per cui la coscienza è sempre coscienza di
qualcosa, ossia ha necessariamente un oggetto quale termine di riferimento, è
definito da Husserl come la sua "intenzionalità" (termine di lontana
derivazione scolastica), nelle Idee per una fenomenologia pura. Questa
concezione con la relativa terminologia è penetrata largamente nel pensiero
tedesco del nostro secolo.
Per Sartre (L'essere e il nulla) la coscienza è
"essere per sé" o presenza a sé (distinzione di sé da sé; è
negatività e libertà, in quanto essenzialmente progettualità rivolta al futuro,
di contro all'"essere in sé" delle cose. Tra l'essere e la coscienza
c'è un'opposizione irresolubile. La coscienza si definisce come
"non-essere"; ed è quindi "l'essere per cui il nulla viene al
mondo", nel senso che ogni negazione che s'incontri nell'esperienza
dipende dall'attività negatrice originaria della coscienza.
Alla certezza interiore come pretesa via d'accesso diretto
alla verità vengono oggi contrapposti i metodi propri delle scienze, teoriche o
empiriche.
La complessa problematica logica che ne deriva occupa una
posizione centrale nelle filosofie che, come l'empirismo logico, muovono
appunto dal riconoscimento che nelle scienze esistenti e nei loro progressi è
data l'unica possibilità di conoscenza affidabile.
Il punto estremo di questa critica è rappresentato dal
comportamentismo, il quale, proprio sul terreno dei fenomeni psichici, rifiuta
le pretese conoscitive del ricorso all'interiorità e propone in alternativa una
metodologia fondata sui dati oggettivamente osservabili, nella convinzione che
l'introspezione sia una fonte di autoinganno.
L'introspezione quale modo di conoscenza dei fenomeni
psichici è contestata, su un altro versante, dalla psicanalisi, secondo la
quale la genesi profonda di tali fenomeni sfugge alla normale consapevolezza
del soggetto" [EGF2, 1997, p. 221].
La concezione della coscienza come rapporto con l'esterno
è stata ripresa su altre basi, in questo secolo, dalla fenomenologia.
La fenomenologia ed Edmund Husserl
Per Husserl la coscienza è intenzionalità, cioè
trascendimento nei confronti dell'oggetto. Essa è costituita di esperienze
vissute, che sono la sua sostanza e posizione assoluta. Invece la filosofia
romantica aveva concepito la totale immanenza della realtà nella coscienza.
Nelle Idee per una fenomenologia pura e una filosofia
fenomenologica (1913 1 1952) Husserl propone il metodo della "riduzione
fenomenologica" ("sospensione del giudizio" o epoché) per
attingere la dimensione in cui i fenomeni si manifestano in piena
"evidenza" ("in carne ed ossa") e come "datità
originarie". L'epoché pone tra parentesi sia i giudizi del senso comune
(pregiudizi) sia le teorie scientifiche. Operata tale riduzione ciò che emerge
come "residuo fenomenologico" è il campo trascendentale della
coscienza pura (par. 49).
Le realtà psichiche (il terzo degli strati fondamentali
della realtà, dopo le cose materiali e le nature animali) non sono una
molteplicità irrisolta di soggetti singoli, ma una intersoggettività
originaria.
La sfera della coscienza trascendentale non è né il cogito
solipsistico cartesiano, né, dice Husserl, l'Io puro di Fichte; è piuttosto un Noi
intersoggettivo che si dispiega in un operare comune di cui il linguaggio, la
società e la storia sono le più dirette manifestazioni (Meditazioni
cartesiane, parr. 55-60) [EGF2, 1997, p. 512].
Husserl nega la coscienza come cosa e la ribadisce come
atto, un originario fuori-di-sé o, come dice Merleau-Ponty, una trascendenza.
Martin
Heidegger e Karl Jaspers
Lo spiritualismo del sec. XIX persegue dal canto suo
l'ideale della coscienza come manifestazione dell'infinito, sottolineando però
il rapporto non necessario fra i due termini.
L'esistenzialismo rappresenta invece una svolta radicale.
Esso fa l'esperienza drammatica dell'impossibilità e pure della necessità del
trascendimento della coscienza.
Questo modo di vedere è condiviso da Jaspers, Sartre,
Heidegger.
La filosofia, a differenza delle scienza, si rivolge
all'esistenza in quanto unità di soggetto e oggetto; ogni esistenza infatti è
la sua stessa situazione nel mondo: "Il mio io è identico con il luogo
della realtà in cui mi trovo".
Ciò conduce ai temi di colpa (ogni esistenza sconta
fatalmente la parzialità ineliminabile che la caratterizza), libertà (ma di
fatto io devo scegliere e sono già scelto dalla situazione storica, la libertà
si riduce all'accettazione del proprio destino, secondo il motto nietzschiano
"divieni ciò che sei") e comunicazione (che risulta in ultima analisi
impossibile)
[EGF2, 1997, pp.575-6].
Sulla stessa linea si muovono Heidegger ("L'Esserci,
in virtù del suo modo fondamentale di essere, è già sempre "fuori",
presso l'ente che incontra in un mondo già sempre scoperto") e Sartre
("L'essere della coscienza, in quanto coscienza, è di esistere a distanza
da sé, come presenza a sé, e questo niente di distanza che l'essere porta nel
suo essere è il nulla").
Per Heidegger la trascendenza verso il mondo è l'essenza
della soggettività stessa; trascendere è progettare un atteggiamento nel mondo.
Ma il mondo ricomprende in sé il soggetto che si trova gettato così in esso e
sottoposto alle sue condizioni. Di conseguenza la coscienza s'identificherà con
il tentativo di mettersi in rapporto con qualcosa che è destinata allo scacco.
Il teorema dell'intenzionalità della coscienza che Husserl
aveva preso da Brentano è infine ripercorso da Jaspers per il quale
"l'essere della coscienza non è come quello delle cose, ma la sua essenza
è nell'essere diretto intenzionalmente agli oggetti", ma la coscienza
riflette anche su di sé ponendosi come autocoscienza: "l'"io
penso" e l'"io penso che penso" coincidono in modo da non poter
esistere l'uno senza l'altro" [DPL, 1992, pp. 236-237].
Dunque questa ipotesi fenomenologico-esistenzialista
rifiuta la riduzione dell'uomo a coscienza e concepisce l'individuo come un
essere-nel-mondo, dove il mondo è pensato come costitutivo dell'essenza umana.
Nella visione marxista la persona (e dunque la coscienza)
è la risultante dei rapporti che l'uomo ha con la natura e con i propri simili.
Jean-Paul Sartre
A partire dal concetto husserliano di intenzionalità della
coscienza, Sartre credeva in una trascendenza ineliminabile della coscienza
verso il mondo e le cose. Al centro della psicologia fenomenologica egli voleva
la funzione immaginativa (L'immaginario, 1940) perché ciò permette di
evidenziare la proprietà della coscienza di distanziarsi dalle cose e dai
fatti, annullando la totalità dell'esistente in vista di significati che la
coscienza liberamente pone.
Con questi studi Sartre cominciò a fissare i capisaldi
della sua ontologia fenomenologica, fondata sulla complementarità
contraddittoria dell'essere della coscienza (il "per-sé"), come
libertà assoluta che dà significato globale ai dati della situazione, e
dell'essere del mondo (l'"in-sé" o Essere per antonomasia), come
realtà fattuale massiccia e opaca, che è il supporto e il residuo irriducibile
dell'attività intenzionale della coscienza
In L'essere e il nulla il rapporto con l'altro si
configura negativamente come reciproca riduzione a oggetto (a
"in-sé") fin dall'esperienza primaria dello sguardo, per cui
"l'essenza del rapporto tra le coscienze è il conflitto".
La sintesi di in-sé e per-sé, che corrisponde all'idea di
Dio, assoluta libertà e insieme assoluta necessità, è impossibile. Esiste una
equivalenza negativa delle scelte, ovvero uno scacco ontologico dell'esistenza
[EGF2, 1997, p.1011].
Henri Bergson
Di Bergson mi occupo più estesamente dato l'interesse
della sua riflessione filosofica. Egli è autore di una teoria dell'evoluzione
fondata sulla dimensione spirituale della vita umana che esercitò una profonda
influenza su molte discipline.
Oltre che alla filosofia si interessò alla matematica e
alla fisica, che coniugò con la filosofia della scienza e la riflessione sul
problema del tempo. Insegnò nei licei, all'École Normale Supérieure e al
Collège de France.
Nella sua tesi di dottorato Saggio sui dati immediati
della coscienza (1889), criticava l'applicazione alla coscienza di una
concezione del tempo deterministica e positivistica. Solo la "durata"
intesa come sequenza di momenti qualitativamente connessi tra loro e non
quantificabili, è in grado di cogliere l'io nella sua interezza.
Nelle opere successive analizzò il rapporto tra mente e
corpo (Materia e memoria, 1896) e il problema dell'esistenza umana
all'interno dell'evoluzione intesa come energia pura, élan vital, forza
vitale libera da implicazioni finalistiche o deterministe (L'evoluzione
creatrice, 1907).
Membro dell'Accademia di Francia si occupò di affari
esteri, politica e problemi morali e religiosi; si convertì al cattolicesimo ma
rifiutò il battesimo per non tradire la sua origine ebraica al tempo della
persecuzione.
Negli ultimi vent'anni della propria vita pubblicò
unicamente Le due fonti della morale e della religione (1932), in cui
estese le sue concezioni alla morale, alla religione e alla società. Premio
Nobel per la letteratura, morì a Parigi nel 1941.
Bergson contrappose alla concezione razionalistica del
positivismo una visione della conoscenza e della vita fondata su diversi
livelli dello spirito e su diversi piani conoscitivi. All'apice di questi
livelli non è l'intelligenza, che ci offre soltanto rappresentazioni
superficiali, convenzionali, utili ma non corrispondenti alla realtà delle
cose; la vera attività conoscitiva è l'intuizione, che ci permette di cogliere
l'essenza del reale, della natura come del nostro Io. La vera realtà della
natura e dello spirito non può essere colta attraverso le artificiose
schematizzazioni delle scienze ma deve essere appresa intuitivamente nel suo
divenire, nel suo flusso ininterrotto.
Al concetto di tempo "spazializzato" della
scienza, artificialmente diviso in momenti distinti, egli contrappose il tempo
come durata, come flusso ininterrotto, come processo che non può essere
quantificato ma soltanto vissuto dalla spirito. Così tutta la vita viene
interpretata come evoluzione continua, come proiezione della realtà e dello
spirito verso forme sempre nuove, in una perenne attività creativa.
E' la coscienza, attraverso la sua capacità di conservare
nella memoria gli oggetti e poi di giustapporli in una successione ordinata, che
crea il tempo omogeneo. Ogni termine assume per la nostra coscienza un duplice
aspetto: uno sempre identico a se stesso, poiché pensiamo all'identità
dell'oggetto esterno, l'altro specifico, perché l'addizione di questo termine
dà luogo a una nuova organizzazione dell'insieme. Distinguiamo due forme di
molteplicità, due valutazioni molto diverse della durata, due aspetti della
vita cosciente l'uno netto, preciso, ma impersonale; l'altro confuso,
infinitamente mobile e inesprimibile, poiché il linguaggio non potrebbe
coglierlo senza fissarne la mobilità, e nemmeno adattarlo alla sua forma banale
senza farlo cadere nel dominio comune.
Bergson in Saggio sui dati immediati della coscienza
(1889) si propone una descrizione degli stati di coscienza in presa diretta,
cioè mediante l'introspezione e in polemica con la psicologia sperimentale
positivistica, che pretende di rapportare i dati interni della coscienza ai
fatti fisici esterni. Ma i fatti psichici vivono in una dimensione qualitativa
che non è rapportabile a quella quantitativa dei fatti fisici (si può misurare
uno stimolo, ma non una sensazione).
Il tempo concretamente vissuto dalla coscienza, per
esempio, è una "durata" reale in cui lo stato psichico presente
conserva il processo dal quale proviene ed è insieme qualcosa di nuovo.
Intuizione e stati della coscienza in Bergson
Non c'è soluzione di continuità tra gli stati della
coscienza: essi si compenetrano dando vita a un amalgama in continua
evoluzione. "Al di sotto […] vi è un flusso continuo, non comparabile a
nulla di ciò che ho visto fluire. È una successione di stati, ciascuno dei
quali preannunzia quello che lo segue e contiene quello che lo precede. In
verità essi non costituiscono stati molteplici se non quando son già passato
oltre ad essi, e mi rivolgo indietro per osservarne la traccia […]. In realtà,
nessuno di essi comincia o finisce, tutti si prolungano gli uni negli altri. È,
se si vuole, lo svolgersi di un rotolo, perché non c'è essere vivente che non
si senta arrivare, a poco a poco, al termine della parte che deve recitare […].
Ma è anche, altrettanto, un arrotolarsi continuo, come quello d'un filo su un
gomitolo, poiché il nostro passato ci segue, e s'ingrossa senza sosta del
presente che raccoglie sul suo cammino: coscienza significa memoria"
[Bergson, 1971, p. 48].
Ed è questo movimento reale e vissuto che la scienza non
può spiegare con i suoi concetti astratti e rigidi. Lo scopo del filosofo è
quello di aiutare l'uomo a scavare nella propria coscienza.
A causa poi di un analogo intellettualismo concettuale, la
scienza (e anche il senso comune) da sempre si imbatte in dualismi
irresolubili: materia-spirito, estensione-pensiero, necessità-libertà. Bergson
affronta tale problema in Materia e Memoria (1896). È la memoria pura e
spirituale a caratterizzare la vita profonda della coscienza: essa raccoglie
tutto il nostro passato e lo conserva nel fondo della psiche. Il corpo però, e
in particolare il cervello, si incarica di limitare la memoria totale,
imponendo la dimenticanza di taluni contenuti e l'oblio. Il cervello è dunque
un organo di traduzione e di collegamento: da un lato esso traduce l'attività
della coscienza in movimento (nel cervello non c'è il pensiero ma solo il
"movimento esteriorizzato" del pensiero), dall'altro collega la
coscienza con la realtà esterna, e anzitutto con quella prima cosa che per l'io
è il corpo.
Spirito e corpo possono essere espressi dunque come
memoria e percezione. La prima raccoglie la totalità della vita vissuta nella
sua spontaneità e creatività; la seconda si concentra sul presente, sulle
necessità pratiche dell'azione.
Per quanto riguarda l'evoluzione, tema caro a Bergson,
egli respinge sia il modello evoluzionistico spenceriano (cioè il
determinismo), sia l'evoluzionismo finalistico, perché entrambi negano la
spontaneità e la novità del processo reale. Dopo la pianta viene l'animale che
ha l'istinto, ma l'uomo lo sopravanza con l'intelligenza, che è la strada che
avvia l'uomo verso la coscienza e il concetto. La scienza è il traguardo estremo
di questo progressivo raffinamento.
Ma l'intelligenza può sempre tornare all'istinto,
accompagnato dalla coscienza. In Introduzione alla metafisica Bergson
definisce così l'intuizione: "quella simpatia mediante la quale ci si
inserisce nell'interiorità di un oggetto per coincidere con ciò che c'è in esso
di unico".
L'intuizione diviene così l'organo di una reale conoscenza
partecipativa, che si esprime nell'arte se diretta all'individuale, e nella
metafisica se rivolta alla totalità della vita presa nel suo slancio vitale, La
metafisica è pertanto la "scienza che si propone di superare la barriera
dei simboli" costruiti dal linguaggio comune e dall'intelletto
scientifico.
Al rischio che il progresso tecnologico spinga l'uomo
"verso la soddisfazione dei desideri più grossolani" Bergson oppone
la speranza in un nuovo salto evolutivo della specie, consistente in un nuovo
misticismo, che facendo leva sulla forza dell'intuizione e della tecnica si
traduca in un moderno "amore universale e attivo" [EGF2, 1997, pp. 105-106].
"Senza dubbio, nessuna immagine rende perfettamente
il senso originale che ho dello scorrere di me stesso. Ma neppure è necessario
che cerchi di renderlo. A chi non sia capace di darsi da sé l'intuizione della
durata che costituisce il suo essere, nulla la darà mai, non i concetti più che
le immagini. L'unica mira del filosofo deve essere, qui, provocare un certo
lavoro che, nella maggior parte degli uomini, le abitudini mentali più utili
alla vita tendono a bloccare (Le esigenze vitali tendono a portare l'attenzione
verso i livelli superficiali, spaziali, della coscienza, impedendole di
concentrarsi in un una sensibilità profonda e simpatetica verso l'oggetto, nota
del traduttore)" [Bergson, 1971, p. 50].
Fondamentale, e chiave di ogni altro, fu l'interesse per
il problema della coscienza, e per il ruolo dell'inconscio. Era il problema
implicito nel titolo stesso del primo libro di Bergson, l'Essai sur les
données immédiates de la conscience, in cui si tentava di distinguere tra
una "vita psichica superficiale", a cui poteva essere applicata la
logica scientifica dello spazio e del numero, e una vita della coscienza più
profonda, in cui il vero io seguiva una sua propria logica" [Stuart
Hughes, 1967, p. 68-9].
Bergson nel movimento intellettuale della fine del secolo
scorso si collocava all'ala estrema "intuizionista", aggressivamente
antipositivista.
Maurice Merleau-Ponty
Anche per Merleau-Ponty l'essere-nel-mondo, costitutivo
dell'esistenza, è rapporto tra coscienza e mondo; ma a differenza di Sartre
egli pensa che quel rapporto non è interpretato adeguatamente attraverso la
contrapposizione tra per-sé e in-sé, che sembra riproporre il tradizionale
dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa e
sopravvalutare soggettivisticamente la libertà di coscienza.
Soggetto e oggetto, io e mondo, libertà e necessità, non
vanno visti nei termini antitetici della filosofia classica e delle sue
soluzioni unilaterali (materialismo e idealismo).
"L’anima pensa secondo il corpo, non secondo se
stessa" (in L’Occhio e lo Spirito).
Seguendo le indicazioni dell'ultimo Husserl, Merleau-Ponty
identifica il luogo fondamentale dell'esistenza nell'esperienza vissuta della percezione
dove soggetto e oggetto, coscienza e mondo si costituiscono in un rapporto di
implicazione reciproca, di scambio e interazione che la fenomenologia deve
restituire nella sua ambiguità originaria (La struttura del comportamento,
1942) [EGF2, 1997, pp.575-6].
Pierre
Teilhard de Chardin e F. Tipler
Teilhard de Chardin definiva la comparsa della vita
cosciente sul pianeta come il processo tramite il quale il mondo estroflette un
occhio per guardarsi, immagine che ricorda le visioni del cabalista rinascimentale
ebreo Jizchad Lurja (1532-1575).
Formenti ricorda che secondo Lurja la creazione del mondo
consiste nel ritiro di Dio; ciò lascia un vuoto in cui si dispiega liberamente
la storia del mondo; solo la comparsa dell'uomo consente di ristabilire una
presenza divina [Formenti, 1999, pp. 186-187].
Con la comparsa della specie umana la Terra si risveglia,
si fabbrica un cervello rispetto al quale i singoli esseri umani svolgono la
funzione di cellule nervose. La genesi di questa Mente collettiva (che anticipa
il concetto di Mente che verrà elaborato anni dopo da Gregory Bateson) richiede
tuttavia un passaggio ulteriore, vale a dire, che l'evoluzione culturale e lo
sviluppo tecnologico diano vita alla "noosfera". Con questo termine,
Teilhard de Chardin definisce quel complesso di energie biologiche
spiritualizzate (potenziali intellettuali individuali e collettivi, sistemi e
codici di comunicazione, conoscenze, linguaggi, tecnologie ecc.) che
costituiscono una sorta di "superidentità" della specie, un sistema
pensante composto da elementi sia biologici sia artificiali. Non appena tale
"massa pensante" avrà raggiunto un punto critico, che Teilhard de
Chardin chiamava punto Omega, la Creatura Planetaria avrà completato il suo
processo di formazione, la Teogenesi sarà compiuta. A partire da quel momento,
la Terrà non sarà più solo coperta da una miriade di granuli di pensiero: si
sarà trasformata in un'unica sfera pensante.
La materia originaria, secondo Teilhard, contiene già in
sé la "coscienza" come elemento organizzativo, per cui l'evoluzione
si configura come un processo non puramente deterministico, ma anche teologico.
L'uomo non è ancora tuttavia il punto finale: l'universo,
e in esso l'uomo e la sua storia, tendono a un "punto omega": il
Cristo cosmico, punto di aggregazione di tutta l'umanità
("cristosfera").
Stato il fisico Frank Tipler ha riprendere recentemente il
concetto di Punto Omega, sostenendo che tutta la vita coscienze finirà per
convergere in una supermente che assumerà il controllo del cosmo e annullerà la
morte termica. Dio, con inversione temporale tipicamente gnostica, non sta
all'inizio ma alla fine dei tempi. Si veda anche la concezione di
Lurja"[Formenti, 1999, p. 187 n.].
ALCUNE VOCI DEL DIBATTITO ATTUALE IN ITALIA
Gianni Vattimo e il pensiero debole
Nietzsche, l'autore che insieme a Heidegger ha posto le
basi dell'ermeneutica filosofica contemporanea, vedeva nella dissoluzione dei
fondamenti il principio di una duplice emancipazione: sia come liberazione dal
simbolico, dalle credenze metafisiche, sia come liberazione del
simbolico, cioè come possibilità di sperimentazione di nuove forme di vita e di
pensiero.
Di qui la necessità per la filosofia di rinunciare a
qualsiasi ruolo fondativo e di configurarsi piuttosto come un "pensiero
debole" e come una "ontologia dell'attualità", capace di
accompagnare e di edificare l'umanità in un mondo che non ha ormai bisogno di
assoluti.
La storia non porta verso il meglio, come nel perfettismo
illuminista e idealista, ma si allontana dal peggio; l'anamnesi storica di
questo allontanamento ha il valore di una teodicea indebolita e di una terapia
[EGF2, 1997, pp. 1189 ss.].
A mio parere la posizione di Vattimo è importante per la
ricerca del nuovo paradigma di teorizzazione; è una posizione da cui non si può
prescindere.
Romano Guardini
Un intero saggio ha dedicato alla coscienza Romano
Guardini, ma intendendola quasi esclusivamente nell'ambito della religione, del
rapporto dell'uomo con Dio.
Secondo Guardini "coscienza è, anzitutto, quell'organo,
per mezzo del quale io rispondo al bene e divento consapevole di questo:
"Il bene esiste; ha un'importanza assoluta; il fine ultimo della mia
esistenza è legato a esso […]. La coscienza è anche la porta, per la
quale l'eterno entra nel tempo [la sottolineatura è mia, n.d.r.]. È la
culla della storia. Solo dalla coscienza sgorga "storia", la quale
significa ben altro che non un processo naturale. Storia significa che, in
seguito a libera opera umana, qualche cosa di eterno si compie entro il
tempo" [Guardini, 1997, p. 25-6].
Coscienza significa quindi "qualche cosa di grande;
una realtà creativa, capace di vedere e di attuare qualche cosa che prima non
esisteva ancora; di dar forma al bene eterno nel corso del tempo; di generare
in certo modo qualcosa di infinito e semplice insieme nella forma limitata
dell'azione. E a ciò tutto si presta come materia: tutto il contenuto della
vita, ogni cosa, ogni avvenimento […]. Questa coscienza è ciò che abbiamo di
più nostro" [Guardini, 1997, p. 33].
E ancora la coscienza è "un atto vitale, in cui opera
e influisce tutto quello che io sono, anche il mio stesso desiderio"
[Guardini, 1997, p. 36].
"Quello che alla superficie significa coscienza
morale, nelle sue ultime radici è il "fondo dell'anima", la
"scintilla dell'anima". […] La coscienza è dunque l'organo per la
realtà vivente e per il contatto con Dio; per ciò che Dio ci chiede"
[Guardini, 1997, p. 38-9].
"Dio non è un concetto, un'idea, un sentimento,
un'esigenza sociologica. Dio è reale; è la realtà assoluta. […] Questo
significa: Dio ci circonda, ci avvolge, ci penetra. Egli è presente nel più
profondo del nostro intimo. Là, dove il nostro essere confina interiormente,
quasi a dire, col nulla, sta la mano di Dio e ci regge. Là egli ci parla. […]
Non come un alcunché di impersonale, ma con un "io", al quale è
possibile rispondere con un "tu". Dio parla dunque dentro di
noi" [Guardini, 1997, p. 40-1].
""Coscienza" non significa affatto soltanto
un organo etico; a ciò l'ha ridotta appena l'età moderna e più che altrove, a
quanto sembra, stranamente nei paesi di lingua tedesca. In sé e per sé
"coscienza" significa l'organo che coglie il dover essere in genere,
ciò che è degno di essere, con manifesta tendenza all'aspetto religioso. Si può
dimostrare storicamente che parola e significato di "coscienza" sono
in rapporto con gli ultimi strati della coscienza religiosa: col "fondo
dell'anima" e con l'acies animae." [Guardini, 1997, p. 52].
"Ecco qui un compito da assolvere. Bisogna creare,
ampliare, munire di volta lo spazio interiore. Il mondo interiore deve venir
dischiuso" [Guardini, 1997, p. 58].
Angelo Crescini
Su che cosa sia la coscienza si è interrogato Angelo
Crescini in una conferenza del 1992.
"In che cosa di distingue il riconoscimento che è
proprio degli animali dal riconoscimento che è tipico dell'uomo? Rispondere a
questa domanda significa arrivare al concetto di soggetto alla seconda
potenza, ossia al concetto di coscienza. Nell'uomo il soggetto alla
prima persona, ossia la struttura da cui scaturisce il riconoscimento delle
cose presenti viene a sua volta riconosciuto: si raggiunge allora il
riconoscimento del fondamento dei riconoscimenti" [Crescini, 1992, p. 5].
"La spiegazione di che cosa è la coscienza è anche la
spiegazione della sua dinamicità.
Riconoscere una cosa, infatti, come abbiamo visto,
significa saperla distinguere da tutte le altre cose: in questa diversa
distinzione dalle altre cose sta la sua essenza, la sua sostanza. Ma allora
significa che ogni cosa per essere se stessa deve uscire fuori di se stessa per
trovare nella sua differenza dalle altre cose la sua identità, per diventare se
stessa. […] Questa dinamicità dunque della coscienza costituisce la coscienza
stessa" [Crescini, 1992, p. 7-8].
"La ricerca scientifica, che è parte importante della
coscienza umana in generale, è nella sua struttura di carattere evolutivo.
Essa consiste infatti nel progressivo avvicinamento delle strutture immaginate
alle strutture della realtà dalle quali quelle ricevono la loro ispirazione e
la loro energia. Si tratta di un dinamismo che non è costitutivo della
coscienza, ma soltanto del suo progresso, della sua evoluzione. […] Ogni essere
vivente infatti si trova sempre in una fase di adattamento all'ambiente, un
adattamento che non è mai completo" [Crescini, 1992, p. 12].
Vittorio Hoesle
La filosofia non si è ancora svincolata dalla metafisica,
mentre questo passaggio è necessario per poter arrivare a un incontro tra le
discipline delle scienze umane e quelle matematico-scientifiche.
Un esempio troviamo nelle tesi di Vittorio Hoesle [Hoesle,
1992],
"Riuscire a comunicare con esseri dotati di ragione
ma che magari hanno una base biologica diversa dalla nostra sarebbe la più
grande vittoria dello spirito sulla natura.
Esseri pensanti che vivono in qualche luogo lontano
dell'universo, avrebbero una ragione uguale alla nostra?
"Sono convinto che esiste un'unica ragione - sostiene
Hoesle - Credo che esistano forti argomenti trascendentali per dimostrare che
non possono esistere più ragioni e sono perfino convinto che questi esseri,
magari dopo un certo tempo - anche noi abbiamo impiegato molto tempo -
arriverebbero a una filosofia molto simile a quella dell'idealismo oggettivo.
Esiste un unico logos nell'universo al quale noi
partecipiamo e se esistono altri esseri razionali anche loro devono partecipare
allo stesso logos e devono essere in grado di arrivare a delle conclusioni
simili alle nostre nell'ambito della scienza e credo anche nell'ambito
dell'etica e della filosofia.
Kant era convinto che l'imperativo categorico sia valido
per ogni essere razionale e dunque anche per possibili altri esseri razionali
al di là dell'uomo, mentre credeva, e anche qui credo che abbia ragione, che
l'estetica sia valida in verità solo per esseri appartenenti alla stessa specie
… a causa della base biologica. … L'arte è basata non solo sulla ragione, ma
anche sull'apparato sensitivo e perciò su qualcosa di più contingente, mentre
credo che l'etica, la scienza e anche la filosofia siano basate sulla ragione
pura [Hoesle, 1992].
Ma possiamo chiederci: cosa è la ragione pura kantiana
agli occhi della neurofilosofia?
La difesa di tale concetto idealistico non è un ostacolo a
una teorizzazione multidisciplinare della mente in rapporto al cervello?
Non esistono argomenti forti contro la possibilità che
possano esistere macchine autocoscienti create artificialmente dall'uomo, anche
se ritengo siamo ancora lontanissimi dal poterlo fare.
Come i bambini si rendono indipendenti dagli adulti a una
certa età - e se non avviene è grave - così gli automi se avessero davvero
un'autocoscienza dovrebbero lottare per ottenere il riconoscimento della loro
autocoscienza. La grandezza del film di Stanley Kubrik, 2001 Odissea nello
spazio, è stata proprio nel rappresentare il processo del computer Hal che
vuole sia riconosciuta la sua autocoscienza.
Nel mondo inanimato incomincia a esserci un pensiero
interiore (Hoesle)
In principio dovrebbe essere possibile arrivare a un
rapporto di uguaglianza di diritto con questi esseri [Hoesle, 1992]. Delle tre
grandi cesure che ci sono nell'essere, quella tra inorganico e organico, quella
tra animale e uomo e quella tra inanimato e animato, la più misteriosa allo
stato d'oggi è quella tra animato e inanimato. Noi siamo convinti che nel regno
animale, non sappiamo bene dove, succede qualcosa di assolutamente
strabiliante: si sviluppa una dimensione interiore [Hoesle, 1992].
Hoesle ammette dunque che è impossibile spiegare la natura
e l'origine della dimensione interiore umana. È qualcosa che attualmente ancora
dobbiamo definire "miracolo".
Nella storia della filosofia ci sono state posizioni
estreme, specifica Hoesle, rispetto a questa posizione media, che cioè nel
mondo inanimato comincia a esserci un pensiero interiore.
Leibniz è convinto che tutto abbia un'anima, anche gli
atomi hanno un momento di interiorità, nell'uomo si raggiunge il massimo
livello con l'autocoscienza.
Dall'altra parte Cartesio è convinto che solo gli uomini
abbiano l'autocoscienza.
Gli animali non hanno neanche dimensione interiore. Sono
solo macchine che funzionano.
Né la posizione di Leibniz né quella di Cartesio sono
idealmente inconsistenti né possono essere falsificate perché il problema della
dimensione interiore non è un problema empirico come gli altri dove io posso
misurare. La dimensione interna di un'altra persona per definizione non mi è
accessibile in maniera immediata, io posso solo per analogia dedurre che lui
abbia una dimensione interiore. Ma io non sento il dolore dell'altro [Hoesle,
1992].
Cartesio aveva una posizione che ormai quasi più nessuno
sostiene.Per non cadere nel dualismo, negava la dimensione interiore agli
animali.
Ci sono invece ancora pensatori Leibniziani, convinti che
tutto abbia un'anima, con argomenti non stupidi a favore.
Noi non sappiamo esattamente cosa sente un'altra persona e
perciò il solipsismo che nega che esistano altre persone con soggettività, è
una posizione che sembra in primo grado assurda - e lo è anche in ultimo grado
- ma non è immediatamente inconsistente. Similmente come facciamo a sapere che
i computer non sentono niente? Non c'è finora una risposta veramente assoluta a
questa domanda [Hoesle, 1992].
Hoesle dice che Popper e Eccles nel libro che hanno
scritto insieme sostengono la tesi che la dimensione interiore, ciò che noi
chiamiamo anima, non potrà mai essere spiegata in maniera naturalista, ma è
ontologicamente irriducibile alle entità fisiche.
"Io non sono convinto che abbiano ragione. La cosa
che mi irrita in questa concezione è che in questa maniera la cesura essenziale
dell'essere non è più quella tra uomo e animale, ma cade dentro al mondo
animale; la cesura si troverebbe lì dove sono esistiti i primi esseri con una
dimensione interiore. Konrad Lorenz ha scritto: "Gli animali hanno una
dimensione interiore'", lui che ha vissuto tutta la vita con gli animali,
inizia il libro scrivendo: "Non lo so, perché se lo sapessi avrei risolto
il problema dell'anima e del corpo"" [Hoesle, 1992].
Nella tradizione spesso la parola coscienza è stata usata
come sinonimo di sensazione.
L'io esiste solo se uno sa dire "io". All'io
appartiene essenzialmente l'autocoscienza dell'io. Se l'io non dice a se stesso
"io" allora è un lui. Questa è la maggiore cesura tra uomini e
animali. Perfino il bambino piccolo solo a tre anni riesce a dire
"io". Questa capacità di tematizzare se stesso è il distintivo
dell'uomo. Ciò è tipico della nostra cultura occidentale, l'io è la prima
persona.
L'autocoscienza è una struttura riflessiva.
Nell'autocoscienza c'è la capacità di tematizzare ciò che sta succedendo. È una
relazione autocritica su quello che si sta percependo; essere in grado di
mettere in dubbio le proprie sensazioni. Essa ha un significato anche a livello
sociale: autoconsapevolezza di me e del mio valore, del mio rapporto con gli
altri uomini, i miei doveri, la dimensione etica: infatti l'uomo, a differenza
degli animali può frenare i propri istinti.
SCHEMA DELLE TEORIE CONTEMPORANEE SULLA COSCIENZA
Possiamo delineare in modo schematico le principali idee
formulate nell'ultimo decennio del secolo scorso, prima che esse fossero
ulteriormente elaborate nei primi anni del Novecento.
E così come la letteratura (H. Hesse, A. Gide, M. Proust,
T. Mann) e il mondo della cultura di inizio secolo risentirono delle idee di
"vedere attraverso", del "sondaggio in profondità" che
venivano da Bergson e da Freud e Jung, ma anche dell'intuizione come unica
possibilità di avvicinamento alla verità che altrimenti è contraddittoria,
misteriosa e inspiegabile, sarebbe altrettanto bello poter fare ora e vedere
quali idee stanno influenzando la cultura mondiale odierna nella riflessione
sulla coscienza.
Nella filosofia contemporanea il rapporto tra il soggetto
e i suoi stati di coscienza, anziché costituire il presupposto della
conoscenza, diventa un oggetto di indagine tra gli altri. In questa
prospettiva, le "teorie della coscienza" che sono state proposte sono
numerose; si ricordano qui le principali [EE, p. 810].
a) La teoria dell'intenzionalità Secondo
questa teoria, formulata da Brentano e successivamente ripresa e sviluppata da
Husserl, i fenomeni mentali sono caratterizzati dalla loro "esistenza
intenzionale", cioè dal loro riferirsi a un contenuto, dalla loro
"direzione verso un oggetto". È però necessario definire i tratti
distintivi dell'intenzionalità; la contemporanea analisi logica del linguaggio
ha messo in luce la possibilità di reperire questi tratti tra le proprietà
logiche degli enunciati che descrivono fenomeni mentali (enunciati del tipo
"X crede che…", "X pensa che…" ecc.).
b) La teoria strumentalistica di Dewey
concepisce la coscienza come "quella fase di un sistema di significati
che, in un dato momento, subisce un raddrizzamento di direzione"; se
chiamiamo "spirito" il sistema di significati in questione, la
coscienza ci rivela come la fase in cui il sistema dato, incontrando un
ostacolo di qualsiasi natura, si ristruttura e si riorganizza, tramite
l'insorgere di idee e direttive funzionali, in vista dell'adattamento
dell'organismo cosciente all'ambiente cicostante.
c) La teoria comportamentista Si tratta
della teoria più radicalmente riduzionistica nei confronti della coscienza, che
viene concepita come serie di disposizioni comportamentali, dove i
comportamenti in questione vengono ridotti a risposte interamente determinate
dalle caratteristiche fisiche dell'ambiente circostante. La coscienza come
mondo dei "significati" e dei "valori" viene quindi
globalmente negata: significati e valori vanno spiegati in termini
meccanicistici.
d) La teoria neurofisiologica La coscienza è
una successione di processi cerebrali. Questa teoria, se da un lato pone
numerose questioni di natura filosofica (soprattutto in relazione al problema
dei rapporti mente-corpo), dall'altro va annoverata tra le risposte più
specificamente psicologiche al problema della coscienza" [EE, p. 810].
La scienza può prescindere dalla metafisica?
Si intende generalmente per metafisica la speculazione
filosofica al di là dei limiti attuali o anche solo apparentemente possibili
della scienza, e l'elaborazione di sistemi più o meno astratti al fine di
spiegare origini e scopi, fenomeni della mente e della materia e il posto
dell'uomo nell'universo. Il termine "metafisica" ha la sua origine
semplicemente da quei libri di Aristotele che venivano collocati in sequenza
dopo la sua Fisica.
Il significato peggiorativo di "oscuro" e
"esageratamente speculativo" è recente, specialmente dopo i tentativi
di A.J. Ayer e altri di dimostrare che la metafisica è assolutamente priva di
senso.
Un punto controverso è in che misura la scienza è, o può
essere, libera dalla metafisica. Ci potrebbero sempre essere assunzioni
teoriche non verificate, o addirittura mai verificabili, che sono necessarie
per interpretare gli esperimenti. Queste assunzioni sono (per definizione)
metafisiche, in quanto esse non sono verificabili attraverso l'osservazione o
l'esperimento, e quindi sono essenzialmente speculative.
Kant sostenne, soprattutto nella sua opera Prolegomeni
ad ogni futura metafisica (1783), che il tempo e lo spazio sono categorie
della mente, e che è impossibile concepire il mondo fisico senza tali categorie
a priori. Si pensa spesso, d'altra parte, che l'empirismo sia esente da
assunzioni metafisiche, per lo meno per i filosofi operazionisti, che ritengono
che tutta la conoscenza derivi dall'osservazione, e in particolare dall'accordo
e il disaccordo osservato tra procedimenti sperimentali definiti formalmente e
misure. Questo è essenzialmente l'obiettivo e l'asserzione di Karl Popper per
una conoscenza obiettiva. Un punto di vista attuale molto diverso, sviluppato
soprattutto dai filosofi americani Norwood Russell Hanson e Thomas Kuhn, è che
non esiste nulla di simile a un linguaggio d'osservazione neutro, privo di
teoria, che semplicemente registri "i fatti"; anche le osservazioni e
gli esperimenti più semplici devono essere fatti nel contesto di assunzioni
teoriche complesse.
Poiché queste assunzioni non possono essere obiettivamente
verificate o dimostrate operativamente, si potrebbe dire che sono metafisiche e
questo porta a un relativismo più o meno estremo, che rifiuta la nozione di
"fatti bruti" e dati di osservazione "obiettivi" [Gregory,
EOM, 1991, p. 557].
III
La coscienza nella psicologia,
nella psichiatria e nella neurologia
Anche in questo capitolo, dove analizzo la presenza del
concetto di coscienza nella psicologia e nelle scienze mediche (neurologia
clinica), non ho la pretesa di svolgere un'analisi esaustiva e approfondita. Mi
basta inquadrare l'importanza della "coscienza" in queste scienze,
per poi spostare l'attenzione sulla neurofilosofia.
Ogni riconoscimento è sempre "presa di
coscienza".
Il problema di fondo è quello della coscienza,
quest'oggetto dimenticato dalla scienza, che a stento di osa definire, se non
alludendo ad essa come proprietà stessa della vita e che quindi necessariamente
si articola in vari livelli, dalla coscienza primaria o
"coscienza-corpo" fino alla coscienza riflessiva o coscienza della
coscienza.
Né tanto meno è definibile la coscienza di sé: "L'immagine
di sé, l'immagine nello specchio, io non so ancora esattamente cosa sia: è una
manifestazione, è un esercizio? Per me la questione resta aperta" [Farneti
- Carlini, 1981, pp. 85-86].
Definizione di coscienza nella psicologia
G. Benedetti ha riassunto in cinque punti fondamentali la
struttura della coscienza:
a) la coscienza è il risultato di attività neuroniche complesse che
debbono svolgersi selettivamente per l'azione inibitrice contemporanea su altri
sistemi neuronici che, funzionando, impedirebbero la selettività delle prime.
La selettività si manifesta nell'elettroencefalogramma con i fatti di
desincronizzazione;
b) gli impulsi che sfociano nel fatto percettivo cosciente si svolgono
attraverso circuiti centro-periferici che, attivando la periferia sensoriale,
realizzano un feed-back centro-perifero-centrale;
c) per il riconoscimento, nel fatto percettivo entrano in attività zone
corticali che conservano la traccia degli avvenimenti passati;
d) per giungere alla consapevolezza che quello che sta avvenendo si
svolge nella "propria" mente è necessaria l'acquisizione dell'Io, per
la quale occorre che entrino in attività le zone encefaliche che assicurano il
cosiddetto "schema corporeo";
e) l'attività dell'analisi percettiva di queste afferenze a livello
corticale presuppone la loro integrazione in schemi ideo-verbali che approdano
al linguaggio.
A questa descrizione neurofisiologica, G. Benedetti
aggiunge una definizione fenomenologica della coscienza centrata su tre componenti
fondamentali:
a) la consapevolezza della sensibilità;
b) la consapevolezza di sé con percezione interna
organizzata in un complesso stabile che è l'Io;
c) la capacità di questo io di estendersi mediante i
processi mnemonici nel passato, e mediante quelli di anticipazione nel futuro
[DPL, 1992, p. 234].
Sigmund Freud
La teoria psicanalitica si è costituita rifiutando di
definire la psiche in termini di coscienza, e a questo proposito S. Freud
scrive: "Che parte rimane nella nostra esposizione alla coscienza?
Nient'altro che quella di organo di senso per la percezione di qualità
psichiche".
Ma anche se marginalizzata, la coscienza ha costituito
anche per Freud il punto di partenza per la giustificazione di un inconscio che
è il risultato di un'inferenza a partire dalla lacunosità degli atti di
coscienza "non danno luogo a serie in sé conchiuse e ininterrotte"
[DPL, 1992, p. 237].
Per Freud la coscienza è lo strumento del dominio
parentale poiché è fornita dall'autorità ambientale e rappresenta un insieme di
direttive mediante il quale il bambino viene "ammaestrato". Non è
innata, ma conseguenza della formazione del Super-io dal quale ha origine anche
la morale conscia. La morale, proprio perché corrisponde alla interiorizzazione
dei principi e delle restrizioni ambientali, è quindi d'origine
"esterna" e imposta all'individuo, almeno all'inizio della vita.
Nell'ottica freudiana, la maggior parte degli uomini non
avrebbe una capacità di autentica vita morale, poiché sarebbe patrimonio di
pochi avere un Io forte, capace di sottrarsi al dominio delle pulsioni
istintuali .
Carl Gustav Jung
Per C. G. Jung lo psichico non coincide con la coscienza,
che invece è legata all'Io: "La coscienza è la funzione o attività che
mantiene il rapporto di contenuti psichici con l'Io. La coscienza non è
identica con la psiche". "Per "Io" intendo un complesso di
rappresentazioni che per me costituisce il centro del campo della mia coscienza
e che mi sembra possedere un alto grado di continuità e di identità con se
stesso" [DPL, 1992, pp. 237-238].
Il pensiero di Jung appartiene a quel grande filone
trasversale alla storia del pensiero filosofico e psicologico, in base al quale
la coscienza è uno strumento della persona, dell'uomo, dell'individuo, e
non già un' "origine" .
La corrente fenomenologica qualitativa e quella
dell'entità fisiologica
Il concetto di coscienza si è evoluto parallelamente allo
sviluppo della filosofia, della psicologia e della neurofisiologia. Ciascuna di
queste discipline ha di volta in volta messo l'accento sugli aspetti
soggettivi, su quelli comportamentali, o su quelli fisiologici della coscienza.
In senso moderno, il termine è stato introdotto da G. W
Leibniz che distinse da un lato le petites perceptions, cioè la somma
degli stimoli subliminali, e dall'altro l'apperception attraverso cui le
percezioni arrivano a livello cosciente. Questa distinzione contiene l'ipotesi
di una soglia sensitiva suscettibile di sperimentazione psicofisica, e la
separazione tra contenuti psichici avvertiti coscientemente e contenuti
preconsci" [DPL, 1992, p. 234].
"Due posizioni" specificatesi nella seconda metà
dell''800 sono esemplari per le direzioni assunte dallo studio della coscienza:
come fenomeno qualitativo della psiche, o come entità fisiologica
neurofisiologicamente localizzabile.
E infatti i successivi studi precisano la descrizione
neurofisiologica della coscienza ma anche una descrizione fenomenologica.
"Lo studio empirico della coscienza è centrato
principalmente su due ordini di problemi; gli uni attinenti alle
caratteristiche dello stato in cui noi possediamo coscienza di noi stessi e del
nostro ambiente, gli altri riguardanti il genere dei processi interni al nostro
organismo dei quali possiamo acquistare coscienza. L'opposto di
"coscienza" e "incoscienza" nel primo caso,
"inconscio" nel secondo. Un terzo ordine di problemi si riferisce
alla nozione che ognuno di noi ha del proprio essere ("autocoscienza"
o coscienza di sé) a differenza di quella che se ne fanno le altre persone
osservandolo dall'esterno" [Hofstätter, 1966, p. 49].
Sono dunque tre le prospettive pricipali da cui viene
esaminato il problema della coscienza dalla moderna ricerca neuropsicologica:
a.
la
coscienza intesa come vigilanza (ecco perché l'opposto è incoscienza);
b.
la
coscienza degli eventi che si svolgono all'interno dell'organismo (l'opposto è
l'inconscio);
c.
l'autocoscienza
o coscienza di sé.
Non si discute più sulla "sede" della coscienza,
che ormai appare un falso problema, piuttosto, in campo neurofisiologico, ci si
chiede qual è la sede dei meccanismi regolatori dei livelli di coscienza.
Sperimentalmente si è potuto conoscere le sedi delle varie
funzioni mentali però si è sempre dovuto concludere che l'attività cosciente è
una funzione complessiva, basata su associzioni.
Infatti la corteccia associativa costituisce una parte
preponderante (lo si osserva più evidentemente nell'uomo).
Le aree associative sono estesissime nell'uomo, più degli
altri animali. Così alcuni studiosi sostengono che la quantità è tale
che costituisce da sé una qualità differente; altri invece sostengono è
una qualità intrinsecamente diversa che produce uno stato di coscienza diverso.
Infatti per abolire le facoltà coscienti devono esserci
lesioni estese o generali (come quelle metaboliche o tossiche) mentre una
lesione parziale o locale non abolisce le funzioni associative. Base
dell'attività e della "qualità associativa" è la grande presenza di
materia bianca (fasci nervosi di collegamento) nel cervello.
Stimolo e reazione
Da un punto di vista biologico l'intero fenomeno
"coscienza" si svolge completamente tra gli apparati recettori
e quelli effettori dell'organismo. La conseguenza dell'attivazione di un
effettore si chiama reazione, per quanto sarebbe più appropriato indicarla come
azione, giacché il termine "reagire" presuppone che l'attività
effettrice sia coordinata a quella recettrice da un rapporto sempre fisso e
perfettamente conoscibile.
Gli schemi interpretativi con i quali si cerca di
esprimere la relazione esistente tra i processi a livello corporeo e quelli
psichici costituiscono l'oggetto del cosiddetto problema anima-corpo, il
quale, a dire il vero, rientra più nell'ambito della filosofia che in quello
della psicologia empirica o della biologia. Queste ultime discipline,
rinunciando alla pretesa di chiarire la vera essenza del fatto coscienza,
si rivolgono semplicemente alle condizioni che ne permettono la comparsa
[Hofstätter, 1966, p. 341-2].
Lo schema corporeo
Lo schema corporeo, ritenuto necessario per un adeguata
attività motoria nello spazio, per la definizione e l'organizzazione, oltre che
per la interpretazione del mondo, fonda anche la distinzione di sé dall'altro,
è il primo nucleo del processo di costituzione dell'identità personale.
In particolare, quando lo psicologo genetico si riferisce
alle tappe fondamentali di questa costruzione, poiché di costruzione si tratta
e non certo di un semplice e gratuito dato originario, intende soprattutto
sottolineare l'evoluzione che si verifica fra la nascita del bambino e il
raggiungimento della coscienza di sé, ossia della capacità simbolica e
dell'individuazione dell'altro quali si manifestano nel riconoscimento
dell'immagine del proprio corpo nello specchio. Per quanto quest'ultimo
processo non risulti di più facile definizione, tanto che alcuni (Zazzo) lo
ritengono una semplice prova dell'esistenza della coscienza, mentre altri
(Lacan) vi intravedono la condizione stessa attraverso cui la coscienza si
costituisce, si è potuto tuttavia tentare una delineazione della genesi dello
schema corporeo [Farneti - Carlini, 1981, pp. 83-84].
La specchio e la nascita della psicologia
Sull'importanza dello specchio e su quanto incida
profondamente nella psiche ha scritto una bellissima pagina lo psichiatra
Vittorino Andreoli: "Lo specchio è il confidente più segreto di ciascun
giovane, maschio o femmina. Si tratta di una delle invenzioni che hanno
cambiato la storia dell'umanità e dovrebbe essere ricordata tra le grandi tappe
quali l'introduzione della ruota o del cannocchiale. Forse è allo specchio che
si può far risalire la nascita della psicologia e naturalmente della
psicopatologia. Alla mitologia non poteva sfuggire questo fenomeno e in Narciso
ha disegnato uno dei primi drammi dell'umanità: il sentirsi bello. In Narciso
questa presa di coscienza è stata fonte di morte. Altrettanto drammatica è la
percezione opposta, mostruosa. Con lo specchio sono nati i complessi, i
desideri e persino la chirurgia estetica. I giovani del tempo presente hanno
specchi dappertutto e di dimensioni tali da riflettere tutto il corpo" [Giovani,
pp. 106-107].
Cultura e cervello plastico
"Insomma la biologia nella sua evoluzione segue una
strada, descritta a grandi linee da Darwin, che non ha nulla a che fare con
l'evoluzione culturale. Ogni aspetto dell'attività umana si lega al cervello,
ma mentre i comportamenti fissati sono regolati da un encefalo deterministico,
la cultura è correlata all'encefalo plastico, che ha la capacità di
strutturarsi e modificarsi sulla base di stimoli esterni e dunque
sull'esperienza.
C'è quindi un'evoluzione che si lega alle mutazioni
genetiche (evoluzione biologica) e una che invece si lega alla plasticità
cerebrale e all'esperienza (evoluzione culturale). I termini, biologia e
cultura, sono antinomici, ma dentro al cervello rappresentano due modalità di
organizzazione delle reti neuronali e non, come si ammette, essenze distinte:
anima e copro, cervello e mente [qui cita V. Andreoli, La terza via della
psichiatria, 1980, Mondadori, Milano. N.d.r.]. Le grandi trasformazioni culturali
sono dovute ai processi di apprendimento che altro non sono se non
strutturazioni del cervello plastico mosse da esperienze nuove. La cultura è
precaria e si può persino perderla. I cambiamenti di ambiente comportano sempre
un cambiamento culturale e comportamentale" [Andreoli, 1995, p. 216].
L'analisi transazionale di Berne (Stati dell’io)
A mio parere esiste un interessantissimo spazio di ricerca
a partire dalla tripartizione degli stati dell'io che sta alla base del
pensiero di E. Berne: Bambino Adulto e Genitore .
Dei tre stati quello meno riempito di contenuti,
analizzato è quello dell'Adulto, a cui si attribuisce un "potere"
particolare, equilibrio, maturità, eccetera.
Non sarebbe difficile credo scoprire in tale visione
agganci con una visione metafisica dell'interiorità o anche la possibilità di
un collegamento forte tra Adulto e "potere della coscienza". È una
ricerca tutta da sviluppare.
Psicologia analitica e mitologia
Il rapporto tra mitologia e analisi della coscienza è
sempre stato importante nella psicanalisi. Un lavoro importante legato proprio
alla coscienza - e specificamente alla sua nascita, tema che mi è caro - è
quello di Erich Neumann, filosofo, medico e allievo di C. G. Jung, Storia
delle origini della coscienza . In esso l'autore offre uno studio
sistematico della mitologia, con la finalità non secondaria di appoggio allo
psicoterapeuta per una teoria evolutiva della coscienza in cui la storia dello
sviluppo psichico individuale coincide con la storia dello sviluppo psichico
collettivo dell'umanità, in quanto entrambi percorrono i medesimi stadi
archetipici che Neumann descrive: dall'Uroboros, il grande rotondo, e la Grande
Madre, alla separazione dai genitori, dall'eroe che combatte contro il drago
all'uccisione di padre e madre, alla trasformazione (Osiride).
LA COSCIENZA NELLA PSICHIATRIA
Il Dizionario di psichiatria della Oxford
Univeristy Press precisa che coscienza è un termine impiegato in modi vari e
controversi in filosofia, psicologia e psichiatria.
"È la presenza della mente a se stessa nell'atto di
apprendere e di giudicare, e la conseguente "conosciuta unità" di ciò
che è "consaputo", ossia di ciò che è attualmente presente alla
mente" (Centro di Studi Filosofici di Gallarate) [DPI, 1970, pp. 164-165].
La definizione riportata sottolinea soprattutto due
aspetti del concetto di coscienza: l'aspetto riflessivo ("presenza della
mente a se stessa") e l'aspetto integrativo ("conosciuta unità di ciò
che è consaputo": tutti i fatti psichici di cui il soggetto è consapevole
in un certo momento - percezioni, affetti, pensieri, volizioni - sono vissuti
come un insieme unitario, che è l'unità del soggetto stesso).
È difficile concepire la coscienza come una
"funzione" distinta, secondo il modello della psicologia atomistica;
essa appare piuttosto come una caratteristica di base, modale, di tutti i
processi psichici.
In psichiatria si parla soprattutto di stato di
coscienza; è un concetto descrittivo che si riferisce al complesso dei
contenuti psichici presenti alla mente in un certo momento e al modo in cui
vengono vissuti. Nella valutazione dello stato di coscienza si distinguono,
classicamente, il "grado di lucidità" (chiarezza con cui i contenuti
vengono esperiti) e la "estensione del campo di coscienza" (quantità
complessiva dei contenuti coscienti).
Stati di coscienza
I due stati di coscienza più nettamente differenziati nei
soggetti normali sono la veglia e il sonno.
Lo studio delle alterazioni dello stato di coscienza si è
rivelato prezioso per comprendere la natura della coscienza normale.
Quel che segue è detto da un punto di vista clinico.
Lo stato di coscienza normale vien detto vigile,
quando il soggetto è lucido, presente a sé e all'ambiente e consapevole della
distinzione di tre livelli di interazione: l'interazione fra l'Io (inteso come
soggettività riflessiva) e il corpo; quella fra il corpo e il mondo esterno; e
quella fra il mondo esterno (in particolare le persone, intese come soggetti
altri) e il soggetto interessato.
Si ha assenza di stato di coscienza nel sonno
(permanendo però un certo grado di scambi con l'ambiente) nel coma anche
nella forma più leggera (1° grado) in cui c'è risposta riflessa a stimoli
dolorosi. Nel coma, anche la forma leggera, c'è abolizione della coscienza.
Nella psicosi i tre livelli di interazione non sono
chiaramente distinti dalla coscienza.
Si parla di "alterazione lucida" della coscienza
quando (come in alcune psicosi o intossicazioni acute da allucinogeni) non c'è
una diminuzione della vigilanza e il soggetto, pur essendo normalmente presente
all'ambiente, non interpreta correttamente il rapporto fra Io, corpo, mondo
esterno.
Si parla invece di torpore o letargia (come nella
sonnolenza), confusione (errori grossolani nella valutazione dei dati
percettivi con disorientamento e falsi riconoscimenti) e crepuscolo
(diminuzione selettiva, come nel sonnanbulismo) quando c'è una riduzione della
vigilanza, che si traduce in una riduzione della quantità di scambi che
avvengono fra il soggetto e l'ambiente.
Nello stupore vi è immobilità e apatia e il
soggetto reagisce solo a stimoli dolorosi.
Si parla infine di onirismo o oniroidismo
quando lo stato confusionale si arricchisce di automatismi e fenomeni
allucinatori (simili a quelli del sonno) e dello stato ipnoide [EE, p.
810].
Alterazioni patologiche degli stati di coscienza
Più precisamente si descrivono quattro alterazioni
patologiche principali dello stato di coscienza:
stato ipnoide o torpore, indicato anche come ottundimento, offuscamento,
obnubilamento, ecc., condizione in cui la coscienza è alterata in modo tale che
solo stimoli molto forti possono provocare una reazione; si manifesta
clinicamente nello stato di torpore e in condizioni normali nel dormiveglia; vi
è un'alterazione puramente quantitativa con ideazione e reazioni torpide ma la
distinzione tra realtà e fantasia è mantenuta;
stato crepuscolare: si manifesta clinicamente nello stato crepuscolare
orientato e, in condizioni paranormali, nel sonnabulismo; vi è un
restringimento del campo di azione della coscienza che si esplica solo su un
limitato ambito ideoaffettivo; il soggetto agisce come un automa, capace di
eseguire solo funzioni in relazione a un determinato scopo; alcuni autori di
lingua tedesca usano l'espressione "stato di coscienza ristretta";
stato oniroide: si manifesta, clinicamente, nello stato oniroide; vi è
un'alterazione della coscienza "qualitativa" più che
"quantitativa"; lo stato di coscienza non è frammentato, come
nell'amenza , né ristretto a pochi temi di esperienze come nel crpuscolo, ma
mutato per la pressnza di una vivace produzione delirante fantastica e di
alterazioni psicosensoriali, che si mescolano all'esperienza della realtà
obiettiva esterna e interna; il malato ha buona o discreta possibilità di
orientamento nel tempo, nello spazio e nelle persone, a eccezione degli
elementi elaborati e strutturati dalle sue credenze fantastiche, rinforzate da
allucinazioni, illusioni e interpretazioni morbose della realtà e dei ricordi;
stato onirico: si manifesta clinicamente nello stato crepuscolare
onirico (o stato crepuscolare disorientato) e nello stato amenziale, disturbo
analogo al precedente ma assai più accentuato; il paziente è disorientato, l'ideazione
parcellare, e non c'è nessuna distinzione fra realtà e fantasia.
Per alcuni autori l'espressione stato confusionale
si riferisce solo a questi ultimi casi (i più gravi); invece per altri autori
indica, in generale, ogni stato di alterazione della coscienza.
Assenze epilettiche, sincopi, lipotimie, si configurano
come sospensioni perdite totali, ittali della coscienza, in genere fugaci. Una
perdita completa e durevole della coscienza dalla quale il paziente non può
essere risvegliato mediante stimoli, anche energici, si osserva nel coma.
Il termine stupore, indica un disturbo psicomotorio
e non della coscienza. Il concetto di coscienza non va confuso con quello di vigilanza
che ha un significato più limitato, prevalentemente quantitativo, e si riferisce
alle basi neurofisiologiche della coscienza stessa.
Coscienza dell'Io
Concetto di K. Jaspers usato soprattutto nella psichiatria
tedesca (ted.: Ichbewusstsein). Indica "il modo" nel quale
l'lo è consapevole di se stesso; Jaspers vi riconosce quattro caratteristiche
formali:
a)
attività dell'Io, in senso lato (ogni attività psichica cosciente ha un
"contenuto in Io", un "carattere personale", è riferita
all'Io: Io percepisco, Io sento);
b)
coscienza dell'unità: Io sono uno;
c)
coscienza dell'identità: Io sono sempre Io;
d)
sentimento dell'Io contrapposto al mondo esterno.
Rientrano fra i disturbi della coscienza dell'Io, così
intesa, i fenomeni di deperso- nalizzazione.
Coscienza morale (conscience)
Quelle strutturazioni psichiche che si oppongono alla
libera espressione delle azioni istintuali. È collegata agli atteggiamenti
morali, estetici ed etici dell'individuo. Secondo Freud quando gli
atteggiamenti, i divieti e i comandi dei genitori prendono posto nell'inconscio
per formare il Super-Io, quest'ultimo diventa la coscienza morale.
Più avanti nello sviluppo, quando il bambino comincia a
emulare altre persone, fuori della cerchia familiare e si forma un ideale
dell'Io, acquista un'altra coscienza.
Tra le due, tuttavia, esiste continuità.
La funzione della coscienza è di ammonire l'Io al fine di
evitare le sofferenze provocate da profondi sentimenti di colpa.
"La coscienza diventa patologica quando (a) funziona
in modo troppo rigido o troppo automatico, sicché il giudizio realistico sul
l'esito reale di azioni intese viene disturbato ("Super-Io arcaico'",
oppure (b) quando avviene la disintegrazione verso il "panico" e si
sperimenta un senso maggiore o minore di annichilimento totale invece di un segnale
di avvertimento, cosa questa che accade nelle depressioni gravi" .
Coscienza e malattie mentali
"La grande maggioranza delle malattie mentali, nella
misura in cui queste non sono di natura organica ben determinata, è dovuta a
una disintegrazione della coscienza causata da un'invasione
irresistibile di contenuti inconsci" (Jung).
Ciò significa che il materiale proveniente dall'inconscio
causa più o meno gradualmente la rottura e la disintegrazione dei contenuti
della coscienza.
Coscienza doppia [double, dual consciousness]: molti considerano
questa espressione sinonimo di "scissione della personalità": la
scissione della coscienza implica che l'individuo viva, alternativamente, ora
come una persona e ora come un'altra, ma mai come due persone simultaneamente
[DPI, 1970, p. 541].
Obnubilamento della coscienza: Quando una persona appare
perfettamente coscia di sé e di iò che la circonda, oritentata nel tempo e
nello spazio si dice che ha il suo "sensorio" è integro.
Al contrario c'è Obnubilamento della coscienza
quando appare disorientata e confusa; si dice che ha sensorio alterato. Sensorium
(dal lat.), indica la sede centrale delle sensazioni localizzata nella
circonvoluzione parietale ascendente, ma occasionalmente l'intero apparato
sensariale.
Coscienza di malattia è la consapevolezza del paziente di essere malato.
Sempre presente nelle nevrosi, manca spesso, invece, nelle psicosi.
Coscienza primitiva: tipo di Super-Io derivato dal passato arcaico
dell'uomo.
Scissione della coscienza: Quando un insieme di
esperienze, una rappresentazione mentale, esistono, come per esempio
nell'isteria, essenzialmente isolate nella coscienza, senza associazioni con
altri contenuti della coscienza stessa, si dice che vi è una scissione della
coscienza. È una delle (tante) forme di "difesa" dell'"Io".
NEUROLOGIA, COSCIENZA, MALATTIA MENTALE, E FARMACOLOGIA
Sarebbe molto interessante esaminare la dimensione della
coscienza in rapporto alla malattia mentale: coscienza e pazzia. Come anche gli
effetti dei farmaci sulla coscienza.
Com'è la coscienza del pazzo? Perché arriviamo a pensare
di essere tutti un po' pazzi? E a dire che forse i pazzi vedono meglio dei
sani?
Infine per l'aspetto neurologico della coscienza, che
strettamente inteso esulerebbe dagli obiettivi della presente ricerca, rimando
a un ottimo recentissimo e completo trattato di neurobiologia, quello di W.
Nolte .
IV
La coscienza nell'etica, nel
pensiero biblico
nella teologia morale e nella mistica
"Per coscienza morale si intende quell'insieme
di processi cognitivi ed emozionali che sono alla base della formazione di una
guida interiore che regola la condotta individuale, in armonia con i valori
riconosciuti dal gruppo sociale di appartenenza.
I processi cognitivi sono indispensabili per la conoscenza
delle norme e per la valutazione della conformità delle proprie azioni alle
medesime; i processi emozionali, come la paura, la colpa e la vergogna,
sembrano necessari, in una prima fase detta "eteronoma", alla
promozione di comportamenti conformi" [DPL, 1992, p. 238].
Montaigne faceva osservare che "le leggi della
coscienza, che noi pensiamo traggano origine dalla natura, nascono, in effetti,
dalla consuetudine: ogni uomo, onorando nel suo intimo le opinioni e i costumi
sanzionati e recepiti nel proprio ambiente, non riesce a disfarsene senza
rimorsi, né adeguarvisi senza compiacimento" (Essais, I, 23).
Della rilevanza che ha l'ambito di significato morale per
il concetto di coscienza ho già detto anche nel capitolo primo. Ne ho esaminato
la pregnanza semantica nell'ambito morale.
Qui ora specificherò soprattutto l'importanza del concetto
nella storia del pensiero teologico morale cristiano.
De esso emerge una fondamentale chiarificazione culturale:
la distinzione nel concetto di coscienza di due dimensioni: coscienza
fondamentale e coscienza attuale - come le chiama A. Valsecchi
[DETM, 1985, pp. 166-182] - l'una come nucleo originario della totalità della
persona umana, l'altra come funzione derivata di discernimento morale.
Tale distinzione è di grande attualità e permette, a mio
parere, la possibilità di rifondare una riflessione spirituale della coscienza.
Ma osserviamo da dove deriva tale distinzione.
La coscienza nella Gaudium et spes
È molto interessante un passo di un fondamentale documento
del Concilio Vaticano II, Gaudium et spes dove leggiamo: "La
coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova
solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità propria. [...] Nella fedeltà
alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità
e per risolvere secondo verità tanti problemi morali. Quanto più prevale la
coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal
cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità
"Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge
che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. [...] La coscienza è
il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio,
la cui voce risuona nell'intimità propria. [...] Nella fedeltà alla coscienza i
cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere
secondo verità tanti problemi morali. Quanto più prevale la coscienza retta,
tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si
sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità".
Il problema della coscienza è diventato dunque un fenomeno
centrale dei nostro tempo; e anche nella riflessione morale cristiana sta
riscuotendo una singolarissima attenzione. Alla lunga, doveva essere questo lo
sbocco di un processo di "coscientizzazione" che è rilevabile anche
nell'ambito della nostra cultura occidentale.
Essa è passata da una esaltazione unilaterale della legge
oggettiva (la legge della polis o lo jus dello Stato romano, ma
anche il logos universale della filosofia stoica, di cui la coscienza
dovrebbe semplicemente essere un'eco e un riflesso, se non addirittura una
"serva"), a fasi successive di sempre più netta responsabilizzazione
della persona e di valorizzazione dei carattere originario della sua coscienza
[DETM, 1985, p. 166].
Alcuni fattori sono intervenuti oggi ad acuire e
accelerate i dibattiti sulla coscienza, ad esempio, il diffondersi del
pluralismo ideologico e la sensibilità sempre più vasta e profonda ai metodi
democratici; il relativizzarsi delle norme oggettive e assolute, a vantaggio
del contesto culturale in cui l'uomo vive (è questo il frutto della riflessione
funzionalista e strutturalista) e della storia dinamica di questo contesto
(apporto, tra i più cospicui, della riflessione marxista).
Un'analoga svalutazione dell'oggettività morale è venuta
dallo studio (è soprattutto la psicanalisi che l'ha condotto) dei processi e
dinamismi psicologici che sorreggono e spiegano il formarsi delle nostre
idealità morali, all'interno della storia concreta di ogni persona e dei
rapporti affettivi più profondi e primari nei quali si è svolta.
Senza dire della rapidità di trasformazioni che
caratterizza la vita del nostro secolo, e fatalmente emargina i dettati
giuridici e canonici, incapaci di adeguarsi altrettanto rapidamente alle
mutazioni: non senza causa lo stesso Magistero della Chiesa ha cominciato ad
affidare esplicitamente alla coscienza dei singoli fedeli la decisione del
comportamento da assumere su problemi non piccoli, come quelli riguardanti
l'impegno politico-sociale o certi aspetti della vita familiare.
L'attualità e il fervore di tutti questi sviluppi
impongono ai teologi moralisti un accresciuto impegno di analisi e di costruzione
teologica attorno al tema della coscienza; e in pari tempo indicano la
difficoltà e spiegano il carattere provvisorio dei risultati a cui potrebbe
giungere.
LA COSCIENZA NEL PENSIERO BIBLICO
Il tema della coscienza costituisce un punto nodale dell'esperienza
umana quale si rileva nella parola biblica, anche se il termine
"coscienza" si trova solo rarissime volte nell'AT (Ecl 10,20; Sp
17,10); e neppure una volta ricorre nei Vangeli.
Al contrario, 31 volte lo si ritrova negli scritti
apostolici; più precisamente, 21 volte in S. Paolo, e le altre 10 volte in
bocca a S. Paolo (come in At 23,1; 24,16), ovvero in scritti strettamente
imparentati sotto il profilo dottrinale o lessicale con le lettere paoline
(come nell'epistola agli Ebrei e nella prima di Pietro).
Si è dunque tentati di pensare che la dottrina della
coscienza sia una novità dell'Apostolo delle genti: una tra le non poche
originalità del suo pensiero morale. Ciò è, per molti aspetti, vero. Fu S.
Paolo a elaborare perfettamente la nozione di coscienza come regola di vita:
utilizzando senz'altro certi concetti della filosofia ellenistica del suo tempo
(quella "popolare" e moraleggiante soprattutto, ove confluiva in
pratica l'insegnamento delle varie scuole); e arricchendoli dei numerosi apporti
che gli provenivano dalla sua formazione giudaica (in particolare, la
ricchissima nozione biblica di "cuore") e della sua teologia
cristiana: qui, infatti, la dottrina della coscienza veniva a contatto con
quelle del primato della carità, dell'inabitazione dello Spirito Santo,
dell'attesa escatologica [DETM, 1985, p. 168].
Ma sarebbe sbagliato esasperare l'originalità paolina
perché il messaggio di Cristo appare, contro il conformismo tradizionale, come
un perentorio appello alla coscienza.
Dunque, pur non trovando nella Bibbia prima di S. Paolo,
il termine di "coscienza", se ne trovano i contenuti, come del resto
avviene anche per il pensiero ellenistico - ove il termine è rarissimo - ma vi
si incontra, espressa in altri modi, una ricca tematica sulla coscienza.
La coscienza nell'Antico Testamento
L'assenza del concetto di coscienza in senso preciso
nell'Antico Terstamento "non è una lacuna in un contesto tanto
esistenziale e concreto, dove l'uomo è visto sempre nella totalità del suo
rapporto con Dio" . Chiamato all'alleanza con Dio, anzi costituito
esistenzialmente da essa, l'uomo dell'AT è in continuo ascolto della divina
Parola: Parola che gli si rivolge, lo penetra e lo investe, lo rende
consapevole del significato di ogni sua attività; ascolto, nel quale l'uomo
trova la sua sapienza e il discernimento tra il bene e il male:
"custodisco nel cuore la tua Parola, per non peccare contro di te"
(Sal 119,11). L'esigenza morale scaturisce essenzialmente da un tale incontro
fra Parola di Dio e ascolto obbediente dell'uomo, e ogni giudizio etico appare
il frutto della vitale percezione di valori che quell'incontro mette in
movimento [DETM, 1985, p. 167].
Il "cuore" all'origine dell'uomo
Il "cuore" è appunto questa costitutiva
interiorità dell'uomo, ove la Parola di Dio giunge come un giudizio (Gn 3,8ss;
Gs 14,7; 1 Sm 24,6; 2 Sm 24,10; Ecl 7,22; Gb 27,6): cuore contrito, cuore
"nuovo", cuore convertito, se accoglie quella Parola, divenendo la
fonte intima di ogni risoluzione religiosa e d'ogni valutazione morale (cfr Dt
4,39; 30, 6-8; 1Re 3,9; 8,38; Is 51,7; 57,15), cuore indurito, sordo,
ottenebrato, se la Parola non vi risuona più e i valori morali, di conseguenza,
non vi sono più riconosciuti (Ez 2,3-4; Zc 7,12; Sal 95,8-10). Così, tutta la
condotta dipende dalla decisione del cuore: Dio si ama con il cuore (Dt 6,5) e
lo si tradisce con il cuore (Ez 6,9); e "il cuore vigile alla voce di Dio
o convertito dal suo perdono è testimone del valore morale della condotta
dell'uomo alla presenza di Dio".
È allora esatto concludere che, pur non trovando nell'AT
un termine specifico per indicare la coscienza, vi sono tuttavia riscontrabili
e notevoli i fenomeni descrittivi di questo fatto originario. V'è poi da
ricordare un dato rilevantissimo, anche se implicito, soprattutto in quei testi
nei quali il "cuore nuovo" è un dono che appare fatto all'intero
popolo d'Israele. Il singolo, cioè, non è in primo piano: sono in primo piano
la comunità e gli eventi salutari che ne costituiscono la storia. E perciò,
quel che il cuore suggerisce al pio israelita, non è un mistico dettame divino
che vi risuoni; è invece una parola ascoltata dalla tradizione comunitaria a
cui quell'uomo appartiene: e non come semplice richiamo di un precetto dato una
volta per tutte (sarà questa l'interpretazione letteralistica e riduttiva dei
farisei), ma come proposta raccolta dal vivo della storia salvifica di cui egli
fa parte.
La coscienza nei Vangeli
Ciò vale anche per i Vangeli. Basta pensare al profondo
processo di interiorizzazione cui è sottoposta la vita morale nell'insegnamento
di Gesù, e al ruolo che vi assume il cuore, come testimone del valore etico e
luogo ove si intrinseca la volontà di Dio.
Il discorso della montagna richiede come fondamento
dell'agire morale un'interiore decisione che va ben oltre la semplice fedeltà a
determinati precetti: povertà secondo lo spirito; purezza di cuore, poiché
appunto da esso nasce il peccato e ogni attaccamento alle cose terrene; occhio
semplice e luminoso che rischiari intimamente tutta la condotta (Mt 5,3.8.28;
6,19-23).
Questa insistenza a porre nel cuore il centro della vita
morale, è cosa caratteristica nelle parole del Maestro, egli stesso "dolce
e umile di cuore" (Mt 11,28-30). Non devono essere in ordine le azioni,
come era la preoccupazione dei Farisei, ma la sede più profonda della nuova
giustizia, il cuore: lì vien seminata e deve fruttificare la Parola di Dio (Mt
13,19), e solo da un cuore puro si possono trarre le buone azioni, le parole
buone, il perdono misericordioso e quanto più conta nella legge, la giustizia,
la misericordia, la fedeltà (Mt 12,34, 18,35; 23,23-26); mentre a nulla
varrebbe osservare la legge con la precisione più minuziosa, se poi il cuore è
accecato e maligno: poiché da una simile fonte impura rigurgita ogni cattivo
pensiero e ogni azione immonda che imbratta l'uomo e, buona solo all'apparenza,
è abominevole a Dio (Mt 9,4; 15,18-20; Mr 7,18-23; Lc 16,15).
Da un tale messaggio balza chiaramente che il giudizio
sulla bontà o meno della nostra condotta è interiore, viene elaborato in quella
profondità personale da cui essa procede, il cuore: ed è un giudizio a cui non
si può sfuggire.
Ma risulta altresì chiaro che questa fonte interiore può
inquinarsi, questo intimo foro giudicante può lasciarsi corrompere, quest'occhio
scrutatore può essere accecato (Mt 6,23ss; Lc 11,35: "Bada che la luce che
è in te non si spenga: quanto sarebbe grande la tua tenebra!"). Tragica
ambivalenza del cuore: dà il valore etico all'azione, e insieme può farsi
complice dell'iniquità. È qui che comincia chiaramente a delinearsi l'esigenza
di una continua conversione del cuore: di una educazione della coscienza
(usiamo pure questo termine ignoto ai Vangeli) che avvenga sotto lo sguardo di
Dio, e quindi nella verità.
E anche in Gesù il criterio per la purità del cuore non è
un richiamarsi astratto e quasi individuale all'originaria Parola di Dio: anche
i farisei potevano richiamarsi a questa Parola e osservarla con scrupolosa
sincerità, come senz'altro facevano per la legge del sabato. Ma è la fedeltà al
rivelarsi di Dio nella storia viva della comunità che Egli chiama alla
salvezza. Si onora Dio non semplicemente, in modo quasi ripetitivo,
osservandone un precetto; ma secondo il senso che esso assume nella continua
novità della storia (la novità, ora, è Cristo, signore anche del sabato: Mt
12,1-8 e par.). Il "giudizio su ciò che è giusto" non si elabora in
un confronto estrinseco con la legge: bensì "da se stessi", e
cercando di discernere l'"ora presente" (Lc 12, 54-57) attraverso i
suoi "segni" (Mt 16,1-3). La coscienza, proprio perché si modella su
un evento prima che su un precetto, non è una semplice memoria: è memoria e
creatività. È un aspetto già in parte rilevato nell'AT, e che sarà ancora più
preciso nell'insegnamento di S. Paolo [DETM, 1985, p. 173].
La coscienza nel pensiero paolino
È con Paolo che il termine "coscienza" entra nel
vocabolario cristiano: una novità di grande rilevanza. Ma non era nuova
l'antropologia soprannaturale nel cui ampio contesto la dottrina sulla sunevidesi§ riceveva tutta la sua originalità e ricchezza.
L'uomo "nuovo", di cui parla continuamente
l'Apostolo, è l'uomo "in Cristo" (formula carissima a S. Paolo): in
un senso ben più alto di quello puramente psicologico, secondo una condizione
che qualifica la nuova creatura all'incirca nel modo in cui ogni cosa non
esiste che in dipendenza dal suo creatore. Ma ovviamente questa situazione
esistenziale implica pure una percezione fondamentale di sé, che è anche
intuizione di una nuova realtà morale: vale a dire, del vitale riferirsi di
ogni nostra azione, proprio perché nuova, a Cristo, come a principio ontologico
e a fine morale, al suo "pensiero" proprio, al suo più intimo
"spirito", al suo "sentimento di carità". Termini tutti
che, pur con una propria sfumatura, sono concretamente coincidenti e
interscambiabíli: vivere "in Cristo", "secondo il suo
Spirito", compresi del suo pensiero, chiamati alla sua carità, sono
formule analoghe per esprimere l'accadimento fondamentale (la propria "reazione"
in Cristo) in quanto comporta un'istanza morale radicalmente nuova.
È la fede che rivela quell'accadimento e questa istanza:
o, che è lo stesso, è la coscienza: una "buona coscienza" (2Co 1,12;
1Tm 1, 5,19; 1Pt 3,16; Eb 13,18), una "coscienza pura" (1Tm 3,9; 2Tm
1,3), una coscienza "emendata col sangue di Cristo" (Eb 9,12).
"Fede", "coscienza" e
"cuore"
La "fede" si identifica con una tale
"coscienza":
al punto che il ripudio della buona coscienza è un naufragio nella fede (1Tm
1,5).
Vediamo dunque che per Paolo (che per primo usa questo
termine) la "coscienza" ricopre il ruolo che era assegnato al
"cuore" nella precedente riflessione biblica (anche se
meno chiaramente): è l'intimo soggettivo esprimersi, al centro dell'io, della
trasformazione salvifica operatasi in noi; è la profonda e sintetica presa di
coscienza, possibile nella fede, del proprio esistere in Cristo e dell'istanza
morale costitutivamente nuova che ne scaturisce.[DETM, 1985, p. 174].
È un concetto globale di coscienza che la successiva
riflessione cristiana ha spesso lasciato cadere, come ha lasciato cadere la
nozione biblica di "cuore": esso va premesso alla comune nozione di
coscienza come funzione delle singole valutazioni etiche e come insieme di
giudizi morali conseguenti.
Anche la nozione "popolare" di coscienza, come
testimone o giudice interiore delle proprie azioni personali, è esposta
dall'Apostolo. In Romani 2,15 egli scrive che i pagani "mostrano scritta
nei loro cuori la realtà della legge, poiché ad essa rendono concorde
testimonianza la loro coscienza e quei pensieri che, succedendosi a vicenda,
ora li accusano ora li difendono": l'immagine di un dibattimento
nell'intimo tribunale della coscienza è molto eloquente.
La testimonianza interiore della coscienza si compie,
secondo Rm 9,1, "nello Spirito Santo": componente nuova dei giudizio
di coscienza, che esprime a livello concreto e operativo l'originalità propria
della coscienza cristiana come fondamentale percezione e assunzione della
salvezza compiuta in ciascuno da Cristo.
È la stessa "testimonianza della nostra
coscienza" che S. Paolo oppone ai Corinti (2Co 1,12) per difendersi dalla
loro accusa di incostanza: come opporrà la sua coscienza "perfetta"
ed "intemerata" alle imputazioni processuali di Gerusalemme e di
Cesarea (At 23,1; 24,16).
Le qualificazioni date alla coscienza in queste ultime
citazioni, richiamano quelle già note delle lettere pastorali di coscienza
"buona" e "pura". E incontestabilmente, oltre al
significato fondamentale già indicato, esse segnalano pure quella nota di
rettitudine e verità che la coscienza, come funzione di discernimento morale,
deve senz'altro possedere. È per questo che una "cattiva coscienza"
(Eb 10,22), una "coscienza macchiata" e "segnata dal marchio (di
Satana)" - sono espressioni anch'esse presenti nelle lettere pastorali (Tt
1,15; 2Tm 1,3) -, una coscienza cioè connivente col male, non potrebbe fungere
da giudice e testimone veritiero: sarebbe semplicemente il segno e il frutto
dell'incredulità o dell'apostasia dalla fede. La buona coscienza si costruisce
nella fedeltà alla comunità e alla storia della salvezza, la quale è entrata
oramai con la risurrezione di Cristo nel suo momento decisivo.
Ma che dire della coscienza che è fuori dalla verità, per
debolezza o errore? È un'ipotesi, per noi molto ovvia, ma che nel pensiero
biblico appare solo con S. Paolo: e proprio qui, nell'affermare il diritto -
come noi lo chiamiamo - della coscienza erronea, l'Apostolo ha lasciato
l'impronta della sua forte personalità.
La prima occasione di affrontare il problema S. Paolo
l'ebbe nella cosiddetta questione degli "idolotiti" (1Co 8). Potevano
mangiare carne sacrificata agli idoli, o non era partecipare a un culto
idolatrico?
La risposta di Paolo è perentoria: se ne può mangiare,
perché gli idoli non sono niente. Tuttavia, si deve badare a due cose: se
qualcuno ritiene che quel mangiare sia un atto idolatrico, non lo deve fare; e
anche i "forti" devono astenersene, se il loro esempio fosse di
inciampo ai fratelli più "deboli" nel seguire la loro personale
convinzione di coscienza.
Occorre perciò rispettare la coscienza altrui, quand'anche
non sia nella verità: la libertà che nasce da una coscienza convinta non è una
libertà completa che non ammetta ingerenze. Se mai - ed è l'elemento che
l'apostolo aggiunge nel risolvere la seconda questione: quella degli alimenti
impuri (Rm 14) - occorre adoperarsi per avere una "convinzione
sicura". Dalla "scienza" sappiamo che non vi sono cose impure; e
tuttavia vi sono fedeli titubanti e incerti, ai quali anche la cosa più onesta
può sembrare compromettente: sono bensì nel vero, ma senza convinzione
interiore e maturata, avendo invece il dubbio di fare cosa disonesta: ebbene,
"se colui che è nel dubbio, mangia, è condannato, non avendo agito con
convinzione; tutto ciò che non è fatto con sicurezza di coscienza, è
peccato".
La coscienza come primato, soggetto solo alla carità
È quindi determinante la convinzione intima che si ha
davanti a Dio: è un diritto inviolabile, che assegna alla coscienza convinta
un primato assoluto. Tale, almeno, se considerato come primato della
persona.
Se Newman pone la coscienza al di sopra dell'autorità, non
proclama nulla di nuovo rispetto al permanente magistero della Chiesa. La
coscienza, come insegna il Concilio, "è il nucleo più segreto e il
sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona
nell'intimità propria" [Piana, EC, 1997, p. 191].
Ma essa ha un'istanza superiore e universale, alla quale
deve coordinarsi e subordinarsi: la carità fraterna. In termini a noi più
familiari, "l'affermazione può essere così espressa: l'istanza personale
diviene assoluta nel momento in cui ha assunto l'istanza interpersonale":
la libertà che la coscienza sommamente possiede in base alla sua "scienza",
non può attuarsi "se non nel rispetto della coscienza altrui, sia pure
debole, e nell'edificazione per mezzo della carità" [Molinaro, 1971, pp.
25-26].
"Il giudizio di coscienza si estende su tutto, guida
la vita intera: non ci sono scelte che sfuggono alla sua responsabilità. Però
la buona coscienza non è quella uniforme, ugualmente puntigliosa su tutto,
bensì quella che nasce da un centro da un criterio di fondo (i biblisti
direbbero "il canone del canone") a cui sente il bisogno di continuamente
riferirsi nelle sue valutazioni: la carità" (B. Maggioni).
Resta comunque la forte affermazione di Paolo, che cioè la
coscienza è obbligante anche se oggettivamente erronea: affermazione che ha
anche il merito di togliere al discorso sulla coscienza ogni carattere mitico.
"Se è vero che essa rivela la voce di Dio, è anche vero che potrebbe
oggettivamente sbagliare: la voce di Dio non si affaccia alla coscienza in modo
miracolistico; si affaccia nell'autenticità dell'uomo, nella normalità, e ne
accetta il limite" (B. Maggioni).
La prima dimensione della coscienza morale: struttura
"originaria" dell'uomo
Dal quadro biblico tracciato il dato più rilevante che
emerge è la considerazione della coscienza a un duplice livello di profondità.
Anzitutto la coscienza appare come l'evento centrale
dell'interiorità cristiana, attraverso il quale l'intera persona si coglie
come esistente in un nuovo rapporto ontologico (con Dio in Gesù Cristo) e di
conseguenza intuisce e decide il nuovo ordine di valori etici che ne deriva. È
il momento globale e fondamentale della coscienza come "struttura
morale originaria": cuore pulsante da cui poi scaturisce ogni
particolare esercizio di interiore valutazione etica.
La seconda dimensione della coscienza morale:
"funzione" di discernimento e giudizio
L'altro piano, meno profondo, della coscienza è similmente
presente in tutti quei testi biblici nei quali è descritta come funzione
specifica del discernimento e giudizio morale sulla propria condotta e
vengono indicate le qualità per cui è autenticamente normativa (veridicità e
fermo convincimento).
Questa duplice considerazione della coscienza (come
elemento originario dell'uomo o come funzione derivata di discernimento) è
presente nella storia del pensiero cristiano, ma il secondo aspetto ha finito
per prevalere fino a diventare l'unico nella teologia postridentina e nelle
discussioni che hanno portato all'organizzazione dell'attuale trattato De
conscientia.
Distinguere, nell'esposizione storica, i due aspetti della
dottrina sulla coscienza, equivale perciò grosso modo a dividere quella storia
in due fasi: una più antica e una più recente.
LA COSCIENZA NELL'EVOLUZIONE DELLA TEOLOGIA MORALE:
DALLA SINDERESI ALLA CONSCIENTIA
Una storia dell'insegnamento tradizionale cristiano sulla
coscienza è ancora da scrivere. Esistono però numerosi studi monografici che illuminano
l'uno o l'altro momento di quella storia [DETM, 1985, p. 181, n. 13].
Nella riflessione più antica la coscienza è ritenuta
l'evento centrale della soggettività cristiana. Ed è proprio questo aspetto che,
secondo me, andrebbe recuperato oggi ed è ancora di grandissima attualità. Ma
bisogna saper superare la visione funzionalistica della coscienza nella
riflessione morale.
Origene
Per Origene la coscienza emerge come interiorità da cui
fiorisce tutta l'attività religiosa e morale: "sede della coscienza
funzionale, base degli affetti dell'anima, intimo testimonio dei fenomeni
religiosi, centro della vita morale e quindi anche dei peccati, camera segreta
delle più ascose emozioni". Si evidenzia in tal modo il carattere
essenzialmente pneumatico della coscienza: la sunevidesi§, addirittura, si identifica con il
pneuma: con la realtà che costituisce più autenticamente l'uomo salvato,
nella quale egli si coglie come "vivente nello spirito" e ove si
compie quell'interiorizzarsi del comprendere e dell'agire che costituisce la
peculiare novità dell'esistenza cristiana.
In Girolamo (commento a Ez 1,1), ove la sunthvrh§is (termine da cui verrà quell'altro di sinderesi) o
"scintilla conscientiae" è presentata come la parte suprema
dell'uomo, "spirito" che corregge e guida la ragione e l'appetito,
interiorità specifica che conseguentemente è fonte di inestinguibili giudizi
sul bene e sul male.
Agostino: l'uomo è la sua coscienza
E soprattutto in Agostino: "se l'essenza dell'uomo è
l'interiorità, la coscienza come interiorità dell'uomo lo definisce nella sua
qualità centrale: l'uomo è la sua coscienza, ritrova se stesso nella sua
coscienza, che contiene e gli detta la norma del valore morale".
Nell'insegnamento agostiniano un testo fondamentale è
quello dell'Enarratio in Ps. CXLV (PL 37,1887): qui la coscienza appare
la parte più riposta e più spirituale dell'anima, quella che si identifica con
l'uomo interiore; la "mens superior" già sin d'ora "inhaerens
Domino et suspirans in illum", aperta perciò a vedere quel che si deve
temere, desiderare, cercare, lodare ed amare. Per questo, se molte volte
coscienza e cuore si identificano, altre volte la coscienza appare il centro
del cuore, "ventre dell'uomo interiore" (In Johan. 7,37-59.-
PL 35,1643). Abisso "in cui abita Dio, di essa unico teste ("forte
tu non invenis aliquid in conscientia tua, et invenit ille qui melius videt,
cuius acies divina penetrat altiora", Sermo 93: PL 38,578),
essa ha l'unica "sedes Dei": "qui nullo capitur loco,
cui sedes est conscientia piorum" (Enar. in Ps. XLV: PL
36,520); e Dio vi irrompe come "testis, iudex, approbator, adiutor,
coronator" (Enar. in Ps. CXXXIV: PL 37,1476) [DETM, 1985, p.
171].
In conclusione, una concezione globale e unitaria della
coscienza, che identifica la coscienza con l'"io" più delicato e più
unificante, più consapevole e più essenziale, dell'uomo nuovo e non si sofferma
sul frammentarismo delle distinzioni, che invece pulluleranno nei trattati
degli ultimi secoli (tra i vari tipi di coscienza e le varie "doti"
che la connotano).
In questa visione globale va posta la concezione che ne
deriva della coscienza come funzione di valutazione etica, educata a
discernere e decidere il bene dal male. Si cercherebbero invano, negli scritti
patristici, le nostre precise definizioni; ma è tuttavia presente in essi una
chiara dottrina sull'educazione della coscienza.
Per Agostino, ad esempio, non una coscienza qualsiasi può
guidarci; ma solo quella illuminata dalla Scrittura, dalla fede, da Dio: solo
la "bona conscientia": da cui proviene la "tranquillitas
cordis" (Sermo 270: PL 31,1242), e che è "magnum
gaudium piorum" (Enar. in Ps. LIII: PL 36,625) e rifugio
rassicurante di ogni oppresso ("ubi est requies? saltem in cubiculo
cordis ut tollas te ad interiora conscientiae tuae", Enar. in Ps.
XXXV: PL 36,344).
Al contrario, l'oscurità amata rende gradatamente più
languido l'occhio dell'anima: e così illanguidito, l'uomo si trova non solo
impigliato ma sepolto in quella coscienza cui ha rifiutato il compito di guida.
Ambrogio
È, però, S. Ambrogio l'autore che si è più lungamente
soffermato sugli aspetti derivati della coscienza: almeno nella sua opera
morale più rilevante, e cioè il De officiis ministrorum. Qui, compito
della coscienza è discernere il merito del giusto e del peccatore (1,44); è un
atto interno di ogni singolo uomo, così da potersi dire suo giudizio (1,45;
11,2), sua testimonianza (1,18) percepita dai sensi interni (11,2), per cui
l'uomo è consapevole degli atti compiuti (1,18,21); ad essa soltanto è
riservato il giudizio sul valore morale delle azioni eseguite, sicché l'uomo,
indipendentemente dal giudizio altrui, è innocente o colpevole di fronte a se
stesso (1,18,21,45-46,233,236). La tranquillità della coscienza è cibo che
sazia veramente (1,163), è il vero bene (1,236), a confronto del quale la
voluttà dei corpo e tutto ciò che è giudicato bene dal secolo scompare allo
stesso modo della luce della luna e delle stesse stelle al sorger del sole
(11,1); è una soavità interiore che vince ogni sofferenza (11,10,12, 19). Per
il peccatore, invece, la ferita della coscienza è tormento (111,24), è tomba
che esala cattivi odori (1, 45-46). Nel compiere il suo incarico di giudice,
comunque, la coscienza non può essere né ingannata né corrotta (1, 44,233): a
questa condizione, essa è vera legge e norma per il giusto, al quale non
occorre più la promulgazione di una legge e la comminazione di una sanzione
(III,31).
LA SCOLASTICA E LE DUE CONCEZIONI DELLA COSCIENZA
La riflessione della Scolastica, e particolarmente quella
della scuola domenicana, cercherà di riunire le due concezioni (originaria e
derivata) di coscienza nella dottrina, che distingue tra sinderesi e coscienza.
La sinderesi è la coscienza originaria, innata e sintetica
percezione dei valori
morali dell'esistenza cristiana.
Invece la conscientia è un atto che applica quella
unitaria e dinamica intuizione ai casi e alle azioni concrete. Ma già in questa
teologia, come poi soprattutto nella riflessione posteriore, l'accento viene
posto sempre più distintamente sulla conscientia: e cioè, sulla
coscienza come funzione o come atto applicativo, ai singoli comportamenti, di
quel dinamisrno vitale che si pone come radicale "presa di coscienza"
del senso e dell'orientamento del proprio esistere cristiano.
A provocare questo spostamento di interesse era stata la
controversia tra Bernardo e Abelardo: testimone, il primo, della concezione
più antica, globale e pneumatica, della coscienza; artefice, il
secondo, di una considerazione innovata di essa, che ne metteva in luce il
valore specifico di funzione etica mediatrice.
I punti da cui partono i due illustri avversari sono molto
distanti; come, del resto, è immensamente diverso l'ambiente culturale e
spirituale al quale appartengono.
Bernardo di Chiaravalle
Bernardo è monaco. La teologia monastica profondamente
alimentata dalla Scrittura, in stretta dipendenza dalla letteratura patristica,
diffida di un impiego troppo esteso della dialettica, mentre vuole per
l'approfondimento del messaggio rivelato disposizioni di umiltà e semplicità,
di orante rispetto per il mistero: ed è con tale metodo che si accosta
preferibilmente, tra i molti oggetti teologici, alla inesauribile problematica
dell'unione dell'anima con Dio.
Proprio la coscienza - la coscienza umile e purificata, la
coscienza devota e sottomessa - è il luogo ove si svolge questo intimo
dialogo dell'uomo con Dio, questo farsi presente di Dio e questo elevarsi
dell'uomo all'unione con lui.
Così il tema della coscienza diventa tra i più cari a
questi uomini, attentissimi ai fatti interiori: è sintomatico che esistano due
trattati pseudobernardini sulla coscienza, e un De conscientia di Pietro
di Celle. Sono le prime opere nella letteratura cristiana che portino questo
titolo. Una coscienza che sia specchio terso della luce di Dio, l'eco fedele
della sua voce, il testi- mone veridico della sua presenza - ecco la coscienza
cristiana. Una coscienza "vera", che sia la perfetta corrispondenza
soggettiva dell'oggettiva volontà di Dio.
E questi uomini moltiplicano le immagini: S. Bruno, Pietro
di Celle, Guiberto, Tornmaso cistercense, Ruperto di Deutz, non si fermano
neppure dinanzi a rappresentazioni ardite e peregrine, per
"dipingere" questo segreto e puro recesso della coscienza, ove si
consuma l'unione con Dio. E c'è un campo in particolare dal quale attingono le
loro allegorie - quasi trasfigurando (o sublimando) in altri termini spirituali
quel che la vocazione aveva loro imposto di lasciare: la vita nuziale.
E questo pure è sintomatico, per chi conosca con quanta
profondità e frequenza l'amore nuziale sia diventato, per i mistici,
l'immagine, insieme più semplice e più alta, dell'unione nostra con Dio.
I mistici medievali e la coscienza come "sposa"
Questa "buona coscienza" è dunque la più bella
delle donne, la regina preparata a ricevere il re; è sicura e irreprensibile
come una sposa forte e fedele; "bona coniux in cubili": è
l'inseparabile sposa che ti accoglie nel suo abbraccio pieno di pace (mentre
"mala uxor" è la cattiva coscienza: donna insopportabile e
iniqua): è la moglie gloriosa nel cui bacio lo sposo si allieta. La buona
coscienza è la camera nuziale; o anche, è il talamo nuziale (invero, nella
fantasia descrittiva di questi monaci austeri anche nel sonno, un giaciglio
abbastanza povero e spoglio): il "talamus Dei", il "tectus
Celestis sponsi" che ha per materasso la purità, per guanciale la
tranquillità e per coperta (ecco tutto!) la sicurezza.
La coscienza retta è come la fanciulla ancora acerba
("quia ubera nondum habet per- lectionis"), eppure già amata e
in attesa di pervenire, in cielo, "ad contubernium Dei".
Si capisce, in questa concezione della coscienza, quanto
appaia necessario che essa sia in tutto monda e fedele a Dio, goda cioè di una
verità completa: come vi si potrebbero compiere gli sponsali con Dio, se essa
fosse difettosa e sordida? Ma non potrebbe accadere - dice Bernardo - che la
coscienza, senza sua colpa si inganni? Che ritenga un bene ciò che in realtà
non è bene? Sarebbe, essa, in tal caso, ugualmente retta, e quello ugualmente
un bene?
La questione a Bernardo era stata posta da alcuni monaci
di Chartres: poiché - essi avevano scritto - quando si crede di far male, pur
agendo bene, ci si dice che la nostra azione è cattiva, alla stessa maniera si
dovrà dire che un'azione è buona quando è compiuta in buona fede, anche se
fosse in se stessa cattiva.
Non è così, risponde Bernardo: non basta la buona fede; occorre
la verità: come potrebbe passare per vera agli occhi del Dio della verità, una
coscienza falsa, sia pure in buona fede? È perciò ugualmente peccato, benché
meno grave, anche il male compiuto in buona fede.
Tutta la tradizione monastica, con la suddetta concezione
mistica della coscienza, era lì a suggerire questa risposta per noi non più
comprensibile - se è viziata da qualche male, lo sappia o non lo sappia, la
coscienza non può più essere il trarnite d'una mistica unione con Dio. E
possiamo anche capirlo. Ma non potremo mai capire l'oggettivismo di S. Bemardo,
non appena il problema si ponga nei suoi termini più strettamente morali.
Abelardo
Non lo comprese neppure Abelardo. In realtà, questo
teologo spregiudicato, che concluderà la sua tumultuosa giornata a Cluny,
raddolcito dall'ineffabile bontà di Pietro il Venerabile, era vissuto
spiritualmente sempre al di fuori dell'ambiente monastico, a contatto invece
con le nuove correnti di pensiero che facevano il loro ingresso nelle scuole
urbane. Ed era stato essenzialmente un "moralista", nel senso più
moderno della parola: estraneo alle dottrine (come alle esperienze) mistiche,
attento invece ai problemi etici nella loro accezione più precisa.
Uno di questi, molto antico, riguardava appunto il peccato
di ignoranza: se cioè l'ignoranza sia un peccato, e ancora, se essa scusi dal
peccato. Già Gregorio Magno aveva parlato, molti secoli prima, di un peccato
"quod ignorantia perpetratur", accanto a quelli che si
commettono "aut infirmitate aut studio": peccato meno grave
degli altri, ma pur esso peccato e bisognoso del perdono divino; e citava S.
Paolo (1Tm 1,13): "prima bestemmiatore e persecutore e violento, ho
ottenuto da Dio misericordia per aver agito per ignoranza, non avendo ancora la
fede".
La questione si era poi complicata negli scrittori
successivi, spostandoci su altri tre casi a cui la Scrittura accennava: il
peccato di Eva "sedotta dal serpente" (Gn 3,13); il peccato dei
crocefissori di Cristo che, secondo le parole di Gesù in croce, non sapevano
quel che facevano; e il peccato di tutti i persecutori dei cristiani, convinti,
come aveva indicato il Maestro, "di fare con ciò cosa gradita a Dio"
(Gv 16,2).
Che pensare di questi, e in genere di tutti i peccati
commessi ignorandone la malizia? Uno spirito critico come Abelardo non poteva
non reagire ad ogni concezione puramente materiale del peccato: ciò che si
commette per ignoranza non è peccato, essendo essenziale al peccato
l'intenzione di peccare; e sono perciò irresponsabili gli uccisori di Cristo, e
i lapidatori di Stefano e ogni altro persecutore dei cristiani che agisca in
buona fede.
Furono certamente queste estensioni, senza delicatezza e
sfumature (ma la souplesse non era nello stile di Abelardo) a provocare
l'accusa presso Bernardo, il riconosciuto custode dell'ortodossia dell'epoca.
Tommaso D'Aquino
Ma, a parte le esagerazioni polemiche, Abelardo aveva
visto giusto: e di lì a un secolo Tornmaso d'Aquino gli darà sostanzialmente
ragione, pur introducendo nella questione tutte le distinzioni richieste, tra
buona fede e buona fede, più o meno colpevole e perciò più o meno scusante dal
peccato.
Nella visione antropologica di S. Tommaso l'uomo, creato a
immagine di Dio di cui imita la libera creatività, si costruisce attivamente
attraverso il suo potere di autodecisione: e così, la coscienza non si risolve
ad essere una semplice applicazione meccanica di principi alle contingenze
della vita, ma è un inventare di volta in volta il modo con cui l'uomo risponde
alla sua qualità di immagine di Dio, realizzando se stesso nella verità.
Nel frattempo, tuttavia, quasi tutta la dottrina monastica
sulla coscienza era andata perdendosi: e ciò non fu totalmente positivo.
La controversia tra Bernardo e Abelardo è senza dubbio tra
i fatti culturali più rilevanti, che abbiano provocato il passaggio da una
considerazione fondamentale della coscienza a un'altra più articolata e
specifica. Ed è quest'ultima che troviamo presente, non solo nella teologia
scolastica in maniera sempre più significativa (come già si è accennato), ma
soprattutto nelle elaborazioni successive e in particolare nella teologia
post-tridentina.
LA TEOLOGIA POST-TRIDENTINA: LA COSCIENZA RIDOTTA A
"FUNZIONE DI DISCERNIMENTO"
Nella teologia post-tridentina, la coscienza diviene un
semplice organo di risonanza di una legge morale concepita più come un dato che
come un compito, organo chiamato a fungere da giudice nella controversia tra
libertà e legge.
Acquistano in tal modo importanza fondamentale le leggi
procedurali che la coscienza deve seguire per varare una sentenza giusta, e in
particolare una sentenza certa.
È un dibattito che è opportuno sintetizzare: non solo per
l'importanza che assunse nel tempo coinvolgendo in una grave crisi per tutto il
secolo XVII e la prima metà del XVIII, la teologia morale, e che non cessò di
farsi sentire anche in seguito; ma soprattutto perché esso ha fissato a lungo
l'attenzione dei moralisti sul solo senso derivato della coscienza, come
insieme di singoli e distinti giudizi etici.
Il probabilismo
Il punto di partenza era stato fornito dal domenicano
Bartolomeo di Medina, il quale nel 1577 aveva stabilito il principio del probabilismo:
"si est opinio probabilis (quam scil. asserunt viri sapientes et
confirmant optima argumenta), licitum est eam sequi, licet opposita probabilior
sit". Il principio ebbe successo e fu accolto da altri grandi teologi
che lo perfezionarono, precisarono e applicarono a molti casi discussi. Esso
del resto era di grande utilità. Si trattava di offrire una regola che
permettesse dì uscire dal dubbio e di agire in tutti quei casi nei quali
esistevano delle soluzioni molto contrastanti.
In simili casi, si diceva, era lecito seguire
quell'opinione che apparisse veramente probabile, anche se la contraria era
ugualmente probabile o addirittura più probabile. Non si trattava, in fondo,
che di applicare un principio più generale e indiscusso: "lex dubia non
obligat".
Fin qui non v'era motivo di allarmarsi e nessuno osò
contraddire il probabilismo, se non altro per il grande prestigio di cui
godevano i teologi che lo avevano sostenuto.
Il lassismo
Se non che col tempo, quel principio, già maneggiato con
minore circospezione da qualcuno dei noti autori di Institutiones della
prima metà del secolo XVII, venne da altri tamente allargato e.finì per
degenerare in un nuovo principio, che fu poi detto del lassismo: che
cioè, come norma morale nelle questioni discusse poteva prendersi qualunque
opinione la quale avesse anche una minima probabilità di essere nel vero, fosse
pure questa probabilità soltanto estrinseca, fondata sul pensiero anche di un
solo autore.
Responsabili principali di questo grave fraintendimento
furono parecchi di quei "casuisti" che, fin dalla metà del secolo
XVII, compilarono numerosi manuali di resolutiones, in cui venivano
allineate interminabili liste di "casi" (ingegnosi, talora, e persino
bizzarri) e indicando per ciascuno di essi, senza molto discernimento, le
sentenze proposte dagli autori, comprese le più spinte.
Non era rilassatezza morale a condurre questi uomini alle
loro posizioni (erano tutti personalmente molto austeri e pii), ma piuttosto,
oltre al gusto della casistica, che trovava facile alimento nel confronto delle
varie probabilità, una preoccupazione di indulgenza e di raddolcimento che
servissero alla fine alla salvezza delle anime.
Il giansenismo
La reazione, si sa, venne in gran parte dall'arnbiente
giansenista. E fu reazione per molti aspetti provvidenziale; ma anche poco
onesta, perché sotto il pretesto di combattere il lassismo iniziò a colpire la
compagnia di Gesù; e comunque eccessiva, sicché finì per sostituire al le-
galismo dell'opinione il legalismo della legge.
Intervenne anche Pascal (con le sue Provinciali)
che mise a nudo con la sua satira tagliente il falso legalismo casuista, ove lo
spirito era soffocato dalla lettera.
Si diede però avvio a una morale eccessivamente rigida, la
cui regola fissa è che il più sicuro (tutior) sia sempre obbligatorio, e
quindi alla fine ugualmente esteriore e legalista. Ed è difficile dire se
abbiano provocato maggiori danni, nella elaborazione successiva della nostra
disciplina teologica, lo spirito casuista o quello tuziorista.
Intervennero le condanne. Ma la condanna degli errori non
poteva bastare. Occorreva sostituire ai principi del lassismo e del rigorismo
un sistema che permettesse di risolvere il dubbio nei molti casi discussi.
Probabilioristi e probabilisti
Il problema era sentito come urgente, lontani come si era
da un ricupero della dottrina tomista sulla virtù della prudenza; e del resto,
la ricerca di un buon "sistema" poteva passare per una operazione di
prudenza. Non fu così. La polemica, infatti, non ancora sedatasi tra lassisti e
rigoristi, si riaccese più spregiudicatamente violenta (e raggiunse persino i
toni dell'ingiuria, nel primo mezzo secolo XVIII, tra domenicani probabilioristi,
accusati di rigorismo, e gesuiti probabilisti, accusati di lassismo
Fu in Italia che divampò più acre il dibattito. La
teologia morale non guadagnò nulla da simili polemiche; al contrario, esse
incoraggiavano il pericolo della decadenza morale già favorita dal clima del
secolo e del rigorismo giansenista.
S. Alfonso
Fu S. Alfonso a ricondurre il problema della certezza
della coscienza alla sua sede vera, quella della interiore prudenzialità dei
giudizio. Non fu infatti l'elaborazione di un nuovo sistema, l'equiprobabilismo,
per quanta verità teoretica esso contenesse, a placare gli animi, ma fu la
riflessione morale dell'intelligenza cristiana attenta al complesso dei valori
in gioco, a definire la crisi. Infatti, i casi di coscienza risolti da S.
Alfonso, col ricorso ai principi indiretti della probabilità vennero
successivamente diminuendo nelle varie edizioni della sua Theologia Moralis
e alla fine risultarono pochissimi.
Al contrario, per la grande parte di essi egli avanzò una
sentenza personale, impegnandosi in una ricerca interiore e persuasiva della
verità e mettendo a profitto la sua eccezionale acutezza, erudizione e
prudenza, ben più che applicando il "sistema" da lui escogitato.
ALCUNE RIFLESSIONI TEOLOGICHE
Dalla carrellata storica sullo sviluppo del concetto di
coscienza nella storia del pensiero cristiano, si può ricavare l'importanza che
assumono nell'elaborazione di un corretto giudizio di coscienza le vie dell'interiorità
e della prudenzialità.
Il risultato più cospicuo delle riflessioni di Abelardo è
che la soggettività del giudizio acquista valore determinante, poi il problema
va risolto attraverso un prudente confronto dei valori in causa, che nessuna applicazione
indiretta di "sistemi" può surrogare. È il dato che emerge
nitidamente anche ripensando l'insegnamento biblico sulla coscienza come
funzione del discernimento etico.
La complessità di una visione globale della coscienza
Il concetto di "coscienza attuale e cioè funzione
tipica di interiori giudizi morali, anche ricuperato nella genuinità e
ricchezza che l'estrinsecismo dei "sistemi" ha compromesso, non
traduce ancora interamente la complessità dell'insegnamento biblico e di molta
parte della riflessione patristica: qui infatti, sulla coscienza attuale, che
ne deriva, prende rilievo una coscienza "fondamentale", la quale si
presenta come il momento sintetico e risolutivo dell'esprimersi della storia
della salvezza, per ciascuno, in esperienza soggettiva" [DETM, 1985, p.
180].
È una visione globale, come più volte si è detto, che va
ricuperata; né basta a esprimerla integralmente la dottrina pure importante (e
anch'essa quasi dimenticata) della sinderesi, elaborata dalla teologia
scolastica.
Forse un complemento verrebbe se si accostasse questo tema
a quello dell'opzione fondamentale.
Coscienza e opzione fondamentale
La coscienza fondamentale appare come la radicale presa di
coscienza, semplicissima e ricchissima, dell'orientamento e del contenuto
dell'opzione fondamentale.
In questo senso si può dire che essa è il luogo essenziale
ove si fa conscia, come giudizio e come valore, la storia salvifica in cui
dobbiamo dar prova di noi stessi; come giudizio, che fonda ogni altra
conseguente valutazione etica; e come valore, che si pone come sorgente di ogni
altra specifica obbligazione.
Ha ragione allora A. Molinaro che scrive che essa "si
deve porre nel fondo dell'anima, al centro dell'uomo, là dove l'uomo trova la
sua natura autentica - essa lo abbraccia tutto intero, tendenza e realizzazione
conscia del bene che in ultima analisi è il Bene assoluto".
Per un altro verso si può affermare che il giudizio
"fondamentale" di coscienza è compiuto in vista dell'opzione
fondamentale: "l'ideale intuito diventa progetto di azione". In ogni
caso, la coscienza fondamentale "è la luce nella quale noi elaboriamo i
giudizi particolari di coscienza, ossia i dettami destinati a dirigere i
singoli atti concreti in modo che questi rispondano e si conformino alle
esigenze di ciò che abbiamo giudicato essere il senso o il fine totale della
nostra vita", così come l'opzione fondamentale "è il criterio di
valore che determina l'apprezzamento dei motivi che presiedono alla scelta
degli atti particolari" [Molinaro, 1971, pp. 54-55].
Coscienza del singolo e coscienza comunitaria
Su questo sfondo si collocano i problemi più particolari
della coscienza "attuale", primo tra tutti il problema del raffronto
tra la coscienza individuale e la "coscienza della comunità", che
serve a riconoscere e illuminare ogni altro.
La riflessione della teologia morale insegna che la presa
di coscienza, la decisione di coscienza, la testimonianza di coscienza sono
momenti di una maturazione della responsabilità individuale, che emerge dal
discorso cristiano sulla coscienza nel suo complesso: è un apporto che si reca
dal singolo alla comunità; ma è anche un affrancamento e una maturazione del
singolo, quando la comunità (che non sarebbe più tale) tendesse a inglobarlo in
comportamenti stereotipi e convenzionali.
Il cristiano sta di fronte alle molteplici proposte che
provengono dalla comunità, ciascuna delle quali, sebbene in misura diversa, è
tramite di valori. "Parole" trasmesse, gesti sacramentali,
suggerimenti dell'amicizia, interventi dell'autorità, convenzioni sociali,
rapporti di lavoro, leggi e direttive, e così via: la fitta rete, cioè, di
segni, istituzioni, parole, da cui il cristiano è portato a discernere le
pressioni del suo egoismo (la "carne", in gergo paolino) dagli
impulsi dello Spirito ("la legge dello Spirito di vita in Cristo
Gesù", Rm 8,2).
La "capacità di rispondere" (responsabilità)
alla multiformità dell'appello morale non si improvvisa; e d'altra parte può e
deve strutturarsi in disposizione permanente (è allora che nel vocabolario
scolastico, si parla di prudenza), a condizione che il cristiano non rinunci
mai a interpellarsi da capo nei momenti in cui nuove e più pressanti proposte
morali si presentano alla sua coscienza. La riflessione personale è dunque
costantemente necessaria per la formazione di prudenti giudizi di coscienza.
Tale riflessione include anche il dovere di prestare attenzione all'autorità
(secondo la misura e qualità del suo intervento); e include la possibilità di
riferirsi, per raggiungere una provvisoria ma sufficiente sicurezza,
all'"opinione probabile", quando il problema che si pone non abbia
ancora raggiunto nella dottrina una luce definitiva.
La coscienza ispirata
La coscienza personale dev'essere confrontata con la
comunità, essa consegue il suo pieno valore di norma quando il suo giudizio è
accolto, ratificato, difeso, promosso dalla comunità gerarchicamente
strutturata.
Ma il pensiero tradizionale cristiano non ha temuto di
avanzare l'ipotesi della "ispirazione profetica" per spiegare taluni
comportamenti diversamente condannabili. Esistono casi così singolari o
situazioni di coscienza talora così drammatiche, che la loro soluzione non
possa trovarsi se non nell'immediata (e immancabile) illuminazione dello
Spirito Santo.
Sempre tenendo conto che lo Spirito è superiore a
qualunque lettera; che non si può sistematicamente rifiutare il
"profetismo" nella vita morale, che si deve dar spazio alla
"coscienza ispirata".
È un discorso delicato, evidentemente; eppure ogni cristiano
sa che nella vita morale talvolta "è in gioco un agire insolito della
coscienza che in tono imperioso reclama obbedienza a un appello divino": è
quanto scrive Walter Nigg circa la decisione che portò S. Nicola di Flüe ad
abbandonare la moglie e i dieci figli (l'ultimo era ancora atteso), il 16
ottobre 1467, per farsi randagio e pellegrino.
Decidere se in questi casi si tratti di "coscienza
erronea" o di "coscienza ispirata", non è possibile per noi al
momento. S. Agostino, ad esempio, a proposito delle vergini cristiane che si
diedero la morte, sembra partire dall'ipotesi che siano incorse in un abbaglio,
del resto comprensibile e scusabile; ma subito si chiede se non vi fosse,
invece, un'ispirazione divina: "Che dire se hanno compiuto quel gesto non
per umano errore, ma per un comando divino; non già per essersi ingannate, ma
per aver obbedito?" 24.
L'interrogativo non riceve risposta ed è il medesimo
dinanzi al quale ci si deve arrestare anche per altri casi, nei quali l'ipotesi
di una ispirazione profetica è senza dubbio legittima, ma appartiene al segreto
di Dio se si sia verificata di fatto.
La coscienza personale di fronte al diritto e alle
ideologie
Esigenze di confronto e ínterazione tra coscienza e
comunità si rilevano anche sul piano dell'azione e dei diritto. L'urgenza, ad
esempio, dell'incontro sul piano operativo e della carità, nonostante la
divergenza delle ideologie a cui ci si ispira, mette in luce quella altrettanto
grave di una matura fedeltà alla propria coscienza, senza la quale non
verrebbero evitati i rischi di quell'incontro. Ancor più complessa è la
questione di come conciliare i "diritti della coscienza erronea" con
il rispetto delle esigenze del bene comune.
Talune istituzioni infatti hanno una rilevanza sociale
troppo grande per poter essere affidate alle sole valutazioni soggettive della
coscienza (ed è un limite doloroso per ogni legge quello di dover ridurre la
libertà del singolo per un più alto interesse comune).
Sembra tuttavia che non si possa dare a priori una
risposta assoluta per l'uno o per l'altro dei due termini in conflitto
(coscienza e bene comune). Essi in realtà sono tra loro complementari e in
continua tensione. Si dovrà, volta per volta, ricercare quella soluzione che
meglio assicuri il rispetto della coscienza e la prosecuzione del bene della
comunità: e non stupisce il fatto che le soluzioni possano essere parzialmente
diverse secondo le diversità dei problemi in causa, dei momenti storici e degli
ambienti culturali nei quali essi si pongono.
L'attenzione del singolo alla coscienza comunitaria non
può prescindere dal fatto che questa è sottoposta a un divenire storico che va
via via configurando l'ideale morale (in questo caso si parla dell'ideale
cristiano) in senso sempre più esplicito e completo.
La coscienza personale tra norme eterne e tempo storico
La morale cristiana ha delle norme eterne, principi
immutabili e sempre uguali, validi in ogni caso, regole intemporali e in certo
modo esteriori all'odierna economia di salvezza.
Ma nello stesso tempo, la morale cristiana ha pure, nelle
sue stesse norme, un aspetto profondamente temporale: essa infatti "si
riferisce ad una storia già avvenuta, a quella ancora presente e a quella che
avverrà nel futuro, dei rapporti tra Dio e l'uomo, e alla partecipazione attiva
dell'uomo a questa storia".
Ed è dalla indagine sulla morale evangelica che si possono
distinguere due categorie di insegnamenti morali: nella predicazione di Gesù si
incontrano norme intemporali che non sono essenzialmente legate alla presente
economia e conserverebbero il loro significato fondamentale anche al di fuori
di essa: tali sono le esortazioni a imitare la santità di Dio, ad obbedire alla
sua volontà, a praticare le opere buone, e altre ancora.
Si incontrano però anche norme strettamente legate
all'economia attuale ed esse sono totalmente penetrate dalla coscienza che
questo mondo "è invecchiato" e che gli ultimi fini sono ormai
imminenti. Tali sono, ad esempio, le esortazioni alla rinuncia (le cui forme
sono diverse, ma sempre radicali, ai beni terrestri, alla famiglia, ai propri
diritti), e altre ancora. Tali norme, essendo dominate - quale più quale meno,
ma tutte profondamente - dalla prospettiva escatologica, sono meno valide in
vista di una morale concreta e specifica per la fase terrena del Regno di Dio,
ma piuttosto rappresentano l'ideale morale di una umanità ormai prossima agli
ultimi eventi.
Si direbbe che, nel dare queste norme, Gesù, per effetto
di un raccorciamento simile a quello di ogni profezia in genere, abbia provvisoriamente
lasciato nell'ombra il periodo intermedio tra l'inaugurazione e la consumazione
del Regno, per sottolinearne fortemente l'urgenza in vista e nell'imminenza
dell'ultimo ritorno di Cristo giudice.
LA COSCIENZA NELLA MISTICA
Secondo Stercal "Non vi è operazione mistica al di
fuori di una trasformazione vitale della coscienza". Così Ch. A. Bernard
sintetizza lo stretto rapporto tra esperienza mistica e coscienza testimoniato
dai mistici" [Stercal, DIM, 1998, p. 362].
Dio nella sua realtà sostanziale è presente nel fondo
dell'anima non meno di quanto essa sia presente a se stessa [A. Gardeil, citato
in Stercal, DIM, 1998, p. 362].
La teologia manualistica parla di "dilatazione della
coscienza", o, con linguaggio più tecnico, "iperestesia dello spirito
e del cuore" per definire gli effetti che l'esperienza mistica produce.
Essi consistono in una consapevolezza "delle operazioni straordinarie,
nuove, elevate" che accompagnano l'esperienza mistica, e dei "loro
oggetti", cioè della "realtà soprannaturale percettibile in modo
nuovo", anche nella forma della "sua privazione o carenza".
Le nuove acquisizioni della psicologia e della teologia
richiedono, oggi, un approfondimento e una riformulazione del complesso
rapporto tra esperienza mistica e coscienza.
In questa prospettiva appare indispensabile un'attenta
rilettura dei testi mistici. Essi offrono alcuni punti di riferimento
fondamentali [Stercal, DIM, 1998, p. 362-363]:
- L'inizio dell'esperienza mistica è comunemente
caratterizzato da un cammino di purificazione che sembra condurre a una perdita
della coscienza di sé, ma che, in realtà - come afferma un testo anonimo del
secolo XIV - sfocia nell'"essere rivestito della consapevolezza di
Dio";
- Ciò non comporta il rifiuto di sé, ma il rifiuto o il
superamento di ciò che allontana da Dio. Ne La nube della non-conoscenza
leggiamo: "cerca di sopprimere ogni conoscenza o coscienza di qualsiasi
cosa che sta al di sotto di Dio";
- I mistici utilizzano spesso un linguaggio che sembra
alludere a una perdita o a un annullamento di sé di fronte alla trascendenza di
Dio, ma, in realtà, quella esperienza conduce a una più profonda relazione con
Dio;
- Questa nuova e più profonda relazione con Dio consente
al mistico di acquisire una più profonda coscienza, allo stesso tempo, di sé e
di Dio. Come afferma sinteticamente anche l'Imitazione di Cristo:
"Cercando soltanto te e con amore puro, ho trovato allo stesso tempo e me
stesso e te";
- Per quanto riguarda la coscienza morale Tommaso d'Aquino
chiarisce come l'esperienza morale predisponga alla vita contemplativa, ma non
ne costituisca l'elemento essenziale: "il fine della vita contemplativa è
la considerazione della verità. [...] Le virtù morali, però, impediscono la
violenza delle passioni e calmano il tumulto delle occupazioni esterne, perciò
appartengono come predisposizioni alla vita contemplativa" (Summa
Theologiae II-II, q. 180, a. 2).
L'uomo è la coscienza del Dio alienato
Gianni Baget Bozzo ha condotto una riflessione radicale
sulla coscienza mistica.