CONSULENZA
EDUCATIVA
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Istituto Superiore di Scienze Religiose
– Udine
La morte non esiste
Tesi per l’esame di "Sacramenti ed
Escatologia"
di Enrico Vaglieri
Anno
accademico 1997/98
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SOMMARIO
1. Amore, morte e l’assurdo
2. La morte fondamento delle filosofie e delle
religioni
3. Rituali, mitologia e Sacre Scritture
4. È impossibile pensare la morte
5. La morte: processo o evento?
6. Il punto di vista giuridico e quello dei moralisti
7. I criteri medici
8. La morale deve guardare al futuro
9. Alla ricerca del momento del non-ritorno
10. La speranza di vita si allunga
11. Le esperienze di "pre-morte"
12. La morte non è una fine
13. La morte, luce per la vita spirituale
14. Morte e paura
15. La morte e il dolore
16. Basta con le danze macabre
17. Rinnovare il linguaggio
18. Morire è bello
19. La morte nel cristianesimo e nelle altre religioni
20. La morte e il Regno
21. Vincere la morte
22. Vita eterna e vita che è eterna
23.
Il vero problema: la vita
Bibliografia
Note
Ogni morte mi
diminuisce, poiché sono implicato nell’umanità;
e perciò non andare a informarti per chi suona la campana:
la campana suona per te
(John Donne)
Una tesi sulla morte. È
un tema su cui si potrebbero scrivere infinite pagine. È uno dei temi più
affascinanti per l’uomo, insieme con l’amore. E su di essi, infatti, sono state
scritte infinite pagine.
Ma sono due temi assurdi
da trattare, perché l’amore va vissuto, non scritto; invece della morte non si
può dire nulla, perché, come ha sentenziato Epicuro "la morte non è nulla
per noi. Infatti quando noi siamo, la morte non è venuta, e quando è venuta,
noi non siamo più" 1. Tale sentenza costituisce un punto fermo, una tappa
insuperabile e imprescindibile nel "pensare la morte". Dunque un uomo
di pensiero "onesto" si fermerebbe qui.
Ma io non sono un uomo
di pensiero "onesto", sono uno studente "cristiano" e, pur
non parlando della morte, la tratterò parlando della vita. Perché la morte per
un cristiano non esiste e il senso di ogni cosa sta nella vita, nella
esperienza di incontrare Gesù il Signore in ogni momento della vita fino alla
più grande felicità (attuale perché futura e futura perché attuale). Faccio mie
le parole di Messori: "in questo libro è dell’al di qua che
vogliamo soprattutto occupaci, vogliamo restare sulla terra prima di
trasferirci nei cielo o negli inferi" 2.
2. La morte fondamento delle filosofie e delle
religioni
La morte è da sempre il
fondamento dei pensieri filosofici e della riflessione religiosa 3. Quante
filosofie e religioni sono nate proprio da questo. Platone afferma nel Fedone:
"Fare filosofia è un esercitarsi al morire e all'essere morti. Victor
Frankl inseriva la morte nella triade tragica dell'esistenza umana: dolore,
morte, colpa.
Ma è un paradosso,
perché la morte non può essere conosciuta e tutto ci fa pensare che non lo
potrà mai. È dunque una riflessione inutile quella di così tanti pensatori
nella storia?
Forse no. È la
caratteristica di assolutezza e di alterità della morte rispetto all’essere
umano che affascina e sgomenta e pungola la riflessione sull’esistenza. Il
pensare la morte contiene la sfida più entusiasmante per l’uomo 4: quanto si
può resistere alla morte 5?
La filosofia non nasce
solo dalla meraviglia, ma soprattutto dal pensiero della morte. Anzi, è la
certezza che noi stessi dobbiamo morire e che questa vita, come la conosciamo e
la vogliamo e la creiamo, finirà, che ci costringe a dare significato profondo
a tutto.
La filosofia più bella e
più attuale dovrebbe partire da qui. E non potrebbe non contenere un salto
verso il superamento della morte.
3. Rituali, mitologia e Sacre Scritture
Gli studi etnologici
hanno "spiegato" molto della morte: che è un fatto sociale, che il
mito e il rito (che hanno valore catartico e consolatorio) associati alla
morte, tendono a dare una spiegazione all’evento che è visto come innaturale,
il defunto è visto appartenere a un mondo "di là" più potente, e
perciò diventa temibile e va indebolito con rituali precisi; a ciò è destinata
anche la sepoltura 6.
È molto ricca la
mitologia che tenta di spiegare l’origine della morte (per esempio dal peccato,
da una violazione, o indipendentemente dall’uomo; per mezzo della donna o della
Dea madre, e così via) 7.
La Bibbia dedica molte
pagine al tema, comprendendo "diversi modi di considerare la morte, non
riducibili ad unità", dalle posizioni veterotestamentarie, in alcuni casi
puramente intraterrene eppure autentiche possibilità religiose (secondo N.
Lohfink esse richiamano da vicino il pensiero filosofico contemporaneo), al
messaggio cristico con la teologia della redenzione, il battesimo di morte (la
morte rimane un patire, non un agire, ma l’atteggiamento di accettarla
liberamente e per amore ne rovescia il senso) 8.
4. È impossibile pensare la morte
Tutte le filosofie
possono essere distinte in quelle che credono in un "al di là" e in
quelle che non ci credono.
Ma il fondamento non è
la morte, bensì il pensare la morte, dacché essa stessa è inconoscibile. La
sentenza di Epicuro (che nella prima parte richiama molto il cristianesimo,
come mostrerò, ma nella seconda lascia emergere la weltanschauung
materialistica e atea, tipica di quel milieu culturale e di tanti altri
successivi 9) è una conditio sine qua non nella teorizzazione della
morte.
La morte non è
conoscibile, non certamente quella di se stessi, perché non si può pensare la
morte dell’io 10; ma anche la morte dell’io delle altre persone può essere
descritta non nella sua sostanza, ma metafisicamente, come
si fece in passato, o poeticamente, o teologicamente, o dal punto di vista
fisiologico e medico 11, come si fa oggi - pressati dalle urgenza dei trapianti
e dall’imponenza del tema dell’eutanasia, per limitare la sofferenza dei
pazienti e innalzare la qualità della vita.
Cosa è la morte, la
nostra e quella altrui? Chi può dirlo? Chi può esaurire il nostro dubbio, la
nostra fame di verità su questo argomento? Chi mai è tornato a parlarne 12?
Dove ci porta la morte? Cosa ci sarà dopo?
E ancora: quanto si può
allungare la vita? Qual è il momento preciso da cui non si può più tornare
indietro? E tante ancora sono le domande che vorrebbero risposta.
La morte è un
non-concetto 13. Forse possiamo dire solo che la nostra morte sarà l'apocalisse
del mondo.
Certo è che non si teme
la morte, perché non la si conosce, ma si teme la prospettiva di abbandonare le
persone, le cose, ciò che ci appartiene, ciò che abbiamo costruito, ciò che
abbiamo ancora le forze di sognare e realizzare 14.
Dalla rivelazione, per
esempio dalla figura di Gesù, che è colui che ha compiuto la rivelazione, non
si sa nulla della morte 15. Nulla è detto di come sia morto Gesù. Si sa
solo che è risuscitato. Quel che contava evidentemente è che, nonostante tutto,
egli è sempre con noi; il fatto centrale del cristianesimo è l’annuncio che
Egli torna sempre, è sempre con noi; questo mette in secondo piano la tragedia
della morte.
L’unica morte è quella
di Gesù 16, che è però anche l’unico che sia ritornato alla vita, l’unico
risorto, apportatore di vita. La morte non esiste, tranne quella di Gesù, che
però è morte-vita.
5. La morte: processo o evento?
L’esperienza della morte
caratterizza tutte le civiltà 17, perché è una delle esperienze veramente
universali, forse l’unica, perché è più misteriosa e tragica e dotata di un
potere enorme sull’animo umano, di quanto lo siano l’amore, la fame, la
sofferenza, la malattia, la paura.
Anticamente e per secoli
si è parlato di anima o soffio vitale e si descriveva la vita come insieme di
anima e corpo e, di conseguenza, la morte come corpo senza più anima.
Ma da tempo ormai questa
schematizzazione non basta più. È conoscenza comune che esiste la morte
parziale: avviene che alcuni organi siano morti ma altri vivi
biologicamente. Si tratta dunque di una "morte a vari livelli". La
disintegrazione avviene in tappe e il discrimine tra vita e morte è sempre più
impreciso.
Oggi sembra opportuno
descrivere la morte come la fine dell’integrazione delle varie parti che
compongono l’organismo vivente 18, e non si può parlare di un evento, ma di un
processo.
Ma per esigenze
pratiche, giuridiche, mediche e sociali ciò è inammissibile, deve essere
stabilito un dato momento. Così il concetto di "morte a livelli" ha
beneficato l’opportunità dell’espianto degli organi, che sono ancora "vivi
biologicamente", prima che inizi la necrosi. Ma contemporaneamente, poiché
la persona non è ancora "completamente" morta, la "morte a
livelli" crea un pesante conflitto tra cultura e natura.
6. Il punto di vista giuridico e quello dei moralisti
Per la giurisprudenza è
morto chi è dichiarato tale dai medici. Il punto di vista giuridico non
definisce la morte (questione filosofica), non dà definizioni per paura di
essere superato dagli eventi 19. Lo stesso fa la morale religiosa (a parte la
tradizionale e insoddisfacente descrizione dell’anima che si separa dal corpo):
"Una volta che la scienza, con tutti i suoi metodi più aggiornati, ci ha
accertato che il soggetto non ha più alcuna possibilità di recuperarsi alla
vita, ci si può comportare nei suoi confronti come ci si comporta con un
cadavere, su cui vigilano solo norme di rispetto e di pietà, ma non norme
di intoccabilità essenziale" 20.
Ora è
l’elettroencefalogramma (EEG) che stabilisce il criterio del decesso, dopo che
anticamente si guardava alla cessazione del respiro e, in seguito,
dell’attività cardiaca.
Ma si conoscono casi di
sopravvivenza vegetativa, pur con il cervello distrutto (coma irreversibile o dépassé).
Un uomo senza gambe non è dichiarato morto, ma, se il sistema nervoso centrale
non funziona, sì. Si deve considerare morto uno che è senza cervello, morte
cerebrale, per ragioni pratiche, sociali 21. "A questo stadio equivoco del
suo ruolo sociale, il medico tende sempre più ad assomigliare a un nuovo
"sacerdote" che celebri con discrezione non più un rito di
transizione, ma un "rito di partenza"" 22.
Nell’accertamento della
morte si distinguono tre gruppi di fenomeni cadaverici: immediati (insensibilità,
cessazione della respirazione, eccetera), biotanalogici (raffreddamento,
rigidità, ecc.) e trasformativi (putrefazione, saponificazione, ecc.). Solo gli
ultimi sono indici sicuri, che, di norma, si rendono evidenti tra la 24° e la
48° ora dal decesso 23. L’unico criterio veramente definitivo sarebbe poter
aspettare per molti giorni e osservare quando inizia la putrefazione. Solo
allora, la morte è sicura 24. Ma non sappiamo in che momento è avvenuta, come è
avvenuta e in cosa consista per quella persona.
In effetti, non esiste
l’accertamento della morte 25. È sempre, o quasi sempre, una prognosi, cioè una
previsione (se non quando la persona perde letteralmente la testa o ha subito
un trauma terribile).
Tuttavia oggi
nell’accertamento della morte l’attività elettrica del cervello è considerata
un criterio decisivo 26. La perdita di coscienza conta solo se è irreversibile.
Ma si conoscono casi eccezionali di ritorno alla vita cerebrale anche dopo
l’elettroencefalogramma piatto (non solo nei casi di avvelenamento da
barbiturici).
E infatti comincia a
essere discusso anche questo criterio, dal momento che si è dimostrato che se
non è morto l’intero cervello alcune funzioni (produzione di ormoni,
regolazione delle risposte del corpo) continuano a essere attive 27.
8. La morale deve guardare al futuro
È possibile affermare
che il presente criterio di accertamento della morte, l’elettroencefalogramma
piatto per un periodo di varie ore, non è definitivo e sarà superato, perché
"la nostra nozione attuale di morte cerebrale è instabile" 28.
Basterebbe considerare
la storia della medicina per poter sostenere una simile ipotesi: non ci si è
più accontentati della cessazione della respirazione, e poi neanche della
cessazione dell’attività cardiaca (grazie alle tecniche di rianimazione e a
quelle che permettono la continuazione dello stato vegetativo dell’organismo).
È credibile che, in futuro, sviluppi prodigiosi (dal nostro punto di vista)
della biotecnologia renderanno possibile il recupero anche dei tessuti
neuronali o la loro sostituzione o chissà cosa altro 29. Chi può negare questa
"possibilità", considerando l’accelerazione dei progressi medici e scientifici?
E come si può anche solo
ragionare su questi argomenti senza tener conto, se pur come ipotesi, delle
possibili future scoperte 30? Non si rischierebbe altrimenti di essere
continuamente scalzati e superati dalla scienza e dalla tecnica?
Questo è, probabilmente,
proprio quello che è capitato a filosofi e moralisti di questi decenni che,
anche con molto impegno, non sono riusciti a sviluppare le loro riflessioni con
la stessa velocità dei progressi biomedici (i quali hanno dalla loro gli
elaboratori elettronici).
9.
Alla ricerca del momento del non-ritorno
Se la morte è un
processo, è completo solo quando è morta anche l’ultima cellula, allora il
cadavere è completo. Ma quello che interessa non è tutto il processo, ma le
proporzioni, il momento del "non-ritorno" 31. È su questo chi si
impegna la ricerca 32.
Le scoperte
scientifiche, anche se cambia il concetto della morte, non toccano il problema
metafisico e ontologico. Biologicamente la morte è un processo, ma invece dal
punto di vista filosofico e religioso è considerata un evento. Alcuni filosofi
affermano che si può pensarla solo con un evento, cioè un passaggio, una linea
33.
Ma la definizione di
morte non esiste e non esisterà mai perché non sarà mai definitiva. Così come è
impossibile la definizione di vita 34, se non attraverso forzature artificiose,
schematismi, visioni parziali della realtà; ciò che può essere utile e
necessario, ma non rappresenta la natura, che rimane mistero.
Nulla è definitivo,
neppure la morte.
10. La speranza di vita si allunga
"Nulla di più certo
della morte, nulla più incerto della sua ora", recitava un vecchio adagio
35.
Ma ora da un punto di
vista demografico esso non vale più, perché la mortalità, soprattutto
infantile, è bassissima (nella civiltà occidentale).
La maggioranza delle
persone ha la quasi certezza di morire tra i 70 e gli 80 anni 36. Oggi è
scandaloso morire a 30 anni. Una volta no; la morte era addomesticata (tutti la
conoscevano, la sperimentavano), ora è medicalizzata e rimossa, perché c’è la
certezza di morire e di morire da vecchi, soli, con le malattie tipiche
(cardiopatie, tumori, ictus, Alzheimer) 37.
Oggi dunque è certa la
morte e anche l’età.
11. Le esperienze di "pre-morte"
Esiste ormai un’ampia
letteratura sulle cosiddette "esperienze di pre-morte" (near death
experiences) 38, sorta di "ritorni" dal tunnel del trapasso, che
sono forse solo dei risvegli della coscienza. Alcuni ricercatori sostengono
infatti che tali esperienze siano un fenomeno della coscienza, derivato dal
fatto che il cervello o certe sue parti sono rimasti senza ossigeno (perciò
tutte le testimonianze si assomigliano) 39. Ma altri sostengono che sono
davvero delle "esperienze" dell’al di là 40.
La chiesa, in mancanza
di certezze, non prende posizione; e ciò è giusto (purché questo non scoraggi
la ricerca), perché dei fenomeni umani vanno considerate le conseguenze morali
e spirituali solo dopo averli analizzati dal punto di vista della razionalità
scientifica, che è il principale strumento del discrimine umano 41.
Ma la speranza della sopravvivenza
va conservata, per l’esigenza universale di attribuire un senso forte alla vita
(che ha fatto produrre a civiltà antiche straordinarie culture dell’al di là:
dalla religione egiziana, all’architettura funeraria etrusca al Libro
tibetano dei morti). E la letteratura del near death può contribuire
a ciò.
"La morte non
esiste / Non credo nella morte: sebbene ad ogni ora / io muoia, trovo sempre
una vita migliore" così dichiara A. Silesio 42; ed è una delle prospettive
su cui si fonda la mia tesi.
La morte non è la fine
di nulla 43? Certamente non della vita. Non della vita biologica. La morte di
un essere animale o vegetale ha una importanza infinitesimale nell’universo.
E poi non esiste, perché
gli esseri viventi metabolizzano l’ambiente o sono metabolizzati, quindi si
trasformano, da carne a verme, da verme a batterio, ma la vita continua. Non
c’è nessuna fine, se non delle categorie che servivano a descrivere gli stati
precedenti alla trasformazione 44. Ma le categorie sono un oggetto irreale: per
esempio ogni sette anni il corpo di un essere umano si è rinnovato
completamente, tranne i neuroni, che continuano inesorabilmente a diminuire ma
anche a ristrutturarsi. Dov’è allora l’unità che sostiene le categorie?
È la caratteristica
principale della vita: non si arresta mai. Tutt’al più di trasforma. Solo
catastrofi immani (l’esplosione della stella di un sistema, per esempio) può
distruggerla. Infatti ci si può chiedere: perché l’erba cresce? Perché torna a
crescere ogni primavera? Perché resiste a tutto, si radica sulla roccia nuda?
Dove trova tanta tenacia? Non lo possiamo dire, ma è la caratteristica
principale della vita.
Con la morte non cessa
nemmeno la vita umana che è certamente molto più della vita biologica: dopo
secoli (da Cartesio alle speranze, ormai tramontate, dell’Intelligenza
Artificiale) di visione meccanicistica dell’uomo, finalmente è opinione
diffusa, tra scienziati o gente comune, che l’uomo non è solo
"natura" meccanica. C’è una vita spirituale incommensurabile,
impalpabile, affascinante e sfuggente (per oggi). Ma c’è.
Per essa sì, forse, ha
un senso la morte. Per la vita spirituale la morte esiste. Ed è un risultato
(nella concezione orientale), un passaggio (nella concezione occidentale
pagana) o un trampolino (nella concezione cristiana). Nessun’altra possibilità
avrebbe senso 45.
Spiritualmente la morte
è un non-limite 46.
13. La morte, luce per la vita spirituale
Il pensiero della morte
ha una grande importanza morale, come luce per la prassi, soprattutto per il
credente 47. Così nel Siracide troviamo l’adagio "In tutte le tue opere
ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato" (Sir 7,36) e un
padre della chiesa minore, nel V secolo, raccomandava: "Noi che
amiamo il Signore dobbiamo pregare per trovarci nel momento del trapasso liberi
da ogni timore... Ma quelli che al momento della morte, anche per poco, avranno
avuto paura, saranno lasciati tra la massa di tutti gli altri uomini, in quanto
resteranno sotto giudizio" 48.
E così i mistici:
"Pensa alla morte, uomo! Perché pensi a ben altro? / Nessun pensiero è più
utile di come si morrà" (A. Silesio, Il pellegrino cherubico).
Questo perché il pensiero frequente della propria morte abitua a superare il
narcisismo naturale 49.
La morte o, meglio,
l'idea della morte aiuta a dare senso alla nostra vita, la rende bella, da
utilizzare, la rende una sfida affascinante.
Ma non è la morte stessa
a darle senso. Quale idolatria disumana sarebbe crederlo 50.
È solo una
considerazione propedeutica: se non ci fosse l'idea della necessità del morire,
come vivremmo? Perderemmo tempo, non avremmo nessuna preoccupazione, ci
divertiremmo unicamente. Il che potrebbe essere un’ideale indiscutibile di
umanità. Ma ne conseguirebbe anche che non saremmo stimolati a pensare.
Potremmo concludere
così: la nascita crea la vita, la morte ci obbliga a trovare un senso, ma è la
felicità a fornircelo (una felicità che sia vera, piena).
"Se gli uomini
sapessero cos'è la morte, non avrebbero più paura di niente" ha scritto M.
Ende in uno dei suoi romanzi fantasy, Momo.
Cioè non avrebbero più
paura. Perché la morte è niente appunto.
Ma noi siamo talmente
stupidi che abbiamo paura di ciò che non conosciamo e spesso siamo incoscienti
e negligenti con ciò che ci minaccia certamente (per esempio le cattive
abitudini che ci portano certamente malattie, solitudine, sensi di colpa).
Come si fa a temere ciò
che non si conosce? E che non si potrà mai conoscere (per quanto si possa
immaginare favoloso lo sviluppo delle scienze nel futuro)? "Come si può
amare ciò che non si conosce?" - scrive Agostino (riferendosi a Dio). Non
si può avere paura del mistero. Il mistero è una risorsa, sempre, non un
ostacolo 51. Infatti la vita è mistero.
Ognuno dovrebbe pensare
la propria morte, con il proprio sistema simbolico, senza farsi condizionare
dalla cultura e dalla religione in cui è immerso. Quanti immagini diverse e
affascinanti sorgerebbero, quanta ricchezza di meditazione si svilupperebbe.
L’escatologia cristiana
deve evitare il rischio di espropriare le persone della propria rivelazione
sugli escata 52.
La morte è comunque
dolore? E di conseguenza la vita è comunque dolore? La vita non può
essere affrontata interamente e la felicità non può essere raggiunta
completamente su questa terra 53?
"La vita è
contrassegnata dal dolore" - sostengono alcuni "Nel corso
dell'esistenza il dolore viene mitigato dai periodi di pace e di gioia; nel
momento della morte, però, c'è solo afflizione. La pace e, talora, la gioia che
si possono provare sopraggiungono solo con la liberazione finale. In questo
senso c'è spesso una serenità (talvolta anche una dignità) nell'atto della
morte, ma non nel suo processo" 54. Secondo Sofocle "Nulla di grande
viene donato all'uomo che non sia accompagnato da una maledizione".
Ma tali considerazioni
non tolgono senso alla vita?
Quella mentalità è
lontana dalla fede dei seguaci di Gesù, che si scoprono cristiani 55. C’è,
infatti, nella vita e nelle parole di Gesù, una promessa di grandezza e di
totalità da raggiungere già qui sulla terra 56.
Chi ama il Dio incarnato
e ha bisogno delle sue parole, giunge a sperimentare e credere in una pienezza
già iniziata sulla terra, un paradiso riconquistato con l’impegno di tutta una
vita e che perciò dovrà continuare anche dopo la morte.
La speranza cristiana
della felicità viene dalla religiosità ebraica (ed è stata compiuta e riassunta
da Gesù). Rabbi Nachman di Bratzlav diceva: "Le medicine amare guariscono
non soltanto il copro, ma anche l'anima. Spessissimo, tuttavia, un medico che
cerca di guarire un corpo malato è costretto a confessare che nessuna medicina
aiuta più. Questo non si può applicare alla guarigione dell'anima. Dio non
manda mai a un uomo più sofferenza o tribolazioni di quelle che egli è capace
di sopportare. Se egli sopporta le prova con pazienza, la sua anima sarà
guarita, qualunque siano i danni che essa possa aver subito".
16. Basta con le danze macabre
Tutta la nostra società
vive il luogo comune che la morte è brutta. Esso è falso, oltre che
stereotipato.
Se dentro di noi
esistono paure inconsce, profonde 57 e se lo spettacolo della tanatomorfosi è
motivo universale di ribrezzo, ciò non significa che la morte e l'al di là
debbano essere un fatto negativo, spaventoso, legato al giudizio (più di quanto
lo sia la vita) e severo. Sono così tanti gli eventi terrificanti della natura.
Perché i morti
dovrebbero essere cattivi? Perché dovrebbero spaventare chi è ancora
vivo? E le danze macabre con ossa e teschi spaventosi? Perché prendere sul
serio la leggenda metropolitana degli zombi?
Chi visita la bellissima
basilica di Sant'Ambrogio a Milano alla vista delle "mummie" dei tre
santi lì conservati, non può che provare venerazione, pace, ottimismo, amore.
Dov'è il terrore che i morti hanno il potere di incutere, e
"intenzionalmente", sui vivi 58? Basta ai film dell'orrore con i
morti viventi. Lasciamo in pace i morti che sono nella gioia e mai penserebbero
di tormentarci ancora di più. Se un regista vuol spaventare ha infinite
possibilità...
Chi l'ha detto che le
nostre paure più profonde hanno origine nell'al di là e non piuttosto nell'al
di qua 59, e proprio da tutto ciò che consideriamo bello, sicuro, buono, dunque
la vita?
In realtà non si muore.
O si muore sempre, nel senso che non ci basta mai quello che otteniamo, e che
lo perdiamo, sempre, quando ci lasciamo alle spalle un giorno dopo l’altro.
La felicità non si può
trovare, non ne conosciamo l’origine, non la possiamo creare, e necessita di un
abbandono tale, per viverla veramente, che è quello di chi si sente morire. La
felicità viene dall’alto.
Ogni rappresentazione
cristiana della morte dovrebbe avere una luminosità, una compostezza, una
potenza simile a La risurrezione di Cristo di Piero della Francesca 60 o
al Requiem di W. A. Mozart.
Senza mai dimenticare
che ogni rappresentazione del non-rappresentabile è un imbroglio 61. Ma ogni
simbolo lo è e senza di essi non esisterebbe neanche il pensiero. Il pensiero
stesso è imbroglio. La prima cosa da fare, allora, se si vuol pensare, è
svelare gli imbrogli. Dopo ciò resterà qualcosa? Sì, la vita.
"L’escatologia
dell’Antico Testamento è sottratta all’esplosione della fantasia fabulatrice.
Non si trova che una scarna sobrietà inspiegabile in questi temi che più
scatenano la fantasia di ogni popolo. Una linea che sarà proseguita dal Nuovo
Testamento" 62.
Ma, purtroppo, quando la
chiesa riafferma i dogmi escatologici (ed è ormai così poco frequente...), per
esempio la "risurrezione dei morti" 63, pone ancora l’accento sulla
limitatezza della vita presente, mentre la futura sarà quella perfetta, dogma
innegabile, ma pastoralmente deleterio, vista la domanda di speranza e di senso
(della vita, non della morte) che l’umanità evidenzia.
Il linguaggio del
magistero purtroppo è spesso inefficace. Un esempio: quando ribadisce la
dimostrabilità razionale dell’immortalità dell’anima, usa uno "strumento
concettuale" filosofico, che è la solita concessione alla filosofia (che
in realtà si trova anch’essa in una situazione di inadeguatezza di fronte al
diffuso bisogno di verità) e specialmente alla filosofia neotomista 64, che è,
come ben si sa, schematizzante e razionalizzante. Il pensiero del magistero si
trova perciò lontana dalla cultura del globale e del relativo che caratterizza
il nostro secolo (da A. Einstein in poi), cultura che ha limiti grandi e
rischia di scivolare nella New Age, ma è ormai patrimonio universale e con essa
il pensiero della Chiesa deve trovare una mediazione, altrimenti finirà solo
per confermare vacuamente i vecchi codici culturali 65.
De Mello ha detto:
"La morte non è affatto una tragedia. L’unica tragedia che c’è al mondo è
l’ignoranza, è la mancanza di consapevolezza. Morire è meraviglioso: è orribile
solo per le persone che non hanno mai capito la vita. Solo quando si teme la
vita, si teme la morte. Solo le persone morte temono la morte" 66. E gli
orientali dicevano: "Quella che il bruco chiama la fine del mondo, il
maestro la chiama una farfalla". E Silesio: "La cosa migliore è la
morte / Solo mi rende libero la morte. Perciò dico: / non c'è nel mondo cosa
migliore della morte" 67.
Che è il contrario del
pensiero falsamente escatologico e in realtà paganeggiante espresso per esempio
da R. Bach (in Illusioni. Avventure di un Messia riluttante): "Ecco
una prova per accertare se la tua missione sulla terra è compiuta. Se sei vivo
non lo è".
"La morte -
continua De Mello - è resurrezione... qui e ora. La persona pienamente viva è
colma di morte. Moriamo continuamente alle cose. Ci spogliamo continuamente di
ogni cosa per poter essere pienamente vivi e per risorgere in ogni
momento".
Altri potrebbero
dichiarare: "Ma, la sofferenza è ineliminabile dalla vita, perché la morte
è ineliminabile. "Chaque instant de la vie est un pas vers la mort"
(Corneille). Allora
è giusto fare tutto il possibile per alleviarla e diminuirla". Un pensiero
che sembra molto saggio e pieno di buon senso, ma è ancora l’esempio di una
mentalità atea, in cui non è Dio il riferimento per la vita, un Dio personale
che ama, che dà felicità, che non ammazza nessuno, che non fa il giudice, che
non si arrabbia, che non ha voluto il male. Sono innumerevoli gli esempi che si
potrebbero fare di questa mentalità materialista, tragica, falsamente
sapienziale 68.
A questo si oppone
l’ottimismo vitalizzante di De Mello.
La morte non esiste 69,
ma esiste solo vita e vita rinnovata, risorta 70, o si può dire che tutto è
morte o che vita e morte sono la stessa cosa. Vita e morte sono talmente
intrecciate e unite da coincidere 71.
La morte sarà solo uno
dei tanti attimi della realtà a cui mi lascio andare, perché sono libero da
ogni cosa. Ma fino a che non si impara ad amare le novità, non si può amare la
morte.
La morte è un momento di
purezza e umanità, ma non il migliore 72. La morte è ascolto. Ma tutta la vita
è ascolto. Tutta la vita è giudizio, poiché Dio è sempre con noi, la sua
potenza e la sua voce.
19. La morte nel cristianesimo e nelle altre religioni
Anche sul tema della
morte il cristianesimo è un unicum nella storia delle religioni. Gesù
Cristo ha sconfitto la morte, l’ha annullata, accogliendola e trasfigurando
anche essa come tutto il resto. La morte non è più importante, almeno non come
la possibilità reale di vivere il Regno di Dio.
Nelle religioni antiche
l’al di là era un’esistenza grigia, di ombre, piena di tristezza e nostalgia e la
morte era l’evento peggiore (da cui deriva tutta la tradizione di sentenze e
proverbi sulla ineluttabilità della morte e sulla tragedia della vita).
L’ebraismo non ha mai dato molta importanza all’al di là, perciò la morte
conserva il suo fascino terribile (i libri sapienziali sono zeppi di sentenze
che mettono in guardia), similmente all’islamismo, dove il premio o la
punizione dopo la morte sono temi centrali (con le Urì per i beati...),
dunque la morte è passaggio fondamentale.
Per il pensiero occidentale
la morte è l’annullamento, è punizione. Invece per gli orientali solo chi è
beato può sparire e tornare finalmente al nulla da cui si è venuti. In oriente
- per continuare questa carrellata veloce 73 - troviamo il pessimismo cosmico
della trasmigrazione delle anime che ha la finalità di liberare dall’inferno
che è la vita: la morte nell’induismo è dunque esame e via d’uscita,
liberazione.. Ma anche, e questo è l’unico fenomeno che, forse, si avvicina
all’"ottimismo cristiano", la convinzione che, con un’opportuna
disciplina, si può raggiungere la serenità già nella vita (buddismo). Ma in
quest’ultima visione è secondario l’aspetto comunitario, della relazione, con
Dio e con gli altri uomini.
"Non dimenticarlo:
il cristianesimo non è parole ma fatti. Ora. la morte è un fatto, il più
concreto e terribile dei fatti. Puoi cercare ovunque, ma troverai soltanto la
risposta cristiana che ha quel fatto opponga un altro fatto. Non idee, non
fumose Weltanschauungen ... ma la concretezza del mistero di Pasqua ...
Colui che, dice il Credo "patì sotto Ponzio Pilato", "morì e fu
sepolto"; e che, "il terzo giorno è risuscitato" 74.
Nel Vangelo si dice che
Gesù ha raccomandato di prepararsi alla morte (Lc 21). Ma va detto che Gesù
mette in rilievo l’importanza dell’essere preparati perché parlava a quella
gente, a quegli ebrei convertiti che ancora non accettavano l’idea del Regno
che iniziava.
Oggi l’annuncio deve
essere diverso. Dopo secoli di terrore basato sugli escata 75, bisogna
far forza più su altre componenti del messaggio di Gesù, per esempio la
misericordia, e soprattutto il "sarò con voi sempre" (Mt 28, Gv 16,
ecc.).
Il Regno è già iniziato
ed è compiuto (cioè non manca nulla per la salvezza) perché il Signore è già
venuto, poi, alla fine dei tempi, sarà anche completamente trasfigurato tutto
il creato 76 ("la morte sarà annientata per ultima", 1 Cor 15,26; e
non è detto che tenere un nemico per ultimo sia considerarlo più
importante...).
Di fronte a questo ha
ben poca importanza cosa sia la morte, quando venga, dove porti. È in questo
senso che per i cristiani il concetto della morte è senza significato, non
esiste. Il concetto e anche l’evento 77.
Il memento mori
può essere il più grande tradimento della vita e di Cristo che porta il Regno
78, perché rifiuta la felicità offerta già qui e ora (una felicità vera, che
armonizza tutti gli aspetti dell’uomo e della vita) per innalzare il tragico,
il limite, l’ignoto, sopra l’altare.
Con questo non si vuole
togliere l’aspetto educativo del dolore e della morte, affrontati da Gesù
stesso e indicati ai discepoli 79; ma invece ribadire l’attualità del messaggio
di speranza e ottimismo che è necessario recuperare 80.
L'insegnamento di Gesù
si può condensare in questo: egli insegna a vincere la paura della morte e dare
giusto valore alla nostra insopprimibile ansia di vita (che altrimenti
diventerebbe arrogante, violenta, disordinata, ingiusta). L'unico modo di
riuscirci è fare come lui: eliminare la paura della morte (e l'orgoglio)
accettando la morte stessa, le sofferenze, la povertà, la sconfitta. Ciò dà una
vita nuova 81. Per vincere il dolore e non esserne schiavi, bisogna accettarlo
e continuare a vivere come se non ci fosse, non perdere il senso della vita.
Gesù l'ha mostrato (vedi
per esempio Gv 12) 82, ha accettato la morte, perciò l'aveva già sconfitta e
ciò gli ha dato la possibilità di risuscitare.
Francesco d’Assisi
specifica 83: "Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo
tuo amore / et sostengo infirmitate et tribulatione. / Beati quelli ke 'l
sosterranno in pace, / ka da te, Altissimo, sirano incoronati". Quel
che conta dunque è, "perdendo" la vita, cioè attraversando ogni
sconfitta, mantenere la pace e così guadagnarla già subito, con la serenità, la
verità della propria vita, tutto in nome dell’Amore. Chi sa essere sconfitto senza
perdere la fiducia di sé e la consapevolezza di essere amato da Dio e di essere
sempre importante - e soprattutto proprio quando si è sconfitti, poveri,
bisognosi, peccatori - è talmente esente dalla paura della morte che ha poteri
miracolosi, fino a guarire i malati e a risuscitare.
Ci si può chiedere
perché, anche solo apparentemente, qualcuno soffre moltissimo e altri poco. In
realtà siccome tutti hanno la piena possibilità di sopportare il dolore, anzi
passarci attraverso come se non esistesse e arrivare alla verità, alla pienezza
oltre le sofferenze, che sia tanto o poco, non cambia nulla. Dipende dai
talenti che si sono ricevuti e che si devono far fruttare e ciascuno ha
ricevuto esattamente quel che gli occorre. A un adulto si può dar da mangiare
carne secca durissima ma a un bambino biscottini friabili. Entrambi si nutrono,
tutti arriviamo di fronte all'unico e allo stesso Dio anche se per strade che
apparentemente ci sembrano diverse.
La vita ha sempre senso,
nonostante tutto, perché l'uomo ha risorse enormi in sé, tali da poter
sconfiggere ogni paura di morte, da poter attraversare ogni sofferenza e tali
da sconfiggere lui stesso anche la morte 84. E questo solo per la volontà e la
grazia di Dio, che infatti è colui che sa ammaestrare, che chiama, che insegue,
che manda segni e aiuti, e che accoglie ora e dopo la vita.
22. Vita eterna e vita che è eterna
Cristo incarnandosi ha
divinizzato la vita. Cristo morendo e risuscitando ha divinizzato la morte.
Il senso della vita
umana sta nel procurarsi insieme la felicità dell'al di qua e dell'al di là 85.
Pensare solo allo spirito crea frustrazioni e angosce corporali. Badare solo al
mondo fa morire di paura al pensiero della morte. Il cristianesimo insegna a
pensare a entrambe per conciliarle.
La vita eterna è quella
dell’uomo che dalla nascita alla morte è in Dio, che è sempre presente e che dà
vita "piena" senza illusioni, ma comprendendo tutti gli aspetti della
vita 86.
Allora non solo "i
novissimi parlano con terribile eloquenza del sempre, e del tutto
a cui la nostra esistenza va incontro" 87, ma è tutta la vita che ci parla
del sempre e del tutto. Tutta la vita va vissuta nella "pienezza" 88.
Oggi dobbiamo far
parlare dell’eternità la
vita, credere 89 che già ora può iniziare la "beatitudine" 90. Se non
abbiamo questa speranza ora, perché dovremmo incontrarla nell’al di là?
L’attesa è essere sempre
pronti ad accogliere Gesù e la vigilanza è accoglierlo in chiunque e in ogni
luogo e momento, cioè la realizzazione dell’attesa 91.
Se poi nell’al di là ciò
avverrà in modo tutto diverso, non ci riguarda 92. Non dobbiamo pensarci se non
vogliamo ricadere nel solito calcolo: mi comporto bene per il premio futuro
(che amore disinteressato per Gesù!) 93.
È straordinaria una
delle lettere di G. Biffi, che è un esempio efficacissimo di linguaggio
pastorale: "Una signora si avvicina e fa: "Ma lei vuol proprio dire
che Gesù è vivo...?". "Sì, signora: che il suo cuore batte proprio
come il suo e il mio". "Ma allora bisogna proprio che vada a casa a
dirlo a mio marito!"" e "Ditemi se non è vero: se quell’uomo,
bello, buono, eccezionale, è davvero Dio, e se è ancora tra noi, allora cambia
davvero tutto" 94.
Dunque se Gesù è con
noi, non affronteremo da soli niente, neanche la morte. Non siamo mai soli 95.
Allora posso credere nella vita eterna, perché la mia vita ha la dimensione
dell’eternità.
Bisognerebbe sviluppare
una "teologia della vita (che è) eterna" 96 o una "teologia
della riattualizzazione dell’annuncio" 97.
Le frasi arcinote come
"fa che la morte mi sorprenda ancora vivo", oppure "solo chi ha
una ragione per vivere ha una ragione per morire" (Pascal) testimoniano la
considerazione di così tanti pensatori, secondo cui la vita è il problema
principale dell’uomo, non la morte. A. Camus ha scritto: "Vi è un solo
problema filosofico serio: quello del suicidio" (in Il mito di Sisifo,
1943), ossia: vale la pena vivere, dato che con la morte totale dell’individuo
la vita diviene un assurdo?
È talmente difficile
vivere dando significato alla vita 98, che dedicare anche solo poca energia
mentale e morale al problema della morte è un tradimento del compito in cui ci
troviamo immersi completamente: la vita 99.
Ecco che, allora, io
ribadisco: la morte non esiste. Non esiste il problema della morte 100. È come
per il più poveraccio dei poveracci del terzo mondo: di fronte al problema
della fame, della sopravvivenza pura, per lui non esiste il problema morale,
se sia lecito rubare o no il cibo. Fichte ha detto: "Voglio fare il bene
con tutte le mie forze e perciò non ho tempo di pentirmi del male che ho
fatto" 101.
Nessun uomo ragionevole
può evitare di sentire un brivido al pensiero della morte che viene 102 e si
porta via l’anima (nella schematizzazione tradizionale). Ma è altrettanto
ragionevole lasciarsi trasportare mille volte durante ogni giorno dai miracoli
della vita che ci circonda e cresce e vince l’abisso e si afferma continuamente
e "risorge" continuamente.
"Il problema della
vita eterna, accantonato per lungo tempo con presunti argomenti
medico-scientifici, è oggi una questione aperta anche per i medici in quanti
tali. ... [La risposta] se non può essere data dalla medicina deve venire
cercata altrove. Probabilmente essa può essere trovata soltanto con una ricerca
interdisciplinare: con la collaborazione di medici e psicologi, giuristi, filosofi
e infine teologi" 103.
Concludo con due
citazioni. "Sulla lapide di granito era inciso l'epitaffio con cui Bob De
Matteis aveva deciso di essere ricordato: "E dissero sempre di lui che
sapeva come celebrare degnamente il Natale". I rabbini terminano spesso i
servizi in memoria dei defunti con la frase: "Possa il suo ricordo essere
una benedizione". La più grande dignità che si possa scorgere nella morte
è la dignità della vita che l'ha preceduta" (Nuland) 104. "Un morire
con gratitudine: questo mi sembra essere il morire, non soltanto degno di un
uomo, ma anche di un cristiano" (Küng) 105.
SAGGI
AA.VV., L’al di là, (a cura di
A. Piolanti), Torino, Marietti, 1960
Angelo Silesio, Il pellegrino cherubico,
Acquarelli, Bussolengo, 1995
Bianchi E., Vivere la morte, Torino,
Gribaudi, 1983
de Hennezel M., La morte amica,
Milano, R.C.S., 1996
De Mello A., Messaggio per un’aquila che
si crede un pollo, Casale Monferrato, Piemme, 1995
Grmek M. - AA.VV., La morte,
Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche, [videocassetta più
antologia di testi], Roma, Rai - Treccani, 1992
Kübler-Ross E., La morte e il morire,
Assisi, Cittadella Ed., 1982
Küng H., Vita eterna?, Milano,
Mondadori, 1983
Messori V., Scommessa sulla morte. La
proposta cristiana: illusione o speranza?, SEI, Torino 1982
Nuland S., Come moriamo. Riflessioni
sull’ultimo capitolo della vita, Milano, Mondadori, 1994
Osis K. - Haraldsson
E., Quello
che videro nell’ora della morte, Milano, Armenia Ed., 1979
Singer P., Ripensare la vita. La
vecchia morale non serve più, Milano, Il Saggiatore, 1996
ARTICOLI
Guarneri A., Il momento della morte.
Aspetti medico-legali, in "Federazione Medica", anno XL, numero 2
(febbraio 1987), Torino, pp. 233-239
Perico G., La nuova legge
sull’accertamento della morte, in "La Civiltà Cattolica", II
1994, Roma, pp. 333-345
"Prelievi e
trapianti, in Italia, nel Veneto, a Treviso. La legge 578" in
"L’ordine di Treviso" (Organo dell’Ordine dei medici di Treviso),
Anno III, n. 3, giugno 1996, pp. 4-5.
EDITORIALI
DI "LA CIVILTÀ CATTOLICA"
"Il giudizio
particolare dopo la morte", IV 1992, Roma, pp. 3-12
"Il ritorno di
Cristo e il giudizio universale", IV 1992, Roma, pp. 111-120
"Morte,
immortalità dell’anima e risurrezione dei morti", I 1992, Roma, pp.
209-220
"Vigilare
nell’attesa della venuta del Signore", IV 1992, Roma, pp. 437-449
DIZIONARI
E ENCICLOPEDIE
Gozzelino G., "Morte", in
Enciclopedia del Cristianesimo, Novara, De Agostini, 1997, pp. 482-485.
"Morte"
e "Morte cristiana", in Dizionario dei pensieri Citabili, (a
c. di E. Bianco), LDC, Leumann 1988, pp. 83-85
"Morte"
e "Accertamento della morte", in Dizionario enciclopedico
moderno, Milano, Ed. Labor, 1959, pp. 3726-3727
"Morte",
in Enciclopedia Garzanti di Filosofia, (a c. di G. Vattimo), Milano, 1985, pp.
623-625
Perico G., "Trapianti (umani)",
in Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale, Cinisello Balsamo, Paoline,
1985, pp. 1162-1170
Spinsanti S., "Morte", in
Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale, Cinisello Balsamo, Paoline, 1985,
pp. 667-675
Urbain J. D., "La morte", in
Enciclopedia Einaudi, Torino, 1983, vol. X, pp. 519-555
FONTI
(BIBLICHE E DEL MAGISTERO)
Bibbia per la formazione
cristiana,
Bologna, EDB, 1994
Catechismo della
Chiesa Cattolica,
Libreria Ed. Vaticana, 1992
La Bibbia di
Gerusalemme,
Bologna, EDB, 1974
Novum Testamentum
graece et latine,
(a c. di E. Nestle - K. Aland), Libreria Ed. Vaticana, 1979
|
1 "Parlare della morte
è sempre una sfida al reale, un tentativo di oggettivare il Nulla che nello
stesso tempo lo fa esistere e lo nega" (Urbain J. D., "La morte",
in Enciclopedia Einaudi, 1983, p. 520). 2 Cfr. Messori V., Scommessa sulla
morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, 1982, p. 271. 3 Cfr. Grmek e AA.VV., La
morte, Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche,
[videocassetta più antologia di testi], 1992. 4 Cfr. Grmek e AA.VV., La
morte, op. cit. 5 È il tema del capolavoro
cinematografico di I. Bergman, Il settimo sigillo (Svezia, 1956); un
tentativo di descrivere la relazione con la propria morte sta nella parte
finale del libro di H. Broch, La morte di Virgilio; due tra i tanti
esempi possibili. 6 Cfr. "Morte",
in Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Milano, 1985, pp. 623-624. 7 Data la natura del
presente lavoro sono costretto a essere molto sintetico. 8 Per una rassegna delle
riflessioni di A.T. e N.T. sulla morte cfr. Spinsanti S., "Morte"
(in Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale), 1985, pp. 670-673, oppure
Bianchi E., Vivere la morte, 1983, che ne presenta (nella prima parte)
approfonditi "itinerari biblici" con meditazioni soprattutto sulla
"morte oblativa, espiatrice e feconda" di Cristo (mentre nella
seconda parte riporta pagine sulla morte, scelte dai padri del deserto ai
mistici islamici, fino a pensatori contemporanei). 9 Ma "molto ateismo è
nevrotico, non è per niente motivato da considerazioni razionali. Come
dimostra il fatto che, pur essendo incarnato spesso da persone intelligenti,
evita accuratamente di verificare le sue ragioni, avendone paura" dice
lo psicoanalista cristiano G. D’Acquino (cfr. Messori V., Scommessa sulla
morte, op. cit., 1982, p. 128). 10 È una fase meta-empirica
(Jankélévitch); "Ognuno di noi è il primo a morire" (E. Ionesco)
(cfr. Urbain J. D., "La morte", op. cit., pp. 524-25. 11 È quello che fa il pur
interessantissimo libro di Nuland S., Come moriamo. Riflessioni
sull’ultimo capitolo della vita, Milano, Mondadori, 1994. 12 Effettivamente
"uno" è tornato, come dirò. 13 Anche qui vale ciò che
ha scritto Wittgenstein a conclusione del suo Tractatus: "Su ciò, di cui
non si può parlare, si deve tacere". 14 Sull’aspetto psicologico
del morire (più che della morte, nonostante il titolo) è fondamentale il
saggio della Kübler-Ross, La morte e il morire, (collana Psicoguide),
Assisi, Cittadella Ed., 1982, che, analizzando le varie fasi superate da chi
si avvicina alla morte (rifiuto, collera, preparazione, depressione,
accettazione) e riportando moltissime interviste di morenti, mostra come sia
possibile umanizzare il rapporto con essi e addirittura lasciarsi
ammaestrare, con l’obiettivo finale di superare la paura. E la traduzione
pratica di ciò è realizzata dalla de Hennezel (cfr. de Hennezel M., La
morte amica, 1995) negli ospedali parigini, l’inventrice della
"aptonomia", approccio tattile affettivo ai morenti. 15 Cfr. Spinsanti S.,
"Morte", op. cit., 1985, p. 673. 16 "Quella di Gesù è
l’unica morte cristiana" (Bianchi, Vivere la morte, 1983, p. 69). 17 Cfr. Grmek e AA.VV., La
morte, op. cit. 18 Cfr. Grmek e AA.VV., La
morte, op. cit. 19 Cfr. Grmek e AA.VV., La
morte, op. cit. 20 Cfr. Perico G., "Trapianti
(umani)", in Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale, 1985, p.
1168. 21 La medicina legale parla
di morte relativa, morte intermedia (sistema nervoso centrale distrutto),
unica fase in cui è attualmente consentito il prelievo di organi e di tessuti
ai fini di trapianto da cadavere a cuore battente, e morte assoluta. Cfr.
Guarneri A., Il momento della morte. Aspetti medico-legali, in
"Federazione Medica", 1987, p. 233 e ss. che denuncia, fra l’altro
le carenze legislative e le incongruenze dell’attuale regolamento di Polizia
mortuaria. 22 Cfr. Urbain J. D.,
"La morte", op. cit., p. 529. 23 Cfr. "Accertamento
della morte", in Dizionario enciclopedico moderno, 1959, p. 3727 24 Va ricordata la moda
riscontrabile da alcuni anni negli U.S.A. di farsi ibernare (criogenazione),
da parte di magnati con molta disponibilità finanziaria, in base alla
speranza di una rianimazione futura conseguibile attraverso le conquiste
della scienza, che permetta nuove cure contro le malattie ora non controllabile,
per esempio. Ma "l'idea di arrestare la morte è incompatibile con gli
interessi della nostra specie e con la continuità del progresso; come
dichiarò schiettamente Tennyson: "I vecchi devono morire; altrimenti il
mondo ammuffirebbe e rigenererebbe solo il passato"";
"beneficiamo del miracolo della vita perché trilioni e trilioni di
organismi viventi ci hanno preparato la strada e, in un certo senso, sono
morti per noi" (S. Nuland, Come moriamo. Riflessioni sull'ultimo
capitolo della vita, 1994). 25 Cfr. Grmek e AA.VV., La
morte, op. cit. 26 La legge è la 578 del
29.12.93 con relativo regolamento di attuazione. Cfr. Guarneri A., Il
momento della morte. Aspetti medico-legali, op. cit.; "Prelievi e
trapianti, in Italia, nel Veneto, a Treviso. La legge 578" in
"L’Ordine di Treviso", 1996, pp. 4-5; e Perico G., La nuova
legge sull’accertamento della morte, in "La Civiltà Cattolica",
II 1994, pp. 333-345. 27 Si legga il saggio
interessantissimo, Ripensare la vita, 1996, di P. Singer, il quale ha
vissuto da vicino il travaglio medico e giuridico degli U.S.A. in questi
ultimi decenni verso una nuova definizione della morte (cita i lavori della
Commissione di Harvard, del 1968). Riferisce tra l’altro una dichiarazione di
Pio XII, il quale "nel ribadire la nozione di morte, propria della
Chiesa, come separazione completa e finale dell’anima dal corpo, disse anche
che "è compito del medico, e in particolare degli anestesiologi,
definire in modo chiaro e preciso, la ‘morte’ e stabilire il ‘momento della
morte’ di un paziente che si spenga in uno stato di incoscienza" (p.
45), che contribuì ad avallare la posizione ormai generalizzata, in base alla
quale devono essere i medici a dichiarare la morte. 28 Cfr. Singer P., Ripensare
la vita, op. cit., 1996, p. 51 ss. A questa posizione si oppone quella
dei moralisti, secondo i quali anche sapendo che ci saranno progressi nella
definizione di morte, "non si può esigere dall’uomo che metta in crisi
tutte le sue conoscenze, costituite dalle sue certezze, perché domani saranno
più perfette, soprattutto quando si tratta di contesti di urgenza. Ciascuna
epoca si avvale delle nozioni di certezza che ha raggiunto per risolvere i
suoi problemi" (Perico G., "Trapianti (umani)", op.
cit., 1985, p. 1168), posizione che criticherei per l’uso del criterio di
urgenza, che taglia la possibilità di riflettere pacatamente su temi così
importanti, e perché, data la velocità dei progressi medici, se non si
allarga al futuro prossimo l’orizzonte della riflessione morale si rimarrà
sempre indietro (come accade da tempo) 29 Si è data recentemente
notizia di progetti di sperimentazione per l’inserimento di microchip
nel cervello (per aumentare la memoria) e di utilizzo di materiale biologico
per gli elaboratori elettronici... 30 "L'autentica verità
scientifica è nella curva storica della ricerca. Non è mai in un punto di
questa curva" (A. Rey). 31 Cito due film a
testimonianza del grande interesse dell’opinione pubblica su questi temi (ma
gli esiti artistici sono mediocri): Linea mortale, di J. Schumacher
(U.S.A. 1990), nel quale giovani medici fanno esperimenti sul confine tra
vita e morte, "sospendendosi" la vita per periodi sempre più lunghi
e dando luogo a esperienze volontarie di pre-morte (ma il film finisce nella
solita "americanata" psicoanalitica: dal viaggio ognuno torna
perseguitato dai fantasmi del proprio passato), e Premonizioni, di B.
Leonard (U.S.A. 1996), disprezzato dalla critica, con l’eterna lotta tra Bene
e Male (il protagonista in bilico tra vita e morte dopo un incidente,
vegliato dalla figlia morta qualche tempo prima, lotta contro un killer
venuto dall’al di là). 32 "Una ragione
veramente valida per scegliere come indicatore di morte la morte dell’intero
cervello, e solo dell’intero cervello, non c’è mai stata. Ma questo è
diventato chiaro soltanto oggi, quando sappiamo che, in tutti gli ospedali di
una certa importanza, i medici quotidianamente classificano come morte
persone il cui cervello non ha cessato interamente di funzionare (Singer P., Ripensare
la vita, op. cit., pp. 65-66). Perché per esempio, "prima di
dichiarare morta una persona, dovrebbero sondare tutte le funzioni del
cervello, comprese quelle ormonali.... Ma una volta abbandonata la
definizione di morte cerebrale... quali funzioni del cervello indicheremo
come spartiacque tra vita e morte?" (p. 52). Per adesso, forse,
"sarebbe meglio dichiarare legale l’espianto di organi da infanti
dichiarati in senso stretto viventi, ma sui quali sia stata avanzata indubitabilmente
una diagnosi di anencefalia o di distruzione della corteccia" (p. 66). 33 Ma altri non hanno
difficoltà a considerarla invece un divenire, un movimento, come tutte le
cose della vita e del creato. 34 "Anche la morte
come la vita ha un contenuto dialettico"; perciò se la morte "è la
più grande delle sofferenze" dell’uomo (AA.VV., L’al di là, a
cura di A. Piolanti, 1960), è anche - io dico - una grande gioia. Non ci sono
gioie grandi e gioie piccole, né dolori grandi o piccoli, tutto è grande e
"pieno" nell’uomo (da plerovw). 35 Era un diffuso incipit
nei testamenti del XVIII secolo in Provenza (ma già noto ai latini:
"mors certa, hora incerta"). 36 La durata media della
vita in Italia nel 1997 è di 76 anni, i maschi 74, le femmine 79. E un’altra
cosa impressionante è che statisticamente ogni 5 anni si alza di un anno
l’aspettativa media della vita; così un quarantenne di oggi può sperare di
vivere non solo fino a 76 ma anche a 82 o 83 anni. E un bambino di 5 anni può
avere un’attesa di vita di circa 93 anni) 37 "La vecchiaia, più
che una morte lenta è diventata una lunga e umiliante agonia. ... Il concetto
di terza età è un’invenzione recente che nasconde la realtà: i vecchi sono
fastidiosi" (Urbain J. D., "La morte", op. cit., p.
537). Sul tema cfr. anche Nuland S., Come moriamo, op. cit., 1994. 38 Basterà citare Osis K. -
Haraldsson E., Quello che videro nell’ora della morte, 1979. Sono
notissime le opere di R. Moody, lo psichiatria della Virginia autore di Life
After Life (1976), o di P. Giovetti, in Italia. In breve: i soggetti dopo
aver visto il proprio corpo dall’alto, attraversato un tunnel o una galleria
(pieno di rumori spiacevoli), entrano in un ambiente luminoso, dove provano
grande serenità; hanno un corpo leggero ed "etereo", incontrano un
"essere di luce" (o il Signore, ecc.) con cui dialogano "senza
usare parole", rivedono la loro vita come in un film, incontrano un
limite (siepe, linea, muro, cancello) e, capendo di non essere destinati
ancora alla morte definitiva, si risvegliano. 39 Inoltre farei notare che
più se ne scrive e più si sensibilizza l’opinione pubblica (anche con la TV),
meno attendibilità c’è nelle nuove testimonianze che si raccolgono (frutto di
possibili suggestioni e che rimangono sempre esperienze non "dimostrabili"). 40 Su ciò è critico H.
Küng: "tali esperienze di decesso non dimostrano nulla per una possibile
vita dopo la morte; qui, infatti, si tratta degli ultimi cinque minuti prima
della morte" (Küng H., Vita eterna?, 1983, p. 33). 41 Un uomo religioso, che è
anche scienziato, ha dichiarato: "Non ho mai avuto esitazioni in
proposito. Se anche una sola volta, nelle mie ricerche, fede e ragione si
fossero mostrate in irrisolvibile antitesi, avrei scelto la ragione: una fede
che censurasse la ragione non sarebbe degna dell'uomo. D'altra parte una
ragione che non fosse aperta al Mistero... non sarebbe pienamente
ragionevole" (Intervista a don Roberto Colombo, in "Avvenire",
28 dicembre 1996). 42 Cfr. Il pellegrino
cherubico (1657). 43 Ricorderei qui alcune
teorie sintomatiche, tentativi, anche scientifici, di dimostrare
l’immortalità o il superamento del modello spazio-temporale (reazione forse
alle affermazioni di Heidegger, nel 1949, sulla temporalità che trasforma
l’uomo in un "esserci per la morte" o, al massimo, "essere per
la sopravvivenza"): La fisica dell’immortalità. Dio, la cosmologia e
la risurrezione dei morti di F. J. Tipler, con la "teoria del punto
omega" (nel futuro lontano la vita espansa in ogni dimensione, toccherà,
nel suo estremo sviluppo, le caratteristiche divine, riconoscendo così
l’esistenza del Dio giudeo-cristiano e della risurrezione dei morti). Oppure
La particella di Dio, di L. Lederman, con minori ambizioni
religiose, ma uguale pretesa di spiegazione globale. Urbain scrive: "La
speranza cristiana di un altro mondo, di un’altra vita, di un altro corpo, è
crollata. ... L’uomo moderno non ha più un Olimpo da conquistare: ha
solamente il Tempo da fermare" ("La morte", op. cit.,
p. 550). 44 So che questo discorso
può assomigliare alle affermazioni di Einstein, tanto care ai pensatori
marxisti, riprese, per esempio, da Moravia ("Secondo Einstein non c’è
fine, non c’è principio. La morte non è che la trasformazione di certe forme
di vita") e demonizzate da Messori (in Scommessa sulla morte, op.
cit., 1982, p. 27). Ma il resto della presente tesi dovrebbe dimostrare la
distanza tra la mia posizione e quelle. 45 "Nei due ultimi
secoli quasi nove miliardi di uomini hanno cessato di vivere. Già Comte
diceva che l’Umanità è più ricca di morti che di vivi. ... Ora tutti quei
morti si accumulano nel nostro inconscio. I morti pesano molto. ... Dovunque
o quasi morire non è morire. ... La morte non è una fine: tutt’al più è solo
un passaggio..." (Urbain J. D., "La morte", op. cit.,
p. 540). 46 La morte ci ricorda che
la vita ha un limite ("La morte è la radicale anti-utopia. La morte è il
monito terribilmente realistico per chi crede di poter spiegare tutto con
formule dogmatiche" E. Bloch), ma tutto è limitato nella nostra vita, a
partire dal pensiero. Dunque il limite e ogni limite nella vita è movimento,
è divenire. Perciò il movimento che è il limite della morte, non è diverso
dal movimento che è il limite di ogni altro fenomeno dell’esistenza. Il
limite è divenuto andare oltre. 47 Non solo per i
cristiani. Confucio ha scritto (ripreso poi anche da don Bosco):
"Bisogna operare come se non si dovesse morire mai, e vivere come se si
dovesse morire ogni giorno". Questa è, secondo me, la sintesi più
efficace di tutto il discorso che si può fare sul rapporto tra la vita e la
morte. 48 Cfr. Diadoco di Fotica,
Centuria gnostica. 49 È molto bella la
testimonianza di Francesco Petrarca, il quale, nel Secretum, racconta
di essersi abituato a pensare spesso la propria morte, per superarne la paura
e per ricordarsi l’importanza del vivere. 50 A. Malraux ha scritto:
"L’uomo è nato quando, per la prima volta, ha mormorato davanti a un
cadavere: perché?". Io credo che l’uomo sia diventato maturo, capace di
usare tutte le sue facoltà quando di fronte alla risurrezione di Cristo ha
detto "perché no?" o "anch’io!". La risurrezione dà senso
alla vita, non la morte. 51 "Di tutte le
meraviglie che abbia mai sentito, la più strana, mi sembra, è che gli uomini
debbano temere la morte; dato che la morte, fine ineluttabile, verrà quando vuole"
(W. Shakespeare, Giulio Cesare). 52 "Qualsiasi potere,
sia esso politico, militare, medico, giuridico, religioso o economico,
dispone di tutto un arsenale di morti esemplari e di morti vergognose, che
utilizza come un linguaggio, e in base a queste costruisce i propri miti e
valori, e anche la propria legittimità" (Urbain J. D., "La morte",
op. cit., p. 535). 53 Ricordo qui la
bellissima pagina di Tolstoj (da La morte di Ivan Il’ic): "Cercò
la sua solita paura della morte e non al trovò. Dov’era? Ma quale morte? Non
c’era nessuna paura, perché non c’era neanche la morte. invece della morte
c’era la luce. ... "È finita!" disse qualcuno su di lui. Egli sentì
quelle parole e le ripeté nel suo animo. "È finita la morte" disse
a se stesso. "Non c’è più". Aspirò l’aria, a metà del respiro si
fermò, si distese e morì". 54 Cfr. S. Nuland, Come
moriamo, op. cit., 1994. 55 Preferisco dire che
prima viene l’amore per Gesù e poi l’appartenenza alla chiesa, non già il
contrario, come invece storicamente e socialmente si è spesso lasciato
accadere, col risultato che masse intere si chiedono il senso della loro
appartenenza, se prima non c’è una esperienza di Dio. Tale puntualizzazione è
fatta anche da Messori in Scommessa sulla morte, op. cit., 1982:
"Cristianesimo fa pensare a un "ismo" tra i tanti ... Il
cristianesimo autentico dovrebbe semmai esserne il contrario: non un’idea, ma
una Persona" (p. 166, in nota). Anche il cardinale di Bologna G. Biffi
in una sua famosa lettera (pubblicata pochi anni fa anche da "Famiglia
cristiana") su Gesù che è ancora vivo tra noi, ha parole chiare:
"Il cristianesimo non è neanche una religione. È un avvenimento, un
fatto. .... è cristo. Cioè è una persona". 56 La citazione di Gv 5,25
("Chi ascolta la mia parola..., ha la vita eterna", in greco
ejvcei, presente) e di Gv 3,36 ("Chi
crede nel Figlio, ha la vita eterna", ancora ejvcei) (cfr. "Morte, immortalità
dell’anima e risurrezione dei morti", editoriale di "La Civiltà
Cattolica", I 1992, p. 217) devono, secondo me, essere interpretati più
come l’annuncio del "già", che del "non ancora";
così come anche Gv 11,25-26 ("Io sono la risurrezione e la vita; chi
crede in me, anche se muore, vivrà"), nonostante in greco sia al
futuro, indica l’inizio già nel presente della vita vera, che continuerà
senza interruzione, e Gv 6,47 indicato da Spinsanti, che commenta:
"Esistenzialmente l’accento va sul "già" piuttosto che sul
"non ancora". ... La speranza dei cristiani si fonda sul coraggio
della fede che accetta l’eterno anche quando le è contro tutto ciò che è
finito. Chi ha questo coraggio, sperimenta già qui e ora l’eterno" (in
"Morte", op. cit., 1985, p. 673). 57 Autori come H. P.
Lovecraft, per citarne uno, sanno destare tali paure con maestria. 58 Una domanda ricorrente
dei cristiani è: "Quando risorgeremo il corpo sarà perfetto?", che
esprime un desiderio di perfezione, e di ricompensa per tutte le sofferenze,
e il timore di rimanere "difettosi" per l’eternità. La risposta
tradizionale è insoddisfacente: i corpi saranno trasfigurati (come Cristo sul
Tabor) e perfetti, ma corpi spirituali. Il che lascia supporre una
eliminazione della fisicità o una ri-creazione delle parti
"mancanti". Forse sarebbe meglio ipotizzare e insegnare che, anche
rimanendo menomati si vivrà la perfezione; anche in vita si può essere
pienamente beati, cioè felici, sereni, uniti a Gesù sempre presente,
nonostante si sia menomati. Dunque il vero problema e che non ci si accetta
imperfetti e si proietta nel dopo-vita un risarcimento, che è il rifiuto del
"già", del Regno iniziato, del Cristo morto e risorto per noi da
secoli. 59 Sui "sospetti di
proiezione" sull’al di là di paure e illusioni terrene, insiste Küng H.
(Vita eterna?, 1983), nelle sue "nove lezioni tubinghesi",
criticando le posizioni ateiste di Feuerbach, Marx, Freud, come esse stesse
possibili frutti di una proiezione dell’uomo (p. 50 ss.). 60 Altrimenti aveva ragione
Giovanni Crisostomo: "Non affliggerti per chi muore. Quale assurdo:
credere in un paradiso eterno [che è già iniziato sulla terra, n.d.r.] e poi
compatire chi ci va!". Oggi il morire non è più un "dire",
"una "frase" gestuale pienamente significante", "ma
una breccia nell’esistenza aperta sul non-senso: adesso è il segnale catastrofico
dell’"anti-vita"" (Urbain J. D., "La morte",
op. cit., p. 534). Una rappresentazione architettonica, di questo
rovesciamento di senso che è avvenuto, è il "Giardino della vita",
parte della tomba di C. Scarpa (1978), a Caselle di Altivole (TV): un bel
prato improvvisamente attraversato da un cavo d’acciaio sospeso a trenta
centimetri da terra, che spezza l’unità erbosa e trancia la possibilità di
attraversare serenamente il "giardino". 61 "Bisogna rigettare
come vane e illusorie tutte le raffigurazione che dell’altra vita danno sia
l’immaginazione popolare, sia gli scrittori e i pittori, anche i più grandi e
i più spirituali" ("Morte, immortalità dell’anima...",
op. cit., I 1992, p. 220), ma anche la teologia, non solo l’arte, dovrebbe
dimostrare un po’ di umiltà su questo tema (sembra che i teologi sappiano
dove avvenga il giudizio: "il giudizio sulla persona avviene quando e
dove la persona muore", S. Maggiolini, I novissimi, Piemme,
Casale Monferrato, 1989, p. 21, citato in "Il giudizio particolare
dopo la morte", op. cit. IV 1992, p. 9); altro esempio: "il Giudizio
universale della Cappella Sistina non è una felice interpretazione dei
dati biblici e teologici. ... la parusia scompare sotto l’aspetto puramente
giudiziale" ("Il ritorno di Cristo e il giudizio universale",
op. cit., IV 1992, p. 114), ed è la stessa cosa che è accaduta per secoli nel
linguaggio di così tante prediche, per finire poi col rimuovere del tutto
l’argomento. 62 Cfr. Messori V., Scommessa
sulla morte, op. cit., 1982, p. 198. 63 Cfr. "Morte,
immortalità dell’anima e risurrezione dei morti", op. cit., p. 217. 64 Il neotomismo sembra
sorreggere anche il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, per
esempio nei numeri dal 988 al 1050, per il tema che ci riguarda. 65 Un altro esempio è in
"Il giudizio particolare dopo la morte", editoriale di
"La Civiltà Cattolica", IV 1992, pp. 3-12, dove dopo una critica
alla artificiosità dell’interpretazione tradizionale dei due giudizi
escatologici, non segue una altrettanto positiva proposta di rinnovamento del
linguaggio e dei codici religiosi: si propone solo di pensare che il giudizio
sarà basato sull’amore. Interessante (l’aveva detto anche Giovanni della
Croce), ma Dio resta principalmente un giudice. Tale attributo è di un peso
enorme, considerando che per secoli è servito al "ricatto
spirituale" del "prendi adesso e paghi dopo" (per citare una
famosa battuta di Woody Allen), fondamento di tutti i moralismi cattolici.
Non basta associare il giudizio alla misericordia (lo si è sempre fatto). Un
altro esempio; a pagina 7 viene citato Biffi: "Chiudendo gli occhi nella
morte, l’uomo li apre alla realtà più vera...". C’è una verità
"più vera" e una "meno vera"? Ma non è solo questione di
parole; dietro c’è una antica svalutazione della vita terrena, del secolo.
Con queste paroline si affronta la crisi religiosa contemporanea? 66 Cfr. De Mello A., Messaggio
per un’aquila che si crede un pollo, 1995. 67 Cfr. Angelo Silesio, Il
pellegrino Cherubico, 1657. 68 C’è sempre stata la
tendenza a prendere troppo sul serio la morte, a farne un traguardo, perfino
un punto di forza per dare senso all’esistenza, ma così svalutando la vita:
da "E poi morire non è niente, è solo finire di nascere" nel Cyrano
de Bergerac, collegato al "Per nascere l’uomo ci mette tutta la
vita" (anonimo), al "Il fatto più importante della mia vita è
l’unico che non potrò raccontare" di G. G. Marquez, al "Si muore
una volta sola, e per tanto tempo" di Molière, al più antico
"Morire è certo un male, perché se non fosse un male, anche gli dei
vorrebbero morire" di Saffo, oppure "Tutta la vita umana non è che
un viaggio verso la morte" di Seneca. 69 Non intendo rimuovere la
morte (più di quanto già si sia tentato di fare, per esempio da parte di
Feuerbach o Marx, secondo il quale la morte "ha una realtà immaginaria e
non sorge che dalle nostre idee", e seguaci, dai quali credo di potermi
distanziare molto nettamente), che anche per me, durante lo sviluppo ha
rappresentato uno stimolo a dare più valore alla vita, fino a un valore eterno.
Ma vorrei che si dicesse che in effetti si muore continuamente e vorrei che
non si separassero mai i termini morte e risurrezione (anche il linguaggio è
importante); così forse si potrebbe insegnare a superare la paura della
morte. 70 D. Bonhoeffer ha
scritto, in Resistenza e resa: "Socrate superò il morire, Cristo
superò la morte. ... Il superamento della morte significa risurrezione. ...
Se un paio di uomini lo credessero veramente, e ne facessero derivare la loro
azione terrena, ne nascerebbero grandi cose" (Gozzelino G., "Morte",
in Enciclopedia del Cristianesimo, 1997, p. 482). Sul rapporto tra
"morte" e "morire" cfr. anche Bianchi E., Vivere la
morte, 1983, pp. 74 ss. 71 Ho già citato la
"dialettica" insita nella morte e anche nelle vita, e il fatto che
Gesù, datore di vita è l’unico morto, cioè l’unico morto che si conosca. 72 "La sofferenza, la
morte, mai diventeranno "belle"; ma misteriosamente, possono
diventare "buone", se vissute con una Persona - un’altra non ci è
data - che ha patito, che è morta come noi" (cfr. Messori V., Scommessa
sulla morte, op. cit., 1982, p. 328). 73 Cfr. Urbain J. D.,
"La morte", op. cit. pp. 519 e ss. 74 Cfr. Messori V., Scommessa
sulla morte, op. cit., 1982, p. 328. 75 Qualche volta hanno
ragione i marxisti: "Le religioni sono come il becchino: vivono sulla
morte" (M. Verret, citato in Messori V., Scommessa sulla morte,
op. cit., 1982, p. 119). 76 "Dio allora, non
sarà più soltanto in tutto, come già ora. Ma veramente tutto in
tutto" (cfr. Küng H., Vita eterna?, 1983, p. 299).
""Spacca il legno, io sono lì dentro. Alza la pietra e lì mi
troverai" fa dire a Gesù l’apocrifo vangelo di Tommaso (77)" (cfr.
Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, p. 378). 77 Tutt’al più si potrebbe
arrivare a sostenere che la morte fa parte del progetto di Dio, perché se
accetto e riconosco anche la morte, accetto e riconosco la volontà di Dio.
Dire il contrario ("Dio non ha valuto la morte!"), come si fa
sempre, per salvare Dio dalla responsabilità del male, lo trasforma invece in
non onnipotente o distante e ignoto o giudice severissimo. 78 Nonostante derivi dalla
tradizione anacoretica della Tebaide, come sembra. 79 Cfr. la lettera
apostolica Salvifici doloris. 80 "La morte in
Occidente è privata delle metafore... diventata innominabile. Rimangono
alcune rare espressioni per parlare dell’agonia e del trapasso, ma non si
parla più del Paradiso" (Urbain J. D., "La morte", op.
cit. p. 523). "Una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un
cavolo, però essi assistevano alla grande scena degli addii al capezzale del
moribondo. Oggi sono iniziati fin dalla più tenera età alla fisiologia
dell’amore, ma, quando non vedono più il nonno e se ne stupiscono, gli si
dice che riposa in un bel giardino in mezzo ai fiori (Ariès)" (Urbain,...
p. 527). 81 La speranza e la potenza
vitale c’è perché "mediante il Battesimo, il cristiano è già
sacramentalmente "morto con Cristo", per vivere di una vita
nuova" (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1992, n.1010, p.
268). 82 "Chi ama la propria
vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la
conserverà per la vita eterna" (Gv 12,25). 83 Nel Cantico di frate
sole, 1224. 84 E. Bianchi (in Vivere
la morte, 1983) insiste, soprattutto nel capitolo 5° ("La morte del cristiano"),
sulla inabitazione del Dio vivente nel discepolo che fa sì che chi crede non
muore e se muore vivrà. "Quotidianamente il cristiano muore (1 Cor
15,31) ... ma in realtà vive sempre di più nella comunione con Dio" (p.
60). 85 Non solo dell’al di là,
come recitavano i catechismi: "Perché siamo sulla terra? Noi siamo sulla
terra per conoscere Dio, amarlo servirlo e così un giorno (!) andare
in paradiso". (cfr. Küng H., Vita eterna?, 1983, p. 226). 86 È assolutamente
illuminante, a questo proposito, l’episodio della risurrezione di Lazzaro, in
Gv 11, con tutte le riflessioni che si possono fare... 87 Cfr. "Il
giudizio particolare dopo la morte", op. cit. 1992, p. 12. È una
frase del futuro Paolo VI (giugno 1930). 88 A proposito di
"teologia della speranza": "Il cristianesimo è escatologia dal
principio alla fine, e non soltanto in appendice"; "escatologia
significa sperimentare il proprio tempo come storia davanti a Dio" (cioè
il giudizio continuo, che citavo precedentemente); "essa ha a che fare
non soltanto con le "cose ultime", ma molto più con le "cose
prime" ... sollecita l’uomo a non evadere dal tempo presente"
(Spinsanti S., "Morte", in Dizionario Enciclopedico di
Teologia Morale, 1985, pp. 668-669). 89 "Credere è proprio
questo: riuscire a vedere il legame tra quel che sarebbe successo a
Gerusalemme quel mattino della prima domenica e la storia di ciascuno di noi.
... La fede non aspetta il ritorno del Cristo perché crede che non sia mai
andato via" (cfr. Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit.,
1982, pp. 378-379). 90 Questa prospettiva
"rivitalizzante" è assente in altri due editoriali di "La
Civiltà Cattolica": "Il ritorno di Cristo e il giudizio
universale", IV 1992, pp. 111-120 e "Vigilare nell’attesa
della venuta del Signore", IV 1992, pp. 437-449, dove per "vita
eterna" si intende solo quella dopo la morte e si ribadisce che
"solo il superamento della morte può dar senso alla vita" (p. 445),
che è vero a patto che non si intenda la morte solo come quella finale
(inconoscibile), ma tutte le morti che sperimentiamo ogni giorno. In questo
senso unicamente è vero che "solo il superamento della morte può dar
senso alla vita". Se la vita è definita "pellegrinaggio verso la
vita eterna" e nel Salve Regina è descritta come "valle di
lacrime", se questo è il linguaggio dei seguaci stessi di Cristo (laici
e clero), perché gli uomini dovrebbero avere speranza e fede e carità? 91 Per parafrasare il
contenuto dell’editoriale di Civiltà cattolica "Vigilare nell’attesa
della venuta del Signore", IV 1992. 92 Si potrebbe anche dire
che pensare alla morte e sapere che non la conosciamo, significa capire che
noi non conosciamo il nulla. Dunque la inconoscibilità della morte, la non
esistenza per noi della morte, afferma la non esistenza del nulla. Perciò è
vero che tutto è "pieno". Tutto è vita. Esiste solo la vita. 93 "Sto andando in
cielo per gettare il fuoco nel paradiso e versare l’acqua nell’inferno: non
resterà così né l’uno né l’altro e apparirà Colui che si cerca. ... Se non ci
fosse più speranza del paradiso e timore dell’inferno, non lo adorerebbero
forse come il Verace e non gli ubbidirebbero?" (Da I detti di Rabi’a) 94 L’ho citata in nota più
sopra. 95 Un aneddoto
significativo, F. Mitterand, sapendo che la sua malattia era molto aggravata,
andò a parlare dell’al di là con il suo vecchio amico, il filosofo J.
Guitton. Ma questi non gli parlò degli escata, ma di Gesù.
"Quella cristiana non può dirsi una "escatologia", se leggiamo
questo termine nel senso etimologico di "ultime cose". Infatti: qui
non si tratta di "cose" ma, come sappiamo bene, di una Persona,
dell’Uomo per eccellenza. Cristo è il Cielo per chi lo guadagna;
Cristo è l’inferno per chi lo perde" (cfr. Messori V., Scommessa
sulla morte, op. cit., 1982, p. 190). 96 Ma "La fede nella
vita eterna deve venire verificata facendo ricorso alle esperienze umane. ...
L’esperienza attuale come orizzonte e il messaggio biblico come centro
e criterio" (cfr. Küng H., Vita eterna?, 1983, p.
102-103). La speranza nel cielo deve rimanere terrena, se vuole
continuare a essere umana" (p. 255). 97 Senza perciò eliminare
il collegamento morte-peccato (ma ci si deve subito chiedere: che cosa è
peccato? chi può dirlo con valore definitivo? Che uomo sarà lì, alla fine, a
dirlo, a confermarlo? Non dimentichiamo, dai libri sapienziale, che c’è un
tempo per ogni cosa...), la morte come condanna o castigo che colpisce il
peccatore e le conseguenze eterne di chi rifiuta di credere (non dimentico le
parole di Pietro in At 4,12: "In nessun altro vi è salvezza; non vi è
infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito
che possiamo essere salvati" At 4,12). Non so come sarà il di là
"infernale", non lo nego, ma so che chi vive senza amore, cioè
pecca, si sta già punendo quaggiù, da solo. Messori dichiara:
"all’inferno non si va, si resta come scelta radicale di
tutta una vita" e ricorda "sia chiaro: per la fede non è la morte
in quanto fatto biologico ad essere legata al peccato" (cfr. Scommessa
sulla morte, op. cit., 1982, p. 267 e 321). Il peccato originale non
introduce la morte, ma solo un modo doloroso di morire (la morte non esiste
per il cristiano, come sto cercando di dimostrare). Ma quel momento non deve
togliermi la pace (nel processo per la beatificazione, infatti, uno degli
elementi importanti è che non ci sia stata disperazione nel trapasso). 98 Il vero problema non è
la morte, né la paura della morte, ma la paura di non sapere esattamente
cos’è giusto e cosa no, e cosa ci sarà dopo la fine della vita. 99 A proposito della lotta
per la vita ("affinché l’inferno non possa avere l’ultima parola")
Küng cita J. Moltmann il quale "ricorda quanta forza la vittoria
sull’inferno dell’"al di là" possa infondere per lavorare all’eliminazione
degli inferni di "quaggiù"... quanto più realmente la speranza
crede nell’eliminazione dell’inferno, tanto più militante e politica essa
diventerà nell’eliminazione degli inferni, degni inferni bianchi, neri e
verdi, dichiarati e taciti" (Vita eterna?, op. cit. 1983, p.
186). "G. Baget Bozzo, vede la storia dell’Occidente come "storia
della graduale uscita dell’incubo della dannazione", come "violenta
liberazione dall’ipotesi-inferno" ... Bisogna dire allora che
incarnazione, passione, morte, risurrezione del Cristo significano che , nel
suo complesso, la storia è ormai redenta, è già salvata" (cfr. Messori
V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, pp. 266-267). 100 Cfr. Ap 21 e 22
(soprattutto 21,4 "la morte non ci sarà più"). In realtà noi non
aspettiamo la fine del mondo, ma il rinnovamento del mondo, che è già
iniziato. 101 Non è che togliendo la
morte si rinnovi il mondo (come predicano i Testimoni di Geova, secondo i
quali il paradiso è come la vita terrena solo senza lacrime, prendendo alla
lettera l’Apocalisse di Giovanni). Ma è rinnovando il mondo che si toglie la
morte, lo possiamo fare già ora, con l’amore, con la speranza, con la fede.
Se non si teme la morte, non ne siamo più schiavi ed essa sparisce, o si
tramuta in uno dei tanti fatti della vita. 102 "Un uomo che non
si ponga il problema della morte e non ne avverte il dramma, ha urgente
bisogno di essere curato (C. G. Jung). 103 Cfr. Küng H., Vita
eterna?, 1983, p. 33. 104 Cfr. S. Nuland, Come
moriamo, op. cit., 1994. 105 Cfr. Küng H., Vita
eterna?, 1983, p. 225. |
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