CONSULENZA EDUCATIVA

 

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Istituto Superiore di Scienze Religiose – Udine

La morte non esiste

Tesi per l’esame di "Sacramenti ed Escatologia"

di Enrico Vaglieri


Anno accademico 1997/98

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SOMMARIO
1. Amore, morte e l’assurdo
2. La morte fondamento delle filosofie e delle religioni
3. Rituali, mitologia e Sacre Scritture
4. È impossibile pensare la morte
5. La morte: processo o evento?
6. Il punto di vista giuridico e quello dei moralisti
7. I criteri medici
8. La morale deve guardare al futuro
9. Alla ricerca del momento del non-ritorno
10. La speranza di vita si allunga
11. Le esperienze di "pre-morte"
12. La morte non è una fine
13. La morte, luce per la vita spirituale
14. Morte e paura
15. La morte e il dolore
16. Basta con le danze macabre
17. Rinnovare il linguaggio
18. Morire è bello
19. La morte nel cristianesimo e nelle altre religioni
20. La morte e il Regno
21. Vincere la morte
22. Vita eterna e vita che è eterna
23. Il vero problema: la vita
Bibliografia
Note

 

 

 

Ogni morte mi diminuisce, poiché sono implicato nell’umanità;
e perciò non andare a informarti per chi suona la campana:
la campana suona per te
(John Donne)

Una tesi sulla morte. È un tema su cui si potrebbero scrivere infinite pagine. È uno dei temi più affascinanti per l’uomo, insieme con l’amore. E su di essi, infatti, sono state scritte infinite pagine.

 

1. Amore, morte e l’assurdo

Ma sono due temi assurdi da trattare, perché l’amore va vissuto, non scritto; invece della morte non si può dire nulla, perché, come ha sentenziato Epicuro "la morte non è nulla per noi. Infatti quando noi siamo, la morte non è venuta, e quando è venuta, noi non siamo più" 1. Tale sentenza costituisce un punto fermo, una tappa insuperabile e imprescindibile nel "pensare la morte". Dunque un uomo di pensiero "onesto" si fermerebbe qui.

Ma io non sono un uomo di pensiero "onesto", sono uno studente "cristiano" e, pur non parlando della morte, la tratterò parlando della vita. Perché la morte per un cristiano non esiste e il senso di ogni cosa sta nella vita, nella esperienza di incontrare Gesù il Signore in ogni momento della vita fino alla più grande felicità (attuale perché futura e futura perché attuale). Faccio mie le parole di Messori: "in questo libro è dell’al di qua che vogliamo soprattutto occupaci, vogliamo restare sulla terra prima di trasferirci nei cielo o negli inferi" 2.

 

2. La morte fondamento delle filosofie e delle religioni

La morte è da sempre il fondamento dei pensieri filosofici e della riflessione religiosa 3. Quante filosofie e religioni sono nate proprio da questo. Platone afferma nel Fedone: "Fare filosofia è un esercitarsi al morire e all'essere morti. Victor Frankl inseriva la morte nella triade tragica dell'esistenza umana: dolore, morte, colpa.

Ma è un paradosso, perché la morte non può essere conosciuta e tutto ci fa pensare che non lo potrà mai. È dunque una riflessione inutile quella di così tanti pensatori nella storia?

Forse no. È la caratteristica di assolutezza e di alterità della morte rispetto all’essere umano che affascina e sgomenta e pungola la riflessione sull’esistenza. Il pensare la morte contiene la sfida più entusiasmante per l’uomo 4: quanto si può resistere alla morte 5?

La filosofia non nasce solo dalla meraviglia, ma soprattutto dal pensiero della morte. Anzi, è la certezza che noi stessi dobbiamo morire e che questa vita, come la conosciamo e la vogliamo e la creiamo, finirà, che ci costringe a dare significato profondo a tutto.

La filosofia più bella e più attuale dovrebbe partire da qui. E non potrebbe non contenere un salto verso il superamento della morte.

 

3. Rituali, mitologia e Sacre Scritture

Gli studi etnologici hanno "spiegato" molto della morte: che è un fatto sociale, che il mito e il rito (che hanno valore catartico e consolatorio) associati alla morte, tendono a dare una spiegazione all’evento che è visto come innaturale, il defunto è visto appartenere a un mondo "di là" più potente, e perciò diventa temibile e va indebolito con rituali precisi; a ciò è destinata anche la sepoltura 6.

È molto ricca la mitologia che tenta di spiegare l’origine della morte (per esempio dal peccato, da una violazione, o indipendentemente dall’uomo; per mezzo della donna o della Dea madre, e così via) 7.

La Bibbia dedica molte pagine al tema, comprendendo "diversi modi di considerare la morte, non riducibili ad unità", dalle posizioni veterotestamentarie, in alcuni casi puramente intraterrene eppure autentiche possibilità religiose (secondo N. Lohfink esse richiamano da vicino il pensiero filosofico contemporaneo), al messaggio cristico con la teologia della redenzione, il battesimo di morte (la morte rimane un patire, non un agire, ma l’atteggiamento di accettarla liberamente e per amore ne rovescia il senso) 8.

 

4. È impossibile pensare la morte

Tutte le filosofie possono essere distinte in quelle che credono in un "al di là" e in quelle che non ci credono.

Ma il fondamento non è la morte, bensì il pensare la morte, dacché essa stessa è inconoscibile. La sentenza di Epicuro (che nella prima parte richiama molto il cristianesimo, come mostrerò, ma nella seconda lascia emergere la weltanschauung materialistica e atea, tipica di quel milieu culturale e di tanti altri successivi 9) è una conditio sine qua non nella teorizzazione della morte.

La morte non è conoscibile, non certamente quella di se stessi, perché non si può pensare la morte dell’io 10; ma anche la morte dell’io delle altre persone può essere descritta non nella sua sostanza, ma metafisicamente, come si fece in passato, o poeticamente, o teologicamente, o dal punto di vista fisiologico e medico 11, come si fa oggi - pressati dalle urgenza dei trapianti e dall’imponenza del tema dell’eutanasia, per limitare la sofferenza dei pazienti e innalzare la qualità della vita.

Cosa è la morte, la nostra e quella altrui? Chi può dirlo? Chi può esaurire il nostro dubbio, la nostra fame di verità su questo argomento? Chi mai è tornato a parlarne 12? Dove ci porta la morte? Cosa ci sarà dopo?

E ancora: quanto si può allungare la vita? Qual è il momento preciso da cui non si può più tornare indietro? E tante ancora sono le domande che vorrebbero risposta.

La morte è un non-concetto 13. Forse possiamo dire solo che la nostra morte sarà l'apocalisse del mondo.

Certo è che non si teme la morte, perché non la si conosce, ma si teme la prospettiva di abbandonare le persone, le cose, ciò che ci appartiene, ciò che abbiamo costruito, ciò che abbiamo ancora le forze di sognare e realizzare 14.

Dalla rivelazione, per esempio dalla figura di Gesù, che è colui che ha compiuto la rivelazione, non si sa nulla della morte 15. Nulla è detto di come sia morto Gesù. Si sa solo che è risuscitato. Quel che contava evidentemente è che, nonostante tutto, egli è sempre con noi; il fatto centrale del cristianesimo è l’annuncio che Egli torna sempre, è sempre con noi; questo mette in secondo piano la tragedia della morte.

L’unica morte è quella di Gesù 16, che è però anche l’unico che sia ritornato alla vita, l’unico risorto, apportatore di vita. La morte non esiste, tranne quella di Gesù, che però è morte-vita.

 

5. La morte: processo o evento?

L’esperienza della morte caratterizza tutte le civiltà 17, perché è una delle esperienze veramente universali, forse l’unica, perché è più misteriosa e tragica e dotata di un potere enorme sull’animo umano, di quanto lo siano l’amore, la fame, la sofferenza, la malattia, la paura.

Anticamente e per secoli si è parlato di anima o soffio vitale e si descriveva la vita come insieme di anima e corpo e, di conseguenza, la morte come corpo senza più anima.

Ma da tempo ormai questa schematizzazione non basta più. È conoscenza comune che esiste la morte parziale: avviene che alcuni organi siano morti ma altri vivi biologicamente. Si tratta dunque di una "morte a vari livelli". La disintegrazione avviene in tappe e il discrimine tra vita e morte è sempre più impreciso.

Oggi sembra opportuno descrivere la morte come la fine dell’integrazione delle varie parti che compongono l’organismo vivente 18, e non si può parlare di un evento, ma di un processo.

Ma per esigenze pratiche, giuridiche, mediche e sociali ciò è inammissibile, deve essere stabilito un dato momento. Così il concetto di "morte a livelli" ha beneficato l’opportunità dell’espianto degli organi, che sono ancora "vivi biologicamente", prima che inizi la necrosi. Ma contemporaneamente, poiché la persona non è ancora "completamente" morta, la "morte a livelli" crea un pesante conflitto tra cultura e natura.

 

6. Il punto di vista giuridico e quello dei moralisti

Per la giurisprudenza è morto chi è dichiarato tale dai medici. Il punto di vista giuridico non definisce la morte (questione filosofica), non dà definizioni per paura di essere superato dagli eventi 19. Lo stesso fa la morale religiosa (a parte la tradizionale e insoddisfacente descrizione dell’anima che si separa dal corpo): "Una volta che la scienza, con tutti i suoi metodi più aggiornati, ci ha accertato che il soggetto non ha più alcuna possibilità di recuperarsi alla vita, ci si può comportare nei suoi confronti come ci si comporta con un cadavere, su cui vigilano solo norme di rispetto e di pietà, ma non norme di intoccabilità essenziale" 20.

Ora è l’elettroencefalogramma (EEG) che stabilisce il criterio del decesso, dopo che anticamente si guardava alla cessazione del respiro e, in seguito, dell’attività cardiaca.

Ma si conoscono casi di sopravvivenza vegetativa, pur con il cervello distrutto (coma irreversibile o dépassé). Un uomo senza gambe non è dichiarato morto, ma, se il sistema nervoso centrale non funziona, sì. Si deve considerare morto uno che è senza cervello, morte cerebrale, per ragioni pratiche, sociali 21. "A questo stadio equivoco del suo ruolo sociale, il medico tende sempre più ad assomigliare a un nuovo "sacerdote" che celebri con discrezione non più un rito di transizione, ma un "rito di partenza"" 22.

 

7. I criteri medici

Nell’accertamento della morte si distinguono tre gruppi di fenomeni cadaverici: immediati (insensibilità, cessazione della respirazione, eccetera), biotanalogici (raffreddamento, rigidità, ecc.) e trasformativi (putrefazione, saponificazione, ecc.). Solo gli ultimi sono indici sicuri, che, di norma, si rendono evidenti tra la 24° e la 48° ora dal decesso 23. L’unico criterio veramente definitivo sarebbe poter aspettare per molti giorni e osservare quando inizia la putrefazione. Solo allora, la morte è sicura 24. Ma non sappiamo in che momento è avvenuta, come è avvenuta e in cosa consista per quella persona.

In effetti, non esiste l’accertamento della morte 25. È sempre, o quasi sempre, una prognosi, cioè una previsione (se non quando la persona perde letteralmente la testa o ha subito un trauma terribile).

Tuttavia oggi nell’accertamento della morte l’attività elettrica del cervello è considerata un criterio decisivo 26. La perdita di coscienza conta solo se è irreversibile. Ma si conoscono casi eccezionali di ritorno alla vita cerebrale anche dopo l’elettroencefalogramma piatto (non solo nei casi di avvelenamento da barbiturici).

E infatti comincia a essere discusso anche questo criterio, dal momento che si è dimostrato che se non è morto l’intero cervello alcune funzioni (produzione di ormoni, regolazione delle risposte del corpo) continuano a essere attive 27.

 

8. La morale deve guardare al futuro

È possibile affermare che il presente criterio di accertamento della morte, l’elettroencefalogramma piatto per un periodo di varie ore, non è definitivo e sarà superato, perché "la nostra nozione attuale di morte cerebrale è instabile" 28.

Basterebbe considerare la storia della medicina per poter sostenere una simile ipotesi: non ci si è più accontentati della cessazione della respirazione, e poi neanche della cessazione dell’attività cardiaca (grazie alle tecniche di rianimazione e a quelle che permettono la continuazione dello stato vegetativo dell’organismo). È credibile che, in futuro, sviluppi prodigiosi (dal nostro punto di vista) della biotecnologia renderanno possibile il recupero anche dei tessuti neuronali o la loro sostituzione o chissà cosa altro 29. Chi può negare questa "possibilità", considerando l’accelerazione dei progressi medici e scientifici?

E come si può anche solo ragionare su questi argomenti senza tener conto, se pur come ipotesi, delle possibili future scoperte 30? Non si rischierebbe altrimenti di essere continuamente scalzati e superati dalla scienza e dalla tecnica?

Questo è, probabilmente, proprio quello che è capitato a filosofi e moralisti di questi decenni che, anche con molto impegno, non sono riusciti a sviluppare le loro riflessioni con la stessa velocità dei progressi biomedici (i quali hanno dalla loro gli elaboratori elettronici).

 

9. Alla ricerca del momento del non-ritorno

Se la morte è un processo, è completo solo quando è morta anche l’ultima cellula, allora il cadavere è completo. Ma quello che interessa non è tutto il processo, ma le proporzioni, il momento del "non-ritorno" 31. È su questo chi si impegna la ricerca 32.

Le scoperte scientifiche, anche se cambia il concetto della morte, non toccano il problema metafisico e ontologico. Biologicamente la morte è un processo, ma invece dal punto di vista filosofico e religioso è considerata un evento. Alcuni filosofi affermano che si può pensarla solo con un evento, cioè un passaggio, una linea 33.

Ma la definizione di morte non esiste e non esisterà mai perché non sarà mai definitiva. Così come è impossibile la definizione di vita 34, se non attraverso forzature artificiose, schematismi, visioni parziali della realtà; ciò che può essere utile e necessario, ma non rappresenta la natura, che rimane mistero.

Nulla è definitivo, neppure la morte.

 

10. La speranza di vita si allunga

"Nulla di più certo della morte, nulla più incerto della sua ora", recitava un vecchio adagio 35.

Ma ora da un punto di vista demografico esso non vale più, perché la mortalità, soprattutto infantile, è bassissima (nella civiltà occidentale).

La maggioranza delle persone ha la quasi certezza di morire tra i 70 e gli 80 anni 36. Oggi è scandaloso morire a 30 anni. Una volta no; la morte era addomesticata (tutti la conoscevano, la sperimentavano), ora è medicalizzata e rimossa, perché c’è la certezza di morire e di morire da vecchi, soli, con le malattie tipiche (cardiopatie, tumori, ictus, Alzheimer) 37.

Oggi dunque è certa la morte e anche l’età.

 

11. Le esperienze di "pre-morte"

Esiste ormai un’ampia letteratura sulle cosiddette "esperienze di pre-morte" (near death experiences) 38, sorta di "ritorni" dal tunnel del trapasso, che sono forse solo dei risvegli della coscienza. Alcuni ricercatori sostengono infatti che tali esperienze siano un fenomeno della coscienza, derivato dal fatto che il cervello o certe sue parti sono rimasti senza ossigeno (perciò tutte le testimonianze si assomigliano) 39. Ma altri sostengono che sono davvero delle "esperienze" dell’al di là 40.

La chiesa, in mancanza di certezze, non prende posizione; e ciò è giusto (purché questo non scoraggi la ricerca), perché dei fenomeni umani vanno considerate le conseguenze morali e spirituali solo dopo averli analizzati dal punto di vista della razionalità scientifica, che è il principale strumento del discrimine umano 41.

Ma la speranza della sopravvivenza va conservata, per l’esigenza universale di attribuire un senso forte alla vita (che ha fatto produrre a civiltà antiche straordinarie culture dell’al di là: dalla religione egiziana, all’architettura funeraria etrusca al Libro tibetano dei morti). E la letteratura del near death può contribuire a ciò.

 

12. La morte non è una fine

"La morte non esiste / Non credo nella morte: sebbene ad ogni ora / io muoia, trovo sempre una vita migliore" così dichiara A. Silesio 42; ed è una delle prospettive su cui si fonda la mia tesi.

La morte non è la fine di nulla 43? Certamente non della vita. Non della vita biologica. La morte di un essere animale o vegetale ha una importanza infinitesimale nell’universo.

E poi non esiste, perché gli esseri viventi metabolizzano l’ambiente o sono metabolizzati, quindi si trasformano, da carne a verme, da verme a batterio, ma la vita continua. Non c’è nessuna fine, se non delle categorie che servivano a descrivere gli stati precedenti alla trasformazione 44. Ma le categorie sono un oggetto irreale: per esempio ogni sette anni il corpo di un essere umano si è rinnovato completamente, tranne i neuroni, che continuano inesorabilmente a diminuire ma anche a ristrutturarsi. Dov’è allora l’unità che sostiene le categorie?

È la caratteristica principale della vita: non si arresta mai. Tutt’al più di trasforma. Solo catastrofi immani (l’esplosione della stella di un sistema, per esempio) può distruggerla. Infatti ci si può chiedere: perché l’erba cresce? Perché torna a crescere ogni primavera? Perché resiste a tutto, si radica sulla roccia nuda? Dove trova tanta tenacia? Non lo possiamo dire, ma è la caratteristica principale della vita.

Con la morte non cessa nemmeno la vita umana che è certamente molto più della vita biologica: dopo secoli (da Cartesio alle speranze, ormai tramontate, dell’Intelligenza Artificiale) di visione meccanicistica dell’uomo, finalmente è opinione diffusa, tra scienziati o gente comune, che l’uomo non è solo "natura" meccanica. C’è una vita spirituale incommensurabile, impalpabile, affascinante e sfuggente (per oggi). Ma c’è.

Per essa sì, forse, ha un senso la morte. Per la vita spirituale la morte esiste. Ed è un risultato (nella concezione orientale), un passaggio (nella concezione occidentale pagana) o un trampolino (nella concezione cristiana). Nessun’altra possibilità avrebbe senso 45.

Spiritualmente la morte è un non-limite 46.

 

13. La morte, luce per la vita spirituale

Il pensiero della morte ha una grande importanza morale, come luce per la prassi, soprattutto per il credente 47. Così nel Siracide troviamo l’adagio "In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato" (Sir 7,36) e un padre della chiesa minore, nel V secolo, raccomandava: "Noi che amiamo il Signore dobbiamo pregare per trovarci nel momento del trapasso liberi da ogni timore... Ma quelli che al momento della morte, anche per poco, avranno avuto paura, saranno lasciati tra la massa di tutti gli altri uomini, in quanto resteranno sotto giudizio" 48.

E così i mistici: "Pensa alla morte, uomo! Perché pensi a ben altro? / Nessun pensiero è più utile di come si morrà" (A. Silesio, Il pellegrino cherubico). Questo perché il pensiero frequente della propria morte abitua a superare il narcisismo naturale 49.

La morte o, meglio, l'idea della morte aiuta a dare senso alla nostra vita, la rende bella, da utilizzare, la rende una sfida affascinante.

Ma non è la morte stessa a darle senso. Quale idolatria disumana sarebbe crederlo 50.

È solo una considerazione propedeutica: se non ci fosse l'idea della necessità del morire, come vivremmo? Perderemmo tempo, non avremmo nessuna preoccupazione, ci divertiremmo unicamente. Il che potrebbe essere un’ideale indiscutibile di umanità. Ma ne conseguirebbe anche che non saremmo stimolati a pensare.

Potremmo concludere così: la nascita crea la vita, la morte ci obbliga a trovare un senso, ma è la felicità a fornircelo (una felicità che sia vera, piena).

 

14. Morte e paura

"Se gli uomini sapessero cos'è la morte, non avrebbero più paura di niente" ha scritto M. Ende in uno dei suoi romanzi fantasy, Momo.

Cioè non avrebbero più paura. Perché la morte è niente appunto.

Ma noi siamo talmente stupidi che abbiamo paura di ciò che non conosciamo e spesso siamo incoscienti e negligenti con ciò che ci minaccia certamente (per esempio le cattive abitudini che ci portano certamente malattie, solitudine, sensi di colpa).

Come si fa a temere ciò che non si conosce? E che non si potrà mai conoscere (per quanto si possa immaginare favoloso lo sviluppo delle scienze nel futuro)? "Come si può amare ciò che non si conosce?" - scrive Agostino (riferendosi a Dio). Non si può avere paura del mistero. Il mistero è una risorsa, sempre, non un ostacolo 51. Infatti la vita è mistero.

Ognuno dovrebbe pensare la propria morte, con il proprio sistema simbolico, senza farsi condizionare dalla cultura e dalla religione in cui è immerso. Quanti immagini diverse e affascinanti sorgerebbero, quanta ricchezza di meditazione si svilupperebbe.

L’escatologia cristiana deve evitare il rischio di espropriare le persone della propria rivelazione sugli escata 52.

 

15. La morte e il dolore

La morte è comunque dolore? E di conseguenza la vita è comunque dolore? La vita non può essere affrontata interamente e la felicità non può essere raggiunta completamente su questa terra 53?

"La vita è contrassegnata dal dolore" - sostengono alcuni "Nel corso dell'esistenza il dolore viene mitigato dai periodi di pace e di gioia; nel momento della morte, però, c'è solo afflizione. La pace e, talora, la gioia che si possono provare sopraggiungono solo con la liberazione finale. In questo senso c'è spesso una serenità (talvolta anche una dignità) nell'atto della morte, ma non nel suo processo" 54. Secondo Sofocle "Nulla di grande viene donato all'uomo che non sia accompagnato da una maledizione".

Ma tali considerazioni non tolgono senso alla vita?

Quella mentalità è lontana dalla fede dei seguaci di Gesù, che si scoprono cristiani 55. C’è, infatti, nella vita e nelle parole di Gesù, una promessa di grandezza e di totalità da raggiungere già qui sulla terra 56.

Chi ama il Dio incarnato e ha bisogno delle sue parole, giunge a sperimentare e credere in una pienezza già iniziata sulla terra, un paradiso riconquistato con l’impegno di tutta una vita e che perciò dovrà continuare anche dopo la morte.

La speranza cristiana della felicità viene dalla religiosità ebraica (ed è stata compiuta e riassunta da Gesù). Rabbi Nachman di Bratzlav diceva: "Le medicine amare guariscono non soltanto il copro, ma anche l'anima. Spessissimo, tuttavia, un medico che cerca di guarire un corpo malato è costretto a confessare che nessuna medicina aiuta più. Questo non si può applicare alla guarigione dell'anima. Dio non manda mai a un uomo più sofferenza o tribolazioni di quelle che egli è capace di sopportare. Se egli sopporta le prova con pazienza, la sua anima sarà guarita, qualunque siano i danni che essa possa aver subito".

 

16. Basta con le danze macabre

Tutta la nostra società vive il luogo comune che la morte è brutta. Esso è falso, oltre che stereotipato.

Se dentro di noi esistono paure inconsce, profonde 57 e se lo spettacolo della tanatomorfosi è motivo universale di ribrezzo, ciò non significa che la morte e l'al di là debbano essere un fatto negativo, spaventoso, legato al giudizio (più di quanto lo sia la vita) e severo. Sono così tanti gli eventi terrificanti della natura.

Perché i morti dovrebbero essere cattivi? Perché dovrebbero spaventare chi è ancora vivo? E le danze macabre con ossa e teschi spaventosi? Perché prendere sul serio la leggenda metropolitana degli zombi?

Chi visita la bellissima basilica di Sant'Ambrogio a Milano alla vista delle "mummie" dei tre santi lì conservati, non può che provare venerazione, pace, ottimismo, amore. Dov'è il terrore che i morti hanno il potere di incutere, e "intenzionalmente", sui vivi 58? Basta ai film dell'orrore con i morti viventi. Lasciamo in pace i morti che sono nella gioia e mai penserebbero di tormentarci ancora di più. Se un regista vuol spaventare ha infinite possibilità...

Chi l'ha detto che le nostre paure più profonde hanno origine nell'al di là e non piuttosto nell'al di qua 59, e proprio da tutto ciò che consideriamo bello, sicuro, buono, dunque la vita?

In realtà non si muore. O si muore sempre, nel senso che non ci basta mai quello che otteniamo, e che lo perdiamo, sempre, quando ci lasciamo alle spalle un giorno dopo l’altro.

La felicità non si può trovare, non ne conosciamo l’origine, non la possiamo creare, e necessita di un abbandono tale, per viverla veramente, che è quello di chi si sente morire. La felicità viene dall’alto.

Ogni rappresentazione cristiana della morte dovrebbe avere una luminosità, una compostezza, una potenza simile a La risurrezione di Cristo di Piero della Francesca 60 o al Requiem di W. A. Mozart.

 

17. Rinnovare il linguaggio

Senza mai dimenticare che ogni rappresentazione del non-rappresentabile è un imbroglio 61. Ma ogni simbolo lo è e senza di essi non esisterebbe neanche il pensiero. Il pensiero stesso è imbroglio. La prima cosa da fare, allora, se si vuol pensare, è svelare gli imbrogli. Dopo ciò resterà qualcosa? Sì, la vita.

"L’escatologia dell’Antico Testamento è sottratta all’esplosione della fantasia fabulatrice. Non si trova che una scarna sobrietà inspiegabile in questi temi che più scatenano la fantasia di ogni popolo. Una linea che sarà proseguita dal Nuovo Testamento" 62.

Ma, purtroppo, quando la chiesa riafferma i dogmi escatologici (ed è ormai così poco frequente...), per esempio la "risurrezione dei morti" 63, pone ancora l’accento sulla limitatezza della vita presente, mentre la futura sarà quella perfetta, dogma innegabile, ma pastoralmente deleterio, vista la domanda di speranza e di senso (della vita, non della morte) che l’umanità evidenzia.

Il linguaggio del magistero purtroppo è spesso inefficace. Un esempio: quando ribadisce la dimostrabilità razionale dell’immortalità dell’anima, usa uno "strumento concettuale" filosofico, che è la solita concessione alla filosofia (che in realtà si trova anch’essa in una situazione di inadeguatezza di fronte al diffuso bisogno di verità) e specialmente alla filosofia neotomista 64, che è, come ben si sa, schematizzante e razionalizzante. Il pensiero del magistero si trova perciò lontana dalla cultura del globale e del relativo che caratterizza il nostro secolo (da A. Einstein in poi), cultura che ha limiti grandi e rischia di scivolare nella New Age, ma è ormai patrimonio universale e con essa il pensiero della Chiesa deve trovare una mediazione, altrimenti finirà solo per confermare vacuamente i vecchi codici culturali 65.

 

18. Morire è bello

De Mello ha detto: "La morte non è affatto una tragedia. L’unica tragedia che c’è al mondo è l’ignoranza, è la mancanza di consapevolezza. Morire è meraviglioso: è orribile solo per le persone che non hanno mai capito la vita. Solo quando si teme la vita, si teme la morte. Solo le persone morte temono la morte" 66. E gli orientali dicevano: "Quella che il bruco chiama la fine del mondo, il maestro la chiama una farfalla". E Silesio: "La cosa migliore è la morte / Solo mi rende libero la morte. Perciò dico: / non c'è nel mondo cosa migliore della morte" 67.

Che è il contrario del pensiero falsamente escatologico e in realtà paganeggiante espresso per esempio da R. Bach (in Illusioni. Avventure di un Messia riluttante): "Ecco una prova per accertare se la tua missione sulla terra è compiuta. Se sei vivo non lo è".

"La morte - continua De Mello - è resurrezione... qui e ora. La persona pienamente viva è colma di morte. Moriamo continuamente alle cose. Ci spogliamo continuamente di ogni cosa per poter essere pienamente vivi e per risorgere in ogni momento".

Altri potrebbero dichiarare: "Ma, la sofferenza è ineliminabile dalla vita, perché la morte è ineliminabile. "Chaque instant de la vie est un pas vers la mort" (Corneille). Allora è giusto fare tutto il possibile per alleviarla e diminuirla". Un pensiero che sembra molto saggio e pieno di buon senso, ma è ancora l’esempio di una mentalità atea, in cui non è Dio il riferimento per la vita, un Dio personale che ama, che dà felicità, che non ammazza nessuno, che non fa il giudice, che non si arrabbia, che non ha voluto il male. Sono innumerevoli gli esempi che si potrebbero fare di questa mentalità materialista, tragica, falsamente sapienziale 68.

A questo si oppone l’ottimismo vitalizzante di De Mello.

La morte non esiste 69, ma esiste solo vita e vita rinnovata, risorta 70, o si può dire che tutto è morte o che vita e morte sono la stessa cosa. Vita e morte sono talmente intrecciate e unite da coincidere 71.

La morte sarà solo uno dei tanti attimi della realtà a cui mi lascio andare, perché sono libero da ogni cosa. Ma fino a che non si impara ad amare le novità, non si può amare la morte.

La morte è un momento di purezza e umanità, ma non il migliore 72. La morte è ascolto. Ma tutta la vita è ascolto. Tutta la vita è giudizio, poiché Dio è sempre con noi, la sua potenza e la sua voce.

 

19. La morte nel cristianesimo e nelle altre religioni

Anche sul tema della morte il cristianesimo è un unicum nella storia delle religioni. Gesù Cristo ha sconfitto la morte, l’ha annullata, accogliendola e trasfigurando anche essa come tutto il resto. La morte non è più importante, almeno non come la possibilità reale di vivere il Regno di Dio.

Nelle religioni antiche l’al di là era un’esistenza grigia, di ombre, piena di tristezza e nostalgia e la morte era l’evento peggiore (da cui deriva tutta la tradizione di sentenze e proverbi sulla ineluttabilità della morte e sulla tragedia della vita). L’ebraismo non ha mai dato molta importanza all’al di là, perciò la morte conserva il suo fascino terribile (i libri sapienziali sono zeppi di sentenze che mettono in guardia), similmente all’islamismo, dove il premio o la punizione dopo la morte sono temi centrali (con le Urì per i beati...), dunque la morte è passaggio fondamentale.

Per il pensiero occidentale la morte è l’annullamento, è punizione. Invece per gli orientali solo chi è beato può sparire e tornare finalmente al nulla da cui si è venuti. In oriente - per continuare questa carrellata veloce 73 - troviamo il pessimismo cosmico della trasmigrazione delle anime che ha la finalità di liberare dall’inferno che è la vita: la morte nell’induismo è dunque esame e via d’uscita, liberazione.. Ma anche, e questo è l’unico fenomeno che, forse, si avvicina all’"ottimismo cristiano", la convinzione che, con un’opportuna disciplina, si può raggiungere la serenità già nella vita (buddismo). Ma in quest’ultima visione è secondario l’aspetto comunitario, della relazione, con Dio e con gli altri uomini.

"Non dimenticarlo: il cristianesimo non è parole ma fatti. Ora. la morte è un fatto, il più concreto e terribile dei fatti. Puoi cercare ovunque, ma troverai soltanto la risposta cristiana che ha quel fatto opponga un altro fatto. Non idee, non fumose Weltanschauungen ... ma la concretezza del mistero di Pasqua ... Colui che, dice il Credo "patì sotto Ponzio Pilato", "morì e fu sepolto"; e che, "il terzo giorno è risuscitato" 74.

 

20. La morte e il Regno

Nel Vangelo si dice che Gesù ha raccomandato di prepararsi alla morte (Lc 21). Ma va detto che Gesù mette in rilievo l’importanza dell’essere preparati perché parlava a quella gente, a quegli ebrei convertiti che ancora non accettavano l’idea del Regno che iniziava.

Oggi l’annuncio deve essere diverso. Dopo secoli di terrore basato sugli escata 75, bisogna far forza più su altre componenti del messaggio di Gesù, per esempio la misericordia, e soprattutto il "sarò con voi sempre" (Mt 28, Gv 16, ecc.).

Il Regno è già iniziato ed è compiuto (cioè non manca nulla per la salvezza) perché il Signore è già venuto, poi, alla fine dei tempi, sarà anche completamente trasfigurato tutto il creato 76 ("la morte sarà annientata per ultima", 1 Cor 15,26; e non è detto che tenere un nemico per ultimo sia considerarlo più importante...).

Di fronte a questo ha ben poca importanza cosa sia la morte, quando venga, dove porti. È in questo senso che per i cristiani il concetto della morte è senza significato, non esiste. Il concetto e anche l’evento 77.

Il memento mori può essere il più grande tradimento della vita e di Cristo che porta il Regno 78, perché rifiuta la felicità offerta già qui e ora (una felicità vera, che armonizza tutti gli aspetti dell’uomo e della vita) per innalzare il tragico, il limite, l’ignoto, sopra l’altare.

Con questo non si vuole togliere l’aspetto educativo del dolore e della morte, affrontati da Gesù stesso e indicati ai discepoli 79; ma invece ribadire l’attualità del messaggio di speranza e ottimismo che è necessario recuperare 80.

 

21. Vincere la morte

L'insegnamento di Gesù si può condensare in questo: egli insegna a vincere la paura della morte e dare giusto valore alla nostra insopprimibile ansia di vita (che altrimenti diventerebbe arrogante, violenta, disordinata, ingiusta). L'unico modo di riuscirci è fare come lui: eliminare la paura della morte (e l'orgoglio) accettando la morte stessa, le sofferenze, la povertà, la sconfitta. Ciò dà una vita nuova 81. Per vincere il dolore e non esserne schiavi, bisogna accettarlo e continuare a vivere come se non ci fosse, non perdere il senso della vita.

Gesù l'ha mostrato (vedi per esempio Gv 12) 82, ha accettato la morte, perciò l'aveva già sconfitta e ciò gli ha dato la possibilità di risuscitare.

Francesco d’Assisi specifica 83: "Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore / et sostengo infirmitate et tribulatione. / Beati quelli ke 'l sosterranno in pace, / ka da te, Altissimo, sirano incoronati". Quel che conta dunque è, "perdendo" la vita, cioè attraversando ogni sconfitta, mantenere la pace e così guadagnarla già subito, con la serenità, la verità della propria vita, tutto in nome dell’Amore. Chi sa essere sconfitto senza perdere la fiducia di sé e la consapevolezza di essere amato da Dio e di essere sempre importante - e soprattutto proprio quando si è sconfitti, poveri, bisognosi, peccatori - è talmente esente dalla paura della morte che ha poteri miracolosi, fino a guarire i malati e a risuscitare.

Ci si può chiedere perché, anche solo apparentemente, qualcuno soffre moltissimo e altri poco. In realtà siccome tutti hanno la piena possibilità di sopportare il dolore, anzi passarci attraverso come se non esistesse e arrivare alla verità, alla pienezza oltre le sofferenze, che sia tanto o poco, non cambia nulla. Dipende dai talenti che si sono ricevuti e che si devono far fruttare e ciascuno ha ricevuto esattamente quel che gli occorre. A un adulto si può dar da mangiare carne secca durissima ma a un bambino biscottini friabili. Entrambi si nutrono, tutti arriviamo di fronte all'unico e allo stesso Dio anche se per strade che apparentemente ci sembrano diverse.

La vita ha sempre senso, nonostante tutto, perché l'uomo ha risorse enormi in sé, tali da poter sconfiggere ogni paura di morte, da poter attraversare ogni sofferenza e tali da sconfiggere lui stesso anche la morte 84. E questo solo per la volontà e la grazia di Dio, che infatti è colui che sa ammaestrare, che chiama, che insegue, che manda segni e aiuti, e che accoglie ora e dopo la vita.

 

22. Vita eterna e vita che è eterna

Cristo incarnandosi ha divinizzato la vita. Cristo morendo e risuscitando ha divinizzato la morte.

Il senso della vita umana sta nel procurarsi insieme la felicità dell'al di qua e dell'al di là 85. Pensare solo allo spirito crea frustrazioni e angosce corporali. Badare solo al mondo fa morire di paura al pensiero della morte. Il cristianesimo insegna a pensare a entrambe per conciliarle.

La vita eterna è quella dell’uomo che dalla nascita alla morte è in Dio, che è sempre presente e che dà vita "piena" senza illusioni, ma comprendendo tutti gli aspetti della vita 86.

Allora non solo "i novissimi parlano con terribile eloquenza del sempre, e del tutto a cui la nostra esistenza va incontro" 87, ma è tutta la vita che ci parla del sempre e del tutto. Tutta la vita va vissuta nella "pienezza" 88. Oggi dobbiamo far

parlare dell’eternità la vita, credere 89 che già ora può iniziare la "beatitudine" 90. Se non abbiamo questa speranza ora, perché dovremmo incontrarla nell’al di là?

L’attesa è essere sempre pronti ad accogliere Gesù e la vigilanza è accoglierlo in chiunque e in ogni luogo e momento, cioè la realizzazione dell’attesa 91.

Se poi nell’al di là ciò avverrà in modo tutto diverso, non ci riguarda 92. Non dobbiamo pensarci se non vogliamo ricadere nel solito calcolo: mi comporto bene per il premio futuro (che amore disinteressato per Gesù!) 93.

È straordinaria una delle lettere di G. Biffi, che è un esempio efficacissimo di linguaggio pastorale: "Una signora si avvicina e fa: "Ma lei vuol proprio dire che Gesù è vivo...?". "Sì, signora: che il suo cuore batte proprio come il suo e il mio". "Ma allora bisogna proprio che vada a casa a dirlo a mio marito!"" e "Ditemi se non è vero: se quell’uomo, bello, buono, eccezionale, è davvero Dio, e se è ancora tra noi, allora cambia davvero tutto" 94.

Dunque se Gesù è con noi, non affronteremo da soli niente, neanche la morte. Non siamo mai soli 95. Allora posso credere nella vita eterna, perché la mia vita ha la dimensione dell’eternità.

Bisognerebbe sviluppare una "teologia della vita (che è) eterna" 96 o una "teologia della riattualizzazione dell’annuncio" 97.

 

23. Il vero problema: la vita

Le frasi arcinote come "fa che la morte mi sorprenda ancora vivo", oppure "solo chi ha una ragione per vivere ha una ragione per morire" (Pascal) testimoniano la considerazione di così tanti pensatori, secondo cui la vita è il problema principale dell’uomo, non la morte. A. Camus ha scritto: "Vi è un solo problema filosofico serio: quello del suicidio" (in Il mito di Sisifo, 1943), ossia: vale la pena vivere, dato che con la morte totale dell’individuo la vita diviene un assurdo?

È talmente difficile vivere dando significato alla vita 98, che dedicare anche solo poca energia mentale e morale al problema della morte è un tradimento del compito in cui ci troviamo immersi completamente: la vita 99.

Ecco che, allora, io ribadisco: la morte non esiste. Non esiste il problema della morte 100. È come per il più poveraccio dei poveracci del terzo mondo: di fronte al problema della fame, della sopravvivenza pura, per lui non esiste il problema morale, se sia lecito rubare o no il cibo. Fichte ha detto: "Voglio fare il bene con tutte le mie forze e perciò non ho tempo di pentirmi del male che ho fatto" 101.

Nessun uomo ragionevole può evitare di sentire un brivido al pensiero della morte che viene 102 e si porta via l’anima (nella schematizzazione tradizionale). Ma è altrettanto ragionevole lasciarsi trasportare mille volte durante ogni giorno dai miracoli della vita che ci circonda e cresce e vince l’abisso e si afferma continuamente e "risorge" continuamente.

"Il problema della vita eterna, accantonato per lungo tempo con presunti argomenti medico-scientifici, è oggi una questione aperta anche per i medici in quanti tali. ... [La risposta] se non può essere data dalla medicina deve venire cercata altrove. Probabilmente essa può essere trovata soltanto con una ricerca interdisciplinare: con la collaborazione di medici e psicologi, giuristi, filosofi e infine teologi" 103.

 

Concludo con due citazioni. "Sulla lapide di granito era inciso l'epitaffio con cui Bob De Matteis aveva deciso di essere ricordato: "E dissero sempre di lui che sapeva come celebrare degnamente il Natale". I rabbini terminano spesso i servizi in memoria dei defunti con la frase: "Possa il suo ricordo essere una benedizione". La più grande dignità che si possa scorgere nella morte è la dignità della vita che l'ha preceduta" (Nuland) 104. "Un morire con gratitudine: questo mi sembra essere il morire, non soltanto degno di un uomo, ma anche di un cristiano" (Küng) 105.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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NOTE

1 "Parlare della morte è sempre una sfida al reale, un tentativo di oggettivare il Nulla che nello stesso tempo lo fa esistere e lo nega" (Urbain J. D., "La morte", in Enciclopedia Einaudi, 1983, p. 520).

2 Cfr. Messori V., Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, 1982, p. 271.

3 Cfr. Grmek e AA.VV., La morte, Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche, [videocassetta più antologia di testi], 1992.

4 Cfr. Grmek e AA.VV., La morte, op. cit.

5 È il tema del capolavoro cinematografico di I. Bergman, Il settimo sigillo (Svezia, 1956); un tentativo di descrivere la relazione con la propria morte sta nella parte finale del libro di H. Broch, La morte di Virgilio; due tra i tanti esempi possibili.

6 Cfr. "Morte", in Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Milano, 1985, pp. 623-624.

7 Data la natura del presente lavoro sono costretto a essere molto sintetico.

8 Per una rassegna delle riflessioni di A.T. e N.T. sulla morte cfr. Spinsanti S., "Morte" (in Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale), 1985, pp. 670-673, oppure Bianchi E., Vivere la morte, 1983, che ne presenta (nella prima parte) approfonditi "itinerari biblici" con meditazioni soprattutto sulla "morte oblativa, espiatrice e feconda" di Cristo (mentre nella seconda parte riporta pagine sulla morte, scelte dai padri del deserto ai mistici islamici, fino a pensatori contemporanei).

9 Ma "molto ateismo è nevrotico, non è per niente motivato da considerazioni razionali. Come dimostra il fatto che, pur essendo incarnato spesso da persone intelligenti, evita accuratamente di verificare le sue ragioni, avendone paura" dice lo psicoanalista cristiano G. D’Acquino (cfr. Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, p. 128).

10 È una fase meta-empirica (Jankélévitch); "Ognuno di noi è il primo a morire" (E. Ionesco) (cfr. Urbain J. D., "La morte", op. cit., pp. 524-25.

11 È quello che fa il pur interessantissimo libro di Nuland S., Come moriamo. Riflessioni sull’ultimo capitolo della vita, Milano, Mondadori, 1994.

12 Effettivamente "uno" è tornato, come dirò.

13 Anche qui vale ciò che ha scritto Wittgenstein a conclusione del suo Tractatus: "Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere".

14 Sull’aspetto psicologico del morire (più che della morte, nonostante il titolo) è fondamentale il saggio della Kübler-Ross, La morte e il morire, (collana Psicoguide), Assisi, Cittadella Ed., 1982, che, analizzando le varie fasi superate da chi si avvicina alla morte (rifiuto, collera, preparazione, depressione, accettazione) e riportando moltissime interviste di morenti, mostra come sia possibile umanizzare il rapporto con essi e addirittura lasciarsi ammaestrare, con l’obiettivo finale di superare la paura. E la traduzione pratica di ciò è realizzata dalla de Hennezel (cfr. de Hennezel M., La morte amica, 1995) negli ospedali parigini, l’inventrice della "aptonomia", approccio tattile affettivo ai morenti.

15 Cfr. Spinsanti S., "Morte", op. cit., 1985, p. 673.

16 "Quella di Gesù è l’unica morte cristiana" (Bianchi, Vivere la morte, 1983, p. 69).

17 Cfr. Grmek e AA.VV., La morte, op. cit.

18 Cfr. Grmek e AA.VV., La morte, op. cit.

19 Cfr. Grmek e AA.VV., La morte, op. cit.

20 Cfr. Perico G., "Trapianti (umani)", in Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale, 1985, p. 1168.

21 La medicina legale parla di morte relativa, morte intermedia (sistema nervoso centrale distrutto), unica fase in cui è attualmente consentito il prelievo di organi e di tessuti ai fini di trapianto da cadavere a cuore battente, e morte assoluta. Cfr. Guarneri A., Il momento della morte. Aspetti medico-legali, in "Federazione Medica", 1987, p. 233 e ss. che denuncia, fra l’altro le carenze legislative e le incongruenze dell’attuale regolamento di Polizia mortuaria.

22 Cfr. Urbain J. D., "La morte", op. cit., p. 529.

23 Cfr. "Accertamento della morte", in Dizionario enciclopedico moderno, 1959, p. 3727

24 Va ricordata la moda riscontrabile da alcuni anni negli U.S.A. di farsi ibernare (criogenazione), da parte di magnati con molta disponibilità finanziaria, in base alla speranza di una rianimazione futura conseguibile attraverso le conquiste della scienza, che permetta nuove cure contro le malattie ora non controllabile, per esempio. Ma "l'idea di arrestare la morte è incompatibile con gli interessi della nostra specie e con la continuità del progresso; come dichiarò schiettamente Tennyson: "I vecchi devono morire; altrimenti il mondo ammuffirebbe e rigenererebbe solo il passato""; "beneficiamo del miracolo della vita perché trilioni e trilioni di organismi viventi ci hanno preparato la strada e, in un certo senso, sono morti per noi" (S. Nuland, Come moriamo. Riflessioni sull'ultimo capitolo della vita, 1994).

25 Cfr. Grmek e AA.VV., La morte, op. cit.

26 La legge è la 578 del 29.12.93 con relativo regolamento di attuazione. Cfr. Guarneri A., Il momento della morte. Aspetti medico-legali, op. cit.; "Prelievi e trapianti, in Italia, nel Veneto, a Treviso. La legge 578" in "L’Ordine di Treviso", 1996, pp. 4-5; e Perico G., La nuova legge sull’accertamento della morte, in "La Civiltà Cattolica", II 1994, pp. 333-345.

27 Si legga il saggio interessantissimo, Ripensare la vita, 1996, di P. Singer, il quale ha vissuto da vicino il travaglio medico e giuridico degli U.S.A. in questi ultimi decenni verso una nuova definizione della morte (cita i lavori della Commissione di Harvard, del 1968). Riferisce tra l’altro una dichiarazione di Pio XII, il quale "nel ribadire la nozione di morte, propria della Chiesa, come separazione completa e finale dell’anima dal corpo, disse anche che "è compito del medico, e in particolare degli anestesiologi, definire in modo chiaro e preciso, la ‘morte’ e stabilire il ‘momento della morte’ di un paziente che si spenga in uno stato di incoscienza" (p. 45), che contribuì ad avallare la posizione ormai generalizzata, in base alla quale devono essere i medici a dichiarare la morte.

28 Cfr. Singer P., Ripensare la vita, op. cit., 1996, p. 51 ss. A questa posizione si oppone quella dei moralisti, secondo i quali anche sapendo che ci saranno progressi nella definizione di morte, "non si può esigere dall’uomo che metta in crisi tutte le sue conoscenze, costituite dalle sue certezze, perché domani saranno più perfette, soprattutto quando si tratta di contesti di urgenza. Ciascuna epoca si avvale delle nozioni di certezza che ha raggiunto per risolvere i suoi problemi" (Perico G., "Trapianti (umani)", op. cit., 1985, p. 1168), posizione che criticherei per l’uso del criterio di urgenza, che taglia la possibilità di riflettere pacatamente su temi così importanti, e perché, data la velocità dei progressi medici, se non si allarga al futuro prossimo l’orizzonte della riflessione morale si rimarrà sempre indietro (come accade da tempo)

29 Si è data recentemente notizia di progetti di sperimentazione per l’inserimento di microchip nel cervello (per aumentare la memoria) e di utilizzo di materiale biologico per gli elaboratori elettronici...

30 "L'autentica verità scientifica è nella curva storica della ricerca. Non è mai in un punto di questa curva" (A. Rey).

31 Cito due film a testimonianza del grande interesse dell’opinione pubblica su questi temi (ma gli esiti artistici sono mediocri): Linea mortale, di J. Schumacher (U.S.A. 1990), nel quale giovani medici fanno esperimenti sul confine tra vita e morte, "sospendendosi" la vita per periodi sempre più lunghi e dando luogo a esperienze volontarie di pre-morte (ma il film finisce nella solita "americanata" psicoanalitica: dal viaggio ognuno torna perseguitato dai fantasmi del proprio passato), e Premonizioni, di B. Leonard (U.S.A. 1996), disprezzato dalla critica, con l’eterna lotta tra Bene e Male (il protagonista in bilico tra vita e morte dopo un incidente, vegliato dalla figlia morta qualche tempo prima, lotta contro un killer venuto dall’al di là).

32 "Una ragione veramente valida per scegliere come indicatore di morte la morte dell’intero cervello, e solo dell’intero cervello, non c’è mai stata. Ma questo è diventato chiaro soltanto oggi, quando sappiamo che, in tutti gli ospedali di una certa importanza, i medici quotidianamente classificano come morte persone il cui cervello non ha cessato interamente di funzionare (Singer P., Ripensare la vita, op. cit., pp. 65-66). Perché per esempio, "prima di dichiarare morta una persona, dovrebbero sondare tutte le funzioni del cervello, comprese quelle ormonali.... Ma una volta abbandonata la definizione di morte cerebrale... quali funzioni del cervello indicheremo come spartiacque tra vita e morte?" (p. 52). Per adesso, forse, "sarebbe meglio dichiarare legale l’espianto di organi da infanti dichiarati in senso stretto viventi, ma sui quali sia stata avanzata indubitabilmente una diagnosi di anencefalia o di distruzione della corteccia" (p. 66).

33 Ma altri non hanno difficoltà a considerarla invece un divenire, un movimento, come tutte le cose della vita e del creato.

34 "Anche la morte come la vita ha un contenuto dialettico"; perciò se la morte "è la più grande delle sofferenze" dell’uomo (AA.VV., L’al di là, a cura di A. Piolanti, 1960), è anche - io dico - una grande gioia. Non ci sono gioie grandi e gioie piccole, né dolori grandi o piccoli, tutto è grande e "pieno" nell’uomo (da plerovw).

35 Era un diffuso incipit nei testamenti del XVIII secolo in Provenza (ma già noto ai latini: "mors certa, hora incerta").

36 La durata media della vita in Italia nel 1997 è di 76 anni, i maschi 74, le femmine 79. E un’altra cosa impressionante è che statisticamente ogni 5 anni si alza di un anno l’aspettativa media della vita; così un quarantenne di oggi può sperare di vivere non solo fino a 76 ma anche a 82 o 83 anni. E un bambino di 5 anni può avere un’attesa di vita di circa 93 anni)

37 "La vecchiaia, più che una morte lenta è diventata una lunga e umiliante agonia. ... Il concetto di terza età è un’invenzione recente che nasconde la realtà: i vecchi sono fastidiosi" (Urbain J. D., "La morte", op. cit., p. 537). Sul tema cfr. anche Nuland S., Come moriamo, op. cit., 1994.

38 Basterà citare Osis K. - Haraldsson E., Quello che videro nell’ora della morte, 1979. Sono notissime le opere di R. Moody, lo psichiatria della Virginia autore di Life After Life (1976), o di P. Giovetti, in Italia. In breve: i soggetti dopo aver visto il proprio corpo dall’alto, attraversato un tunnel o una galleria (pieno di rumori spiacevoli), entrano in un ambiente luminoso, dove provano grande serenità; hanno un corpo leggero ed "etereo", incontrano un "essere di luce" (o il Signore, ecc.) con cui dialogano "senza usare parole", rivedono la loro vita come in un film, incontrano un limite (siepe, linea, muro, cancello) e, capendo di non essere destinati ancora alla morte definitiva, si risvegliano.

39 Inoltre farei notare che più se ne scrive e più si sensibilizza l’opinione pubblica (anche con la TV), meno attendibilità c’è nelle nuove testimonianze che si raccolgono (frutto di possibili suggestioni e che rimangono sempre esperienze non "dimostrabili").

40 Su ciò è critico H. Küng: "tali esperienze di decesso non dimostrano nulla per una possibile vita dopo la morte; qui, infatti, si tratta degli ultimi cinque minuti prima della morte" (Küng H., Vita eterna?, 1983, p. 33).

41 Un uomo religioso, che è anche scienziato, ha dichiarato: "Non ho mai avuto esitazioni in proposito. Se anche una sola volta, nelle mie ricerche, fede e ragione si fossero mostrate in irrisolvibile antitesi, avrei scelto la ragione: una fede che censurasse la ragione non sarebbe degna dell'uomo. D'altra parte una ragione che non fosse aperta al Mistero... non sarebbe pienamente ragionevole" (Intervista a don Roberto Colombo, in "Avvenire", 28 dicembre 1996).

42 Cfr. Il pellegrino cherubico (1657).

43 Ricorderei qui alcune teorie sintomatiche, tentativi, anche scientifici, di dimostrare l’immortalità o il superamento del modello spazio-temporale (reazione forse alle affermazioni di Heidegger, nel 1949, sulla temporalità che trasforma l’uomo in un "esserci per la morte" o, al massimo, "essere per la sopravvivenza"): La fisica dell’immortalità. Dio, la cosmologia e la risurrezione dei morti di F. J. Tipler, con la "teoria del punto omega" (nel futuro lontano la vita espansa in ogni dimensione, toccherà, nel suo estremo sviluppo, le caratteristiche divine, riconoscendo così l’esistenza del Dio giudeo-cristiano e della risurrezione dei morti). Oppure La particella di Dio, di L. Lederman, con minori ambizioni religiose, ma uguale pretesa di spiegazione globale. Urbain scrive: "La speranza cristiana di un altro mondo, di un’altra vita, di un altro corpo, è crollata. ... L’uomo moderno non ha più un Olimpo da conquistare: ha solamente il Tempo da fermare" ("La morte", op. cit., p. 550).

44 So che questo discorso può assomigliare alle affermazioni di Einstein, tanto care ai pensatori marxisti, riprese, per esempio, da Moravia ("Secondo Einstein non c’è fine, non c’è principio. La morte non è che la trasformazione di certe forme di vita") e demonizzate da Messori (in Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, p. 27). Ma il resto della presente tesi dovrebbe dimostrare la distanza tra la mia posizione e quelle.

45 "Nei due ultimi secoli quasi nove miliardi di uomini hanno cessato di vivere. Già Comte diceva che l’Umanità è più ricca di morti che di vivi. ... Ora tutti quei morti si accumulano nel nostro inconscio. I morti pesano molto. ... Dovunque o quasi morire non è morire. ... La morte non è una fine: tutt’al più è solo un passaggio..." (Urbain J. D., "La morte", op. cit., p. 540).

46 La morte ci ricorda che la vita ha un limite ("La morte è la radicale anti-utopia. La morte è il monito terribilmente realistico per chi crede di poter spiegare tutto con formule dogmatiche" E. Bloch), ma tutto è limitato nella nostra vita, a partire dal pensiero. Dunque il limite e ogni limite nella vita è movimento, è divenire. Perciò il movimento che è il limite della morte, non è diverso dal movimento che è il limite di ogni altro fenomeno dell’esistenza. Il limite è divenuto andare oltre.

47 Non solo per i cristiani. Confucio ha scritto (ripreso poi anche da don Bosco): "Bisogna operare come se non si dovesse morire mai, e vivere come se si dovesse morire ogni giorno". Questa è, secondo me, la sintesi più efficace di tutto il discorso che si può fare sul rapporto tra la vita e la morte.

48 Cfr. Diadoco di Fotica, Centuria gnostica.

49 È molto bella la testimonianza di Francesco Petrarca, il quale, nel Secretum, racconta di essersi abituato a pensare spesso la propria morte, per superarne la paura e per ricordarsi l’importanza del vivere.

50 A. Malraux ha scritto: "L’uomo è nato quando, per la prima volta, ha mormorato davanti a un cadavere: perché?". Io credo che l’uomo sia diventato maturo, capace di usare tutte le sue facoltà quando di fronte alla risurrezione di Cristo ha detto "perché no?" o "anch’io!". La risurrezione dà senso alla vita, non la morte.

51 "Di tutte le meraviglie che abbia mai sentito, la più strana, mi sembra, è che gli uomini debbano temere la morte; dato che la morte, fine ineluttabile, verrà quando vuole" (W. Shakespeare, Giulio Cesare).

52 "Qualsiasi potere, sia esso politico, militare, medico, giuridico, religioso o economico, dispone di tutto un arsenale di morti esemplari e di morti vergognose, che utilizza come un linguaggio, e in base a queste costruisce i propri miti e valori, e anche la propria legittimità" (Urbain J. D., "La morte", op. cit., p. 535).

53 Ricordo qui la bellissima pagina di Tolstoj (da La morte di Ivan Il’ic): "Cercò la sua solita paura della morte e non al trovò. Dov’era? Ma quale morte? Non c’era nessuna paura, perché non c’era neanche la morte. invece della morte c’era la luce. ... "È finita!" disse qualcuno su di lui. Egli sentì quelle parole e le ripeté nel suo animo. "È finita la morte" disse a se stesso. "Non c’è più". Aspirò l’aria, a metà del respiro si fermò, si distese e morì".

54 Cfr. S. Nuland, Come moriamo, op. cit., 1994.

55 Preferisco dire che prima viene l’amore per Gesù e poi l’appartenenza alla chiesa, non già il contrario, come invece storicamente e socialmente si è spesso lasciato accadere, col risultato che masse intere si chiedono il senso della loro appartenenza, se prima non c’è una esperienza di Dio. Tale puntualizzazione è fatta anche da Messori in Scommessa sulla morte, op. cit., 1982: "Cristianesimo fa pensare a un "ismo" tra i tanti ... Il cristianesimo autentico dovrebbe semmai esserne il contrario: non un’idea, ma una Persona" (p. 166, in nota). Anche il cardinale di Bologna G. Biffi in una sua famosa lettera (pubblicata pochi anni fa anche da "Famiglia cristiana") su Gesù che è ancora vivo tra noi, ha parole chiare: "Il cristianesimo non è neanche una religione. È un avvenimento, un fatto. .... è cristo. Cioè è una persona".

56 La citazione di Gv 5,25 ("Chi ascolta la mia parola..., ha la vita eterna", in greco ejvcei, presente) e di Gv 3,36 ("Chi crede nel Figlio, ha la vita eterna", ancora ejvcei) (cfr. "Morte, immortalità dell’anima e risurrezione dei morti", editoriale di "La Civiltà Cattolica", I 1992, p. 217) devono, secondo me, essere interpretati più come l’annuncio del "già", che del "non ancora"; così come anche Gv 11,25-26 ("Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà"), nonostante in greco sia al futuro, indica l’inizio già nel presente della vita vera, che continuerà senza interruzione, e Gv 6,47 indicato da Spinsanti, che commenta: "Esistenzialmente l’accento va sul "già" piuttosto che sul "non ancora". ... La speranza dei cristiani si fonda sul coraggio della fede che accetta l’eterno anche quando le è contro tutto ciò che è finito. Chi ha questo coraggio, sperimenta già qui e ora l’eterno" (in "Morte", op. cit., 1985, p. 673).

57 Autori come H. P. Lovecraft, per citarne uno, sanno destare tali paure con maestria.

58 Una domanda ricorrente dei cristiani è: "Quando risorgeremo il corpo sarà perfetto?", che esprime un desiderio di perfezione, e di ricompensa per tutte le sofferenze, e il timore di rimanere "difettosi" per l’eternità. La risposta tradizionale è insoddisfacente: i corpi saranno trasfigurati (come Cristo sul Tabor) e perfetti, ma corpi spirituali. Il che lascia supporre una eliminazione della fisicità o una ri-creazione delle parti "mancanti". Forse sarebbe meglio ipotizzare e insegnare che, anche rimanendo menomati si vivrà la perfezione; anche in vita si può essere pienamente beati, cioè felici, sereni, uniti a Gesù sempre presente, nonostante si sia menomati. Dunque il vero problema e che non ci si accetta imperfetti e si proietta nel dopo-vita un risarcimento, che è il rifiuto del "già", del Regno iniziato, del Cristo morto e risorto per noi da secoli.

59 Sui "sospetti di proiezione" sull’al di là di paure e illusioni terrene, insiste Küng H. (Vita eterna?, 1983), nelle sue "nove lezioni tubinghesi", criticando le posizioni ateiste di Feuerbach, Marx, Freud, come esse stesse possibili frutti di una proiezione dell’uomo (p. 50 ss.).

60 Altrimenti aveva ragione Giovanni Crisostomo: "Non affliggerti per chi muore. Quale assurdo: credere in un paradiso eterno [che è già iniziato sulla terra, n.d.r.] e poi compatire chi ci va!". Oggi il morire non è più un "dire", "una "frase" gestuale pienamente significante", "ma una breccia nell’esistenza aperta sul non-senso: adesso è il segnale catastrofico dell’"anti-vita"" (Urbain J. D., "La morte", op. cit., p. 534). Una rappresentazione architettonica, di questo rovesciamento di senso che è avvenuto, è il "Giardino della vita", parte della tomba di C. Scarpa (1978), a Caselle di Altivole (TV): un bel prato improvvisamente attraversato da un cavo d’acciaio sospeso a trenta centimetri da terra, che spezza l’unità erbosa e trancia la possibilità di attraversare serenamente il "giardino".

61 "Bisogna rigettare come vane e illusorie tutte le raffigurazione che dell’altra vita danno sia l’immaginazione popolare, sia gli scrittori e i pittori, anche i più grandi e i più spirituali" ("Morte, immortalità dell’anima...", op. cit., I 1992, p. 220), ma anche la teologia, non solo l’arte, dovrebbe dimostrare un po’ di umiltà su questo tema (sembra che i teologi sappiano dove avvenga il giudizio: "il giudizio sulla persona avviene quando e dove la persona muore", S. Maggiolini, I novissimi, Piemme, Casale Monferrato, 1989, p. 21, citato in "Il giudizio particolare dopo la morte", op. cit. IV 1992, p. 9); altro esempio: "il Giudizio universale della Cappella Sistina non è una felice interpretazione dei dati biblici e teologici. ... la parusia scompare sotto l’aspetto puramente giudiziale" ("Il ritorno di Cristo e il giudizio universale", op. cit., IV 1992, p. 114), ed è la stessa cosa che è accaduta per secoli nel linguaggio di così tante prediche, per finire poi col rimuovere del tutto l’argomento.

62 Cfr. Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, p. 198.

63 Cfr. "Morte, immortalità dell’anima e risurrezione dei morti", op. cit., p. 217.

64 Il neotomismo sembra sorreggere anche il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, per esempio nei numeri dal 988 al 1050, per il tema che ci riguarda.

65 Un altro esempio è in "Il giudizio particolare dopo la morte", editoriale di "La Civiltà Cattolica", IV 1992, pp. 3-12, dove dopo una critica alla artificiosità dell’interpretazione tradizionale dei due giudizi escatologici, non segue una altrettanto positiva proposta di rinnovamento del linguaggio e dei codici religiosi: si propone solo di pensare che il giudizio sarà basato sull’amore. Interessante (l’aveva detto anche Giovanni della Croce), ma Dio resta principalmente un giudice. Tale attributo è di un peso enorme, considerando che per secoli è servito al "ricatto spirituale" del "prendi adesso e paghi dopo" (per citare una famosa battuta di Woody Allen), fondamento di tutti i moralismi cattolici. Non basta associare il giudizio alla misericordia (lo si è sempre fatto). Un altro esempio; a pagina 7 viene citato Biffi: "Chiudendo gli occhi nella morte, l’uomo li apre alla realtà più vera...". C’è una verità "più vera" e una "meno vera"? Ma non è solo questione di parole; dietro c’è una antica svalutazione della vita terrena, del secolo. Con queste paroline si affronta la crisi religiosa contemporanea?

66 Cfr. De Mello A., Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, 1995.

67 Cfr. Angelo Silesio, Il pellegrino Cherubico, 1657.

68 C’è sempre stata la tendenza a prendere troppo sul serio la morte, a farne un traguardo, perfino un punto di forza per dare senso all’esistenza, ma così svalutando la vita: da "E poi morire non è niente, è solo finire di nascere" nel Cyrano de Bergerac, collegato al "Per nascere l’uomo ci mette tutta la vita" (anonimo), al "Il fatto più importante della mia vita è l’unico che non potrò raccontare" di G. G. Marquez, al "Si muore una volta sola, e per tanto tempo" di Molière, al più antico "Morire è certo un male, perché se non fosse un male, anche gli dei vorrebbero morire" di Saffo, oppure "Tutta la vita umana non è che un viaggio verso la morte" di Seneca.

69 Non intendo rimuovere la morte (più di quanto già si sia tentato di fare, per esempio da parte di Feuerbach o Marx, secondo il quale la morte "ha una realtà immaginaria e non sorge che dalle nostre idee", e seguaci, dai quali credo di potermi distanziare molto nettamente), che anche per me, durante lo sviluppo ha rappresentato uno stimolo a dare più valore alla vita, fino a un valore eterno. Ma vorrei che si dicesse che in effetti si muore continuamente e vorrei che non si separassero mai i termini morte e risurrezione (anche il linguaggio è importante); così forse si potrebbe insegnare a superare la paura della morte.

70 D. Bonhoeffer ha scritto, in Resistenza e resa: "Socrate superò il morire, Cristo superò la morte. ... Il superamento della morte significa risurrezione. ... Se un paio di uomini lo credessero veramente, e ne facessero derivare la loro azione terrena, ne nascerebbero grandi cose" (Gozzelino G., "Morte", in Enciclopedia del Cristianesimo, 1997, p. 482). Sul rapporto tra "morte" e "morire" cfr. anche Bianchi E., Vivere la morte, 1983, pp. 74 ss.

71 Ho già citato la "dialettica" insita nella morte e anche nelle vita, e il fatto che Gesù, datore di vita è l’unico morto, cioè l’unico morto che si conosca.

72 "La sofferenza, la morte, mai diventeranno "belle"; ma misteriosamente, possono diventare "buone", se vissute con una Persona - un’altra non ci è data - che ha patito, che è morta come noi" (cfr. Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, p. 328).

73 Cfr. Urbain J. D., "La morte", op. cit. pp. 519 e ss.

74 Cfr. Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, p. 328.

75 Qualche volta hanno ragione i marxisti: "Le religioni sono come il becchino: vivono sulla morte" (M. Verret, citato in Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, p. 119).

76 "Dio allora, non sarà più soltanto in tutto, come già ora. Ma veramente tutto in tutto" (cfr. Küng H., Vita eterna?, 1983, p. 299). ""Spacca il legno, io sono lì dentro. Alza la pietra e lì mi troverai" fa dire a Gesù l’apocrifo vangelo di Tommaso (77)" (cfr. Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, p. 378).

77 Tutt’al più si potrebbe arrivare a sostenere che la morte fa parte del progetto di Dio, perché se accetto e riconosco anche la morte, accetto e riconosco la volontà di Dio. Dire il contrario ("Dio non ha valuto la morte!"), come si fa sempre, per salvare Dio dalla responsabilità del male, lo trasforma invece in non onnipotente o distante e ignoto o giudice severissimo.

78 Nonostante derivi dalla tradizione anacoretica della Tebaide, come sembra.

79 Cfr. la lettera apostolica Salvifici doloris.

80 "La morte in Occidente è privata delle metafore... diventata innominabile. Rimangono alcune rare espressioni per parlare dell’agonia e del trapasso, ma non si parla più del Paradiso" (Urbain J. D., "La morte", op. cit. p. 523). "Una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un cavolo, però essi assistevano alla grande scena degli addii al capezzale del moribondo. Oggi sono iniziati fin dalla più tenera età alla fisiologia dell’amore, ma, quando non vedono più il nonno e se ne stupiscono, gli si dice che riposa in un bel giardino in mezzo ai fiori (Ariès)" (Urbain,... p. 527).

81 La speranza e la potenza vitale c’è perché "mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente "morto con Cristo", per vivere di una vita nuova" (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1992, n.1010, p. 268).

82 "Chi ama la propria vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna" (Gv 12,25).

83 Nel Cantico di frate sole, 1224.

84 E. Bianchi (in Vivere la morte, 1983) insiste, soprattutto nel capitolo 5° ("La morte del cristiano"), sulla inabitazione del Dio vivente nel discepolo che fa sì che chi crede non muore e se muore vivrà. "Quotidianamente il cristiano muore (1 Cor 15,31) ... ma in realtà vive sempre di più nella comunione con Dio" (p. 60).

85 Non solo dell’al di là, come recitavano i catechismi: "Perché siamo sulla terra? Noi siamo sulla terra per conoscere Dio, amarlo servirlo e così un giorno (!) andare in paradiso". (cfr. Küng H., Vita eterna?, 1983, p. 226).

86 È assolutamente illuminante, a questo proposito, l’episodio della risurrezione di Lazzaro, in Gv 11, con tutte le riflessioni che si possono fare...

87 Cfr. "Il giudizio particolare dopo la morte", op. cit. 1992, p. 12. È una frase del futuro Paolo VI (giugno 1930).

88 A proposito di "teologia della speranza": "Il cristianesimo è escatologia dal principio alla fine, e non soltanto in appendice"; "escatologia significa sperimentare il proprio tempo come storia davanti a Dio" (cioè il giudizio continuo, che citavo precedentemente); "essa ha a che fare non soltanto con le "cose ultime", ma molto più con le "cose prime" ... sollecita l’uomo a non evadere dal tempo presente" (Spinsanti S., "Morte", in Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale, 1985, pp. 668-669).

89 "Credere è proprio questo: riuscire a vedere il legame tra quel che sarebbe successo a Gerusalemme quel mattino della prima domenica e la storia di ciascuno di noi. ... La fede non aspetta il ritorno del Cristo perché crede che non sia mai andato via" (cfr. Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, pp. 378-379).

90 Questa prospettiva "rivitalizzante" è assente in altri due editoriali di "La Civiltà Cattolica": "Il ritorno di Cristo e il giudizio universale", IV 1992, pp. 111-120 e "Vigilare nell’attesa della venuta del Signore", IV 1992, pp. 437-449, dove per "vita eterna" si intende solo quella dopo la morte e si ribadisce che "solo il superamento della morte può dar senso alla vita" (p. 445), che è vero a patto che non si intenda la morte solo come quella finale (inconoscibile), ma tutte le morti che sperimentiamo ogni giorno. In questo senso unicamente è vero che "solo il superamento della morte può dar senso alla vita". Se la vita è definita "pellegrinaggio verso la vita eterna" e nel Salve Regina è descritta come "valle di lacrime", se questo è il linguaggio dei seguaci stessi di Cristo (laici e clero), perché gli uomini dovrebbero avere speranza e fede e carità?

91 Per parafrasare il contenuto dell’editoriale di Civiltà cattolica "Vigilare nell’attesa della venuta del Signore", IV 1992.

92 Si potrebbe anche dire che pensare alla morte e sapere che non la conosciamo, significa capire che noi non conosciamo il nulla. Dunque la inconoscibilità della morte, la non esistenza per noi della morte, afferma la non esistenza del nulla. Perciò è vero che tutto è "pieno". Tutto è vita. Esiste solo la vita.

93 "Sto andando in cielo per gettare il fuoco nel paradiso e versare l’acqua nell’inferno: non resterà così né l’uno né l’altro e apparirà Colui che si cerca. ... Se non ci fosse più speranza del paradiso e timore dell’inferno, non lo adorerebbero forse come il Verace e non gli ubbidirebbero?" (Da I detti di Rabi’a)

94 L’ho citata in nota più sopra.

95 Un aneddoto significativo, F. Mitterand, sapendo che la sua malattia era molto aggravata, andò a parlare dell’al di là con il suo vecchio amico, il filosofo J. Guitton. Ma questi non gli parlò degli escata, ma di Gesù. "Quella cristiana non può dirsi una "escatologia", se leggiamo questo termine nel senso etimologico di "ultime cose". Infatti: qui non si tratta di "cose" ma, come sappiamo bene, di una Persona, dell’Uomo per eccellenza. Cristo è il Cielo per chi lo guadagna; Cristo è l’inferno per chi lo perde" (cfr. Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, p. 190).

96 Ma "La fede nella vita eterna deve venire verificata facendo ricorso alle esperienze umane. ... L’esperienza attuale come orizzonte e il messaggio biblico come centro e criterio" (cfr. Küng H., Vita eterna?, 1983, p. 102-103). La speranza nel cielo deve rimanere terrena, se vuole continuare a essere umana" (p. 255).

97 Senza perciò eliminare il collegamento morte-peccato (ma ci si deve subito chiedere: che cosa è peccato? chi può dirlo con valore definitivo? Che uomo sarà lì, alla fine, a dirlo, a confermarlo? Non dimentichiamo, dai libri sapienziale, che c’è un tempo per ogni cosa...), la morte come condanna o castigo che colpisce il peccatore e le conseguenze eterne di chi rifiuta di credere (non dimentico le parole di Pietro in At 4,12: "In nessun altro vi è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati" At 4,12). Non so come sarà il di là "infernale", non lo nego, ma so che chi vive senza amore, cioè pecca, si sta già punendo quaggiù, da solo. Messori dichiara: "all’inferno non si va, si resta come scelta radicale di tutta una vita" e ricorda "sia chiaro: per la fede non è la morte in quanto fatto biologico ad essere legata al peccato" (cfr. Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, p. 267 e 321). Il peccato originale non introduce la morte, ma solo un modo doloroso di morire (la morte non esiste per il cristiano, come sto cercando di dimostrare). Ma quel momento non deve togliermi la pace (nel processo per la beatificazione, infatti, uno degli elementi importanti è che non ci sia stata disperazione nel trapasso).

98 Il vero problema non è la morte, né la paura della morte, ma la paura di non sapere esattamente cos’è giusto e cosa no, e cosa ci sarà dopo la fine della vita.

99 A proposito della lotta per la vita ("affinché l’inferno non possa avere l’ultima parola") Küng cita J. Moltmann il quale "ricorda quanta forza la vittoria sull’inferno dell’"al di là" possa infondere per lavorare all’eliminazione degli inferni di "quaggiù"... quanto più realmente la speranza crede nell’eliminazione dell’inferno, tanto più militante e politica essa diventerà nell’eliminazione degli inferni, degni inferni bianchi, neri e verdi, dichiarati e taciti" (Vita eterna?, op. cit. 1983, p. 186). "G. Baget Bozzo, vede la storia dell’Occidente come "storia della graduale uscita dell’incubo della dannazione", come "violenta liberazione dall’ipotesi-inferno" ... Bisogna dire allora che incarnazione, passione, morte, risurrezione del Cristo significano che , nel suo complesso, la storia è ormai redenta, è già salvata" (cfr. Messori V., Scommessa sulla morte, op. cit., 1982, pp. 266-267).

100 Cfr. Ap 21 e 22 (soprattutto 21,4 "la morte non ci sarà più"). In realtà noi non aspettiamo la fine del mondo, ma il rinnovamento del mondo, che è già iniziato.

101 Non è che togliendo la morte si rinnovi il mondo (come predicano i Testimoni di Geova, secondo i quali il paradiso è come la vita terrena solo senza lacrime, prendendo alla lettera l’Apocalisse di Giovanni). Ma è rinnovando il mondo che si toglie la morte, lo possiamo fare già ora, con l’amore, con la speranza, con la fede. Se non si teme la morte, non ne siamo più schiavi ed essa sparisce, o si tramuta in uno dei tanti fatti della vita.

102 "Un uomo che non si ponga il problema della morte e non ne avverte il dramma, ha urgente bisogno di essere curato (C. G. Jung).

103 Cfr. Küng H., Vita eterna?, 1983, p. 33.

104 Cfr. S. Nuland, Come moriamo, op. cit., 1994.

105 Cfr. Küng H., Vita eterna?, 1983, p. 225.

 

 

 

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